Viaggio di Gruppo: Alle Origini dell’Aikido


Viaggio alle radici della spiritualità dell'Aikido

Viaggio alle radici della spiritualità dell’Aikido

Aikido Italia Network, in collaborazione con www.ilbuontempo.it, presenta:

ALLE ORIGINI DELL’AIKIDO
VIAGGIO DI GRUPPO ATTRAVERSO I LUOGHI DEL MAESTRO UESHIBA

Partenza il 28 ottobre e rientro il 12 Novembre 2013
Viaggio di gruppo di 16 giorni/13 notti
(Minimo 10 Partecipanti)

Due settimane di viaggio in Giappone, pensate specificatamente per gli amici di Aikido Italia Network, seguendo un itinerario che si focalizza soprattutto sui luoghi e l’ambiente in cui si è formato O-Sensei Morihei Ueshiba. La prima settimana si svolgerà interamente presso il santuario di Oomoto di Ayabe: grazie alla loro ospitalità si potrà vivere pienamente in una atmosfera unica e privilegiata, spartana, ma piena di fascino ed ispirazione. La seconda settimana, indagherà sui luoghi più sacri e spirituali del Giappone e includerà
una visita al Monte Koya, e al sentiero dei pellegrini, Kumano Kodo, oltre alla visita più “turistica” delle antiche capitali Kyoto e Nara.

ITINERARIO
Programma culturale predisposto dall’associazione locale Oomoto
Prima Settimana:
’ * Visita del complesso di Ayabe
’ * Conferenze attinenti la storia,’ le attività e gli insegnamenti Oomoto
’ * Possibilità di partecipare ai servizi religiosi
’ * Esercitazioni di Aikido
’ * Ro-ei (recitazione cantata di poemi)
’ * Chin-kon (meditazione)
’’ * Visita al Monte Takakuma a Kameoka
’ * Visita ad un laboratorio di spade di legno (bokken) e/o laboratorio di ceramica
’ * Partepazione al GRANDE FESTIVAL D’AUTUNNO
Seconda Settimana:
’ * Visita di Kyoto e dei suoi mille templi e giardini
’ * Escursione a Nara, l’antica capitale del Giappone
’ * Visita all’area sacra del Monte Koya
’ * Escursione nella prefettura di Wakayama per percorrere a piedi una delle antiche vie dei pellegrini (Kumano Kodo)

Chiara Bottelli

Chiara Bottelli

Accompagnatore dall’Italia esperto delle tradizioni locali e della disciplina: Chiara Bottelli, nipponista, si è
laureata presso l’università degli Studi di Torino in Lingua e Cultura Giapponese con una tesi sulle relazioni fra Aikido e la nuova religione Oomoto. Ha praticato aikido con il Maestro Fujimoto a Milano e ha vissuto a lungo in Giappone anche grazie a una borsa di studio della Comunità Europea.

Leggi la Tesi di Laurea di Chiara Bottelli:
Arte Marziale o Religione? Il Rapporto Fra Aikido e Omoto-kyo
’
QUOTA DI PARTECIPAZIONE: Euro 2.535 a persona
Il prezzo include:
 * Voli intercontinentali con compagnia di linea da Milano su Osaka e v.v.
 * Tasse aeroportuali
 * Quota apertura pratica
 * Assicurazione annullo-medico-bagaglio
 * 6 pernotti presso complesso Oomoto ad Ayabe, trattamento di pensione completa
 * 5 pernotti a Kyoto in Hotel di categoria standard, trattamento di solo pernotto
 * 2 pernotti in tempio buddhista al Monte Koya, trattamento di mezza pensione

ISCRIZIONI E INFORMAZIONI: Chiara Bottelli 338-259.9873
Email: chiara.bottelli@ilbuontempo.it

POSTER PDF
PROGRAMMA DI VIAGGIO

Il Messaggio, l’Esempio e la Via


La tecnica segreta dell’Aikido?

Dal blog confratello Aikido Vivo, abbiamo il piacere di proporvi un interessante intervento di Fabio Branno sul messaggio del Fondatore, messaggio su cui si sono accapigliate già generazioni di Aikidoka, ma che potrebbe essere semplicemente riassunto nel calore di un sorriso

di FABIO BRANNO

Recentemente con l’amico Luis riflettevamo su una cosa importante.

Si fa un gran parlare di O Sensei, tra Aikidoka, ma troppo spesso ci si riferisce ad aspetti ingannevoli di quella figura.
Il suo Hanmi era così, il suo Ikkyo cosà, usava le armi ispirandosi a questa scuola, si scaccolava con il mignolo o l’indice…
La classica storiella di chi guarda il dito mentre gli indichi una bella ragazza.
A conti fatti, la biografia di Morihei Ueshiba non la conosciamo VERAMENTE.
Un certo Stevens è stato scritturato dai suoi discendenti per descrivere alcune parti della sua vita e per tirarne fuori una figura decisa a tavolino.
Un po’ come hanno fatto con Gesù, San Francesco o Totò.
Negli ambienti più smaliziati, si sa bene che O Sensei praticò varie scuole di Jujutsu e Kenjutsu e che si cimentò negli atemi come nella lotta a terra, nella naginata come nella baionetta e che non vinse esattamente tutti i combattimenti che affrontò.
Ma questo è irrilevante.
E rende irrilevante decretare quali fossero i suoi strumenti di lavoro.
Morihei aveva l’esperienza e la capacità di adeguarli alle sue esigenze, raggiungendo sempre il suo scopo al di là della forma.
La questione è un’altra.
Ad un certo punto del suo percorso marziale, Morihei sente di dover lasciare un messaggio.
La sua cultura personale e quella del suo popolo gli hanno insegnato che c’è un sol modo perché un ideale abbia il peso desiderato: l’esempio.
Quindi O Sensei comincia a diffondere un’immagine, quella che ha in mente, con l’esempio e con l’insegnamento.
L’immagine che vuole passare è quella di una pratica vissuta con uno spirito differente.
Un Budo di adattamento, di ascolto dell’altro, sia sul piano fisico che su quello interiore.
Un’azione di fusione, nata per fini strategici, ma che sfocia irrimediabilmente nella comprensione e nella compassione.
Qualcosa che O Sensei si ostina a chiamare “Amore” e che il mondo leggerà con accezione Romantica.
Nel suo percorso evolutivo, Ueshiba parlò di tempo fulmineo, di percezione del proprio centro, di consapevolezza di sé e del mondo, di armonia, di energia, di sentire l’altro evolvendolo da “avversario” in “compagno”.
Mai, però, pronunciò le parole “Dolore”, “Sofferenza”, “Leva articolare”, “Spezzare”, “Rompere”, “Distruggere”.
Non parlò mai di forzare la situazione o il compagno e non fece mai nulla che desse priorità alla tecnica che aveva in mente piuttosto che alle condizioni proposte dall’attacco.
Non lo fece lui e non lo fecero altri prima di lui.
Musashi,che non era esattamente il buon padre di famiglia, utilizzava le stesse parole di Morihei.
L’immagine che vediamo oggi nei video del fondatore, è quella di un vecchietto che gesticola e la gente che gli cade intorno.
Un’immagine quasi finta, tanto è incomprensibile.
E’ l’immagine che lui ha voluto che ricevessimo.
Avrebbe potuto colpire in faccia uke e mettergli in leva un gomito.
Non lo fece.
Questa è l’immagine che io voglio tenere per la mia pratica.
Voglio che i miei uke non sentano dolore.
Voglio che non possano stare in piedi e che si sentano controllati in ogni istante.
Ma voglio vederli ridere come bambini mentre cadono senza capire come.
E’ per questo che pratico subito con i principianti un po’ di Jiyuwaza.
E mentre ridono tra stupore e curiosità, chiedo loro “Ti sei fatto male?” “No!” “Bene. Questo è Aikido!”
Per me questa è la strada che O Sensei ha tracciato.
Possiamo percorrerla a piedi, in bici, in auto o in moto.
Possiamo correre a perdifiato o passeggiare tranquillamente.
Possiamo camminare dritti o a zig zag.
Ma dobbiamo impegnarci a non uscire fuori da quella Via.
E, esattamente come faceva lui, dovremmo cercare di attraversarla col sorriso.

Copyright Fabio Branno ©2012 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su

http://aikidovivo.blogspot.it/2012/05/il-messaggio-lesempio-e-la-via.html

Biografia di Morihiro Saito – Parte 1


Foto formale in seiza di Morihiro Saito (1968)

Tratta dal libro “Iwama Ryu Aikido” di Paolo N. Corallini, edito da Sperling & Kupfer nel 1999, la seguente biografia di Morihiro Saito è possibilmente una delle migliori presentazioni in lingua italiana della vita del leggendario custode dell’Aiki Jinja di Iwama. La riproponiamo su Aikido Italia Network grazie alla gentile concessione dell’autore

di PAOLO N. CORALLINI

Dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, il Giappone era una nazione povera, umiliata, governata da un esercito di occupazione. Morihei Ueshiba abitava con la moglie Hatsu nel piccolo villaggio di Iwama, dove si era ufficialmente ritirato nel 1942. La famiglia Ueshiba conduceva una vita frugale, coltivando riso e allevando bachi da seta, aiutata da un piccolo numero di uchi deshi e soto deshi che seguivano il fondatore. Ueshiba, sessantenne, era nel pieno della forma fisica, risultato di decenni di durissimo allenamento. Liberatosi dalla responsabilità degli insegnamenti pubblici, il fondatore poté finalmente dedicarsi al suo allenamento personale e alle attività ascetiche con una dedizione totale. Sebbene prima della guerra Ueshiba avesse avuto decine di migliaia di allievi, alla fine del conflitto gliene erano rimasti pochissimi. La pratica delle arti marziali era stata vietata dal quartier generale delle forze alleate, ma questo divieto non era uguale in tutte le aree urbane ed era poco applicato nei piccoli paesi di campagna. Durante i primi anni del dopo guerra, Morihei Ueshiba chiamò la sua residenza di campagna “Aiki-En” (la fattoria Aiki) per minimizzare il fatto che vi s’insegnassero le arti marziali.
Morihiro Saito era un diciottenne smilzo quando trovò il coraggio, nell’estate del ’46, di andare a trovare il fondatore. Era nato il 31 marzo 1928 in un piccolo villaggio a poche miglia dal dojo. Tipico giovanotto giapponese, Morihiro Saito ammirava i grandi spadaccini del Giappone feudale come Matabei Goto e Jubei Yagyu. I giovani in Giappone, prima e durante la seconda guerra mondiale, dovevano conoscere judo e kendo e infatti queste arti erano inserite nel programma scolastico; il giovane Saito a scuola aveva optato per lo studio del kendo. Giovanissimo, Morihiro cominciò lo Shito Ryu karate nel distretto Meguro di Tokyo, dove allora lavorava. Nella capitale il suo allenamento di karate non durò a lungo, perché fece ritorno nella prefettura di lbaragi per lavorare nella Japan National Railways. Saito allora decise di iniziare il judo, perché sentiva che se avesse conosciuto sia il judo che il karate non avrebbe avuto motivo di aver paura in un eventuale combattimento. Il judo era utile nella situazione a mani nude con prese, mentre il karate era superiore al kendo perché utilizzava i calci. Saito ricorda i suoi primi allenamenti nelle arti marziali e la sua insoddisfazione con il judo:

O'Sensei e Saito, jodori a Iwama

“La scuola di karate era abbastanza tranquilla, mentre il dojo del judo era come un parco divertimenti con bambini che correvano dappertutto. In parte era questo il motivo per il quale mi stancai del judo. Inoltre, in un combattimento una persona può colpire quando vuole e un esperto di judo non ha una difesa per questo tipo di pratica. Così ero insoddisfatto del judo. Un’altra cosa che non mi piaceva era che durante la pratica i sempai proiettavano noi kohai, utilizzandoci egoisticamente per il loro allenamento. Loro ci permettevano di fare soltanto alcune proiezioni quando erano nell’umore giusto. lo pensavo che erano veramente egoisti, arroganti e impudenti”.
Il pensiero di Morihiro a proposito delle arti marziali stava comunque per subire una trasformazione. Questo era il risultato del fortuito incontro con un vecchio uomo dalla barba bianca che, secondo i pettegolezzi locali, praticava una qualche misteriosa arte marziale. Molti anni dopo Saito descrisse il suo decisivo primo incontro con Morihei Ueshiba.
“C’era questo vecchio uomo che stava eseguendo delle strane tecniche nelle montagne vicino Iwama. Qualcuno disse che aveva fatto karate, mentre un maestro di judo mi disse che la sua arte era chiamata Ueshiba Ryu judo. Era spaventoso lassù e io avevo paura di andarci. Ebbi una strana impressione di quel posto. Faceva accapponare la pelle, ma alcuni amici e io decidemmo di andarci per dare un’occhiata. Comunque i miei amici all’ultimo momento ebbero paura e decisero di non venire. Così andai da solo. Eravamo in estate e arrivai di mattina. O-Sensei stava facendo l’allenamento mattutino. Minoru Mochizuki mi condusse dove O-Sensei si stava allenando con alcuni studenti. Quindi entrai nel posto che attualmente è la stanzetta di sei tatami all’ingresso del dojo. Mentre stavo seduto lì, O-Sensei e Tadashi Abe (il primo pioniere di Aikido in Francia) entrarono. Quando O-Sensei si sedette, Abe preparò un cuscino in terra per lui. Era molto veloce nell’aiutare O-Sensei. Mi fissò e chiese “Perché vuoi imparare l’Aikido?” Quando io risposi che avrei voluto impararlo se me l’avesse insegnato, egli chiese “Sai che cos’è l’Aikido?” Non c’era modo che io sapessi che cosa era l’Aikido. Quindi il fondatore aggiunse: “T’insegnerò come servire la società e la gente con quest’arte marziale”.
Non avevo la minima idea che un’arte marziale potesse servire la società e la gente. Volevo solo diventare forte. Ora lo capisco, ma in quel tempo non avevo idea di che cosa stesse parlando. Quando disse “Per il benessere della società e della gente”, io mi chiesi come un’arte marziale potesse servire a questo scopo, ma dal momento che desideravo essere accettato, risposi “Sì, capisco”.
Mentre stavo sul tatami, tirandomi su le maniche, pensavo: “Bene, visto che ho fatto tanto per arrivare qui non mi farà male fare un paio di tecniche”.
O-Sensei disse: “Attaccami”. Così, io l’attaccai e caddi. Non so esattamente se fosse kotegaeshi o qualche altra tecnica, mi sentii proiettare. Poi disse: “Dammi un calcio”. Quando provai a calciare, fui gentilmente rovesciato a terra.
“Vieni e prendimi”. lo cercai di afferrarlo come si fa nel judo e ancora fui proiettato senza sapere come. Il mio keikogi era strappato.
O-Sensei disse: “Vieni ad allenarti, se vuoi”. Dicendo ciò se ne andò.
Tirai un sospiro di sollievo, pensando di essere stato accettato”.

Morihei Ueshiba e Morihiro Saito - Self-Defense Force demo, circa 1955

Sebbene Ueshiba avesse accettato il giovane Saito come allievo, i Sempai nel dojo misero spesso alla prova la sua volontà. Saito racconta che sarebbe stato meglio partecipare a un combattimento reale. Anche se sentiva dolore ai polsi, i sempai non avevano riguardo per questo e eseguivano con la stessa determinazione le tecniche. Comunque, il giovane Saito si guadagnò presto il rispetto degli anziani. Ricorda con gratitudine l’insegnamento ricevuto da Koichi Tohei e Tadashi Abe. Il metodo d’insegnamento del fondatore in Iwama era molto diverso da quello adottato prima della guerra. Nei primi anni il fondatore era solito mostrare soltanto alcune volte le tecniche senza quasi spiegarle e gli allievi lo dovevano imitare. Questo era il metodo tradizionale d’istruzione delle arti marziali e gli studenti dovevano fare del loro meglio per rubare le tecniche degli insegnanti. In seguito Ueshiba ebbe il privilegio di potersi dedicare con tutte le sue energie alla sua ricerca personale con pochi allievi devoti.
“Quando ripenso a ciò, mi rendo conto che il cervello dei fondatore doveva essere come un computer. Durante la pratica O-Sensei c’insegnava le tecniche che aveva sviluppato fino a quel momento come se le stesse organizzando e classificando per se stesso. Quando studiavamo una tecnica, sistematicamente apprendevamo le tecniche a essa correlate. Se studiavamo le tecniche in ginocchio, continuavamo a fare solo quelle una dopo l’altra, senza riposo. Quando introdusse le tecniche di ninindori, quelle successive cominciavano tutte dalla stessa presa.

Fine della Prima Parte
(Continua)

Leggi la Seconda Parte

Copyright Paolo N. Corallini©
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Il Giorno Che Mi Iscrissi Allo Ueshiba Dojo


O'Sensei Morihei Ueshiba

Uno dei massimi aikidoka dei nostri tempi, Hiroshi Tada, narra di suo pugno del suo inizio sulla Via, quando finalmente pote’ iscriversi allo Ueshiba Dojo. Tratto dal sito personale di Tada Sensei, pensiamo di fare cosa gradita nel condividere e diffondere questo vivido pezzo di storia dell’Aikido

di TADA HIROSHI

La prima volta che sentii parlare del Maestro Ueshiba Morihei fu quando avevo circa 7-8 anni.  Una sera, mentre cenavamo, mio padre ci raccontò ciò che aveva sentito da un suo vecchio amico, il Sig. Yano Ichiro (ex-presidente della società di assicurazioni Dai-ichi Seilmei).
Il Sig. Yano possedeva un elevato grado Dan di Kendo ed era stato Presidente della Federazione nazionale giapponese dei Club aziendali di Kendo. Parlando del Maestro aveva affermato: ”Il Maestro di Aikijutsu, Ueshiba, è il più grande esperto di Budo attuale. Come budoka non teme paragoni con nessuno”, ed aveva poi illustrato a mio padre i particolari della lezione del Maestro alla quale aveva partecipato.
Da lungo tempo nella mia famiglia si tramandava lo stile di tiro con l’arco chiamato Heki-ryu Chikurin-ha Banpa. Mio padre aveva appreso quest’arte dal mio bisnonno sin da quando era bambino ed aveva continuato in seguito ad allenarsi costantemente, per questo motivo si trovava spesso a discutere di arti marziali con il Sig. Yano ed aveva iniziato a nutrire un grosso interesse nei confronti dell’Aikijutsu. Allora, pur essendo solo un bambino, pensai che mi sarebbe piaciuto incontrare una persona così importante e diventare suo allievo, ma purtroppo non riuscii a realizzare questo mio desiderio, a causa di un’infausta serie di eventi quali la chiamata alle armi di mio padre, lo scoppio della guerra e la scomparsa di mia madre.
Nel 1950, nonostante fossero ormai trascorsi cinque anni dalla fine del conflitto, per tutta Tokyo si potevano scorgere ancora ovunque i segni della guerra nei resti degli incendi causati dalle bombe. In quel periodo, così come accadde alla maggior parte dei giapponesi che furono travolti dagli avvenimenti dell’epoca, avvertivo costantemente uno strano senso di fugacità, una sorta di coraggio nella disperazione per cui nulla poteva più sorprendermi, ma, allo stesso tempo, sentivo la necessità di un qualche sostegno psicologico. Per superare tale sensazione di incertezza mi dedicai allora con tutto me stesso agli allenamenti quotidiani di karate. Fu così che, ricordando ciò che avevo sentito in passato da mio padre circa il Maestro Ueshiba e l’Aiki, decisi di raccogliere informazioni più dettagliate a riguardo.

Tada Hiroshi in divisa da studente ai tempi della Waseda University

Un giorno, dopo l’allenamento di karate, il Maestro Ueshiba e l’Aiki divennero inaspettatamente argomento di discussione; venni così a sapere che, secondo informazioni fornite al capitano del club di karate dell’Universita di Waseda, il Sig. Takeda, da un suo conoscente, lo Ueshiba Dojo si trovava a Wakamatsucho (Ushigome), nelle vicinanze della Waseda.
Animato da un inconscio senso di ammirazione nei confronti del Maestro Ueshiba Morihei, considerato il massimo esperto del tempo, mi recai, carico di entusiasmo, a visitare lo Ueshiba Dojo. Era il 4 marzo del 1950.
Superato il portale di pietra di casa Ueshiba, miracolosamente scampata ai danni della guerra, sulla sinistra si poteva vedere il dojo e di fronte lo spazioso ingresso della casa dalle porte scorrevoli in vetro e legno. Il dojo era deserto, e quando entrai nell’ingresso della casa per chiedere informazioni, mi accolse una giovane donna, la Sig.ra Sakuko, moglie dell’attuale Doshu, Ueshiba Kisshomaru.
Dopo averle chiesto il permesso di iscrivermi al dojo, le feci parecchie domande anche se non ricordo con esattezza i particolari.
Tuttavia ricordo chiaramente ancora oggi le sue risposte alle mie scostumate domande: ”Quando vedrà mio suocero capirà che cos’è l’Aiki”.
Mi spiegò inoltre che il Maestro al momento era in viaggio, ma che sarebbe tornato a Tokyo dopo due o tre giorni. E facendomi strada nel dojo aggiunse: ”Fra un po’inizierà l’allenamento…”.
Il dojo era della grandezza di 60 tatami (circa 99 mq): la zona dove si tenevano gli allenamenti era costituita da circa 40 tatami della Ryukyu lesi i npiù posti, nella restante parte del dojo c’era un pavimento in legno scuro lucido. Il soffitto era formato da grosse travi di legno incrociate e lateralmente alla porta attraverso cui si accedeva al dojo da casa Ueshiba, c’era una zona sollevata dal pavimento e rientrante nel muro (dove di solito sedevano gli ospiti di riguardo per assistere agli allenamenti), la cui parete centrale era ricoperta da una riproduzione di grandi dimensioni della testa di un drago. A destra di questa zona, sulle apposite mensole, erano allineati dei bokken insieme a dei jo e a dei fucili di legno (mokuju). Sulla parte superiore della parete erano appese delle tavolette di legno con i nomi degli allievi e al centro della parete che si trovava entrando sulla sinistra, c’era un grande orologio sovrastante un altro ingresso attraverso cui gli allievi erano soliti accedere al dojo.
Dopo qualche minuto entrarono un ragazzo piuttosto alto e robusto che indossava un keikogi blu da kendo e l’hakama e un signore di una certa età con la cintura nera, che iniziarono ad allenarsi. Il ragazzo, 5° Dan di kendo, era il Sig. Kikuchi Tokio (attualmente residente a Kamaishi), l’altra persona era il Sig. Kikuchi Ban che si era iscritto al dojo il giorno prima. Vedendoli praticare katate-tori tenkan-no-kokyu pensai che si trattava di qualcosa di completamente differente rispetto alle altre arti marziali che io conoscevo.
Oltre al fatto di utilizzare dei movimenti estremamente razionali per assimilare la forza dell’attaccante nel flusso della propria energia, realizzai che l’idea di base era quella di attuare delle rotazioni con il corpo così da diventare un tutt’uno con l’attaccante.
Il Maestro ritornò a Tôkyo dopo circa quattro giorni. A quel tempo gli allenamenti erano impartiti quotidianamente dall’attuale Doshu, Ueshiba Kisshomaru, la mattina e la sera, dalla 6.30 in poi, per la durata di un’ora.  Gli allievi erano ancora poco numerosi ma tutti si impegnavano con grande zelo nella pratica, allenandosi costantemente nei limiti di tempo concesso.

Il vecchio Ueshiba Dojo a Wakamatsu-cho

Anche quella mattina mi allenai fino a oltre le 10. Terminato l’allenamento, quando raggiunsi la strada principale di Nukebenten, avvistai due persone, una vestita in kimono e l’altra con la divisa da studente, che probabilmente erano appena scese dal tram da poco ripartito. Il Sig. Kikuchi Tokio mi disse: ”O Sensei è tornato, vieni Tada!” e iniziò a correre incontro alle due persone. Dopo aver salutato il Maestro, mi presentò: ”Maestro, questo è il Sig. Tada, si è appena iscritto al dojo”. Quando sollevai lo sguardo dopo aver completato il saluto, notai che il Maestro mi stava fissando intensamente. Levandosi il cappello mi disse: ”Mi chiamo Ueshiba” e, con mio grande stupore, si inchinò cortesemente verso di me che non ero che un semplice studente in divisa. Trovandomi in quel momento finalmente di fronte al Maestro, di cui gia da tempo conoscevo la grande fama dai racconti che avevo sentito in passato, venni preso da un incontrollabile emozione: fu come se innanzi ai miei occhi si fossero venuti a concretizzare improvvisamente tutti i desideri e le speranze che per lungo tempo avevo nutrito nel profondo del cuore.
II Maestro arrivava più o meno all’altezza delle mie spalle. Aveva un viso dai lineamenti marcati, con gli zigomi e il naso pronunciati. I grandi occhi dallo sguardo limpido erano di un colore leggermente al di fuori dalla norma.  La lunga barba bianca, che gli ricopriva il mento, gli arrivava fino all’altezza del petto. Accompagnammo il Maestro e il Sig. Kamizono, della Facoltà di Scienze della Waseda, che era con lui, fino all’incrocio con la strada che portava al dojo e lì li salutammo.
La mattina seguente, l’allenamento del Maestro Morihei Ueshiba iniziò con una devota preghiera alle divinità. Nessuno fra gli allievi del Maestro potrà mai cancellare il ricordo del suono della sua voce che risuonava per tutto il dojo quando recitava le rituali preghiere shintoiste. Osservando la figura del Maestro in quei momenti si poteva constatare in pratica che quelle sue qualità considerate “soprannaturali” non erano che il frutto delle sue pratiche devote verso le divinità. Ripiegandosi il lungo orlo delle maniche del keikogi, il Maestro si diresse verso il centro del tatami e fece un rapido cenno con la mano ad uno degli allievi seduti in fila, che come attratto da una calamita si alzò e si fece avanti. Non ebbe neanche il tempo di afferrare con entrambe le mani il polso del maestro che subito venne lanciato in aria. II Maestro continuò a proiettare in successione varie persone e ad un certo punto porse il braccio anche nella mia direzione. Mi feci avanti e appena gli afferrai il polso, così come avevo visto fare agli altri, con tutta la forza che avevo, mi ritrovai subito a rotolare sul tatami. Per tutto il tempo il Maestro non disse una sola parola. Questo era il modo in cui iniziava sempre l’allenamento. Ciò che più mi colpì nei primi tempi che frequentai il dojo, era che gli allievi più anziani, nonostante il Maestro rimanesse sempre silenzioso, capissero sempre quale, fra le numerose tecniche esistenti, stesse dimostrando di volta in volta. Col passare del tempo, tuttavia, compresi che chi non era in grado di capire il tipo di tecnica che il Maestro si apprestava a dimostrare, non veniva accettato come allievo.

Tada Sensei in azione nello Ueshiba Dojo

L’allenamento del Maestro creava un’atmosfera di tipo molto particolare: era come se l’intero dojo iniziasse a respirare in sintonia con il respiro del Maestro.
La prima volta che frequentai una sua lezione pensai: ”Il Maestro Ueshiba è un insegnante veramente avanzato”. Secondo le voci che circolavano allora fra i miei colleghi della Waseda, il Maestro Ueshiba veniva considerato come un esperto di arti marziali che utilizzava delle tecniche estremamente efficaci di koryu-jujitsu, un’arte marziale completamente differente da quelle del tempo, e possedeva allo stesso tempo delle ”misteriose” capacità.
Era, dicevano, come se un illustre personaggio della storia giapponese fosse ritornato a vivere nella nostra epoca. Tuttavia, quando incontrai personalmente il Maestro Ueshiba, avvertii al contrario che si trattava di una persona molto più razionale di tutti gli altri esperti di budō e sportivi che avessi conosciuto fino ad allora, e, sotto alcuni punti di vista, estremamente moderna. Fui molto affascinato dalla complessità e dalla forza emanate dal ritmo stabile dei movimenti del Maestro, ma ciò che mi sorprese più di ogni altra cosa, fu che, proprio attraverso tali movimenti, capaci di sconfiggere in un solo istante un avversario se usati in pratica, si venisse a creare un’atmosfera particolarmente calorosa che veniva a coinvolgere psicologicamente tutte le persone presenti nel dojo.
Fu sulla base di questa mia personale esperienza che arrivai alla seguente conclusione: se tutti gli uomini si sforzassero di progredire sempre di più, un giorno forse sarà possibile avvicinarsi al modello di un cosi grande Maestro. Da allora sono trascorsi più di quarant’anni, l’Aikido si è diffuso in tutto il mondo e sta diventando di anno in anno sempre più popolare. Durante gli ultimi vent’anni, a cominciare da quando si tennero le Olimpiadi a Tokyo, ho risieduto in Europa per diversi anni, svolgendo attività di diffusione e di didattica dell’Aikidô. In seguito mi sono recato ogni anno in Europa ad insegnare, ed è grazie a tali esperienze che, guardando al Giappone dall’esterno, ho avuto la possibilità di comprendere ancora più a fondo gli insegnamenti del Maestro Ueshiba Morihei, che ci ha indicato la via dell’Aikido, in quanto espressione pratica della cultura tradizionale giapponese.
L’Aikido è uno strumento prezioso in quanto, diversamente dalle altre arti marziali competitive attualmente esistenti, consiste in una pratica scientifica che combina inscindibilmente le pratiche ascetiche del ki-shin-tai, in quanto filosofia orientale, alle tecniche di difesa, in quanto arte marziale. Sarà proprio grazie a tali caratteristiche che l’Aikido si verrà a diffondere sempre di più nel XXI secolo, dando così il proprio contributo agli studi sul genere umano.
Mi auguro quindi che in futuro si continui a praticare l’Aikido con sempre maggiore impegno, tenendo costantemente presenti tali finalità.

Traduzione dal giapponese di Daniela Marasco (Gessoji Dojo)
Articolo apparso con il titolo ”Ueshiba Dojo Nyumon no Hi”, sulla rivista  ‘Aikido Tanhyu’, No. 4, 10 luglio 1992, pp. 44-45

Tratto da
http://www.asahi-net.or.jp/~yp7h-td/iscrit.htm

Intervista a Koichi Tohei – Parte 2


Koichi Tohei

Tohei Sensei in azione nelle Hawaii poco dopo il suo arrivo

Arriva la seconda parte dell’intervista a Koichi Tohei Sensei con cui Aikido Italia Network ha avviato la sua prestigiosa collaborazione con Aikido Journal di Stanley Pranin, una collaborazione/scambio che aprirà per noi e i nostri lettori gli sconfinati archivi di AJ. in questa intervista Koichi Tohei rivela numerosi aspetti inediti della personalità di Morihei Ueshiba

di STANLEY PRANIN

PRANIN
Quando pensa che il Maestro Ueshiba abbia imparato a padroneggiare “l’arte del rilassamento?”

TOHEI
Penso che probabilmente sia stato quando viveva ad Ayabe ed era profondamente coinvolto con la religione Omoto. Ueshiba Sensei ha spesso raccontato la storia di come un giorno, mentre si stava lavando presso un pozzo dopo l’allenamento, improvvisamente si fosse accorto che il suo corpo era diventato perfetto e invincibile. Disse che in quel momento era in grado di capire con singolare chiarezza il significato dei suoni degli uccelli e degli insetti e di tutto il resto che lo circondava. Apparentemente tale stato durò solo per circa cinque minuti, ma credo che sia stato allora che si impadronì dell’arte del rilassamento.
Purtroppo, ha sempre parlato di questa esperienza religiosa con espressioni che sono state più o meno incomprensibili agli altri.
Prima della guerra O’Sensei insegnò presso il  Collegio Militare della marina, ove tra i suoi allievi ebbe il principe Takamatsu, fratello minore dell’imperatore Showa. In una occasione il principe puntò il dito verso Ueshiba Sensei e disse: “Provate a sollevare quel vecchio.” Quattro forti marinai fecero del loro meglio per sollevarlo lui, ma non riuscirono a farlo.
In relazione a quella occasione, il Maestro raccontò: “Tutti gli spiriti divini del Cielo e della Terra entrarono nel mio corpo e diventai immobile come una pietra pesante.” Tutti lo presero alla lettera e gli credettero. Ho sentito dire cose di questo genere centinaia di volte.
Per parte mia, non ho mai avuto esseri divini che entrassero nel mio corpo. Non ho mai dato molto credito a questo tipo di spiegazione logica.

Tohei Insegna ai militari statunitensi

Una volta, quando ero con Sensei alle Hawaii, ci fu una manifestazione in cui si supponeva che due forti studenti hawaiani dovessero cercare di tirarmi su. Sapevano già che non potevano farlo, così non si stavano impegnando più di tanto. Allora il Maestro, che era fuori a guardare da una parte si alzò in piedi e disse: “Basta, è possibile sollevare Tohei, lo potete sollevare! Basta, fateli smettere! Questa dimostrazione non vale niente!”.
Vedete, la sera precedente io ero stato fuori a bere fino alle tre del mattino, e Sensei sapeva in che condizioni ero tornato a casa. Egli disse: “Certo che gli dèi non hanno intenzione di entrare in un ubriacone come te! Se lo facessero diventerebbero del tutto brilli!”. Ecco perché pensava che sarebbero stati in grado di sollevarmi.
In realtà questo tipo di cose non ha niente a che fare con dei o spiriti. E’ solo questione di avere un basso centro di gravità. Io so che è così, e questo è ciò che insegno a tutti i miei allievi. Non significherebbe nulla se solo certe persone speciali potessero farlo. Cose del genere che devono essere accessibili a tutti se vogliono avere un senso.
Le persone con i cosiddetti “poteri soprannaturali” di solito sono le uniche che possono fare qualunque cosa sia essi sostengono di poter fare. Gli altri non possono fare quello che essi fanno e loro non possono insegnare quello che fanno, perché quello che fanno non è reale: è falso. Chiunque può fare le cose che io insegno. Esse sono vive nelle ​​tecniche di Aikido così come sono. Tutto quello che bisogna sapere è come farle correttamente, e vedere esse come la risultanza di poteri soprannaturali che richiedono la presenza di un dio o quello che vi pare è un grosso errore. Io considero mia responsabilità di insegnare correttamente.

La personalità di Morihei Ueshiba

PRANIN
Nel 1940 o 1941 c’erano personalità notevoli nel dojo, qualcuno che poi sarebbe diventato famoso?

TOHEI
Quando io ho iniziato non c’era nessuno. Non vi erano allievi e quasi nessun uchideshi.

PRANIN
Quali sono state le sue più forti impressioni  del Maestro Ueshiba?

TOHEI
Lui mi sembrava come un buon vecchio. Sorrideva, capisci cosa intendo. Per molti versi aveva una personalità molto infantile.

PRANIN
Abbiamo non pochi documenti su O-Sensei, ma per noi è ancora difficile avere un quadro su di lui nella sua vita quotidiana. Parlava di cose ordinarie, di soggetti di tutti i giorni? Dalle registrazioni che abbiamo di lui mentre parla, sembra quasi come se fosse venuto da un altro pianeta.

TOHEI
Sì, so cosa vuoi dire. Certamente parlava in quel modo.

PRANIN
Ho sentito dire che a volte aveva delle improvvise esplosioni di rabbia.

TOHEI
Sì, questo succedeva spesso. Era gentile con le donne, però. L’ho mai visto arrabbiarsi una donna. Curiosamente, la sua rabbia non è mai stata specificamente rivolta alla persona con cui era presumibilmente arrabbiato. Era come se lui fosse solo furioso con se stesso, incapace o non desideroso di dirigere la rabbia verso il suo oggetto.
Una volta ad un giovane studente di nome Kurita era capitato di notare come Sensei si fosse un po’ spostato sulla sua sedia e decise di muoverla per sistemargliela meglio. Sensei esplose contro di lui, e voleva sapere cosa stasse facendo. Il poveretto non aveva idea di che cosa stesse succedendo fino a quando gli spiegai che il Maestro aveva scambiato la sua azione per una qualche sorta di malizia.

PRANIN
Quale fu l’atteggiamento di O-Sensei quando lei iniziò a basare il suo insegnamento intorno ai principi del ki?

TOHEI
Era geloso e disse alla gente di non ascoltarmi. Diceva, “L’Aikido è mio, non di Tohei. Non ascoltate ciò che Tohei dice”. Arrivava nel dojo e diceva cose del genere, soprattutto quando insegnavo un gruppo di donne. In quelle occasioni era come un bambino nella sua immediatezza e mancanza di sofisticazione, era molto spontaneo e innocente.
Diverse persone collegate con varie religioni venivano al dojo e gli estraevano del denaro adulandolo con nomi come “Morihei Ueshiba, il kami dell’Aikido”. Non spese quasi mai soldi per sé stesso, ma sembrava essere sempre a corto di denaro perché continuava a darlo via a gente di quel genere.

Koichi Tohei in azione

Il Conferimento del Decimo Dan

Io fui il primo ad essere ufficialmente promosso decimo dan. Originariamente ottavo dan era il grado più alto, ma Gozo Shioda dello Yoshinkan iniziò a promuovere un sacco di gente. Kisshomaru Ueshiba e il signor Osawa decisero che sarebbe utile per stabilire con maggiore fermezza l’Hombu Dojo se avessimo nominato un nono dan , e lo offrirono a me. Io dissi che pensavo non fosse necessario creare gradi superiori a quelli che avevamo già, ma insistirono sul fatto che avrebbe contribuito a rafforzare l’Hombu Dojo, così alla fine ho accettato. Abbiamo festeggiato il nuovo grado a Ginza, il quartiere dei divertimenti. Sia Gozo Shioda che Kenji Tomiki erano presenti.
Mentre ero via negli Stati Uniti, tuttavia, altre cinque persone erano state promosse a nono dan, e cercarono di farsi che io non lo venissi a sapere. Pensai che non c’era niente da fare – cose così sarebbero sempre accadute con un maestro del genere -, quindi decisi di non preoccuparmi.
Quando tornai a Tokyo fui sorpreso di trovare il Maestro Ueshiba che mi aspettava per salutarmi in aeroporto, la sola e unica volta che egli abbia mai fatto nulla del genere. Quando siamo arrivati ​​a casa lui mi fece bere un paio di drinks e dopo un po’ io iniziai a sorridere e a sentirmi allegro. Sembrava contento di questo e si alzò persino per fare una sorta di danza tradizionale che lo divertiva. Tutto questo, naturalmente, era perché pensava che io potessi essere turbato dal fatto che egli aveva promosso altre cinque persone a nono dan dopo avermi detto che io sarei stato l’unico. Quando si rese conto che io non ero affatto irritato il suo spirito si sollevò.
Due o tre giorni dopo cominciò chiedermi di accettare il decimo dan. Io gli dissi: “Sensei, per favore non chiedetemi di farlo. Si immagina che storia ne verrà fuori se lei mi nomina decimo dan?” Egli accettò la mia richiesta e quindi rimasi temporaneamente nono dan. Circa tre anni dopo, tuttavia, proprio prima che prendesse il cancro, me lo chiese di nuovo. Mi disse: “Koichi-chan, la prego di accettare il decimo dan”. Mi sono sentito obbligato ad accettare, perché sarebbe stato irrispettoso rifiutare nuovamente e mettere lui nelle condizioni di pregarmi di accettarlo.
Non ci volle molto prima che ci fossero persone che andavano in giro dicendo che non ero il solo ad aver ricevuto il decimo dan. Per evitare fastidi offrii di restituire il grado, ma il signor Osawa intervenne e fece si che il mio certificato venisse registrato come numero “1″, per verificare che esso, e non altri, fosse ufficiale. Ci fu anche una grande festa all’Akasaka Prince Hotel per festeggiare la promozione.
Fino a quando non mi sono separato dall’Aikikai nessun altro ha assunto il rango di decimo dan, ma non appena ho lasciato tutti iniziato a riceverlo.

PRANIN
Lei ha detto che quando lei iniziò a basare il suo insegnamento sui principi del ki, O-Sensei era geloso e diceva a tutti di non ascoltarla. D’altra parte, egli vi promosse decimo dan. Quali erano quindi le sue intenzioni? Era un riconoscimento si o no?

TOHEI
Penso che mi riconoscesse e accettasse. Era ben consapevole che allora non c’era nessuno che fosse al mio livello e probabilmente sentiva che se non promuoveva me, non sarebbe in grado di promuovere gli altri. Ma poiché aveva a volte quell’atteggiamento quasi infantile, non vedeva l’ora di farlo e andò avanti e lo fece lo stesso.

PRANIN
E Kisshomaru Ueshiba come affrontò il problema?

TOHEI
Kisshomaru originariamente aveva intenzione di mantenere una certa distanza dall’Aikido. Egli diceva: “Mio padre e le persone come il signor Tohei sono venute su questo mondo per fare Aikido. Anche se io sono nato in questa famiglia e con il ruolo di assistente, preferirei di gran lunga una casa su una collina da cui io possa andare a lavorare la mattina e ritornare la sera”. Aveva sperato di assumere un ruolo più amministrativo come direttore generale dell’organizzazione, piuttosto che essere al centro dell’insegnamento. Quando Ueshiba Sensei morì, il signor Nao Sonoda si fece avanti con la proposta di nominare Kisshomaru Direttore Generale e me secondo Doshu. Tuttavia, il Maestro Ueshiba mi aveva chiesto di fare quello che potevo per Kisshomaru, così feci ogni sforzo per far sì che assumesse un ruolo che lo mettesse  al centro sia dell’insegnamento che dell’amministrazione, che è come alla fine successe.
Io ho avuto il privilegio di essere al fianco del Maestro durante le sue ultime ore. Lui mi disse: “Koichi-chan, sei tu? Vorrei chiederti per favore di fare quello che puoi per mio figlio”. Gli risposi che fino a quando avessi avuto la situazione sotto controllo, non aveva niente di cui preoccuparsi. ”Va bene … te lo chiedo”, disse, e chiuse gli occhi. Poco dopo esa lòil suo ultimo respiro.
Il signor Sonoda suggerì più volte che io divenissi Doshu, ma io ero determinato a mantenere la mia promessa. Per consentire Kisshomaru di assumere un ruolo stabile, spinsi l’idea che lui potesse essere sia Doshu che amministratore delegato. Kisshomaru allora espresse la sua gratitudine per i miei sforzi, ma dopo circa un anno il suo atteggiamento cambiò. Fu proprio in quel periodo che andò negli Stati Uniti e iniziò a far levare la mia foto dalle pareti dei dojo lì.

Separazione dalla Aikikai

PRANIN
Intorno a quello che anno era?

TOHEI
Circa tre anni dopo che il maestro Ueshiba morì, nel 1971 o 1972. Prima di allora quasi tutti i dojo americani esponevano la foto del Fondatore e la mia, ma Kisshomaru cominciò a fare levare la mia e farla sostituire con la sua.

PRANIN
Sembrava che nel periodo immediatamente successivo alla morte di O-Sensei aveste buon rapporto. Perché tale rapporto successivamente finì per deteriorarsi?

TOHEI
Nel 1971, io proposi di insegnare specificatamente il concetto di ki nell’Aikikai. Pensavo che continuando semplicemente a praticare tecniche muovendosi avanti e indietro su una superficie piana non sarebbe risultato in Aikido, perché l’Aikido è basato sul ki. Ho suggerito al signor Osawa la creazione di una lezione sul ki e di far sì che le persone vi studiassero come base per il loro Aikido. Egli respinse l’idea in nome dell’Aikikai, dicendo che l’Aikido dell’Aikikai era l’Aikido di Kisshomaru, e che pertanto gli insegnamenti di Kisshomaru avrebbero dovuto costituire il nucleo dell’allenamento. Capii che non c’era spazio per me per insegnare in quell’ambiente e chiesi se sarebbe stato possibile per me di perseguire il mio suggerimento al di fuori del dojo. Mi dissero che andava bene, così uscii e creai una classe che non si concentrava sulle tecniche di Aikido, ma sull’insegnamento del ki.
Penso che il mio insegnamento del ki abbia contribuito molto alla crescita dell’Aikido. La semplice pratica delle tecniche di Aikido avanti e indietro per il tatami va bene per gli studenti e chi è giovane, ma le persone anziane con minore capacità di resistenza dopo un po’ tendono a smettere. I miei insegnamenti sul ki sono stati ben accolti da vari tipi di persone, compresi i gruppi di più alto livello di dirigenti d’azienda, manager e presidenti e gente del genere. Tuttavia, sia il signor Osawa che Kisshomaru vedevano quello che stavo facendo come qualcosa di rimosso dall’Aikido.
Negli Stati Uniti capivano quando mi riferivo all’Aikido con espressioni come “una questione di mente.” In Giappone, invece, l’Aikido era semplicemente Aikido, così decisi che fosse necessario stabilire il concetto di ki anche in Giappone.
Il signor Osawa era un uomo molto buono e ascoltava quello che avevo da dire. A quel tempo, però, stava facendo degli sforzi per sostenere Kisshomaru e cercò di impedire alla gente di partecipare alle mie lezioni.
Avevano rifiutato di farmi insegnare ki all’interno dell’Aikikai, ma mi avevano detto che ero libero di fare quello che mi è pareva all’esterno. Con questa convinzione iniziai le mie lezioni presso il Centro Olimpico. Esse si dimostrarono essere molto popolari ed entro tre mesi si erano iscritti un centinaio di allievi.  Quando ne sentì parlare, Osawa fu sorpreso  e venne a chiedermi se mi sarebbe interessato tenere una lezione all’interno della Aikikai! Ero molto irritato e gli dissi che pensavo che fosse un po’ tardi per questo.
Nessuna delle persone che veniva alla mia lezione di ki sapeva nulla di Aikido e non erano realmente interessati a impararlo, dato che non era quello che erano venuti a imparare. Questo non sarebbe successo se fossi stato in grado di creare dall’inizio una lezione sul ki per quelli dell’Aikikai. Data la posizione in cui si trovava, so che Osawa dovette rifiutare la mia richiesta, ma io penso che dentro a questo proposiito si sentisse sempre a disagio. Quando nel 1990 fu costruita la sede centrale della Ki no Kenkyukai (Ki Society) nella Prefettura di Tochigi, Osawa mi contattò privatamente e inviò anche un piccolo contributo.

Koichi Tohei negli USA negli anni settanta

Storie dalla Scena Aikidoistica del Dopoguerra 

PRANIN
Che tipo di persone entrò a far parte dell’Aikikai dopo la guerra?

TOHEI
Io ho insegnato a molte delle persone che adesso sono insegnanti… Tada, Arikawa, Yamaguchi, Okumura, Yamada, Chiba. Yamada ancora mi viene a trovare, di tanto in tanto.

PRANIN
Lei ha delle particolari storie di allenamento da ricordare da quel periodo?

TOHEI
Beh, niente di così interessante.
Una volta che mi ero preso una sbornia,  mi stavo allenando con Tamura, che ora è in Francia. Gli dissi: “Guarda, qualche volta ho intenzione di tirare duro, quindi fai attenzione”. Probabilmente doveva aver sottovalutato il mio consiglio, perché quando lo proiettai sfrecciò attraverso il dojo e ruppe il vetro della finestra con un braccio. Avrebbe dovuto solamente fermarsi, ma invece provò a tirare fuori immediatamente il braccio e finì per ferirsi sui bordi taglienti. Quando vidi cosa aveva fatto, mi arrabbiai e senza pensarci gli urlai addosso per non aver aspettato fino a quando non avesse potuto estrarre il braccio in modo sicuro. Me pentii subito e mi resi conto che era crudele urlare contro di lui in quel modo dopo che si era fatto male. Decisi allora di portarlo fuori per una notte brava in città quella sera.
Un’altra volta presi con me Tamura e Chiba per una dimostrazione in Hiratsuka. Perché questo avvenne durante l’occupazione militare americana, le dimostrazioni di arti marziali di quasi tutti gli stili erano ancora vietate. L’autorizzazione per una dimostrazione di Aikido invece era stata concessa, e noi tenemmo una dimostrazione davanti al comandante della guarnigione in quella zona. La nostra spiegazione del principio di non-competizione in Aikido fu ben accolto e sembrò trovare simpatia nel pubblico.
Durante la dimostrazione feci una tecnica in cui spazzai via i piedi di Chiba con un jo. Lui si sistemò da solo in modo da ricevere il mio movimento, ma io odio quando le persone fanno volutamente cadute inutili come queste, così gli dissi di smettere di fare cose inutili e lo proiettai a terra con tutte le mie forze. Si ribaltò completamente a testa in giù e atterrò quasi sulla sua testa. Per un momento temetti di avergli fatto qualcosa di terribile e fui sollevato nel vedere che in qualche modo era atterrato in sicurezza.
Una volta un mio allievo si iscrisse all’Aikikai e fu elogiato perchè era bravo nelle ukemi e spesso accompagnava il Maestro Ueshiba. Una volta lo presi come mio uke durante una manifestazione presso lo Hibiya Kokaido (sito della All Japan Aikido Demonstration nei primi anni prima che si iniziasse a usare il Budokan NdR), ma iniziò a cadere da solo anche prima che avessi proiettato. Allora gli ho detto: “Che diavolo stai facendo? Perché cadi ancora prima che ho cominciato a proiettarti!? Vattene!” Erano presenti un sacco di spettatori , e penso che furono tutti piuttosto sorpresi, ma è stata anche un’opportunità inattesa per loro per rendersi conto che le tecniche di Aikido non sono false o pre-arrangiate.
Quando avevo 49 anni anni feci un film didattico sull’Aikido in cui appaiono come miei uke aikidoka del calibro di Masando Sasaki e Seishiro Endo. Endo è apparso anche in un libro called Shinshin Toitsu Aikido che è per lo più immagini. Ho insegnato anche a gente come Saotome e Ichihashi, una volta o l’altra.

PRANIN
Ha qualche aneddoto interessante del periodo successivo alla sua uscita dall’Aikikai?

TOHEI
Circa dieci anni fa in Francia venne a trovarmi un gruppo di studenti di Tamura. A quanto pare Tamura pensava che, a causa della mia età, io probabilmente non potevo più fare Aikido e che stavo lavorando solo con il ki. Pare che essi fossero venuti a vedere con i propri occhi se ciò fosse vero, e credo anche per avere un assaggio di un decimo dan di Aikido. Ho scelto otto o nove di loro e li mi feci attaccare nel randori. Tornarono a casa dicendo: “Beh, sembrerebbe che Tamura si fosse sbagliato!”

Tohei a Ki no Sato nella Prefettura di Tochigi, 1995

Iluminazione da una singola dichiarazione di Nakamura Tempu 

PRANIN
In che modo il suo Shinshin Toitsu Aikido è diverso da quello del Fondatore Morihei Ueshiba?

TOHEI
Quando sono andato alle Hawaii e ho cercato di utilizzare le tecniche che avevo imparato da Ueshiba Sensei, ho scoperto che molte erano inefficaci. Ciò che Sensei diceva e quello che faceva erano due cose diverse. Ad esempio, nonostante il fatto che lui era molto rilassato, diceva ai suoi allievi di fare tecniche taglienti, potenti. Quando sono arrivato alle Hawaii, tuttavia, c’erano dappertutto ragazzi forti come Akebono e Konishiki. Non c’era proprio nessun modo di usare la forza la potenza fisica per prevalere contro il loro tipo di forza.
Quando uno è saldamente bloccato o controllato, le parti del suo corpo che sono direttamente interessate semplicemente non possono muoversi. Tutto quello che puoi fare è iniziare un movimento con quelle parti che è possibile spostare, e l’unico modo per farlo con successo è il relax. Anche se il tuo avversario ti ha preso con tutte le sue forze, è ancora possibile mandarlo in volo se sei rilassato quando esegue la proiezione. Questo è qualcosa che ho vissuto in prima persona durante quel viaggio alle Hawaii, e quando tornai in Giappone e ripresi a osservare il  maestro Ueshiba, mi resi conto che egli effettivamente applicava le sue tecniche da uno stato molto rilassato.
Mentre ero con Ueshiba Sensei sono stato anche a studiare sotto Nakamura Tempu. Lui è stato il primo che mi ha insegnato che “la mente muove il corpo.” Quelle parole mi colpirono come un fulmine di energia elettrica e aprirono gli occhi all’intero regno dell’Aikido. Da quel momento ho cominciato a rielaborare tutte le mie tecniche di Aikido. Ho buttato via le tecniche che andavano contro la logica e selezionato e riorganizzato quelle che ritenevo fossero utilizzabili.
Ora il mio Aikido è composto per circa il trenta per cento delle tecniche del Maestro Ueshiba e il settanta per cento delle mie.
Probabilmente si può dire che è stato alle Hawaii dove ho fatto gran parte del mio apprendistato importante (shugyo). Il motivo originale per cui sono andato lì,  tra l’altro, è stato un invito del Nishikai, un gruppo dedicato al Metodo della Salute di Katsuzo Nishi . Le loro intenzioni, però, avevano qualcosa a che fare con il mettere a confronto le mie capacità nelle arti marziali e quelle di alcuni lottatori professionisti locali e con il ricavato della manifestazione costruire la loro sede centrale. Io di questo non ero a conoscenza fino a poco prima della mia partenza, quando era troppo tardi per rifiutare, così mi sono rassegnato e sono andato lo stesso.
Gli hawaiani erano abbastanza schietto nell’esprimere le loro prime impressioni di me. Hanno detto: “Accidenti, Sensei, sei giovane e carina, vero?” Allora gli dissero: “Accidenti, Sensei, sei abbastanza piccolo ….” Poi arrivato al punto e disse: “Maestro, sono Sei sicuro si può veramente fare? “Ho pensato che l’unica cosa da fare era mostrare loro cosa avrei potuto fare e far vedere loro per loro stessi. Dopo di che tutti gli artisti locali marziali e lottatori divenne miei studenti.

Gli hawaiani erano abbastanza schietti nell’esprimere le loro prime impressioni su di me. Mi dicevano: “Accidenti, Sensei, sei proprio giovane, eh?” Altri mi dissero: “Cavolo, Sensei, sei davvero un piccoletto…”
Poi arrivato al momento cruciale mi chiesero: “Maestro, sei davvero sicuro di potercela fare? “Ho pensato che l’unica cosa da fare era mostrare loro cosa avrei potuto fare e lasciare che vedessero con i loro occhi. Dopo di che tutti i praticanti di arti marziali e i lottatori locali divennero miei allievi. L’Aikikai Hawaii è stata fondato otto mesi dopo, e fui anche nominato capitano onorario a vita delle locali forze di polizia. Ueshiba Sensei non fu mai testato in quel modo in tutta la sua vita.

PRANIN
Vorremmo chiederle qualcosa a proposito delle tecniche di armi. Presso l’Aikikai Hombu Dojo ci sono alcuni Shihan che affermano che l’Aikido moderno non ha tecniche di armi. D’altra parte, ci sono insegnanti come Morihiro Saito che integrano queste con l’insegnamento delle tecniche a mani nude (taijutsu). Secondo lei le tecniche di armi sono parte dell’Aikido o no?

TOHEI
Dire non ci sono tecniche con le armi in Aikido è ridicolo. La gente dice così perché non le conoscono. Vieni a vedere quello che facciamo con le armi presso la Ki society. Inoltre c’è anche tutto sul nostro video didattico. Che l’Aikido abbia tecniche di armi è solo buon senso, ed è un peccato che la gente debba dire il contrario. Mi chiedo, devo andare io laggiù e insegnargli? Yoshio Sugino (Dojo-cho della sezione Aikikai di Kawasaki e decimo dan di Katori Shinto Ryu) una volta partecipò ad una delle nostre prove di allenamento fisico. Vedendo le tecniche di armi dei nostri studenti, li lodò: “Vedo che hai decine di aspiranti O-Sensei qui.”

PRANIN
Tohei Sensei, la ringrazio per averci concesso così tanto tempo per parlare con noi.

Chi e’ Stanley Pranin
Iscriviti ad Aikido Journal 

Leggi la Prima Parte dell’Intervista

Copyright Stanley Pranin © 1996-2011
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su

http://www.aikidojournal.com/article?articleID=93&highlight=tohei+koichi
 

Intervista a Koichi Tohei – Parte 1


Koichi Tohei Sensei

Koichi Tohei Sensei

Con questo articolo Aikido Italia Network avvia una prestigiosa collaborazione con il piu’ famoso sito web al mondo per quanto concerne l’Aikido, quell’Aikido Journal diretto dal mitico Stanley Pranin, che ha accettato una collaborazione/scambio con il nostro blog, aprendo per noi i suoi sconfinati archivi che contengono materiale di altissima qualità, data la storia personale e le connessioni di Stanley. Iniziamo a scavare tra i tesori di cultura aikidoistica di Aikido Journal riproponendovi una intervista dell’11 luglio 1995, mai pubblicata prima in italiano, con il compianto Koichi Tohei Sensei, recentemente scomparso

di STANLEY PRANIN

L’Aikido è cresciuto in modo esplosivo dalla seconda guerra mondiale in poi. Koichi Tohei, un notevole contributore di questo sviluppo, è forse uno di quelli più qualificati a parlare della storia dell’aikido. La maggior parte degli Shihan di Aikido (anche 7 ° dan e oltre) attivi oggi  nel mondo hanno avuto come insegnante, in un momento o in un altro, Tohei.

Sentendo fortemente che le future generazioni dovessero decidere del proprio destino, Tohei ha scelto di parlare molto poco nel corso degli anni. Alla fine, a condizione che noi si rappresenti le attività della sua organizzazione e il suo pensiero così come sono, Tohei Sensei ha finalmente acconsentito a questa intervista esclusiva con l’Aikido Journal. Essendo l’unico allievo di Morihei Ueshiba che ha ufficialmente ricevuto il 10 Dan, ed essendo una figura di importanza centrale nel mondo dell’Aikido del dopoguerra, Tohei ha colto l’occasione di parlare francamente con noi sulle sue opinioni ed esperienze.

I Principi del Cielo e della Terra e il Mio Approccio alla Vita
PRANIN
Sensei, ci parli del suo approccio all’Aikido.

TOHEI
Nel momento in cui stiamo per entrare nel ventunesimo secolo, il mondo in cui viviamo è sempre più relativo. dato che c’è un davanti, c’è anche un dietro. Siccome vi è un su, vi è anche un giù. All’interno di questo mondo relativistico, nulla è assoluto nella sua correttezza. Non è possibile, per esempio, che nord sia corretto mentre a sud non lo è. Entrambi sono semplicemente “fatti”.
L’unico modo sicuro di essere assolutamente corretto è quello di evitare di essere presi nel vortice di questi cosiddetti fatti del mondo relativistico e invece essere in accordo con i principi assoluti del Cielo e della Terra. Quando si tratta di criteri di giudizio, ciò che è in accordo con i principi del Cielo e della Terra è corretto, mentre ciò che non è non è corretto.
Un’azione decisiva nasce da una comprensione di ciò che è in accordo con i principi del Cielo e della Terra. Una mancanza di questa comprensione porta ad uno “sforzo irragionevole”, o Muri, il significato letterale del quale è “mancanza di principio”, e dovrebbe essere evitato. Questo è sempre stato il mio modo di pensare e la ragione per cui ho evitato scrupolosamente di agire in modi che coinvolgano questo sforzo irragionevole o che vadano contro questi principi.
L’Aikido è essenzialmente un percorso per essere in accordo con il ki del Cielo e della Terra. Molti di coloro che sono coinvolti nel budo, tuttavia, tendono a parlare di cose che sono illogiche e coinvolgono sforzo irragionevole, cose che sono impossibili. Il mio modo di vivere, invece, è quello di evitare di fare tutto ciò che non è in accordo con il principio.

Mito e realtà: Quello che ho imparato dal Maestro Morihei

Tohei in Hawaii, circa 1953

Tohei in Hawaii, circa 1953


PRANIN
Qual è stata la cosa più importante che ha imparato da Morihei Ueshiba?

TOHEI
Di questi tempi il modo in cui la gente parla di ki  per lo più tende verso l’occultismo, ma voglio dire che non io ho mai fatto niente che neanche lontanamente coinvolgesse l’occulto. Molto di ciò di cui Ueshiba Sensei ha parlato, d’altra parte, suona come occulto.
In ogni caso, io cominciai a studiare Aikido perché avevo visto come il Maestro Ueshiba avesse veramente imparato a padroneggiare l’arte del rilassamento. Era perché era rilassato, infatti, il motivo per cui poteva generare tanta potenza. Diventai suo allievo con l’intenzione di apprendere questo da lui. A essere onesti, non ho mai ascoltato la maggior parte delle altre cose che diceva.
Le storie a proposito di Ueshiba Sensei che si muoveva alla velocità della luce o che sradicava pini da terra roteandoli poi in aria tutto intorno sono tutte storie, appunto. Ho sempre invitato gli aikidoisti ad evitare di scrivere cose del genere. Purtroppo molte persone non sembrano ascoltare. Invece, si limitano a ridurre le dimensioni del pino della storia da un colosso di albero ad uno di una sola decina di centimetri di diametro. In realtà, è piuttosto difficile estrarre dal suolo anche una singola radice di bardana, quindi come sarebbe mai possibile che qualcuno possa sradicare un albero di pino con un tronco di dieci centimetri, soprattutto quando questo è sorretto dal suo intero sistema di radici? Queste cose non sono altro che esagerazioni del genere spesso usato dai cantastorie di altri tempi.
Le storie poi sono diventate alquanto incredibili da quando Ueshiba è morto, e ora c’è gente che va raccontando che si spostava istantaneamente e ricompariva improvvisamente ad un chilometro di distanza e sciocchezze simili. Io sono stato a lungo con Ueshiba Sensei e posso dire che non possedeva poteri soprannaturali.

PRANIN
Sensei, lei sembra in ottima salute per un uomo che sta per compiere settantasei anni. È sempre stato così?

TOHEI
In realtà, da bambino ero piuttosto fragile. Mio padre disse che dovevo diventare più forte e mi ha fatto iniziare Judo, con il quale aveva connessioni presso la Keio University. Mi allenai duramente e alla fine diventai più forte, ma dopo essere entrato nel programma pre-college alla Keio un attacco di pleurite mi costrinse a prendere un anno sabbatico. La forza che avevo guadagnato con tanta fatica improvvisamente iniziò a sparire di nuovo.
Incapace di sopportare il pensiero di perdere quello che avevo lavorato tanto per guadagnare, Sostituii il Judo con altre forme di allenamento, come lo zazen (sedute di meditazione Zen) e il misogi (purificazione). Giurai che non avrei permesso che la mia forza si deteriorasse nuovamente anche se questo mi avesse portato alla morte. Preoccuparmi per la mia salute e vivere come un mezzo invalido non sarebbero serviti a nulla per aiutarmi nel mio recupero, per cui ho semplicemente detto “al diavolo, tanto vale che mi butto nell’allenamento, anche se mi ammazza. Anche l’Aikido faceva parte di quell’allenamento. Mi sono concentrato sul potenziare la mia forza, e ad un certo punto i raggi X mostrarono che la pleurite era del tutto scomparsa. Sorprendentemente, ero guarito.
Anche se le mie idee erano ancora alquanto vaghe in quel momento, ebbi la sensazione che la mia mente e il mio spirito (Kokoro) avessero motivato il mio corpo. Capii che il modo in cui si mantiene la propria mente è importante. La malattia fisica è ok (anche se non auspicabile), ma è inaccettabile consentire che la malattia si estenda alla propria mente o ki.
In giapponese, quando il corpo funziona a dovere in quale che sia modo, noi chiamiamo questo yamai, o byo, che significa semplicemente “malattia”, ma quando il malfunzionamento si estende anche al ki, lo chiamiamo byoki. Quindi, anche se il mio corpo può essere afflitto da una qualche malattia, non devo permettere che essa si estenda al mio ki. Se la mente è sana, il corpo la seguirà.
Dopo la mia guarigione sono tornato al mio club di Judo, ma io non riuscivo a riprendere l’allenamento con l’entusiasmo precedente. Uno dei motivi è che il Judo sottolinea inevitabilmente l’allenamento fisico del corpo prima di passare alle questioni della mente. Continuavo a pensare che era la mente a muovere il corpo, e che qualsiasi cosa si pensasse nella propria mente, si dovrebbe essere in grado di farla con il corpo.
Inoltre, essendo stato lontano dal Judo per quasi due anni, nel momento in cui ricevetti il mio secondo dan, tutti gli altri avevano già conseguito il quarto o quinto dan. Persino molti dei terzi dan avevano progredito così tanto da potermi facilmente proiettare a loro piacimento. Questo non fu particolarmente interessante e neppure molto divertente.
Nella speranza di rinforzarmi, andai a casa e iniziai a tirare leggeri calci contro i pilastri di sostegno dell’edificio. Dopo averlo fatto un paio di migliaia di volte al giorno, però, i muri cominciarono a crollare. Mia sorella maggiore non fu molto contento di questo e mi mandò a praticare fuori in giardino, invece. Dopo alcune settimane riuscii così ad ottenere di muovere i piedi con la stessa agilità e destrezza delle mie mani. Tornai al dojo e mi scoprii in grado di proiettare chiunque.

L’incontro con Ueshiba Morihei

Tohei con il Fondatore nel 1953 (da "Aikido: The Arts of Self-Defense")

Tohei con il Fondatore nel 1953 (da "Aikido: The Arts of Self-Defense")


PRANIN
Quando entrò a far parte dello Ueshiba Dojo ?

TOHEI
Penso che sia stato nel 1940. Kisaburo Osawa arrivò circa una settimana dopo. Avevo pensato che fosse un brutto segno se dopo essermi allenato da solo per un paio di settimane ero stato in grado di tornare e atterrare tutti nel dojo di Judo. ”Perché perdere tempo con un’arte marziale del genere?” pensai. E’ stato allora che ho incontrato il Maestro Ueshiba. Shohei Mori, uno degli allievi anziani del club di Judo che aveva lavorato con le Ferrovie della Manciuria, mi aveva parlato di un insegnante dotato di una forza fenomenale e mi aveva chiesto se mi sarebbe piaciuto incontrarlo. Mi dette una lettera di presentazione e io andai.
Quando arrivai al dojo,  Ueshiba Sensei era fuori e venni ricevuto da un uchideshi chiamato Matsumoto. Gli chiesi di spiegarmi cosa fosse l’Aikido. Egli rispose: “Dammi la mano e ti faccio vedere.” Sapevo che avrebbe fatto qualche mossa su di me, così tirai fuori la mano sinistra al posto della mia destra. Essendo destrimane, volevo tenere la mia mano più forte di riserva. Mi afferrò il polso e mi fece un potente nikyo. Io non aveva rafforzato quella parte del mio corpo per nulla, così fu straziante. Sono sicuro di essere sbiancato, ma non avevo intenzione di lasciarlo prevalere su di me, così sopportai il dolore fino a quando potei. Poi gli detti un pugno con la mano destra e lui si scompose e mi lasciò andare.
Stavo iniziando a pensare che se questo era l’Aikido potevo anche dimenticarmelo e tornare a casa. Prprio allora ritornò il Maestro Ueshiba. Gli mostrai la mia lettera di presentazione e lui disse: “Ah, sì, dal signor Mori …” Poi, come dimostrazione, iniziò a proiettare uno degli uchideshi di più grande statura in giro per il dojo.
La mia impressione fu che fosse tutto falso,  fino a quando Ueshiba Sensei mi disse di togliermi il cappotto e attaccarlo. Assunsi una guardia di Judo e si mossi per afferrarlo. Con mia grande sorpresa, mi proiettò con tale morbidezza e velocità che non riuscii neppure a capire cosa fosse successo. Capii immediatamente che questo era quello che volevo fare. Chiesi subito il permesso di iscrivermi e dalla mattina seguente cominciai andare al dojo ogni giorno.
Scoprii che l’allenamento era molto strano e misterioso, e morivo dalla voglia di sapere come si facevano le tecniche. Quando qualcuno usa la forza fisica per proiettarti, c’è sempre qualcosa che puoi fare per reagire o contrattaccare. Ma è una storia diversa quando la persona non fa nulla in particolare, e tu finisci comunque proiettato. Pensai: “Wow, this is the real thing!

All’inizio non avevo idea di quello che stava succedendo. Anche gli studenti di scuola secondaria riuscivano a buttarmi a terra senza problemi. Trovando che questo fosse piuttosto strano, io cercavo di afferrarli con ancora maggiore forza, ma ovviamente venivo proiettato ancora più facilmente.
Nello stesso periodo stavo continuando il mio allenamento presso la Ichikukai [vedi l'intervista con Hiroshi Tada in AJ101 per ulteriori informazioni, NdR]. Diverse volte rimanevo durante la notte a praticare zazen e misogi. La pratica era focalizzata sulla realizzazione di una sorta di stato di illuminazione in cui il corpo e la mente diventano totalmente senza condizionamenti. Era estenuante, e dopo andavo di corsa all’allenamento di Aikido, già stanco morto. Con mia sorpresa scoprii che in quella condizione, la gente che prima poteva sempre proiettarmi era completamente incapace di farlo! D’altra parte io riuscivo a proiettare loro senza molta fatica. Tutti pensavano che fosse strano e continuavano a dire cose come: “Come è la storia con Tohei? Lui salta la pratica e torna più forte che mai! “
E’ molto più difficile per chiunque proiettarvi se lasciate andare la forza fisica, e diventa anche molto più facile buttare a terra il vostro avversario. Pensai a  Ueshiba Sensei e mi resi conto che era veramente rilassato quando faceva il suo Aikido. E’ stato allora che ho improvvisamente capito il vero significato di “relax”.
Il mio Aikido continuò a progredire mentre io continuavo con il mio misogi e zazen. Dopo circa sei mesi fui inviato a insegnare in posti come l’accademia di polizia militare a Nakano e la scuola privata (Juku) di Shumei Okawa. A parte Ueshiba Sensei nessuno  riusciva ad atterrarmi. Mi ci volle solo un anno e mezzo per essere in grado di raggiungere quel grado di abilità, quindi penso che quando ci vogliono cinque o dieci anni è troppo lento.
Anche oggi molte persone si impegnano più che possono ad imparare le tecniche, mentre io fin dall’inizio mi dedicai a imparare il ki.

Fine della Prima Parte
Leggi la Seconda Parte 

Profilo di Koichi Tohei

Nato 1920 a Tokyo, si trasferì giovanissimo nella Prefettura di Tochigi, dove ha trascorso la sua giovinezza. Il suo precario stato di salute durante l’infanzia lo costrinse a visitare l’ospedale di frequente. Su insistenza del padre, iniziò a fare judo. Dopo essere riuscito a rinforzare il suo corpo, a quindici anni fu promosso cintura nera e a sedici anni entrò a far parte del programma preparatorio della Keio University. Continuò a praticare judo con entusiasmo, ma contrasse una pleurite a causa dell’eccessivo allenamento e fu costretto a ritirarsi dalla scuola per un anno. Durante questo periodo si dedicò alla auto-formazione attraverso misogi kokyuho, Zen e altri tipi di disciplina.
A 19 anni incontrò Morihei Ueshiba e divenne suo allievo. Nel breve volgere di un anno e mezzo diventò rappresentante del fondatore (Dairi) e, non avendo ancora ricevuto alcun grado ufficiale in aikido, fu inviato a insegnare presso l’Accademia di Polizia di Nakano e la scuola privata di Shumei Okawa.
A 23 anni fu richiamato in servizio militare sotto il fuoco nemico imparò il segreto di dirigere il ki in un unico punto nel basso addome (seika no Itten). Tra il 1953 e il 1971 visitò gli Stati Uniti in quindici occasioni, insegnando e diffondendo l’Aikido e i principi del ki. Tohei ricevette il decimo dan di Aikido nel 1969. Ha lavorato come Direttore degli Shihan (Shihan Bucho) e Direttore (Riji) dell’Aikikai fino a quando lasciò l’organizzazione nel 1974.
Tohei fondò la Ki Society (Ki no Kenkyukai) nel 1971 (riconosciuta come organizzazione non-profit nel 1977), che egli ha presieduto fino alla sua morte, avvenuta nel mese di maggio di quest anno. La Ki Society è l’unica organizzazione in Giappone specializzata nell’allenamento del ki ad aver ottenuto il riconoscimento come organizzazione senza scopo di lucro da parte del Ministero del Pubblic Welfare.

Chi e’ Stanley Pranin
Iscriviti ad Aikido Journal 

Copyright Stanley Pranin © 1996-2011
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su

http://www.aikidojournal.com/article?articleID=93&highlight=tohei+koichi
 

Mio Nonno Morihei Ueshiba


Moriteru e Morihei Ueshiba

Il seguente nostalgico e affettuoso ricordo del Fondatore da parte di Moriteru Ueshiba, oggi Aikido Doshu, fu pubblicato nel 1983 su The Aikido, il giornale dell’Hombu Dojo in occasione del centenario della nascita del Fondatore Ueshiba Morihei

di MORITERU UESHIBA

Questo e’ un anno speciale per tutti noi che pratichiamo l’Aikido, perché marca il centesimo anniversario della nascita del Fondatore Ueshiba Morihei.
Vorrei ora raccontarvi alcuni aneddoti su di lui, visto dal mio quasi unico punto di vista.
Ogni volta che penso al Fondato­re, mi viene in mente Iwama nella prefettura di Ibaraki. O’Sensei e mia nonna si erano trasferiti in questa piccola città: dopo la guerra, il Fondatore si stabili’ li’ per sviluppare la Via in un ambiente a contatto con la natura, ove fosse possibile praticare all’aperto.
Solitamente passavo fuori in campagna con i miei nonni l’estate e le vacanze scolastiche invernali. Il sentiero per l’Aiki Jinja (Tempio dell’Aiki) era fiancheggiato da alberi di ciliegio; attorno al dojo si alzavano numerosi alberi di castagno: tutto contribuiva a dare al luogo l’atmosfera ideale per il keiko.
Da ragazzo, una delle cose che veramente non vedevo l’ora di fare era viaggiare in treno verso Iwama, tra i campi che si estendevano verso le alte cime del Monte Atago e i boschi all’in­torno. A volte mi svegliavo solo poco prima di Iwama al suono della sirena e alla voce del conducente che annunciava la fermata.
Mi ricordo di un giorno in cui stavo giocando nelle vicinanze dell’Aiki Jinja assieme ad alcuni studenti del posto: uno di noi ruppe un ramo di ciliegio in fiore. O’Sensei, che stava passando nei pressi, non rimproverò il giovane, anzi,  sorrise e gli disse: «Non ti preoccupare! Non l’hai mica fatto apposta…». Sarebbe stato normale che si arrabbiasse, ma quando dimostrò di non esserlo, il mio amico si senti’ quasi imbarazzato. La gentilezza del Fondatore in quel frangente mi rimase impressa.
In un’altra occasione, durante le feste di Capodanno, gli allievi giovani si accingevano a preparasi per pestare i mochi (dolci di riso). Normalmente per questo lavoro si utilizzava una grossa pietra, ma avevano problemi a tirarla fuori dal magazzino. O’Sensei li stava osservando da una parte: sebbene avesse ormai superato abbondantemente i 70 anni di eta’, la sollevò e la spostò con grande facilita.

O' Sensei nel bosco intorno a Iwama

Ovviamente avevo gia’ sentito raccontare da molte persone della straordinaria forza del Fondatore, ma sperimentarla nella realtà impressionò profondamente la mia giovane mente.
Intorno alla metà degli anni ’50, grazie agli sforzi dell’attuale Doshu (Kisshomaru, 1921–1999, NdR), l’Aikido cominciò a diffondersi in parecchie regioni del Giappone e aprirono i primi club universitari. O’Sensei allora prese a trascorrere circa 15 giorni al mese a Tokyo. Quando era  Tokyo, gli piaceva vedere i programmi sui Samurai in televisione. Ricordo che mi chiamava, chiedendomi: «Moriteru, c’e’ qualcosa di bello da vedere stasera?», e mi lasciava vedere la televisione con lui, nella sua camera. Come potete vedere, per suo nipote il Fondatore era un uomo affettuoso e perfettamente normale, anche se nel Dojo i suoi allievi si trovavano di fronte un maestro estremamente severo, soprattutto per quanta riguardava il reishiki. Se qualcuno trascurava di seguire l’esatta etichetta, O’Sensei si arrabbiava moltissimo. In quei momenti, anche se io ero piccolo, mi era difficile avvicinarlo.
Negli anni sessanta il duro lavoro del Doshu fu di diffondere l’Aikido quasi ovunque qui in Giappone e poi all’estero, creando club e federazioni organizzati come succursali dell’Aikikai Hombu Dojo distaccati.
Intorno al 1950, quando l’Aikido internazionale era appena agli albori, il Doshu formò degli allievi con cui sono cresciuto e diventato adulto. Du­rante questo periodo si usava organizzare ogni estate una dimostrazione nazionale , un evento questo che aveva lo scopo di riflettere la crescita dell’arte del Fondatore. Alla fine di ogni anno poi, l’ultimo appuntamento era costituito da un discorso e da un embukai da parte di O’Sensei.  Le parole del Fondatore piacevano a tutti quelli che lo ascoltavano ed io ne ero sempre affascinato. La ragione di questo apprezzamento inoltre non si limitava solamente alle sue tecniche in quanto tali, ma anche al fatto che esse rappresentavano quasi la materializzazione di una lunga vita spesa in continuo allenamento (shugyo): ciò sembrava sgorgare, fluire, riempiva la sala con una meravigliosa e pervadente energia. Era la vera Via dell’Aiki che noi seguiamo.
Dopo aver iniziato le scuole superiori, presi ad accompagnare O’Sensei nei suoi viaggi. Du­rante questo tempo trascorso insieme, mi resi conto che era un uomo cui talvolta era difficile stare vicino; tuttavia, spesso era calmo e tranquillo. Ora capisco, ripensandoci, che io sono quel che sono grazie al Fondatore.
Nel 1968 venne costruito l’attuale Hombu Dojo al posto del vecchio edificio in legno del 1930, poi nell’Aprile del 1969 il Fondatore mori’. A tanti anni di distanza, a volte mi chiedo che cosa mi piaceva del Fon­datore. Come avete visto dai miei racconti, in quell’uomo c’erano aspetti diversi: nonno affettuoso,  maestro severo. Tuttavia, per concludere egli fu l’uomo che costruì lo spirito dell’Aikido, passando attraverso un regime di severa e austera disciplina.
Oggi il Doshu ha ereditato lo spirito dell’Aikido dal Fondatore e sta facendo diffondere quest’arte in Giappone e in tutto il resto del mondo. Io sono profondamente grato al Doshu, perche sento in lui una sempre rinnovata dedizione all’insegnamento dello spirito dell’Aikido e un ancora maggiore impegno per lo sviluppo e la divulgazione di quest’arte.

Tratto da The AIKIDO n. 2° anno 1983
Traduzione dall’inglese di Simone Chierchini

Giorgio Veneri: My Point of View on Traditional Aikido


Veneri Sensei

Giorgio Veneri in Enniskillen, Irlanda del Nord (1997)

The following is a transcript of an interview by Simone Chierchini, with one of the greatest European Aikido teachers of all time, Giorgio Veneri, taped after his seminar in Enniskillen, Northern Ireland in 1998. In this interview Veneri Sensei airs his disdain towards those who claim to be the true keepers of the Founder’s Aikido, claiming instead that Aikido is a living body, and therefore changeable, as Doshu Kisshomaru Ueshiba theorised

by SIMONE CHIERCHINI

CHIERCHINI
Two words, Traditional Aikido. Words that have been misused and abused by both the ignorant and the initiated. What is your point of view?

VENERI
If you use the word traditional, you want to stimulate reverence to a way of thinking in which the past is always better than the present. In regards to Aikido, I don’t really know what traditional Aikido means. I could repeat the words of Doshu Kisshomaru Ueshiba, ‘Aikido is a living organism and for this reason it transforms and improves’. O’Sensei’s direct pupils are few and all have their own interpretation of his teachings, but none of them can claim to practice the ‘true’ Aikido, since it would be impossible to copy another man’s feats. If I would have to choose someone to follow, it would be the Doshu, since he’s a direct descendant O’Sensei, but even his Aikido is different from that of his father. What I’m about to say now might create a bit of a scandal, but if you look at tapes recorded in the 1930’s and compare what you see to present day Aikido, you can easily see the changes brought over the years. I have to say it improved for the better.

CHIERCHINI
It seems to me to be difficult to use the term traditional when nothing is ‘fixed’. There are no katas (fixed forms) and O’Sensei himself refused to see his techniques as finished, constantly improving on himself. And I think it was O’Sensei’s idea that Aikido would have to continue on being developed, to keep it ‘modern’ and prevent it from going ‘stale’ or ‘rigid’.

VENERI
Most ‘Teachers’ didn’t put their teachings in writing, this was mainly done by the disciples, for later scrutiny or to exact reverence. For example, Jesus Christ didn’t put anything down in writing, what we know about him and his teachings is from the New Testament and has been written years after his death. These writings have afterward been interpreted and edited by various religions, distorting his words and teachings to the level that it is hard to know what Jesus was really like. If the art of Aikido is to stay vital it has to change. I have the impression that the Aikido techniques practiced today are more sophisticated, elegant and graceful. I do not use the word ‘effective’ since to me that is of little importance, but it is more effective then when I started my practice.

Giorgio Veneri

"The main developer of Aikido has been Doshu Kisshomaru Ueshiba"

CHIERCHINI
To recapitulate, we could say that the Aikido we practice now is rooted in O’Sensei’s teachings, but has evolved over three generations of hard working Aikido practitioners.

VENERI
That’s true. There has been three generations of aikidoka, the first being the students of the pre-war era, most of whom are gone now. The second generation is the post war one. Most of these teachers are sixty to seventy years old. About the third generation we have to make a distinction between the Japanese, who are in their late forties, and the foreign sensei, like myself, who are in their late sixties. This generation will be crucial for Aikido in the coming years.

CHIERCHINI
We could say to those who talk about traditional Aikido that they are making a fundamental mistake in believing Aikido to be finished. The ideas of harmony and peace were actually developed quite late by O’Sensei and have been polished by Doshu Kisshomaru Ueshiba.

VENERI
Actually, the main developer of Aikido has been Doshu Kisshomaru Ueshiba, like the originator of Christianity wasn’t Jesus, but Saint Paul. Doshu Kisshomaru Ueshiba has been the organiser, the one who canonised the forms and gave Aikido meaning and direction.

CHIERCHINI
We should also remember that Doshu Kisshomaru was responsible for spreading Aikido around the world. We probably wouldn’t be here talking about Aikido if it wasn’t for him.

VENERI
To truly understand O’Sensei’s teachings, we would’ve had to move to Japan, which wouldn’t have served us very well, because in his days most dojo were very strict on the admittance of Japanese students. For foreign students to enter any martial art dojo was close to impossible.

CHIERCHINI
When I hear people talk about Aikido, they always refer to O’Sensei as being principal in its development, with the Doshu as a secondary mover, an obscure figure. Some of them even bad mouth him as being not of the stature of his father. How do you relate to this?

VENERI
O’Sensei created Aikido, and as the originator he left us an idea. He didn’t explain much and, while he left writings on the spiritual part, he didn’t put down much about the Aikido techniques. Doshu Kisshomaru Ueshiba task was to expound on this idea. To do so, his life was devoted to the work of his father, rendering him unable to step out of the shade of that giant. He also was the recipient of criticisms on Aikido people wouldn’t have dared utter to his father. Coming back to tradition, in about ten years there won’t be any direct pupils of O’Sensei left in the world. I’m talking about his real pupils, not the ones who followed three or four lessons. When they all are gone, anybody will be able to pretend to instruct ‘traditional’ Aikido, since there would be no one left to put a disclaimer on such an outrageous claim.

GIORGIO VENERI
Born in 1937 in Mantova (Italy), Giorgio Veneri began his career in Martial Arts studying Judo and earned his Shodan by Koike Sensei. In ‘63 he got a degree Mathematics. The following year he met Mr. Kawamukai, Aikido 3rd Dan Instructor and decided to join Aikido practice. In ‘65 he met Hiroshi Tada Sensei and fell in love with his vision of Aikido. Veneri became one of the first students of Tada Sensei in Italy and shared with his Master the pioneer era of Italian Aikido. In ‘67 Veneri organised first Tada Sensei’s European Course, and he has continued doing so until ‘95. Nidan in ‘70, Sandan in ‘74, Yondan in ‘79 and Godan in ‘86, Giorgio Veneri was appointed Rokudan in ‘94 by Aikido Doshu Kisshomaru Ueshiba, first Italian ever. He has been founding member of Italian Aikikai (1965), the European Aikido Federation (1976), and the International Aikido Federation (1977). Former Chairman of EAF (79-84), he has also been Chairman of IAF (84-94). He is member of the IAF’s Superior Council as well; this Council has the task to maintain Aikido in the true spiritual way taught by Morihei Ueshiba. In ‘84 he was appointed by EAF to spread Aikido in Eastern Europe and he committed himself to teaching in Hungary, Romania, Bulgaria, Poland, Czechoslovakia, Turkey, USSR (now Russia, Belarus, Ukraine, etc), South Africa, Ireland and Jordan. He passed away in March 2005.

Copyright Simone Chierchini ©1997-2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare

http://simonechierchini.wordpress.com/copyright/