
Mi Chiamo Fuori…
Ci sono dei momenti nella vita in cui si ripensa alle proprie scelte, al lavoro fatto e ai risultati finora conseguiti. Alcuni sono contenti di trovarsi dove sono, altri non si pongono neppure la questione, certi sono scontenti ma cementati sul posto, pochi continuano a muoversi
di SIMONE CHIERCHINI
Tanto la mia uscita dall’Irlanda – sia come paese che come comunità aikidoistica -quanto il mio rientro in Italia nel mese di giugno 2009, sono stati per me eventi dalle profonde ripercussioni culturali e psicologiche.
Lasciando da parte i fatti personali e le turbative socio-generazionali, in Aikido, dopo quasi 15 anni in Irlanda, ho lasciato un paese cui ho dato tanto, ricevendone in cambio con il contagocce, fiero comunque del mio percorso. Una volta tornato a casa, nel Belpaese ho finito per trovarmi del tutto straniero nell’associazione che la mia famiglia ha contribuito a creare, forgiare, sviluppare e dirigere per circa tre decenni.
Quello che oggi e’ l’Aikikai d’Italia, il modo in cui e’ gestita, il sistema non-sistema di selezione della classe tecnico-dirigente, il suo metodo di insegnamento (quale?), l’arroganza miope dei vertici vecchi e nuovi, l’atmosfera generale da Ministero Bizantino dell’Aikido mi sono totalmente alieni.
Diversi amici e colleghi tra i piu’ illuminati con cui ho condiviso queste sensazioni mi hanno guardato un po’ sorpresi e mi hanno detto che questa associazione e’ sempre stata cosi’, che non ci sono stati cambiamenti significativi di alcun tipo nell’ultimo ventennio, se non l’invecchiamento di chi gestisce la struttura, con conseguente irrigidimento (tutt’altro che aikidoistico) dei suddetti e dei loro delegati. Quelle elencate sopra sono le caratteristiche da sempre in essere nella fibra che costituisce questo ente, dicono gli amici, quindi perche’ mi scaldo tanto?
Gia’ sento l’eco dei cosiddetti eminenti grigi dell’Aikikai d’Italia, dalle loro stanzette di consiglio, nelle quali hanno sviluppato una disponibilita’ allo scambio dialettico con chi non e’ d’accordo con loro inversamente proporzionale alla loro capacita’ di connettersi con gli insegnanti sul territorio, e riassumibile nel seguente: “Ma che vuole quel rompiscatole di Simone Chierchini? Perche’ non se ne e’ restato in Irlanda? Crede di poter parlare solo perche’ si chiama Chierchini? O tace o gli facciamo causa!”. Minaccia, questa, peraltro gia’ pervenutami in passato, per un articolo da niente, con lettera firmata dal Presidente dell’Aikikai d’Italia Franco Zoppi.

“State tranquilli: non voglio piu’ niente”
State tranquilli: non voglio piu’ niente. Non e’ mia intenzione, ne’ aspirazione, far perdere iscritti all’Aikikai d’Italia, “ledendone il buon nome”.
Da quando ho fondato questo blog mi sono sforzato al meglio delle mie capacita’ di seguire una linea omnicomprensiva, al di sopra delle barricate, seguendo un’ispirazione di stampo giornalistico anglo-sassone, parlando e facendo parlare tutti di tutto, in tono pacato, armonioso, e spero competente. Ho lasciato ai siti istituzionali delle varie associazioni la propaganda sulla bonta’ vera o presunta delle loro scelte tecnico-didattiche. Ho volutamente evitato che Aikido Italia Network si trasformasse nell’ennesimo blog in cui il saccente di turno parla sempre male di tutti, mentre ciascuno insulta tutti quelli che non la pensano come lui; questo anche a costo di bandire taluni dalle discussioni, a prescindere dal grado, facendomi cosi’ le ennesime inimicizie.
Dubito che qualcuno mi potra’ dare del fazioso, e in ogni caso io so di non esserlo e tanto mi basta.
Tornando a quel che si diceva sopra, la mia posizione e’ la seguente: le associazioni sono, per legge, comunioni di persone che hanno deciso di riunirsi per un fine comune. Se la gente continua a restare dentro all’Aikikai d’Italia, se essa e’ ancora di gran lunga la maggiore associazione di Aikido in Italia, significa che i suoi insegnanti aderenti sono felici di come vanno le cose al suo interno, e io faccio a tutti loro i miei migliori auguri per un prospero futuro nell’Aikido.
Purtroppo per me, invece, i miei di occhi sono cambiati. Da buon allievo che ha bene o male lavorato per oltre 40 anni sui tatami del Budo, la mia vista si e’ sviluppata, e il mio olfatto pure, e al mio ritorno dalla verde Irlanda ho sentito una clamorosa puzza di bruciato. Sono sicuro di non essere l’unico, fra gli insegnanti, ma magari la genetica mi ha dotato di un cuore piu’ grande, non facendomi capire cosa significhi aver paura; inoltre l’omerta’ nella mia personale religione e’ peccato mortale.
E come giornalista dell’Aikido, e uomo cui non e’ mai dispiaciuto di essere non allineato, per amore di informazione devo farvi partecipi di alcuni fatti.
L’Aikikai d’Italia fin dalla sua fondazione (parlo con cognizione di fatto, dato che uno con il mio cognome fra i soci fondatori c’era) e’ nata non per diffondere e sviluppare l’Aikido in Italia, ma per salvaguardare il lavoro di una sola persona, per difendere la sua particolarissima visione dell’Aikido, che non ha MAI avuto nulla a che fare con quella dell’Aikikai Hombu Dojo in generale, ne’ tanto meno con quella della scuola di Iwama.
Pensate che sono un eretico o che semplicemente sono impazzito?
Liberissimi di pensarlo; se vi disturba quello che dico smettete di leggere. Ricordatevi pero’ che sapere e’ potere, quindi, come ho fatto io, potete informarvi. Ci sono i documenti, le testimonianze scritte e le persone cui domandare. Chiedete. Allora vedrete chi e’ il pazzo…

Maestro e Allievo a Iwama
In Italia noi abbiamo fatto DA SEMPRE un Aikido che e’ frutto degli studi e delle interpretazioni personalissime di un super Shihan, ma pur sempre le sue, ripeto, lontane, assai lontane da quello che il Fondatore ha insegnato ogni giorno a Iwama per 26 anni a chi ha voluto esserci, per scelta, rimanendo accanto al proprio maestro, ogni giorno.
Morihei Ueshiba viveva a Iwama e li’ insegnava. A Tokyo ci andava se e quando poteva e di certo non vi ha mai insegnato quotidianamente dopo la fine della seconda guerra mondiale. Chiunque dica di essere un allievo diretto del Fondatore e abbia iniziato dopo il termine del conflitto non puo’ negare che l’unico vero allievo diretto di O’Sensei, l’unico che abbia praticato con lui ogni giorno per 26 anni, zappando inoltre i suoi cavoli nell’orto e ritrovandogli gli occhiali quando li perdeva in giro per il podere e’ Morihiro Saito Sensei.
Questo e’ un fatto storico innegabile.
Gli altri “allievi diretti” hanno visto il Fondatore se, quanto e quando hanno voluto, preferendo rimanere nella capitale a “gestire” l’enorme patrimonio marziale che continuava a scaturire quasi inesauribile da Morihei Ueshiba, riciclando i suoi insegnamenti a loro uso e consumo.
Gli scatti d’ira di O’Sensei all’Hombu Dojo sono rimasti leggendari; perche’ si arrabbiava cosi’ tanto? L’aria della capitale gli faceva salire la pressione sanguigna? O forse il maestro non era particolarmente contento di vedere cosa venisse insegnato a casa sua in sua assenza?
Comunque sia, il risultato di questa dicotomia fra cio’ che veniva insegnato dal Fondatore a Iwama e quello che di cio’ ne veniva fatto a Tokyo, e’ stato che oggi, in giro per il mondo, pochi fanno l’Aikido del Fondatore.
Infatti gli shihan successivamente delegati alla diffusione dell’Aikido da parte dell’Hombu Dojo – peraltro degli eroici missionari che hanno portato il verbo aikidoistico in giro per il mondo quando non interessava ancora a nessuno – hanno fatto il loro mestiere a meta’, e non perche’ non volessero fare del loro meglio, ma perche’ non erano ferrati o non hanno voluto utilizzare per motivi politici il metodo che O’Sensei insegnava quotidianamente nel dopo guerra. Il sistema di base per l’apprendimento dell’Aikido esisteva ed esiste, e’ li’, bello strutturato, a disposizione di chi vuole usarlo: e’ il sistema di Iwama, e lo ha progettato con cura maniacale Saito Sensei a casa e nel dojo del Fondatore, sotto il suo sguardo e con la sua approvazione. Ma nelle associazioni nazionali di derivazione Aikikai Hombu Dojo – come anche all’Hombu Dojo – non si insegna e non si e’ mai voluto insegnare. Il perche’ chiedetelo a loro.
Cosa si insegna al suo posto? Una vaporosa marmellata di seconda o terza mano di quello che lo shihan nazionale di riferimento ha ritenuto opportuno (o e’ stato capace di) insegnare. Ognuno poi nel suo dojo fa piu’ o meno come gli pare, quando gli pare e se gli pare. Che io sappia questa e’ l’unica arte marziale, o arte, in cui gli insegnanti non sanno esattamente cosa insegnare, ne’ quando.
Nelle lezioni di Aikido, anche di insegnanti titolati, si vede spesso l’equivalente di una mistura mal calibrata di un po’ di algebra, un tantino di Shakespeare e poi qualche esercizio per imparare a tracciare le lettere dell’alfabeto, a seconda di come l’insegnante si alza alla mattina. Sarebbe come se ogni maestro di scuola si arrogasse l’arbitrio di decidere se, come, cosa e quando insegnare ai poveri allievi. Per fortuna per questo esistono i programmi ministeriali.

Iwama Ryu Bukiwaza Mokuroku: il catalogo-certificazione delle armi dell’Aikido secondo Iwama
Nelle arti marziali giapponesi classiche esiste un programma di allenamento preciso e rigido e a nessuno verrebbe mai in mente di insegnare fuori dallo schema dato dalla scuola. Seguendo lo schema dato, generazioni di praticanti hanno avuto la possibilita’ di toccare i vertici dello scibile di quel campo, aggiungendo all’impasto il loro impegno indefesso e continuo, speso nella convinzione della bonta’ della tradizione della scuola medesima. Nel Katori Shinto Ryu lo fanno da diversi secoli, tanto per fare un esempio. Anche a Iwama il Fondatore seguiva un preciso schema didattico, rimanendo, almeno in questo, nel solco delle arti marziali classiche giapponesi.
A questo punto, a chi e’ curioso di natura raccomandiamo di dare un’occhiata al programma di una qualsiasi associazione che segua la linea di Saito Sensei per rendersi conto che, in termini di didattica, dalle nostre parti qualcosa e’ sempre stato assolutamente fuori posto.
Se poi si va a praticare assieme agli allievi di linea Saito, dato che non mordono e sono spesso nostri vicini di casa, amano l’Aikido come noi, e sono serissimi nella loro pratica (e inoltre tengono spesso seminari di altissimo livello dalle Alpi alla Sicilia), e’ anche possibile provare con mano la loro marzialita’, il loro rispetto assoluto per la tradizione dell’arte, la loro precisione tecnica, la loro minuta cura dei dettagli, la loro conoscenza esatta di cosa viene prima e di cosa viene dopo, cosa e’ base e cosa e’ avanzato e cosa e’ un non-necessario vaniloquio egocentrico dello shihan di turno.
Essi non trascorrono anni agitando in aria un jo nel pedissequo scimmiottamento dei movimenti “creati” dal capo, ma seguono un programma tecnico di armi sapientemente strutturato, che va da zero a un milione, contando ogni numero in mezzo e conoscendone l’esatto significato. E, guarda un po’, si tratta dell’Aikijo e Aikiken (Buki waza) del Fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba, del cui nome ci riempiamo spesso a vanvera la bocca.Io quanto racconto sopra l’ho fatto, e dopo un anno di risciacquar i panni in quel di Iwama, ho deciso che questo e’ l’Aikido che voglio fare e che avrei sempre voluto fare.
Mi ci sono voluti 39 anni di Aikikai per scoprire che esiste un sistema, elaborato dal piu’ diretto, autentico e fedele allievo del Fondatore Morirei Ueshiba, sotto la supervisione del Fondatore stesso, per imparare, sviluppare, comprendere e insegnare l’Aikido originale, ossia quello di chi l’ha concepito, e non quello rielaborato da qualche shihan che vide O’Sensei alla domenica per 3-4 anni.
Peggio per me. Potevo informarmi meglio.
Certo, la mia associazione madre non mi ha mai aiutato, dato che come a me, ha da sempre precluso a tutti i suoi iscritti la possibilita’ di praticare sotto Morihiro Saito Sensei o chiunque altro della sua linea, all’interno dell’Aikikai d’Italia.
Come? Aprite le orecchie, perche’ vi riferisco un altro fatto storico innegabile.
Mio padre, Danilo Chierchini, era presidente dell’Aikikai d’Italia quando nel 1984 Paolo Corallini venne a offrirgli su un piatto d’argento l’organizzazione del primo seminario italiano di Morihiro Saito, aggiungendo, come piccolo cadeaux, che lui si sarebbe sobbarcato le intere spese!
Il presidente dell’Aikikai d’Italia, Danilo Chierchini, il cui reale potere decisionale era zero, dopo aver sentito chi stava nella stanza dei bottoni, torno’ indietro e disse a Paolo Corallini “No, grazie. Non e’ possibile”.
Da li’ parti’ un muro di ostilita’ verso tutto quello che proveniva da Iwama via Osimo, un’ostilita’ che perdura con la stessa pervicacia a tutt’oggi: un maestro, a me altrimenti carissimo, incise su marmo il punto di vista dell’Aikikai d’Italia in proposito, scrivendo sulla rivista Aikido, all’epoca diretta dal sottoscritto, che Saito veniva in Italia a “pascolare nei prati altrui”.

Masakatsu Agatsu, la vera vittoria e’ quella su sé stessi
Anche se la storia ha poi vendicato Paolo Corallini, facendone il primo e unico –per ora- italiano ad aver ricevuto dal Doshu dell’Aikido Moriteru Ueshiba il 7 dan Aikikai (nonostante le potentissime obiezioni di quella stessa persona che siede nella stanza dei bottoni di cui sopra), 27 anni dopo, all’interno della comunita’ aikidoistica dell’Aikikai d’Italia i piu’ neppure sanno che cosa sia Iwama, dove sia e cosa rappresenti il suo patrimonio per l’Aikido. Non parliamone poi di lavorare assieme, andando ad apprendere alla sorgente.
Colpa loro, anche se potentemente aiutati nell’errore.
E’ sempre stato cosi’, a tutti i livelli, con una durezza che e’ il contrario del messaggio dell’Aikido: direttamente o indirettamente questa associazione si e’ sempre liberata di chiunque non abbia voluto seguire le orme del capo e dei suoi amici. Le associazioni “concorrenti” sono dirette nella maggior parte dei casi da fuoriusciti dell’Aikikai d’Italia, colpevoli di non pensarla sempre e solo come volevano i suddetti, e ingenui abbastanza da pensare che la dialettica assembleare potesse cambiare le cose. Alla fine si sono giustamente scocciati e se ne sono andati, quando non li hanno cacciati prima. Quanti presidenti dell’Aikikai d’Italia, a parte il corrente, sono ancora all’interno dell’associazione? Risposta: zero.
Chi e’ rimasto, e parlo di quelli che hanno diretto l’associazione sul campo, hanno ufficialmente e politicamente professato lealta’ al superiore, salvo poi – a parte rarissime eccezioni – insegnare tutto meno quello che lui proponeva come “sistema”.
Vista dall’esterno, con un occhio mediamente esperto, la situazione didattica dell’Aikikai d’Italia e’ un marasma assoluto in cui ognuno fa quello che gli pare e i piu’ si barcamenano assecondando i capetti di turno.
Io non ci saro’. Mi chiamo fuori.
Saro’ impegnato a studiare, e studiero’, per una volta, il sistema di Aikido piu’ vicino possibile a quello di chi l’Aikido l’ha creato. Per farlo, le circostanze mi obbligano a iscrivermi ad un’associazione diversa da quella cui quasi geneticamente mi sento legato. Pazienza. I miei amici e colleghi rimarranno tali, degli altri non mi curo.
Per rispetto alla mia coerenza intellettuale e morale, anche se dirigo e ho diretto uno stage o due in giro fin dal 1992, mi ritirero’ dall’insegnamento dell’Aikido al di fuori del mio dojo di Vasto, prendendomi un anno sabbatico, perche’ andare a insegnare quello che uno sta imparando non e’ moralmente corretto, oltre che professionalmente disonesto, anche se e’ una tra le pratiche piu’ diffuse tra i cosiddetti professionisti dell’Aikido di ogni grado e latitudine.
Questo e’ il motivo per cui io faccio Aikido, imparare e cercar di migliorare umanamente. Arroccarsi sui propri passati errori non e’ Aikido, ma piuttosto la sua negazione.
Copyright Simone Chierchini © 2011
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