Seminario: Hiroshi Tada a Roma


Stage Nazionale di Pasqua dell'Aikikai d'Italia

Stage Nazionale di Pasqua dell’Aikikai d’Italia

Stage Nazionale di Pasqua
Hiroshi Tada - Direttore Didattico dell’Aikikai d’Italia

30/31 Marzo-01 Aprile 2013

Roma, Italia
“Villa EUR”, P.le Marcellino Champagnat, 2

Organizzazione: Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese – Sez. Aikikai d’Italia

Informazioni: Segreteria Nazionale: 06-77208661

Quota di Partecipazione: Costo Totale 100€, un giorno 50€, solo Lunedì 30€

Programma degli Allenamenti: Sabato 30 marzo ore 09.00 Iscrizioni, 10.00 / 12.00 Lezione, 15.00 / 17.00 Lezione;
Domenica 31 marzo ore 09.00 Iscrizioni, 10.00 / 12.00 Lezione, 15.00 / 17.00 Lezione;
Lunedì 01 aprile ore 08.30 Iscrizioni, 09.00/ 11.00 Lezione, 11.30 Esami dan

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By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

 

Seminario: Hiroshi Tada a Roma


Una famosa foto d'archivio in cui il Fondatore fa "volare" Hiroshi Tada

Hiroshi Tada 9° Dan Aikikai Hombu Dojo
Direttore Tecnico Aikikai d’Italia

7-8-9 Aprile 2012

Roma, Italia
“VILLA EUR” P.le Marcellino Champagnat, 2

Informazioni: Segreteria Nazionale Aikikai d’Italia 06-77208661
Web www.aikikai.it

Quota di partecipazione: Intero stage € 100,00 – 1 giorno (sabato o domenica) € 50,00 - lunedì € 30,00

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By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Hideo Hirosawa, Sensei Illuminato o Fenomeno da Baraccone?


Hideo Hirosawa dimostra durante l'All Japan Aikido Demonstration

L’idea che ho del lavoro del cronista è quella che occorra fornire il resoconto più obbiettivo degli avvenimenti, in modo da consentire ad ognuno di apprendere e valutare secondo la propria inclinazione. So già che nel parlare del maestro Hirosawa, non mi sarà possibile, in quanto il mio sentire aleggerà inevitabilmente tra le cose che dico. Rinunciando consapevolmente ad una obbiettività dal sapore di positivismo scientifico, pur sforzandomi di attenermi ai fatti, quel che posso fare meglio è di serbarmi fedele a me stesso

di ANGELO ARMANO

La mia arte del resoconto potrà piacere o non piacere, ma sarò più che contento se indurrà a soffermarsi e a riflettere. Osimo, bella città delle Marche, nota per un famoso trattato internazionale, questa volta sede del seminar di Hideo Hirosawa, 7° dan da vent’anni, con mezzo secolo di pratica aikidoistica, nell’occasione di una prima volta all’estero nonchè di una “prima” di insegnamento pubblico di certi contenuti. Un nome citato tante volte, con rispetto e gratitudine: quello del maestro Hiroshi Tada, anche da parte di Hirosawa sensei. Avendo appreso in Giappone dell’invito fatto da Paolo Corallini a questo allievo diretto del Fondatore, lo ha voluto incontrare e, dopo avergli parlato, ha accolto con gentilezza la sua venuta in Italia. Dal suo ruolo di icona irripetibile dell’aikido mondiale, Tada shihan ha reso un servigio alla memoria del suo Maestro e all’arte a cui ha dedicato la vita, favorendo un inizio di divulgazione di certe peculiarità della pratica di Osensei anziano, espresse proprio quando lui era impegnato all’estero a tempo pieno, a costruire l’Aikikai d’Italia. Anche io voglio esprimergli la mia sentita personale gratitudine, in quanto i contenuti che ho avuto la fortuna di contattare, mi sono stati in qualche misura intellegibili proprio grazie agli insegnamenti ricevuti da Tada shihan.
Lo scopo che l’Aikido si propone, ha un disperato bisogno della cooperazione di “color che sanno”….e non aggiungo altro.
Hideo Hirosawa è stato per oltre dodici anni allievo diretto di Osensei, di cui molti come uchideshi nel dojo di Ibaragi. Alla morte di Ueshiba è rimasto in Iwama come un praticante qualsiasi, sotto la guida di Saito sensei (suo cognato); attualmente, tra i sempai che insegnano a Ibaragi, tiene il corso della Domenica, che è il più seguito. Fin dall’inizio ha concepito un amore assoluto per la pratica aikidoistica, a tal punto ideale da non volerla condizionare ad una capacità di guadagno; così si è scelto un lavoro, apparentemente uno qualsiasi, che non confliggesse col suo desiderio di ricerca in aikido.
Ho avuto la fortuna per tre giorni non solo di seguire i corsi, ma anche di alloggiare dove stava il maestro, di condividere con lui i pasti e il tempo libero. Ho trovato un uomo affabile e generoso, inesauribile nel comunicare e nel dare, senza riserve; lui stesso si descrive come mosso da un daimon, come se Morihei Ueshiba stesso lo stimolasse a rendere palesi certi contenuti.

Hideo Hirosawa presso il tempio Hattori Jingu

Hirosawa giovane, nel dojo di Ibaragi, è fin dall’inizio attratto da quegli aspetti immateriali dell’aikido di O’Sensei, da quelle “stranezze” apparentemente inspiegabili, che hanno contribuito a farne un personaggio mitico e hanno attratto tanta gente, curiosa e forse avida di
quei poteri, per il proprio successo personale. Quando Morihei consentiva domande, Hideo Hirosawa nel chiedere era candido e diretto come il suo Maestro, che sulle prime “lo mandava a quel paese” (per metterlo alla prova), ma poi, vista la perseveranza gli diceva: “Vai a preparare il te” e lo istruiva dopo l’allenamento, gettando i semi di una pratica, a cui il nostro è stato ed è tuttora sempre fedele.
Immagino, per chi non ha visto, una irrompente curiosità di conoscere in che cosa consista questa “pratica speciale”. Il modo in cui Hirosawa ce ne ha resi partecipi, la sua comunicazione aperta, enfatizza il “niente di speciale”, anche se abbiamo assistito (per desiderio del maestro, anche quelli non ammessi sul tatami allo special keiko, hanno potuto vedere) a cose che ci hanno disorientato.
Una per tutte: venti cinture nere vengono invitate a formare una catena, tenendosi saldamente per mano; il maestro si avvicina al primo e con un movimento da destra a sinistra, tocca -tocca!- con un dito il primo della fila a livello dell’hara, squilibrandolo dolcemente e facendolo cadere. Con un esilarante effetto domino la caduta si comunica dal primo all’ultimo e fin qui apparentemente niente di trascendentale, tranne un’accelerazione della dinamica (mentre il maestro continua ad espirare), per cui se il primo cade dolcemente, gli ultimi letteralmente schizzano a terra, cadendo a destra e a sinistra.
Fenomeno da baraccone? Houdini del tatami? No, non mi pare proprio. Questo e molto altro sono la conseguenza di principi additati da O’Sensei e nominalisticamente riferiti anche da altri maestri, ma di cui Hirosawa sensei s’è addossato il rischioso compito di confrontarsi divulgando, senza paura di esporsi, anche allo scetticismo e al ridicolo. Questi effetti non sono possibili se dapprima non si coltiva un’attitudine interiore, proprio in base a quei principi. Innanzitutto quella “forza” non è tua, tu sei solo un tramite e per poter esserne il tramite, occorre non porsi in competizione con gli altri, non appropriarsi.
Ciò non può non apparire paradossale, in quanto ammessa (e non concessa!) la nostra buona fede, apparentemente è proprio l’altro che ci attacca. Se non mi difendo “io”, chi viene a farlo? Qui l’affermazione di O’Sensei (mai incontrato da nessuno di noi) di identificarsi con l’Universo, si collocherebbe su uno sfondo puramente mistico, se qualcuno come Hirosawa non provasse a riportare il tutto su un concretissimo tatami.
Masakatsu, Agatsu e Katsu-ayabi (la vera vittoria qui ed ora su noi stessi), come su quel rotolo dipinto da O’Sensei in persona, che fa bella mostra in originale nel dojo personale di Paolo Corallini, può fungere da chiave di lettura. Più ancora della materialità dell’attacco, è pericolosa la nostra reazione interna ad esso, l’effetto sul nostro “spirito”, sulla nostra intenzionalità, sul “cuore” di noi. L’attentato vero alla nostra incolumità, consegue all’effetto sconvolgente dentro noi stessi, che spaccando la nostra originaria integrità, ci pone nelle mani della negatività (la fissione di un solo atomo provoca la reazione a catena, con liberazione di energia devastante, dai prolungati effetti inquinanti) e dalla cattiveria mia o altrui, può scaturire solo altra cattiveria, creando faide senza fine. Hirosawa dice esplicitamente che bisogna unire le due energie separate dal contrasto (come nella fusione atomica che avviene nelle stelle, dove l’energia si libera vitalmente benefica, senza effetti collaterali, anche se come in aikido, alla giusta distanza). Nell’alternativa tra il simbolico (dal greco, sun-ballein, metto insieme) e il diabolico (dalla stessa lingua, diaballein, spacco, separo), come usciamo dal puro verbalismo ed agiamo in concreto?

Angelo Armano in compagnia di Hideo Hirosawa

Dice Hirosawa che il ritmo della vita, di tutto l’Universo (e dello Psichismo che lo sottende) è come un grande respiro e per identificarci col Principio, quando qualcuno ci attacca, dobbiamo connetterci a lui, inspirandolo dal suo centro, poi con l’espirazione lo “conduciamo” in modo che, mandandolo a vuoto, lui si sorprenda del benessere che prova, nel fallire l’intenzione aggressiva. Un effetto “disarmante” nel profondo, come profondamente disarmante è la personalità di Hirosawa, dall’umile, ma inscalfibile sorriso, mentre chiede a chi è stato “condotto” (e non

proiettato), che sensazioni prova. Occorre forza d’animo per non negare l’aggressione altrui, ancora più forza per non lasciarsi contagiare dallo spirito di reazione, evocando così il nostro nemico interiore. Per tutta la vita siamo messi alla prova, sempre dobbiamo perfezionare la nostra chiarezza ed umiltà, più e più volte saremo chiamati a rimetterci in discussione, a trovare nuovi equilibri, a infrangere con dolore il vecchio contenitore emotivo, per crearne uno più ampio, capace di contenere insieme gli opposti in conflitto.
Al sorriso dell’ultimo O’Sensei è il costante riferimento di Hirosawa, nel sottolineare il piacere con cui praticare, un ki gioioso, come un vento che impregni il luogo della via, mutando gli stati d’animo. Così se al conflitto contrappongo la relazione, la negatività può esaurirsi e se noi ridiamo, allora ri-diamo all’aggressore la sua energia, processata dal ki dell’Universo, essendoci affidati al Se.
Riconnettendomi all’Universo, materiale e psichico, agisco l’effetto simbolico e sono tutt’uno con i fini dell’Universo, che è senza tempo; è il lavorio incessante giorno dopo giorno, il keiko quotidiano, l’analisi interminabile, l’ubermensch.
Stiamo inevitabilmente librando verso livelli eterei, che coinvolgono la vita e la morte, argomenti guarda caso tutt’altro che estranei all’essenza delle arti marziali e ai significati fondamentali dell’essere umano.
L’essere stato per ben tre volte tra la vita e la morte, ha conferito ad Hirosawa una luminosa e salda chiarezza in merito, che lui traduce in maniera amorosamente semplice. Il nostro corpo è solo un vestito, ma lo spirito, che è Uno, non ha fine; tremendamente persuasivo nel riferirlo, da quelle “regioni” da lui visitate con insolito anticipo.
Altro momento significativo della pratica, la sottolineatura della funzione dello sguardo: metsuke. Ritmo del respiro, visualizzazione del centro dell’attaccante, che viene inspirato nel nostro centro e condotto mediante l’espirazione, amplificata dalla direzione dello sguardo; ci è stato fatto l’esempio di ikkyo, attuando il quale, O’Sensei entrava guardando in alto (e non solo perché era bassino).
Questi principi sostanzialmente semplici, necessitano di una notevole consuetudine con gli aspetti interiori; pensate solo che lo sguardo sul reale esterno, deve accompagnarsi a quello interiorizzato della visualizzazione, con la necessaria attitudine distintiva tra le due funzioni, mentre non guasto la spontaneità del respiro profondo, mantenendomi centrato, sereno, alla giusta distanza, nel momento giusto…

Hirosawa in visita a Pompei nel 2007

Un io che voglia rincorrere tutte queste cose, si troverà inevitabilmente con la lingua da fuori, confuso tra mani e piedi. C’è qualcosa di superiore a cui dobbiamo consentire di interagire con noi, verso il quale dobbiamo disporci capienti, mobilitando la nostra attenzione, lasciandoci stupire e trasformare da tutto ciò. Significa finalmente prenderci cura di noi stessi, in una maniera per cui ci ritroviamo religiosi, magari professandoci atei. La religiosità del gesto vede un perfetto unisono tra il Fondatore e il suo ultimo uchi deshi, influenzato pure da quelle esperienze di cui ho accennato sopra. Passare da un’educazione religiosa all’insegna della trascendenza assoluta, ad un’arte che prega col corpo non disgiunto dall’anima, è per me, occidentale di una seppur ripudiata matrice cattolica, una scoperta sconvolgente.
L’unione dei (non più) opposti corpo e anima, allude ad altre unioni che l’attitudine simbolica è chiamata a celebrare, come quella tra maschile e femminile. L’enfasi data da Hirosawa sul condurre, piuttosto che proiettare e quell’attitudine alla “capienza” cui facevo riferimento sopra, chiama il brutale guerriero ad illuminarsi di una modalità tipicamente femminile, facente parte di quello che ordinariamente “le donne non dicono”.
Appartiene al femminile quella capacità subliminale di condurre forze brute ed unidirezionali, di ammansirle e persino di irretirle. Trovo infatti anche un aspetto seduttivo, in certe dinamiche di Hirosawa, quando l’attaccante, senza essere toccato, si trova inspiegabilmente a cambiare direzione.
Divertente un aneddoto riportato da Hirosawa sulla moglie del Fondatore, che, come sovente accade, aveva un’influenza enorme. Se si era nelle grazie di Hatsu san, allora anche un’ eventuale antipatia del Fondatore veniva superata, mentre era impossibile che accadesse il contrario. Ovviamente se dal mio punto di vista maschile, comprendo la necessità di integrare il principio femminile, gettando uno sguardo sul mondo di oggi, non mi appare superfluo sollecitare l’universo femminile a fare altrettanto col principio maschile e con la stessa umiltà. Solo se i due principi si riconoscono a vicenda (la necessità di “respirare” l’aggressore) può avvenire l’integrazione, come diceva O’Sensei illustrando il tai sabaki di certe tecniche ed invitando l’esecutore a mettersi -anche psicologicamente- al posto dell’altro!
Da anziano O’Sensei sottolineava spesso che il pronunciato ai, di aikido, vuol dire anche amore, sottolinenando maggiormente questo aspetto, in una modalità che sfrutta il gioco di parole, non estranea ad altri illuminati giapponesi (V. Yamaoka Tesshu) e tranquillamente riecheggiata dalla psicologia occidentale (Freud, Lacan….). Vedendo Hirosawa in azione, non ho esitazioni ad affermare che la pratica vera dell’aikido (come la tradizione spirituale di buddismo tantrico, a cui O’Sensei per tutta la vita si ispirò) è fare l’amore! Ad evitare equivoci inopportuni, l’accezione di fare l’amore , non è certo equiparata al Kama sutra. La lingua greca ci fa riconoscere svariate forme di amore, come ad esempio:
Eros = amore tra gli esseri umani;
Filia = amicizia;
Adelfia = fratellanza;
Agape = consustanziarsi mangiando lo stesso cibo;
Porneia = le concretezze dell’amore fisico.
L’aikido, in particolare, insegna a fare armonia coi gesti della violenza, distillando amore come riconciliazione.
Un amore esultante, con l’anima e col corpo, grato a Dio, che è anche preghiera.
Di questa pratica amorosa, Hirosawa ci rammenta che uno solo è stato il Fondatore e che, ispirandoci a Lui, uniti nella figura del Doshu Moriteru, dobbiamo lavorare concordi a non dissipare quel tesoro prezioso, ognuno dalla sua individualità, a contribuire alla realizzazione dell’aikido.

Leggi di più su Hideo Hirosawa
Seminario Hirosawa Roma Febbraio 2012 

Copyright Angelo Armano© 2011-2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Pubblicato per la prima volta nel mese di Febbraio 2011 su
http://aikido.kitai.it/hideo-hirosawa/

Il Giorno Che Mi Iscrissi Allo Ueshiba Dojo


O'Sensei Morihei Ueshiba

Uno dei massimi aikidoka dei nostri tempi, Hiroshi Tada, narra di suo pugno del suo inizio sulla Via, quando finalmente pote’ iscriversi allo Ueshiba Dojo. Tratto dal sito personale di Tada Sensei, pensiamo di fare cosa gradita nel condividere e diffondere questo vivido pezzo di storia dell’Aikido

di TADA HIROSHI

La prima volta che sentii parlare del Maestro Ueshiba Morihei fu quando avevo circa 7-8 anni.  Una sera, mentre cenavamo, mio padre ci raccontò ciò che aveva sentito da un suo vecchio amico, il Sig. Yano Ichiro (ex-presidente della società di assicurazioni Dai-ichi Seilmei).
Il Sig. Yano possedeva un elevato grado Dan di Kendo ed era stato Presidente della Federazione nazionale giapponese dei Club aziendali di Kendo. Parlando del Maestro aveva affermato: ”Il Maestro di Aikijutsu, Ueshiba, è il più grande esperto di Budo attuale. Come budoka non teme paragoni con nessuno”, ed aveva poi illustrato a mio padre i particolari della lezione del Maestro alla quale aveva partecipato.
Da lungo tempo nella mia famiglia si tramandava lo stile di tiro con l’arco chiamato Heki-ryu Chikurin-ha Banpa. Mio padre aveva appreso quest’arte dal mio bisnonno sin da quando era bambino ed aveva continuato in seguito ad allenarsi costantemente, per questo motivo si trovava spesso a discutere di arti marziali con il Sig. Yano ed aveva iniziato a nutrire un grosso interesse nei confronti dell’Aikijutsu. Allora, pur essendo solo un bambino, pensai che mi sarebbe piaciuto incontrare una persona così importante e diventare suo allievo, ma purtroppo non riuscii a realizzare questo mio desiderio, a causa di un’infausta serie di eventi quali la chiamata alle armi di mio padre, lo scoppio della guerra e la scomparsa di mia madre.
Nel 1950, nonostante fossero ormai trascorsi cinque anni dalla fine del conflitto, per tutta Tokyo si potevano scorgere ancora ovunque i segni della guerra nei resti degli incendi causati dalle bombe. In quel periodo, così come accadde alla maggior parte dei giapponesi che furono travolti dagli avvenimenti dell’epoca, avvertivo costantemente uno strano senso di fugacità, una sorta di coraggio nella disperazione per cui nulla poteva più sorprendermi, ma, allo stesso tempo, sentivo la necessità di un qualche sostegno psicologico. Per superare tale sensazione di incertezza mi dedicai allora con tutto me stesso agli allenamenti quotidiani di karate. Fu così che, ricordando ciò che avevo sentito in passato da mio padre circa il Maestro Ueshiba e l’Aiki, decisi di raccogliere informazioni più dettagliate a riguardo.

Tada Hiroshi in divisa da studente ai tempi della Waseda University

Un giorno, dopo l’allenamento di karate, il Maestro Ueshiba e l’Aiki divennero inaspettatamente argomento di discussione; venni così a sapere che, secondo informazioni fornite al capitano del club di karate dell’Universita di Waseda, il Sig. Takeda, da un suo conoscente, lo Ueshiba Dojo si trovava a Wakamatsucho (Ushigome), nelle vicinanze della Waseda.
Animato da un inconscio senso di ammirazione nei confronti del Maestro Ueshiba Morihei, considerato il massimo esperto del tempo, mi recai, carico di entusiasmo, a visitare lo Ueshiba Dojo. Era il 4 marzo del 1950.
Superato il portale di pietra di casa Ueshiba, miracolosamente scampata ai danni della guerra, sulla sinistra si poteva vedere il dojo e di fronte lo spazioso ingresso della casa dalle porte scorrevoli in vetro e legno. Il dojo era deserto, e quando entrai nell’ingresso della casa per chiedere informazioni, mi accolse una giovane donna, la Sig.ra Sakuko, moglie dell’attuale Doshu, Ueshiba Kisshomaru.
Dopo averle chiesto il permesso di iscrivermi al dojo, le feci parecchie domande anche se non ricordo con esattezza i particolari.
Tuttavia ricordo chiaramente ancora oggi le sue risposte alle mie scostumate domande: ”Quando vedrà mio suocero capirà che cos’è l’Aiki”.
Mi spiegò inoltre che il Maestro al momento era in viaggio, ma che sarebbe tornato a Tokyo dopo due o tre giorni. E facendomi strada nel dojo aggiunse: ”Fra un po’inizierà l’allenamento…”.
Il dojo era della grandezza di 60 tatami (circa 99 mq): la zona dove si tenevano gli allenamenti era costituita da circa 40 tatami della Ryukyu lesi i npiù posti, nella restante parte del dojo c’era un pavimento in legno scuro lucido. Il soffitto era formato da grosse travi di legno incrociate e lateralmente alla porta attraverso cui si accedeva al dojo da casa Ueshiba, c’era una zona sollevata dal pavimento e rientrante nel muro (dove di solito sedevano gli ospiti di riguardo per assistere agli allenamenti), la cui parete centrale era ricoperta da una riproduzione di grandi dimensioni della testa di un drago. A destra di questa zona, sulle apposite mensole, erano allineati dei bokken insieme a dei jo e a dei fucili di legno (mokuju). Sulla parte superiore della parete erano appese delle tavolette di legno con i nomi degli allievi e al centro della parete che si trovava entrando sulla sinistra, c’era un grande orologio sovrastante un altro ingresso attraverso cui gli allievi erano soliti accedere al dojo.
Dopo qualche minuto entrarono un ragazzo piuttosto alto e robusto che indossava un keikogi blu da kendo e l’hakama e un signore di una certa età con la cintura nera, che iniziarono ad allenarsi. Il ragazzo, 5° Dan di kendo, era il Sig. Kikuchi Tokio (attualmente residente a Kamaishi), l’altra persona era il Sig. Kikuchi Ban che si era iscritto al dojo il giorno prima. Vedendoli praticare katate-tori tenkan-no-kokyu pensai che si trattava di qualcosa di completamente differente rispetto alle altre arti marziali che io conoscevo.
Oltre al fatto di utilizzare dei movimenti estremamente razionali per assimilare la forza dell’attaccante nel flusso della propria energia, realizzai che l’idea di base era quella di attuare delle rotazioni con il corpo così da diventare un tutt’uno con l’attaccante.
Il Maestro ritornò a Tôkyo dopo circa quattro giorni. A quel tempo gli allenamenti erano impartiti quotidianamente dall’attuale Doshu, Ueshiba Kisshomaru, la mattina e la sera, dalla 6.30 in poi, per la durata di un’ora.  Gli allievi erano ancora poco numerosi ma tutti si impegnavano con grande zelo nella pratica, allenandosi costantemente nei limiti di tempo concesso.

Il vecchio Ueshiba Dojo a Wakamatsu-cho

Anche quella mattina mi allenai fino a oltre le 10. Terminato l’allenamento, quando raggiunsi la strada principale di Nukebenten, avvistai due persone, una vestita in kimono e l’altra con la divisa da studente, che probabilmente erano appena scese dal tram da poco ripartito. Il Sig. Kikuchi Tokio mi disse: ”O Sensei è tornato, vieni Tada!” e iniziò a correre incontro alle due persone. Dopo aver salutato il Maestro, mi presentò: ”Maestro, questo è il Sig. Tada, si è appena iscritto al dojo”. Quando sollevai lo sguardo dopo aver completato il saluto, notai che il Maestro mi stava fissando intensamente. Levandosi il cappello mi disse: ”Mi chiamo Ueshiba” e, con mio grande stupore, si inchinò cortesemente verso di me che non ero che un semplice studente in divisa. Trovandomi in quel momento finalmente di fronte al Maestro, di cui gia da tempo conoscevo la grande fama dai racconti che avevo sentito in passato, venni preso da un incontrollabile emozione: fu come se innanzi ai miei occhi si fossero venuti a concretizzare improvvisamente tutti i desideri e le speranze che per lungo tempo avevo nutrito nel profondo del cuore.
II Maestro arrivava più o meno all’altezza delle mie spalle. Aveva un viso dai lineamenti marcati, con gli zigomi e il naso pronunciati. I grandi occhi dallo sguardo limpido erano di un colore leggermente al di fuori dalla norma.  La lunga barba bianca, che gli ricopriva il mento, gli arrivava fino all’altezza del petto. Accompagnammo il Maestro e il Sig. Kamizono, della Facoltà di Scienze della Waseda, che era con lui, fino all’incrocio con la strada che portava al dojo e lì li salutammo.
La mattina seguente, l’allenamento del Maestro Morihei Ueshiba iniziò con una devota preghiera alle divinità. Nessuno fra gli allievi del Maestro potrà mai cancellare il ricordo del suono della sua voce che risuonava per tutto il dojo quando recitava le rituali preghiere shintoiste. Osservando la figura del Maestro in quei momenti si poteva constatare in pratica che quelle sue qualità considerate “soprannaturali” non erano che il frutto delle sue pratiche devote verso le divinità. Ripiegandosi il lungo orlo delle maniche del keikogi, il Maestro si diresse verso il centro del tatami e fece un rapido cenno con la mano ad uno degli allievi seduti in fila, che come attratto da una calamita si alzò e si fece avanti. Non ebbe neanche il tempo di afferrare con entrambe le mani il polso del maestro che subito venne lanciato in aria. II Maestro continuò a proiettare in successione varie persone e ad un certo punto porse il braccio anche nella mia direzione. Mi feci avanti e appena gli afferrai il polso, così come avevo visto fare agli altri, con tutta la forza che avevo, mi ritrovai subito a rotolare sul tatami. Per tutto il tempo il Maestro non disse una sola parola. Questo era il modo in cui iniziava sempre l’allenamento. Ciò che più mi colpì nei primi tempi che frequentai il dojo, era che gli allievi più anziani, nonostante il Maestro rimanesse sempre silenzioso, capissero sempre quale, fra le numerose tecniche esistenti, stesse dimostrando di volta in volta. Col passare del tempo, tuttavia, compresi che chi non era in grado di capire il tipo di tecnica che il Maestro si apprestava a dimostrare, non veniva accettato come allievo.

Tada Sensei in azione nello Ueshiba Dojo

L’allenamento del Maestro creava un’atmosfera di tipo molto particolare: era come se l’intero dojo iniziasse a respirare in sintonia con il respiro del Maestro.
La prima volta che frequentai una sua lezione pensai: ”Il Maestro Ueshiba è un insegnante veramente avanzato”. Secondo le voci che circolavano allora fra i miei colleghi della Waseda, il Maestro Ueshiba veniva considerato come un esperto di arti marziali che utilizzava delle tecniche estremamente efficaci di koryu-jujitsu, un’arte marziale completamente differente da quelle del tempo, e possedeva allo stesso tempo delle ”misteriose” capacità.
Era, dicevano, come se un illustre personaggio della storia giapponese fosse ritornato a vivere nella nostra epoca. Tuttavia, quando incontrai personalmente il Maestro Ueshiba, avvertii al contrario che si trattava di una persona molto più razionale di tutti gli altri esperti di budō e sportivi che avessi conosciuto fino ad allora, e, sotto alcuni punti di vista, estremamente moderna. Fui molto affascinato dalla complessità e dalla forza emanate dal ritmo stabile dei movimenti del Maestro, ma ciò che mi sorprese più di ogni altra cosa, fu che, proprio attraverso tali movimenti, capaci di sconfiggere in un solo istante un avversario se usati in pratica, si venisse a creare un’atmosfera particolarmente calorosa che veniva a coinvolgere psicologicamente tutte le persone presenti nel dojo.
Fu sulla base di questa mia personale esperienza che arrivai alla seguente conclusione: se tutti gli uomini si sforzassero di progredire sempre di più, un giorno forse sarà possibile avvicinarsi al modello di un cosi grande Maestro. Da allora sono trascorsi più di quarant’anni, l’Aikido si è diffuso in tutto il mondo e sta diventando di anno in anno sempre più popolare. Durante gli ultimi vent’anni, a cominciare da quando si tennero le Olimpiadi a Tokyo, ho risieduto in Europa per diversi anni, svolgendo attività di diffusione e di didattica dell’Aikidô. In seguito mi sono recato ogni anno in Europa ad insegnare, ed è grazie a tali esperienze che, guardando al Giappone dall’esterno, ho avuto la possibilità di comprendere ancora più a fondo gli insegnamenti del Maestro Ueshiba Morihei, che ci ha indicato la via dell’Aikido, in quanto espressione pratica della cultura tradizionale giapponese.
L’Aikido è uno strumento prezioso in quanto, diversamente dalle altre arti marziali competitive attualmente esistenti, consiste in una pratica scientifica che combina inscindibilmente le pratiche ascetiche del ki-shin-tai, in quanto filosofia orientale, alle tecniche di difesa, in quanto arte marziale. Sarà proprio grazie a tali caratteristiche che l’Aikido si verrà a diffondere sempre di più nel XXI secolo, dando così il proprio contributo agli studi sul genere umano.
Mi auguro quindi che in futuro si continui a praticare l’Aikido con sempre maggiore impegno, tenendo costantemente presenti tali finalità.

Traduzione dal giapponese di Daniela Marasco (Gessoji Dojo)
Articolo apparso con il titolo ”Ueshiba Dojo Nyumon no Hi”, sulla rivista  ‘Aikido Tanhyu’, No. 4, 10 luglio 1992, pp. 44-45

Tratto da http://www.asahi-net.or.jp/~yp7h-td/iscrit.htm

Seminario: Hiroshi Tada a Roma


Tada Sensei sara' a Roma a Ottobre come di consueto

Hiroshi Tada Sensei, IX Dan Aikikai Hombu Dojo
Direttore Didattico Aikikai d’Italia

Stage Nazionale dell’Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese
29-30/10/2011

Roma, Italia
VILLA EUR, p.le Marcellino Champagnat, 2

Informazioni: Segreteria Nazionale tel. 06 77208661

Web: www.aikikai.it

Quote di partecipazione: Intero Stage 90€, 1 giorno 50€
NB: e’ necessario essere muniti di jo , bokken e tanto

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By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Seminario: Hiroshi Tada a Milano


Hiroshi Tada Sensei (La Spezia 2010)

Hiroshi Tada Sensei, IX Dan Aikikai Hombu Dojo
Direttore Didattico Aikikai d’Italia

Stage Nazionale dell’Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese
22-23/10/2011

Milano, Italia
Centro Sportivo ‘Saini’, Via Corelli, 136

Informazioni: Segreteria Aikikai Milano tel.02 2896939

Web: www.aikikai.it

Quote di partecipazione: Intero Stage 80€, 1 giorno 45€
NB: e’ necessario essere muniti di jo , bokken e tanto

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Trova il Centro Saini su Google Maps

 

By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Le Persone Che Hanno Contribuito A Creare l’Aikikai d’Italia


Tai no Henko: Hiroshi Tada e Danilo Chierchini, Roma 1968

Questo articolo, scritto dal Direttore Didattico dell’Aikikai d’Italia Tada Hiroshi fu pubblicato per la prima volta sulla rivista Aikido Tankyu N. 5 il 20 gennaio 1993 con il titolo Italia Aikikai-wo tsukutta hitobito. In esso Tada Sensei rende tributo alle persone che lo hanno assistito nella fondazione e consolidamento della sua creatura/associazione dai faticosi inizi ai successi degli anni novanta

di TADA HIROSHI

Quando sento parlare di diffusione dell’Aikido all’estero, nella mia mente si affollano i ricordi della festa di commiato in cui O’Sensei sedeva attorniato dai suoi migliori allievi che si apprestavano a partire per l’estero: il Sig. Mochizuki, il Sig. Tohei, il Sig. Abe, il suono del gong e il fischio della sirena che annunciavano la partenza della nave dalla banchina del porto di Yokohama.
A queste memorie si sovrappone il ricordo del giorno in cui, agli inizi degli anni ’30, mio padre parti’ per andare in Occidente a bordo della Tatsutamaru. Fu in quell’occasione che, mentre mi sforzavo affannosamente di colpire la nave con delle stelle filanti (malgrado i miei slanci non riuscissero minimamente nel loro scopo), ebbi la vaga sensazione che anch’io un giorno sarei andato all’estero. Questo mio sogno si venne a realizzare ne1 1964.
A quel tempo tutti coloro che si recavano all’estero per diffondere professionalmente l’aikido, erano tenuti a rispettare tre regole:
1) partire da soli;
2) comprare un biglietto di sola andata;
3) non portare con se’ soldi, nè farseli spedire o guadagnarseli lavorando.
Osservando alla lettera queste tre regole, lasciai la mia casa di Jiyugaoka con 250 dollari in tasca poco prima che finissero le Olimpiadi di Tokyo.
Partii senza avere programmi ben precisi, la mia idea era, in linea di massima, di andare in ltalia e poi passare per l’America prima di tornare in Giappone.
Il primo giapponese che fece conoscere l’esistenza dell’Aikido in ltalia fu il Sig. Abe Tadashi, che svolgeva la propria attività aikidoistica in Francia, cui fecero seguito la scultrice, Sig.na Onoda Haru, e il Sig. Kawamukai che si recò a Roma per turismo.
Quando arrivai a Roma, il 26 ottobre del 1964 conobbi il Sig. Danilo Chierchini, allora responsabile del club-dopolavoro del Monopolio di Stato dei Tabacchi situato a Trastevere, e iniziai gli allenamenti nel suo Dojo. Un paio di settimane dopo, tenni una dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno e un corso speciale di Aikido, che durò due mesi, promosso dal Ministero degli lnterni. Fu cosi che la mia attivita aikidôistica in Europa ebbe il suo inizio.
A quei tempi viveva a Roma il prof. Mergé, che aveva frequentato lo ”Ueshiba Dojo” nel periodo in cui aveva lavorato presso l’Ambasciata ltaliana di Tokyo durante la guerra. Alcuni fra i suoi allievi dell’Ismeo di Roma, che avevano sentito parlare del Maestro Ueshiba Morihei dal professore, vennero subito ad iscriversi.

Pasquale Aiello e Stefano Serpieri, Roma 2002

Grazie all’aiuto di uno di questi allievi, il Sig. Stefano Serpieri, fu in seguito possibile spostare la sede del Dojo in un edificio di proprietà del demanio. Quest’edificio, circondato sui quattri lati dai resti delle mura dell’antico acquedotto romano, dal Museo Militare e dagli uffici dell’Acquedotto, la sera rimaneva completamente immerso nel silenzio. L’attuale Scuola Centrale dell’Aikikai d’Italia continua ad essere situata ancora oggi nello stesso edificio (da diversi anni il dojo e’ chiuso, essendo i locali tornati al demanio, NdR).
In quel periodo io alloggiavo in una stanza adiacente al tatami situata sotto una scala che gli allievi chiamavano “la grotta del Maestro”.
L’anno seguente mi venne richiesto di iniziare dei corsi a Napoli e a Salerno, decisi cosi di chiamare dal Giappone il Sig. Ikeda Masatomi (attualmente 7° Dan – Direttore didattico dell’Aikikai de11a Svizzera) (ritiratosi dall’insegnamento da diversi anni a causa di una grave malattia, NdR) del Dojo di Jiyugaoka. Un anno dopo il Sig. Nemoto Toshio, laureatosi presso l’ universita di Waseda, che venne in ltalia al ritorno da un soggiorno di studi in America, accettò l’incarico di seguire la diffusione dell’aikido a Torino, nel nord ltalia, dove ha vissuto per alcuni anni (attualmente il Sig. Nemoto svolge l’attività di amministratore presso la societa giapponese Akai Denki. In quel periodo, il Sig. Brunello Esposito, il Sig. Pasquale Aiello e il Sig. Auro Fabbretti, che attualmente posseggono il grado di 5° Dan, iniziarono a praticare.
Nel 1968 tenni il primo raduno Internazionale di Aikido al Lido di Venezia. Tale raduno, durante il quale condussi per la prima volta gli esami di grado Dan, si rivelò un grande successo ma, allo stesso tempo, un notevole disastro sotto l’aspetto economico, a tal punto che non fu possibile neppure coprire le spese di trasporto per ritornare a Roma e a Torino.
Dal terzo anno in poi, dell’organizzazione di questo raduno estivo si venne ad interessare il Sig. Giorgio Veneri di Mantova, che ha continuato fino ad oggi ad essere il responsabile di tale manifestazione, attualmente svolta ogni estate a Coverciano.
Pur avendo sempre cercato di fare del mio meglio, dedicandomi con tutte le mie forze all’attivita di diffusione dell’Aikido, occorsero ben sei anni prima che l’Aikikai d’Italia assumesse una struttura stabile e che riuscissi ad acquistare un biglietto aereo per tornare in Giappone.
Ciò accadde perché si decise di non appoggiarsi alla federazione del Judo, né ad altre organizzazioni sportive per la diffusione dell’Aikido.
Se l’Aikido si fosse diffuso attraverso queste organizzazioni, probabilmente si sarebbe potuto incrementare di molto il numero degli iscritti, ma ciò avrebbe senz’altro comportato la creazione di un’associazione dalle caratteristiche completamente differenti rispetto a quella attuale.
Quegli anni furono per me brevi ma allo stesso tempo lunghissimi. Nel frattempo erano scomparsi il Maestro Ueshiba Morihei e l’altro Maestro che aveva fortemente influenzato la mia formazione, Nakamura Tempu.
Anche mio nonno, al quale ero estremamente legato, scomparve durante lo stesso periodo. In seguito a questa triste circostanza, nel momento stesso in cui arrivai all’aeroporto di Haneda venni assalito da una grandissima emozione. Dopo essere tornato a casa, mi recai subito a visitare la tomba di O’Sensei a Tanabe per annunciare al Maestro il mio ritorno in patria.

Roma, 1975: Yoji Fujimoto, Kano Yamanaka, Hiroshi Tada, Hideki Hosokawa

Nel corso dello stesso anno tornai un’altra volta in ltalia ma, in seguito al mio matrimonio con la violinista Yamakawa Kumi, laureatasi presso l’Universita di Belle Arti di Tokyo (Tokyo Geijutu Daigaku), matrimonio celebrato nel dojo di Roma, e in previsione della nascita di nostro figlio, che desideravamo crescesse in Giappone, decisi di fissare stabilmente la mia residenza a Tokyo. Da allora ho iniziato a trascorrere complessivamente sei mesi all’anno in Europa e, superando tutte le difficoltà che ciò comporta, ho scelto di vivere fino ad oggi un’esistenza scissa a meta fra il Giappone e l’Italia.
In seguito, il Sig. Fujimoto Yoji, laureatosi presso l’Università Nihon Taiikudaigaku, e il Sig. Hosokawa Hideki, del dojo di Jiyugaoka, si recarono rispettivamente a Milano e a Roma, dove, per più di vent’anni, con grande perseveranza hanno dedicato tutta la loro vita, insieme ai loro familiari, alla pratica dell’Aikido. Ad entrambi vorrei esprimere la mia riconoscenza per aver sostenuto l’Aikikai d’Italia nel corso di tutti questi anni. Successivamente il Sig. Yamanaka Kano, il Sig. Nomoto Jun e il Sig. Imazaki Masatoshi hanno soggiornato in ltalia in veste di istruttori in periodi diversi.
In seguito decisi di fare dell’Aikikai d’Italia un’associazione che, similmente all’Aikikai giapponese, avesse personalità giuridica e fosse ufficialmente riconosciuta dallo Stato; a tal fine donai quindi il mio dojo di Roma all’Aikikai d’Italia e iniziai ad interessarmi attivamente affinché tale dojo ottenesse il riconoscimento ufficiale in quanto Scuola centrale. Con la preziosa collaborazione di alcune cinture nere, ma soprattutto grazie agli sforzi durati un decennio dello scomparso avvocato Giacomo Paudice di Roma, l’Aikikai d’Italia, in quanto Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese ottenne la qualifica di Ente Morale, con il decreto del presidente della Repubblica italiana n. 526, l’8 luglio del 1978.
Attualmente all’Aikikai d’Italia sono affiliati dojo situati in 80 citta italiane, con un numero di circa 4000 iscritti, senza includere le svariate migliaia di persone che hanno praticato nel passato. Il grande impegno con cui queste decine di migliaia di persone si sono allenate nel corso di tutti questi anni, è stato e continuerà in futuro ad essere di forte incoraggiamento per la pratica dell’Aikido.

Vedi Foto Cronaca Tada Sensei a Roma 1968, Demo Salesiani
Leggi Descrizione dei Tempi Eroici dell’Aikido a Roma Parte 1 e Parte 2

Traduzione dal giapponese di Daniela Marasco
Tratto dal sito http://www.asahi-net.or.jp/~yp7h-td/creait.htm

Foto-Cronache: H. Tada 1968, Demo Salesiani Roma


Dall’archivio fotografico della famiglia Chierchini, un documento storico di primo piano sugli albori dell’Aikido in Italia: la famosa dimostrazione pubblica di Aikido tenuta da Tada Hiroshi Sensei e i suoi allievi romani presso l’Istituto Salesiano “Gerini” di Roma nel mese di gennaio 1968

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By RedazioneRedazione Aikido Italia Network

Intervista a Hiroshi Tada


Hiroshi Tada Sensei, IX Dan Aikikai Hombu Dojo

Pensiamo di fare cosa lieta a molti aikidoka in Italia proponendo l’intervista del 1995 di Stanley Pranin a Tada Sensei dagli incredibili archivi di Aikido Journal, con cui Aikido Italia Network ha stretto un recente accordo di collaborazione/scambio. L’articolo fornisce notevoli chiarimenti sulla genesi della visione dell’Aikido del fondatore dell’Aikido in Italia e sulle sue particolari scelte didattiche

di STANLEY PRANIN

PRANIN
Maestro, si dice che lei abbia cominciato a praticare aikido dopo essere entrato all’Università di Waseda?

TADA
Si, ma a causa della guerra non potei iscrivermi al dojo prima del marzo 1950.

PRANIN
So anche che ha iniziato a praticare karate quando si è iscritto all’università e solo successivamente si è sentito attratto dall’Aikido….

TADA
In realtà, non ho poi praticato karate per molto, sebbene detenga un grado dan. All’inizio praticavo entrambe le arti, ma poi ho cominciato a passare più tempo con aikido e mi divenne così impossibile praticarle entrambe. Non è che pensassi che una fosse meglio dell’altra, ma ammiravo moltissimo Morihei Ueshiba. Lo conoscevo fin da piccolo tramite mio padre.
Nel 1942 ero a Shinkyo (l’attuale Chang Chun, Manchuria), e mi persi per poco l’esibizione del Maestro Ueshiba alla famosa Dimostrazione di Arti Marziali per il Decimo Anniversario dell’Università di Kenkoku. Mio cugino, che è un anno più grande di me, mi disse che era stata una dimostrazione fantastica. Sembra che il Maestro Ueshiba riuscisse a proiettare praticamente chiunque. Le persone non venivano semplicemente proiettate, era come se fossero colpite da elettricità ad alto voltaggio.

PRANIN
Nel numero quattro dell’Aikido Tankyu (un periodico dell’Hombu Dojo dell’Aikikai), lei ha scritto di essere molto sorpreso ed impressionato dall’insolito modo di pensare di del Maestro Ueshiba.

TADA
Quando mi iscrissi al dojo avevo vent’anni. O-Sensei ne aveva sessantasette circa, una differenza di quasi quarantasette anni. Ma mi proiettava facilmente, non importava con quanta forza io l’attaccassi. Da questo punto di vista non sembrava ci fosse alcuna differenza di età. Ripensandoci ora sembra perfettamente comprensibile, naturalmente.
Ad ogni modo era circondato da un’aura speciale ed era pieno di un’energia unica. Sentii che avevo incontrato un vero esperto di arti marziali.

Il Fondatore proietta Tada sensei (circa 1958)

PRANIN
Lei è entrato nel Tempukai nello stesso periodo in cui cominciò con l’Aikido?

TADA
Quando entrai all’Hombu Dojo la maggior parte delle persone che si allenavano lì erano membri del Tempukai o del Nishikai. Naturalmente a quel tempo c’erano solo sei o sette persone nel dojo. Tra di essi c’erano Keizo Yokoyama e suo fratello più piccolo Yusaku, entrambi studenti dell’Università di Hitotsubashi. Yusaku passò gli ultimi anni della guerra all’accademia navale e cominciò l’università dopo la fine della guerra. Fu lui a presentarmi al Tempukai e all’Ichikukai. In seguito un’altra persona mi parlò degli esercizi di digiuno. Queste pratiche, insieme agli insegnamenti del Maestro Morihei Ueshiba, divennero la base del mio allenamento.
Fui presentato al Tempukai nel giugno dello stesso anno in cui entrai nell’Aikikai. Il Maestro Tempu Nakamura teneva sessioni di studio mensili al Gekkoden del Tempio di Gokokuji. Come l’Aikikai, il Tempukai faceva pochi sforzi per promuoversi al pubblico e si diventava membri del Tempukai tramite presentazioni di altri membri. Incontrai il Maestro Tempu e dopo aver sentito quel che aveva da dire mi iscrissi immediatamente.

PRANIN
Il Maestro Ueshiba ed il Maestro Tempu si conoscevano?

TADA
Si. Da prima che mi iscrissi al dojo, ma sembra che si fossero incontrati tramite il padre di Tadashi Abe, che era al tempo stesso membro del Tempukai e studente del Maestro Ueshiba. All’inizio il Tempukai era noto come Toitsu Tetsuigakkai (Società per lo Studio dell’Unificazione di Medicina e Filosofia) e si interessava all’unificazione di mente e corpo. Partecipai a molti degli esperimenti del Maestro Tempu e così ebbi modo di imparare molto su di lui.

PRANIN
Per quanto tempo è stato attivo nel Tempukai?

TADA
Fin quando andai in Europa nell’ottobre del 1964. Tempu Sensei scomparve nel dicembre 1968. Durante i miei sei anni in Europa scomparvero il Maestro Morihei Ueshiba ed il Maestro Tempu, così come mio nonno, del resto.

PRANIN
Ho sentito che il Maestro Tempu era un esperto di spada.

Tempu Nakamura (1876-1968)

TADA
Si, era un esperto di battojutsu Zuihen-ryu. Prese il suo nome, Tempu, dai caratteri cinesi “ten” e “pu” usati per scrivere il nome della forma amatsukaze dello Zuihen-ryu, in cui era particolarmente dotato. Tempu Sensei era un discendente del Signore di Tachibana, il daimyo di Yanagawa. Le arti marziali erano così popolari a Yanagawa che la città faceva parte del clan Saga di Kyushu, famoso per il libro Hagakure (un testo classico sul bushido, dettato da Tsunetomo Yamamoto nel 1716). Il contenuto dei discorsi del Maestro Tempu era molto particolare, dato che molto di quel che diceva aveva origine dalla sua esperienza reale piuttosto che da un procedimento intellettuale. Il Maestro Ueshiba era lo stesso. Le idee generate solo a livello intellettuale non hanno lo stesso potere di attrarre la gente.

PRANIN
Ci potrebbe parlare dell’Ichikukai, per favore?

TADA
Un uomo chiamato Tetsuju Ogura fu uno degli ultimi uchideshi di Tesshu Yamaoka. Durante l’epoca Taisho, gli studenti e i seguaci di Ogura insieme a membri del club velico dell’Univerità Imperiale di Tokyo (l’attuale Università di Tokyo) crearono una società per la pratica del misogi (austerità, purificazione rituale). Era sotto la direzione del Masatetsu Inoue. All’inizio l’Ichikukai si riuniva il 19 di ogni mese, in commemorazione della morte di Tesshu Yamaoka, avvenuta il 19 luglio; per questo fu chiamata Ichikukai (ichiku in giapponese può significare “1 e 9”).
Quando mi iscrissi, gli incontri venivano tenuti in un vecchio dojo dell’era Taisho, il Nogata-machi a Nakano. Dal giovedì al sabato sedevamo in seiza per circa dieci ore al giorno, cantando un passaggio del norito (preghiera shintoista), mettendoci quanto più possibile del nostro essere. Era qualcosa di simile al cantare un mantra. Dopo aver superato questa iniziazione si diventava membri e si poteva partecipare ai raduni, una volta al mese, di domenica. Si praticava un esercizio di preghiera chiamato ichiman-barai, che consisteva nel suonare una campanella diecimila volte. Il suono della campanella non diventa chiaro e preciso finché il movimento della mano non diventa automatico. Molti degli studenti dei miei corsi avanzati fanno oggi questa pratica.

TADA
Vi allenavate con ken e jo?

TADA
Ci fu un periodo in cui O-Sensei si arrabbiava quando gli studenti del dojo cercavano di allenarsi con ken o jo; glielo proibiva. Più tardi invece cominciò ad insegnarli. Da bambino avevo praticato un tipo di tiro con l’arco giapponese che era tramandato nella mia famiglia. Ho anche praticato kendo all’inizio della scuola superiore. Era durante la guerra, quindi non poteva essere uno sport completamente agonistico. Dopo aver cominciato a praticare aikido presi ad allenarmi a colpire un albero con il ken, vicino casa mia.
L’allenamento personale è importante, non importa quale arte si pratichi. Ognuno dovrebbe avere il suo programma di allenamento, a partire dalla corsa. Quando avevo tra i venti e i trent’anni, mi alzavo alle 5.30 ogni mattina e correvo per quindici chilometri. Una volta finito andavo a casa e mi allenavo a colpire un fascio di legna con un bokken (spada di legno). A quel tempo le case a Jiyugaoka erano molto più lontane tra loro, così potevo fare tutto il rumore che volevo. Mi allenavo usando il sistema dello Jigen-ryu, che avevo imparato da O-Sensei ad Iwama. Si narra che in antichità i guerrieri del dominio di Satsuma (a Kyushu) colpivano un fascio di legname diecimila volte al giorno, ma io riuscivo solo ad arrivare al massimo a cinquecento. All’inizio perdevo sensibilità alle mani, ma dopo un po’ potevo colpire un grosso albero senza problemi. Ho allenato i miei studenti delle Università di Waseda e Gakushuin in questo modo. Lo trovo uno dei migliori metodi di allenamento in aikido.
Naturalmente è bene non usare troppa potenza. Basta tenere morbidamente in mano un bokken, o anche un semplice bastone di legno fresco, e stringere con mignolo ed anulare al momento dell’impatto. La velocità e la capacità di stringere le dita appropriatamente verranno così sviluppate in modo naturale. Praticare senza troppa potenza è importante, altrimenti si potrebbe finire col proiettare od applicare leve con troppa forza, cosa che può essere pericolosa.

Stage Estivo Lido di Venezia, 1968

E’ un peccato che lo spazio nei dojo moderni sia così limitato da non consentire più questo tipo di allenamento. Mi piacerebbe riorganizzare le cose in modo da rendere questo tipo di allenamento più accessibile.
Quello che ho appena descritto è il modo di base di allenare i colpi, ma il lavoro dei piedi, il movimento delle mani e lo sviluppo del ki attraverso il kokyuho sono altri elementi importanti dell’allenamento personale.

PRANIN
Lei ha studiato con il Maestro Morihei e poi ha sviluppato il suo metodo di allenamento da quello che aveva osservato?

TADA
Si. E’ molto importante osservare da molto vicino l’allenamento personale del proprio insegnante ed impararlo bene; altrimenti si rischia di trarre delle conclusioni affrettate ed erronee, finendo per praticate un allenamento senza senso o sbagliato. In ogni caso, bisogna rivedere quel che il proprio istruttore ci ha insegnato e cercare di derivarne qualcosa che ne rappresenti le linee base; poi praticarlo intensamente finché non ci riesce bene. Questo è il modo in cui si deve creare il proprio metodo di allenamento personale.
Penso che chi volesse diventare un esperto in qualunque cosa, che siano arti marziali, sport o una qualunque forma d’arte, debba allenarsi almeno per duemila ore l’anno fra i venti e i quarant’anni. Sono cinque o sei ore al giorno. Probabilmente dipende dalla persona, ma la maggior parte di questo tempo va dedicata all’allenamento personale. Dopo essersi allenati da soli si può andare al dojo e confermare, provare e lavorare su qualunque cosa si sia acquisito.
Usare un albero come partner nell’allenamento di aikido è un ottimo modo per prarticare con potenza, perché si può colpire con molta più forza che con un essere umano. Non è appropriato invece praticare con forza senza ritegno con una persona; quel tempo va impiegato per sviluppare linee corrette, pulite, precise come un rasoio.

PRANIN
Il Maestro Ueshiba le ha mai parlato del Daito-ryu o di Onisaburo Deguchi?

TADA
Il Maestro Ueshiba parlava sempre con molto rispetto dei suoi insegnanti, compresi il Maestro Sokaku Takeda ed il reverendo Onisaburo Deguchi. La cosa che ricordo più chiaramente dei suoi discorsi sul Daito-ryu è il fatto che avesse un metodo di allenamento eccellente. Dopo la pratica O-Sensei tornava spesso al dojo per parlarci delle cose più disparate.

PRANIN
So che il Maestro Ueshiba parlava molto di religione, in particolar modo della Omoto…

TADA
Si, e a volte capivo perfettamente quello di cui stava parlando, mentre altre volte rimanevo completamente perplesso. Ma ci diceva anche “Questo è il mio modo di parlare; voglio che ciascuno di voi capisca quel che dico per conto suo, che lo esplori profondamente e lo trasmetta con parole appropriate ai tempi.”
L’Aikido è molto benefico per l’umanità, più di quanto si possa immaginare, anche dal punto di vista di uno come me che ne è un professionista. Nel 1952, quando mi sono laureato, tutti i miei amici restarono molto sorpresi dal fatto che volessi specializzarmi in aikido, forse perché era da poco finita la guerra. Per me comunque, l’aikido del Maestro Ueshiba personificava l’essenza della cultura giapponese e lo vedevo come qualcosa di molto importante per il Giappone nel futuro.
In realtà l’aikido sembra aver messo radici più rapidamente in Europa che in Giappone. Ma nel contempo, iniziando con una tale tabula rasa, in un contesto culturale completamente diverso, è impossibile che ci si alleni in aikido senza arrivare a comprendere chiaramente cosa sia e quali siano gli scopi dell’allenamento. Senza di questo è come saltare su un treno senza conoscere la sua destinazione. In altre parole, è indispensabile avere una chiara direzione nell’allenamento di aikido fin dall’inizio. Per quel che riguarda la decisione sui metodi di allenamento, non è realistico allenare persone che vogliono farlo per due o tre volte a settimana allo stesso modo in cui si allena chi lo fa per diverse ore al giorno. E’ già abbastanza avere persone che si allenano in modo significativo rispetto ai loro stili di vita. Chi vuole diventare un esperto o vuole davvero esplorare l’aikido in profondità, deve avere chiaro in mente dove sta andando e come ci sta andando.

Tada Sensei alla All Japan Aikido Demonstration

Non posso pronunciarmi su ciò che è giusto o sbagliato per quanto concerne i metodi di allenamento. La maggior parte delle arti marziali non sono nella posizione di criticare le altre, dato che sono frequenti i casi in cui chi appare in qualche modo debole si rivela poi straordinariamente forte.

PRANIN
Ci può descrivere la sua organizzazione in Italia?

TADA
Il nome ufficiale dell’Aikikai in Italia è “Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese” ed è riconosciuta dal Ministero della Cultura italiano. Come lascia intendere il nome, l’aikido è praticato come una forma di cultura tradizionale. E’ molto chiaro che quel che facciamo è diverso da qualunque altro sport. Penso sia molto difficile per un giapponese che vive in Giappone capire questa situazione. Per metterla in altri termini, in Giappone si pratica aikido come forma di meditazione in movimento. In posti come l’Italia, la Svizzera o la Germania, la frase “ki no renma” (coltivazione del ki) è usata così com’è, in giapponese.
Ovviamente non tutti praticano con quell’approccio in mente. Alcuni sono più interessati a diventare più forti, per reggere meglio in caso di confronto fisico; altri sono motivati dal desiderio di una salute migliore; altri voglio semplicemente avvicinarsi a qualcosa che viene da una cultura diversa. I giovani aikidoka che vogliono diventare istruttori, devono invece avere scopi chiari e coerenti per poter praticare un allenamento di aikido che includa tutto ciò.
Le arti marziali giapponesi moderne sono un caso piuttosto speciale. Sebbene ci si riferisca a loro come budo, in realtà sono state incorporate nel sistema educativo fin dal periodo Meiji e sebbene si supponga che rappresentino lo spirito del Giappone tradizionale, spesso certi aspetti spirituali vengono omessi.
La restaurazione Meiji, avvenuta più di cento anni fa, è ritenuta in Giappone un periodo di florida civilizzazione di stile occidentale; ma fu proprio allora che lo studio della cultura orientale diventò popolare in Europa e negli Stati Uniti, assieme all’uso del subconscio e all’attenzione verso le parti più profonde della mente. Questi temi si sono sviluppati per un lungo periodo di tempo e dopo la guerra sono divenuti ben noti come psichiatria e ricerche terapeutiche. Al contrario, il Giappone adottò la politica di “abbasso l’Asia, viva l’Europa”, una tendenza estremamente problematica che continua ancor oggi e probabilmente spiega come mai ci siano così pochi giapponesi che comprendano l’essenza dell’aikido.
Eppure, quando pratico all’estero, sento davvero che ci sono degli aspetti dell’allenamento che solo un giapponese può capire; non i metodi di allenamento, ma piuttosto cose di natura più generale. Il modo di parlare dei giapponesi, ad esempio, od il ritmo della vita giapponese, sono cose che solo una persona che vive in Giappone può capire. Il Kabuki e la danza Noh sono altri esempi. Sento che io posso capirli perché ho vissuto in Giappone. Penso che l’allenamento di aikido in Europa evolverà in una forma appropriata per l’Europa. Se il linguaggio, il modo di pensare ed immaginare sono differenti, allora lo saranno anche il modo di stare in piedi e di muoversi. Se pensiamo al colore rosso, il nostro corpo si muoverà in un modo che “è rosso”. La mente ha questa influenza sul corpo. Sono aspetti molto sottili, comunque, che possono essere compresi solo dopo un attento esame.

PRANIN
Maestro, lei dà l’impressione di aver assorbito ed incorporato dentro di se e nel suo stile di vita il modo di pensare e di muoversi dell’aikido, sia dentro che fuori dal dojo. Ci può dire qualcosa sulle sue abitudini giornaliere, magari a cominciare dalla sua dieta?

Il Maestro Tada nel suo dojo, il Gessoji Dojo

TADA
Ero completamente vegetariano quando ero all’università. Praticavo il digiuno ed altre austerità. Queste cose sono un po’ difficili per me ora così mi concentro su una dieta con pane integrale, spaghetti di grano saraceno e vegetali, integrata con alghe, pesce e frutti di mare, e piccoli pesci interi.
Non bevo alcolici tranne che in occasioni speciali come le feste e le riunioni con gli studenti. Non fumo. Il kokyuho non viene bene se si fuma e si perde anche il controllo degli aspetti più sottili dei cinque sensi. Si diventa incapaci di riconoscere le differenze microscopiche. Se non si percepiscono queste differenze si è anche incapaci di percepire gli aspetti più sottili della vita di tutti i giorni. Sono cose difficili da capire all’interno delle routine di una vita normale, ma a volte diventa chiaro quando i sensi sono estremamente affilati, come ad esempio quando si recupera da un digiuno di tre settimane. Bere alcolici tutti i giorni rende particolarmente difficile raggiungere un senso di completa chiarezza, non importa quanto intensamente ci si pensi o ci si alleni. Esistono anche diversi modi di mangiare. Si potrebbe dire che assorbiamo il ki dell’universo attraverso il cibo. Quindi dovremmo considerare l’assunzione di cibo alla stessa maniera del respirare il ki dell’universo. Penso che la cosa più importante sia forse mangiare con lo stesso sentimento che ci metteva O-Sensei, unendo le mani in segno di ringraziamento sia prima che dopo i pasti.

PRANIN
Lei ha parlato del Maestro Tesshu Yamaoka. Era molto estremo in alcuni aspetti della sua vita…

TADA
Esistono molti aneddoti su Tesshu Yamaoka. Alcuni più estremi dicono di come mangiasse decine di manju (ravioli di farina di riso ripieni di una crema di fagioli dolci) e uova sode. Ce ne sono tante di storie così sui vecchi eroi. Penso che non si preoccupassero di cose minori come quello che mangiavano.
Fino al periodo Meiji, i giapponesi diventavano esperti di kokyuho e sviluppavano il ki attraverso una disciplina che cominciava in tenera età. Da questo punto di vista i giapponesi di oggi sono molto diversi dai giapponesi di allora. Mi riferisco a quel tipo di disciplina che comincia con la nascita, in particolare all’insegnamento che si impartiva ai bambini e alla natura della vita familiare. Si può dire la stessa cosa dello stile di vita europeo, dove i bambini vengono portati in chiesa sebbene non possano avere la capacità di comprenderne l’esperienza. Anche lì l’educazione comincia in tenera età. Queste esperienze probabilmente formano il vero nucleo di una persona. Nel Giappone ante guerra la lealtà ed il patriottismo che derivavano dal bushido erano l’equivalente, in un certo senso, dell’educazione religiosa europea. Tutto ciò è scomparso e sfortunatamente non c’è più niente che possa rimpiazzarlo. Credo che l’aikido sia abbastanza forte da sopperire a questa mancanza.

PRANIN
Maestro, lei ha scritto che è importante saper praticare in maniera scientifica…

TADA
Beh, dato che il corpo umano è, in un cero senso, un oggetto fisico, il modo in cui muoviamo i nostri corpi dovrebbe essere razionale e scientifico. Il Budo include sempre allenamenti sul modo di stare in piedi e di sedere, così come il portamento e l’attenzione. Particolare enfasi è posta sul modo di muovere il corpo e spostare il peso, o con quale velocità recuperare la stabilità per effettuare le tecniche. Certamente esistono dei principi che governano queste cose e dovrebbero essere accuratamente compresi ed applicati all’allenamento.
Lo scopo dell’insegnante è di trasmettere questi principi agli studenti, ma è difficile farlo tramite spiegazioni logiche; il modo migliore è che gli studenti imparino gradualmente attraverso i loro corpi, senza neanche accorgersene. E’ per questo che O-Sensei non spiegava mai le sue tecniche. Le spiegazioni verbali si fermano alle orecchie. Così, seguire semplicemente il movimento al meglio che si può è il modo più veloce di migliorare. Non è bene pensare che non si possa fare qualcosa di cui non si è mai avuta esperienza solo perché non la si è “imparata”. “Scientifico” significa seguire una serie di princìpi, no? Implica anche l’applicazione di questi princìpi. Quindi, anche se ci troviamo difronte a qualcosa che non abbiamo mai sperimentato prima, non dovremmo usare il fatto che non l’abbiamo ancora imparata come scusa per non saperla fare.

Stanley Pranin durante l’intervista con Tada Sensei

Dato che i metodi di attacco nel dojo sono predeterminati, il corpo potrebbe non essere capace di rispondere in caso di improvvisi attacchi diversi.
O-Sensei insegnava, per esempio, che shomenuchi rappresenta un attacco in cui la potenza del partner arriva diritta dal davanti, che sia un bastone, una spada, un coltello o un calcio. Non è solo un attacco con la tegatana (la mano a spada, n.d.t.). Bisogna tenere bene in mente tutte queste possibilità quando ci si allena. Ciò significa fare attenzione a come il corpo risponde ad ognuno di questi stimoli e a come si creano le linee e si adatta il corpo. In più, bisogna avere una tale energia speciale da riuscire a creare un ambiente dove le persone si possano davvero allenare ed essere “motivate all’allenamento”. Motivare tutti nel dojo richiede la potenza del kokyu.

PRANIN
Ho sentito che prima della guerra e durante il periodo di Iwama, eseguendo ikkyo in suwariwaza, una delle tecniche più fondamentali dell’aikido, il Maestro Ueshiba non dava mai all’avversario la possibilità di attaccare, ma piuttosto iniziava il movimento proiettando avanti il proprio ki…

TADA
Quello era conosciuto come “coltivazione del magnetismo”. Necessita un senso del kokyu molto sviluppato che risucchia l’avversario come un pezzo di ferro istantaneamente attratto da un magnete. Esistono tre situazioni: ci si muove per primi; ci si muove simultaneamente al compagno; il compagno si muove per primo. La tecnica è la stessa per tutte le situazioni, davvero, e ciò che importa alla fine è il tipo di stato che manteniamo dentro di noi. Se si guarda solo alla forma esteriore, per esempio, se si vedono le tecniche solo come un mezzo di autodifesa, allora non si sarà capaci di comprenderne il significato globale. Hanno a che fare con il ki, non sono solo semplice interazione fisica tra corpi. L’allenamento è come uno specchio che riflette la nostra sensibilità al ki. La pulizia dello specchio è la cosa più importante.

PRANIN
Ci potrebbe parlare delle differenze tra omote ed ura?

TADA
Dal punto di vista fisico, si esegue una tecnica ura quando il partner ha piantato bene a terra il piede arretrato. Quando il suo piede arretrato è in movimento, o senza supporto, allora si esegue una tecnica omote. Quando il kokyu scorre liberamente attraverso il nostro partner si esegue un omote. Ecco come le tecniche diventano omote o ura. Queste variazioni apparivano spesso nell’insegnamento di O-Sensei. Però il punto è essere capaci di eseguire le tecniche in ogni direzione entro i 360 gradi. Omote ed ura non sono forme fisse o degli stampi. esse semmai rappresentano l’idea che le tecniche possono variare liberamente.

PRANIN
Maestro, lei ha nella sua mente un curriculum di tecniche ben ordinato che ha imparato direttamente da O-Sensei…

TADA
Si, le ho organizzate con molta cura e formano la base del mio programma di allenamento. Cerco di preservare non solo le tecniche, ma anche la sensazione e le condizioni globali, l’atmosfera di quando le ho imparate. Ad esempio, cerco di preservare l’immagine di quando andavo al dojo ad allenarmi con O-Sensei. Esco da casa mia a Jiyugaoka, vado giù per la discesa e prendo la linea Toyoko in direzione Shibuya, lì cambio con la linea Yamate verso Shinjuku, poi prendo l’autobus per Nukebenten (un piccolo tempio) ed arrivo al dojo, dove O-Sensei appare ed esegue una serie di tecniche. Ho un bel po’ di film o visualizzazioni nella mia mente. Se si tratta di ikkyo, comprende tutte le possibili applicazioni, variazioni e controtecniche. Questo modo di fare è da sempre una questione di buon senso per i praticanti di budo.
Spesso si usa il termine “allenamento immaginario”, ma è un concetto che ha avuto origine in oriente. E’ una forma di meditazione. Non ci si può aspettare un grande effetto senza identificarsi con quello che si sta visualizzando. Bisogna confondersi nel paesaggio. Allora si possono sentire i suoni delle tecniche di O-Sensei ed il suo respiro.
Si dice che le tecniche di O-Sensei, passati i cinquant’anni, sgorgavano come acqua da una sorgente. Non insegnava più le forme del Daito-ryu come le aveva imparate da Sokaku Takeda. L’esperienza di una vita, fin dai tempi dell’infanzia, culminava in un continuo scorrere di nuovi movimenti che “sgorgavano come da una sorgente”, come O-Sensei stesso diceva. Era una forma di invenzione e scoperta continue.
O-Sensei diceva che quando era in piena forma, gli appariva davanti agli occhi un’immagine del suo avversario che volava in aria; l’istante successivo il suo corpo si muoveva automaticamente e l’immagine diveniva realtà.

Il Fondatore: Infinita fonte di tecniche

PRANIN
Lei si sforza coscientemente di tramandare ai suoi studenti i suoi ricordi di O-Sensei e delle cose che ha imparato da lui?

TADA
Si, naturalmente, ma mole delle storie e degli aneddoti sul Maestro Ueshiba vengono davvero “dalla cima della montagna”, così per dire, quindi sono suscettibili di fraintendimento, a meno che non se ne spieghi il contesto. D’altra parte, si è sempre detto che conoscere troppe cose impedisce l’apprendimento. Quando imparavamo da O-Sensei ce la mettevamo tutta per assorbire e assimilare tutto, tentando per anni di copiarlo. In giapponese abbiamo l’espressione “gokui ni kabureru” per descrivere qualcuno che cerca di eccedere nella sua abilità, una cosa che ai giapponesi non piace mai. Perciò dovremmo stare attenti quando parliamo di O-Sensei ai giovani, o mostriamo loro dei suoi video. O-Sensei ci rimproverava severamente se ci limitavamo ad imitare le sue tecniche; diceva: “Non dovete semplicemente imitare la forma esteriore di quello che faccio! Concentratevi sulle vostre basi!”
Abbiamo anche le parole “Aikido è Amore”. Di solito usiamo la parola amore in senso relativo, dicendo “amo questo o quello”, ma O-Sensei parlava di “Amore” in senso assoluto, come la mente dell’universo. Di conseguenza, mentre possiamo comprendere questo “Amore” a livello intellettuale, non possiamo comprenderlo davvero come lui senza diventare tutt’uno con l’universo, come diceva O-Sensei stesso. Forse questa è la “purezza” o il “diventare puri” di cui parlava O-Sensei. Naturalmente queste espressioni hanno anche un significato religioso. I discorsi di O-Sensei erano ad un livello molto alto e piuttosto complicati, direi.
Riguardo l’allenamento del ki, è abbastanza semplice capire le proprie limitazioni fisiche. E’ impossibile sollevare oggetti straordinariamente pesanti o correre estremamente veloci. Quando si scava nelle profondità della mente comunque, all’inizio è impossibile conoscere i propri limiti o sapere come fare per sviluppare se stessi. Non si ha altra scelta che seguire la saggezza delle ere passate il più che si può, allenandosi diligentemente con i metodi che ci sono stati insegnati.
E’ un’area delicata, che richiede di allenarsi in modo razionale e scientifico, conservando insegnamenti tradizionali importanti come la coltivazione del ki.

PRANIN
La ringrazio moltissimo per il suo tempo e per averci riconfermato alcuni degli aspetti più profondi dell’aikido.

(Traduzione dall’inglese di Pasquale Robustin)

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Seminario: H. Tada Shihan Kinorenma a La Spezia


Spiegazioni del Maestro Tada durante il Kinorenma

Spiegazioni del Maestro Tada durante il Kinorenma

Hiroshi TADA Sensei 9° Dan
DIRETTORE DIDATTICO AIKIKAI D’ITALIA

KINORENMA 2011
LA SPEZIA 11 – 16 LUGLIO 2011

Esercizi di respirazione Meditazione
Sesto Senso Aiki-Ken Aiki-Jo

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