Ogni attività umana può essere racchiusa in un’icona mentale che la rappresenta, così formiamo negli anni un repertorio di immagini iconiche delle molteplici attività di cui siamo capaci o che vediamo compiere. Potremmo divertirci formando un gruppo di persone che disegnino l’icona di riferimento di attività comuni per poi paragonare i risultati e vedere quante similitudini troviamo: saremmo sorpresi di come, pur nella differenza di abilità grafica, i disegni si somiglino almeno nell’essenza
di MASSIMILIANO GANDOSSI
Potremmo ad esempio facilmente immaginare come il concetto di concentrazione venga rappresentato da una persona che restringe lo sguardo su un determinato punto e tiene stretta la radice del setto nasale con pollice e indice, mentre l’atto di percepire attraverso facoltà cosiddette extrasensoriali o “meditare” sia rappresentato da un volto umano rivolto verso l’alto, magari con occhi chiusi e con i muscoli facciali rilassati, magari seduto e con le braccia aperte o protese in avanti.
Ed è così che effettivamente predisponiamo il nostro corpo, attraverso una precisa “configurazione cerebrale” alle due attività che sono praticamente opposte. Se proviamo questo semplice esercizio, magari alla fine del keiko, ci accorgeremo della netta differenza fisica delle due attività.
Proviamo a sederci uno di fronte all’altro come per il kokyu-ho e dapprima cerchiamo di mettere bene a fuoco un occhio del nostro compagno/a. In questi casi è molto frequente che i praticanti inizino a ridere, è una cosa assolutamente naturale (la risata è un meccanismo che l’essere umano ha sviluppato per risolvere l’imbarazzo della sovrapposizione territoriale e dei conflitti che ne derivano); basta NON commentare, lasciare che la risata si scarichi e l’imbarazzo si dissolva da solo. Magari poi ritornerà dopo un po’ e allora lo lasceremo scaricare di nuovo senza commentare, altrimenti finiremmo col tornare daccapo.
Stiamo solo mettendo a fuoco l’occhio del partner, e non succede nulla nel resto della mente, magari facciamo qualche pensiero, il resto dei sensi corporei è attivo, anche se passa in secondo piano; a questo punto lasciamo che i muscoli oculari si rilassino e perdiamo la messa a fuoco del punto allargando il campo visivo senza muovere gli occhi e, forse ancor più difficile, senza sbattere le palpebre (o riducendo la frequenza di questa azione il più possibile).
A questo punto abbiamo cambiato la predisposizione del cervello da concentrazione a percezione, e inizieremo più facilmente a lavorare con l’immaginazione e a percepire sensazioni visive particolari: potremmo vedere il viso del nostro partner cambiare di aspetto, deformarsi, scurirsi nel centro evidenziando dei contorni luminosi (taluni sostengono che questo sia un modo per osservare l’aura energetica). E possiamo continuare così per qualche minuto alternandoci magari ogni tanto col nostro partner in modo da intervallare l’atto di osservare con quello di essere osservati (tori e uke anche in questo piano).
Questa esperienza inserisce un interessante elemento nella pratica aikidoistica, elemento che magari istintivamente già è presente e di cui si può anche solo semplicemente prendere consapevolezza: quando studiamo una tecnica o siamo concentrati su uno o più elementi di essa, predisponiamo il cervello (e di conseguenza il corpo) alla concentrazione, mentre quando ci rilassiamo e perdiamo la messa a fuoco di un singolo punto, aprendo il campo visivo, e rilassando i muscoli facciali predisponiamo noi stessi alla percezione. Si potrebbe dire che il passaggio da kihon/waza a takemusu aiki, che necessita certamente di tempo continuativo di pratica affinchè sia ben evidente, sia però in realtà un cambiamento di atteggiamento, che potrebbe essere sperimentato fin dal primo giorno di pratica, perché dipende dal modo in cui ci si pone verso quello che si sta facendo più che da come lo si sappia fare.
Resta ben inteso che la tecnica permette all’artista di avere strumenti validi per esprimere l’ispirazione, ma l’artista che si esprime non si concentra, si apre, si rilassa, si lascia attraversare da un’energia che in quel momento lo usa come veicolo.
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