
Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 1
Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 2
Alcuni anni prima di morire Saito Sensei mi disse che lui era convinto che io fossi una persona che per lui aveva fatto cose che nessun altro aveva fatto mai: io mi ero preso cura di lui e della sua famiglia.
Quindi decise di farmi un regalo speciale; io lo venni a sapere da un suo allievo che lo accompagnò diverse volte in Europa, Nakamura san, un carissimo amico, che mi disse: “Guarda, Saito Sensei ti sta facendo fare una katana forgiata seguendo le antiche usanze da uno degli ultimi tre katana makers che lavorano secondo il metodo tradizionale giapponese. Questa e’ una cosa unica Paolo ed e’ dimostrazione di enorme affetto.”
Arrivò il giorno che eravamo a Roma e durante un seminario Nakamura mi chiamò e chiese di recarmi nella stanza del Sensei, perché il dono era pronto e me lo voleva consegnare.
Emozionatissimo entrai nella sua stanza, presente Nakamura, feci il saluto e lui mi offri’ la spada, dicendo che era un dono dal cuore; io rimasi pietrificato e contemporaneamente mi commossi. Poi la aprì e mi spiegò come esaminarla, sbloccando l’habaki, poi estraendo il primo palmo di lama, poi tutta la spada, quindi esaminando il filo.
Dopo mi spiegò la storia della spada, mi disse da chi era stata forgiata e mi mostrò i documenti relativi. Per portare la spada in Italia era stata necessaria una pratica burocratica lunga oltre 5 mesi, perché dopo la seconda guerra mondiale, quando gli americani vincitori avevano spogliato il paese di molti tesori, il governo giapponese stabilì regole severissime che vietavano l’esportazione di katana originali. Saito Sensei dovette fare appello a tutte le sue conoscenze e pagare una notevole somma di denaro per riuscire a portare il mio dono all’estero.
Dopo mi fece vedere che aveva fatto rivestire la tsuka di pelle, anziché di seta, perché voleva che io la usassi per far vedere il suburi. Purtroppo questa e’ l’unica cosa in cui io non gli ho ubbidito, e qui Francesco mi guarda con rimpianto, perché all’idea di portare questa spada in giro per seminari, con il rischio che venga danneggiata o rubata, mi viene un mezzo attacco di cuore.
Una cosa che io non notai subito, e che lui da gran signore non mi fece notare, era l’importanza del mon inciso sulla tsuba della katana, il mon della famiglia Saito.
Lui non ne fece cenno, mi disse solamente come sguainarla, come pulirla, come riallacciarla una volta riposta. Me lo fece vedere una volta, poi disse: “Dozo!” e mi invitò a ripetere quello che avevo visto.
Io ci provai, ma ovviamente ero così emozionato che mi intrecciai subito come Fantozzi e lui si mise a ridere con la sua caratteristica potente risata.
A cose fatte, Nakamura san mi disse del simbolo della famiglia Saito sulla tsuba, quindi io corremmo in camera sua a vederlo; qui lui mi spiegò che questa era un cosa unica. Mi disse poi che il Fondatore aveva donato due spade a Saito Sensei, una katana e un wakizashi, mentre l’unica volta che Saito Sensei lo aveva fatto era per me.
Il fatto di aver messo il suo mon sulla tsuba significava nella cultura giapponese di avere una fiducia tale da affidare la propria vita, il proprio nome, al destinatario del dono.
L’ultima volta che vidi Saito Sensei vivo era un mese prima della sua morte. Era già oramai paralizzato dal collo in giù e stava in casa su letto elettrico con telecomando per farlo muovere ed evitare le piaghe da decubito.
Eravamo io e Ulf Evenas; lui ci aspettava, aveva addirittura fatto preparare la camera da letto di O’Sensei per noi due con futon e stufetta a kerosene. Ci ricevette nella sua stanza nella penombra, perché anche la luce gli dava fastidio.
Mi raccomandò di andare d’accordo con i suoi altri allievi, di rimanere vicino al Doshu, di cercare di essere un aiuto per l’Aikikai. Ci spiegò che in passato lui aveva avuto momenti anche molto difficili nei suoi rapporti con l’Aikikai, ma che in memoria di Morihei Ueshiba, il suo maestro, era sempre rimasto fedele alla dinastia Ueshiba e sempre lo sarebbe stato.
Mi chiese quindi di rimanere vicino al Doshu, di stare in armonia con lui e dare il mio aiuto al’Aikikai, di preservare l’insegnamento tradizionale di O’Sensei come lui aveva fatto tutta la vita e anche di emanare lo spirito di una vera famiglia.
Queste cose le chiese a me ed Ulf e io le presi come dei dogmi, come i veri comandamenti, tre invece di dieci.
Fra gli altri ricordi pieni di affetto, adesso voglio mostrarti la valigetta con il suo keikogi, hakama, cintura e altre cose che Saito Sensei lasciava qui nel mio dojo per quando viaggiava in Europa.
Sapendo che era l’ultima volta che lo vedevo vivo, gliela riportai in Giappone, ma lui disse che dovevo tenerla io.
Inoltre si fece portare due bokken identici, uno per me e uno per Ulf Evenas e disse che gli dispiaceva di non poterceli dare direttamente con le sue mani – lui, che era stato il simbolo del movimento perfetto era completamente paralizzato – e ci disse: “Fate si che questo si muova sempre come se lo usassi io.”
Fra tutti i simboli presenti nel mio dojo, questo e’ un simbolo importantissimo. La valigetta di Saito Sensei e’ adesso una reliquia; ha viaggiato per tantissimi anni in giro per l‘Europa e per il mondo, e io dietro come un cagnolino.
L’hakama e’ ancora come lui la piegò l’ultima volta e cosi’ rimarrà’ ad aeternum, l’hakama di un mito.
L’ultima reliquia che andiamo a vedere e’ una sorta di Graal.
E’ un jo che fu portato a me in dono da Saito Sensei nel 1986: questo e’ uno dei jo personali di Morihei Ueshiba, che era nella rastrelliera a est guardando il kamiza nel dojo di Iwama.
Questa rastrelliera oggi e’ stata rimossa, ma all’epoca c’erano ancora diversi jo che O’Sensei usava quotidianamente.
Saito Sensei in segno di affetto volle onorarmi di questo regalo; anche in questo caso mi disse di usarlo regolarmente per praticare, ma io ho paura a portarlo in giro, nel caso che venisse rubato, quindi lo uso solo qui nel mio Dojo.
Dopo che mi e’stato donato questo jo lo hanno toccato veramente in pochi, oltre a me e Francesco, ma sono felice che tu lo abbia fra le mani, come segno dell’istintivo affetto che nutro per te.
Quando impugno questo jo e’ un po’ come avere in mano una bacchetta magica: se uno non lo e’, ci diventa bravo, si muove da sé, come nell’apprendista stregone…
Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 1
Il Dojo Tradizionale di Paolo Corallini – Parte 2
Testo di Simone Chierchini
Foto di Simone Chierchini e Francesco Corallini
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