Pienza, il Gioiello del Rinascimento Italiano


La splendida cittadina di Pienza, circondata dalla sua poderosa cinta di mura, è una terrazza di incredibile bellezza affacciata sulla pittoresca Val d’Orcia.

Pienza è il simbolo del Rinascimento italiano e come tale e’ stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità’ dall’UNESCO nel 1996. Essa è una delle più belle cittadine della meravigliosa Toscana, e questo la dice lunga. Qui ci si può sentire parte delle vecchie gloriose trame del Rinascimento, camminando fra i meravigliosi monumenti della città; oppure si può dimenticare il mondo, perdendosi con gli occhi e il cuore nel favoloso panorama della Val d’Orcia; oppure ancora indulgere ai piaceri del gusto, sperimentando i succulenti prodotti locali, come il celebre cacio pecorino della zona, la Caciotta di Pienza.
Arrivare a Pienza con la macchina è già di per sé un’esperienza speciale: che si provenga da Firenze via Siena, o da Roma via Viterbo, guidando lungo la Cassia, il tragitto sembra trasportare fuori dal tempo in un’epoca lontana. Chilometri e chilometri di paesaggio toscano quasi incontaminato accompagnano l’approccio a Pienza. Cittadine arroccate su colli, ettari di arato color dell’oro, pochi segni dell’avvento della modernità, tutto questo e’ il miglior annuncio dell’imminente arrivo nel gioiello del Rinascimento Italiano.
La storia lega Pienza a Papa Pio II, nato Enea Silvio Piccolomini, che nacque nel 1405 in quello che allora era l’insignificante villaggio di Corsignano. Una volta eletto papa, Pio II, un uomo cui non mancavano ne’ visione, ne’ mezzi, decise che il suo luogo di nascita sarebbe diventato una città, il cui nome avrebbe immortalato il suo pontificato nei secoli. Oltre cinquecento anni dopo, possiamo confermare che la sua impresa e’ stata coronata da successo. Il progetto di Pio II di trasformare il piccolo borgo di Corsignano, dove era nato, nella “città ideale”, il centro urbano perfetto, e’ una realtà che affascinerà i visitatori fino alla fine dei tempi.
In soli tre anni, i migliori architetti e artisti del Rinascimento italiano concentrarono il loro genio su una cittadina di nuova concezione, ora ribattezzato Pienza, in onore di Papa Pio II. Nel 1462 fu inaugurata Piazza Pio II, dominata dalla bellissima cattedrale, e il Palazzo Piccolomini. Nello stesso anno vennero inaugurati la via principale – che porta il nome del papa – e alcuni maestosi palazzi. Non contento il papa ordinò a cardinali e nobili di edificare lussuosi palazzi e residenze a Pienza, ovviamente in sintonia con lo stile della città ideale e ovviamente essi eseguirono senza lesinare mezzi e sfarzo. Nel 1464, la morte di Pio II interruppe il progetto, ma nel frattempo la nuova città gioiello era nata.
Oggi Pienza è una destinazione di alta fascia per il turismo culturale, una perla di architettura, urbanistica e paesaggistica. All’interno delle sue mura, la città è interamente decorata e illuminata a festa, mentre dalle vetrine dei suoi negozi alla moda fanno bella mostra prodotti di alta qualità, principalmente artigianato locale e deliziosi tesori gastronomici, primo fra tutti il classico pecorino toscano, e vini per intenditori.
E’ un piacere fare una passeggiata lungo la via principale, visitare la stupenda cattedrale e poi sedere in uno dei tanti pittoreschi locali a degustare il buon vino della zona: non mancate di assaggiare un bicchiere di Rosso di Montalcino o del Chianti Classico; fateveli servire accompagnati da pane toscano, prosciutto nostrale, cacio pecorino, e finocchiona, il tipico salame locale.
Una volta rifocillati e rallegrati dai gustosi sapori pientini, e’ ora di fare un’altra passeggiata, percorrendo strade che hanno nomi che difficilmente dimenticherete, come Via dell’Amore e Via della Fortuna. Se siete in buona compagnia, questo e’ il momento di baciare il vostro partner: si dice che questo porterà ancora più felicità nel vostro rapporto. Il viale degli innamorati si svolge lungo il lato esterno di Pienza; da questa prospettiva si potrà godere del paesaggio della Val d’Orcia, uno spettacolo romantico ed evocativo, soprattutto durante l’estate, quando le giornate sono più lunghe ed i tramonti sono bellissimi.
Quando si comincia ad essere stanchi e si sente che è arrivato il momento di ritirarsi, non vi allontanate troppo, per il vostro soggiorno scegliete uno dei tanti agriturismo confortevoli e convenienti nella campagna attorno a Pienza. Qui potrete apprezzare la tipica ospitalità toscana e degustare alcuni speciali piatti tradizionali, come i succulenti pici, degli spaghetti fatti in casa che vengono ancora preparati e cucinati secondo l’antica tradizione gastronomica della regione.
Andate a Pienza, entrerà senza problemi nei vostri “Posti del Cuore”.

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Basta Sognare, E’ Ora di Andare in Giappone – Parte 2


Pubblichiamo la seconda parte del Vademecum del viaggiatore a Tokyo, con la speranza di stimolare sempre più studenti a verificare di prima mano la qualita’ dell’Aikido nella capitale e la bellezza del Giappone

Spostarsi a Tokyo
Il modo più comodo, veloce ed economico di muoversi a Tokyo è la rete metropolitana e la ferrovia JR. Esse coprono ogni parte di Tokyo e si intersecano più volte, il che consente di raggiungere praticamente ogni zona della città fra le 05:30 e l’1:30 del mattino. I cartelli di tutte le fermate sono bilingui e le stazioni sono pulite e sicure anche di notte.
Si consiglia di evitare sia JR che metropolitana nelle ore di punta a causa della massa incredibile di persone in viaggio verso il lavoro o in ritorno verso casa che affollano le carrozze. I treni sono così pieni che ci sono speciali addetti il cui compito è quello di spingere i viaggiatori, e così permettere di chiudere le porte… Lo fanno il modo giapponese, educatamente, infatti indossano guanti bianchi! Si dovrà acquistare il biglietto presso i distributori automatici. Sopra ognuno di essi vi è una lista di destinazioni possibili con la tariffa corrispondente. In caso di dubbio pagare la tariffa minima e aggiungere la differenza quando si raggiunge la stazione di destinazione.
Si può anche andare in giro in autobus, ma i cartelli dei bus sono solo in giapponese – quindi assicurarsi di sapere già dove scendere o vi perderete senza problemi. E’ possibile usufruire di uno dei molti taxi che popolano la citta’. Questa è una scelta costosa ma necessaria dopo l’una di notte, quando JR e metropolitana finiscono il loro servizio. Un taxi libero è riconoscibile da una luce rossa sul parabrezza. Non cercare di aprire la porta del vostro taxi per entrare, se non si vuole fare la figura degli sciocchi: le porte non si aprono dall’esterno, il taxi driver fa entrare e uscire il cliente, dopo aver pagato, ovviamente! E’ raro trovare un taxi driver che parla inglese, quindi è una buona idea di chiedere a qualcuno di scrivere la vostra destinazione in ideogrammi giapponesi per voi.
Una cosa che sicuramente colpirà uno straniero in Giappone è che la zona abitata è molto piccola in proporzione alla popolazione. Questo e’ verificabile in modo inequivocabile nella stazione di Shinjuku a Tokyo: infatti oltre un milione di persone ogni giorno passano attraverso la stazione di Shinjuku, quella più vicino al Aikikai Hombu Dojo…
Tokyo è una grande metropoli piena di colori moderni e luci. E’ composta da una stratificazione di strade, incroci di metropolitana e linee ferroviarie dove i treni super veloci accelerano fino a 300 chilometri all’ora in mezzo ai grattacieli, separati tra loro da strade a volte non più larghe di un paio di metri. E’ possibile trovare un nuovo grattacielo, costruito con la tecnologia più innovativa proprio a fianco di una vecchia casa a due piani in legno e persino stanno bene insieme uno di fianco all’altro. Molto spesso in Giappone si può notare questo mix incredibile ma armonioso di tradizione e modernità. A Tokyo si può prima visitare un centro commerciale alto 60 piani, e poi fare una passeggiata lungo un ruscello, mentre tutti intorno a te vanno in bici e i locali se ne vanno a casa attraversando un ruscello su un piccolo ponte di legno!

Food & drink
A Tokyo si trova ogni sorta di ristorante e cibo per tutti i gusti. I prezzi vanno da astronomico a buon mercato. Non è difficile trovare piatti insoliti e gustosi per spegnere la fame. Tutto quello che dovete fare è non essere troppo sospettosi e procedere per tentativi. I menu sono solo in giapponese, il che rende l’esperienza ancora più divertente e avventurosa, ma aiutatevi dando un’occhiata ai modelli numerati in plastica di ciò che è disponibile da mangiare: sono in bella mostra in una vetrina all’entrata di ogni ristorante!

Allenamento di Aikido in Giappone
L’Aikido in Giappone presenta un quadro molto diverso da Aikido in Europa. Ci sono più praticanti in Giappone che in tutti i paesi europei insieme …. Esistono varie organizzazioni di Aikido in Giappone, l’Aikikai la prima fra di loro, che sembrano co-esistere in armonia. Nel 1968, con la collaborazione e la dedizione di persone provenienti da tutto il mondo, Aikikai Hombu Dojo è stato ricostruito dalla sua struttura originaria in legno in un moderno edificio in cemento armato. Il dojo ora e’ una palazzina di cinque piani di altezza e comprende tre distinte aree di allenamento per un totale di 250 tatami, oltre a spogliatoi e uffici.
Doshu Moriteru Ueshiba ha la sua residenza nella villa accanto al dojo. Circa 15 istruttori tengono lezione regolarmente, passando dal Doshu Ueshiba medesimo a Shihan come Endo, Yokota, Kobayashi, ecc. e anche Shidoin 4 e 5 dan che si preparano a diventare istruttori professionisti a tempo pieno. La pratica inizia alle 6.30 ogni mattina con una lezione tenuta normalmente da Doshu Ueshiba. Nel dojo principale ci sono 5 lezioni al giorno, e ognuno degli insegnanti in programma fa la propria lezione senza seguire una linea di insegnamento comune. Durante la mia permanenza presso l’Hombu ho visto una gamma completa di stili. Le variazioni sono evidenti.
Ho incontrato molti studenti stranieri che praticano presso l’Hombu Dojo. Alcuni sono venuti in Giappone per imparare l’Aikido e allenarsi all’Hombu, sostenendo la loro modo permanenza in Giappone con l’insegnamento delle loro lingue native. Le grandi dimensioni dell’Hombu possono essere piuttosto scoraggianti e parecchi stranieri preferiscono l’atmosfera di dojo tradizionali piu’ piccoli, come il dojo di O’Sensei a Iwama, un appuntamento da non mancare. Personalmente a volte mi sentivo ostacolato dal non essere in grado di comunicare in giapponese e questo è sicuramente un problema. Consiglio quindi a chiunque stia pensando di andare in Giappone per praticare di imparare un po’ di conversazione base giapponese prima di partire.

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Basta Sognare, E’ Ora di Andare in Giappone – Parte 1


Di questi tempi un gran numero di studenti di arti marziali si reca in  Giappone per allenarsi, al punto che è diventato quasi un luogo comune per ogni budoka che si rispetti di fare almeno una visita al paese del Sol Levante, a mo’ di mussulmano alla Mecca.

Dopo aver atteso almeno un decennio di troppo, io l’esperienza l’ho fatta, e mi e’ piaciuta così tanto da ripeterla per tre volte di fila nel breve arco di meno di due anni. Se siete tra i fortunati pronti a partire o state appena iniziando a pensarci, leggete le mie note, poi mettete in valigia dizionario, tenute da allenamento, bacchette per il riso e via… Basta sognare e’ ora di andare in Giappone!

Se non vi è possibile farlo ora, continuate a sognare e sperate in future opportunità.

Prima di andare

Prima di tutto vi consiglio vivamente di evitare di viaggiare in Giappone per allenarvi durante la stagione estiva, quando il clima è mortalmente caldo e umido – la stagione delle piogge va da metà giugno a metà luglio. Non fate come me, che la prima volta che andai a Tokyo lo feci a giugno del 2000 e quasi morii soffocato nel tentativo di praticare una timida parvenza di Aikido aerobico presso l’Hombu Dojo Aikikai a Shinjuku. Il colore purpureo del mio incarnato attrasse persino le attenzioni del Doshu (Guida) dell’Aikido mondiale, Moriteru Ueshiba, evidentemente preoccupato dall’idea di veder collassare il figlio di suo vecchio amico italiano sul glorioso tatami del fondatore dell’Aikido.

Se potete programmare liberamente il vostro viaggio, andate in primavera o in autunno, come io ho imparato a mie spese e messo in pratica con il mio secondo e terzo viaggio giapponese. E’ essenziale fermarsi in Giappone per almeno 3-4 settimane, meglio se più a lungo, per aver il tempo di abituarsi al nuovo ambiente e sfruttare al meglio l’esperienza, specie in termini di allenamento. Altrimenti fra sfasamento dovuto al fuso orario, 8 ore di differenza rispetto all’Italia, stanchezza generale e necessità di adattamento del fisico ai nuovi ritmi, appena sarete pronti a praticare a pieno regime sarete anche pronti a rifare le valigie e tornarvene a casa. Quindi pensateci bene, se non volete fare solo un turistico toccata e fuga con contorno di fotografie nei più famosi dojo della capitale, ma niente sostanza in termini di apprendimento, partite solo quando potete fermarvi per un periodo sufficientemente lungo.

Per accedere al Giappone, se si intende soggiornare per meno di tre mesi, gli italiani hanno solo bisogno di un passaporto valido e di un volo andata e ritorno. Per quel che riguarda i voli, state alla larga dalle agenzie di viaggio, quasi mai convenienti. E’ una buona idea di guardarsi intorno sul web, ove e’ possibile di tanto in tanto scovare voli ‘economici’ per Tokyo, a volte anche sotto i 500€. Il volo può durare tra 15 e 20 lunghe ore, a seconda della tratta, quindi equipaggiatevi di Ipod, buone letture e tanta pazienza.

Prima di partire, e’ consigliabile di acquistare il Japan Rail Pass dall’agente di viaggio del vostro quartiere. E’ garantito che vi guarderanno come se foste appena atterrati da Marte, ma vi garantisco che si può fare! Con il vostro JRP in tasca sarete in grado di viaggiare su tutto il sistema ferroviario giapponese senza limiti (ci sono versioni da 7, 14 o 21 giorni) e risparmiare un sacco di soldi. Il trasporto pubblico è essenziale, non potrete farne a meno sia durante il vostro soggiorno a Tokyo che per visitare città culturali come Nara e Kyoto. Da non dimenticare: senza JRP i trasporti sono estremamente costosi!

Questioni di denaro

La moneta ufficiale giapponese è lo yen. Al momento ¥ 1.000 corrispondono a circa 9 € o 12 $. Cambiate la vostra valuta in yen a casa, il cambio e’ sempre migliore. Se avete intenzione di portare contanti o travellers cheques, meglio che siano in dollari, e’ più facile cambiarli. A Tokyo praticamente ogni negozio e quasi tutti i ristoranti accettano carte di credito. Prima di partire assicuratevi di essere finanziariamente solidi: il vostro viaggio giapponese intaccherà il vostro gruzzoletto come nessun altro! Il costo della vita quotidiana in Giappone è molto alto, circa il doppio di quanto si è abituati a casa. D’altra parte le possibilità di spassarsela sono quasi infinite … e questo è il motivo per cui bisogna fare in modo di avere molto da spendere!

Arrivo a Tokyo

Non lasciate che la destinazione del vostro volo vi inganni: non è a Tokyo che atterrerete, ma a Narita, a 70 km dalla megalopoli giapponese. Dopo aver ritirato i bagagli ed aver espletato le formalità di frontiera, visto turistico nuovo fiammante alla mano, vi troverete ad affrontare il primo problema del vostro viaggio: raggiungere Tokyo.

Niente panico: quasi ogni insegna intorno a voi è bilingue, ideogrammi giapponesi e inglese. Fate come me, un bel respiro profondo e dirigetevi verso lo sportello informazioni turistiche dell’aeroporto. Qui fatevi dare la mappa gratuita di Tokyo, sulla quale le reti di metropolitana e JR sono bene evidenziate, e fatevi spiegare come arrivare al vostro alloggio. Avrete la prima bella sorpresa, le addette parlano un ottimo inglese! Voi non capite l’inglese? Allora fatevi marcare sulla mappa dove cambiare stazione nel vostro percorso verso l’albergo.

Per andare da Narita a Tokyo ci sono tre possibilità. È possibile prendere un taxi (e spendere immediatamente la metà del vostro intero budget di viaggio), o l’autobus (che è il sistema più pratico), o il treno espresso Keisei Skyliner fino alla Stazione di Ueno e quindi continuare verso la destinazione finale con metropolitana o JR (il modo più economico). Io, ovviamente, ho deciso per l’ultima opzione e tutto ha funzionato perfettamente. Tra l’altro è così che la gente del posto viaggia da Narita a Tokyo: vi potrebbe accadere di essere l’unico occidentale sull’intero treno! Io l’ho sperimentato in prima persona, ed una esperienza che consiglio a chiunque sia malato di razzismo, in modo da sentire sulla propria pelle, anche se per pochi insignificanti e tranquilli minuti, cosa significa essere diversi.

Alloggio

Insieme con i trasporti, è qui che scomparirà la maggior parte dei vostri soldi, perché rispetto ai nostri standards non esiste alloggio economico. Le diverse categorie di alloggio disponibili includono alberghi, Ryokan, ostelli e Gaijin Houses. È possibile trovare una varietà di alberghi di differente livello, ma poco cambia perché sono tutti fuori dalla vostra portata, soprattutto se avete intenzione di soggiornare per un lungo periodo, a meno che non abbiate vinto al lotto. Una categoria speciale di alloggio sono i Love Hotels. Per decenni gli alberghi dell’amore hanno fornito alle coppie giapponesi un posto dove poter fare l’amore in pace, cosa che a casa non e’ possibile, essendo le abitazioni piccolissime e completamente prive di ogni forma di privacy. Mi dicono i bene informati che i Love hotels sono arredati a tema e che ce n’e’ per tutti i gusti, dal romantico al kitsch al sadomaso… ma forse non sono esattamente il tipo di alloggio ideale per chi va in Giappone a fare sport!

Contrariamente al precedente, ho esperienza diretta e consiglio vivamente di provare almeno una notte in un Ryokan, il meraviglioso albergo in stile giapponese. Il posto è concepito e arredato in modo tradizionale: qui potrete dormire su un comodo futon, indossare una ampia yukata di cotone nel tempo libero, fare un bagno nella tipica vasca a livello del pavimento (acqua bollente, attenzione!), gustare le specialità della cucina giapponese, camminare a piedi nudi sutatami di paglia di riso. I Ryokan sono cari, ma vale assolutamente la pena di andarci per un paio di notti per gustare l’atmosfera tradizionale che ancora conservano.

Gli ostelli della gioventù sono sicuramente una scelta più economica, ma se si sta cercando di spendere il meno possibile, allora cercate una Gaijin House, una casa per stranieri, o per barbari, come la parola simpaticamente può essere tradotta, dato che la lingua giapponese non fa differenza. Alcune di esse sono una mezza schifezza, quindi informatevi presso chi c’e’ già stato e soprattutto controllate il bugigattolo che vi verrà assegnato prima di pagare. La mia Gaijin House era decorosa, la mia stanza microscopica (4 tatami, ossia 8 metri quadrati) ma perfettamente pulita. Ho dormito sul mio bel futon che ogni mattino ho arrotolato e riposto nel suo apposito sportello, e come ogni abitante di Tokyo ho maledetto le pareti di cartone e la mancanza di spazio. D’altra parte ho rapidamente fatto amicizia con altri viaggiatori provenienti da tutto il mondo e ho così trovato compagnia per i miei viaggi esplorativi, diurni e notturni, di Tokyo e dintorni. Ma di questo e di altre interessanti avventure, marziali o meno, parleremo prossimamente.

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“POSTI DEL CUORE”: IN GIRO PER IL MONDO CON SIMONE
Il Cammino della Citta’ Perduta Parti 1-10

“IL GURU DEL BUDO”: ARTICOLI AIKIDOISTICI IN ITALIANO

Hosokawa Hideki, Uomo e Aikidoka – Parte 1
Hosokawa Hideki, Uomo e Aikidoka – Parte 2
Questo e’ il mondo dell’Aikido

Ridere dell’Aikido

36 Anni ed e’ Ancora un Gran Divertimento
Intervista a Waka Sensei Moriteru Ueshiba
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“BUDO GURU”: ARTICOLI AIKIDOISTICI IN INGLESE

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Autunno in Irlanda


Abbazia di ClonmacnoiseUna settimana d’autunno a spasso per l’Irlanda scuote la tipica immagine ormai luogo comune del verde paese celtico e consegna al visitatore europeo, nutrito di stereotipi e preconcetti, un paese complesso in pieno sviluppo economico e sociale

L’Irlanda non e’ solo verde, come tutti la vediamo nel nostro immaginario: questo e’ un paese ricco in colore – oltre ai tradizionali verdi, in autunno gli occhi del viaggiatore vengono deliziati da un’infinita gamma di arancione, oro e ocra che si illuminano come fuoco liquido quando sfiorati dai rari squarci di sole che il piovoso clima locale concede ai turisti. La Repubblica di Irlanda e’ anche una nazione ricca in denaro, con tutti i chiaro-scuri delle società consumistiche occidentali in piena azione. Gli ultimi due  anni hanno visto il paese piombare in una crisi economica degna dei tempi bui del paese sotto gli inglesi, ma il tutto e’ arrivato dopo dieci anni di assoluta prosperità che avevano proiettato il paese ai vertici di tutte le classifiche di consumo in Europa.

Viaggiare in Irlanda oggi significa apprezzare ampi spazi ove la natura la fa ancora da padrona e la vista si estende su morbide colline, laghi cristallini e aspre scogliere. La mente si rilassa e vaga, lasciandosi contagiare da un’atmosfera quasi magica e ricca di sogno, specie agli occhi di un continentale urbanizzato.

Per quanto ricchissimo delle testimonianze artistiche del glorioso passato celtico, e come tale meta di primissimo richiamo per gli appassionati di archeologia e tradizioni nordiche, l’Irlanda del XXI secolo e’ anche un paese moderno, disperatamente in cerca di una collocazione in Europa come tale. La tradizionale immagine della verde Irlanda con contorno di cottages, pecore e pinte di Guinness e’ oggi profondamente detestata dai locali, che giustamente rivendicano la loro crescita economica e culturale, che negli ultimi dieci anni ha stravolto e reso obsoleta quell’immagine così cara ai turisti. Centri commerciali e sviluppo edilizio sono la vera storia dell’Irlanda di questi giorni – anche se, per tranquillizzare gli amanti di questo straordinario paese, gli spazi a disposizione sono tali e il numero degli abitanti così limitato da lasciare ben sperare per la sopravvivenza della magia che pervade l’isola di smeraldo.

Per noi italiani, abituati a vivere in spazi ristretti e congestionati, dove il grigio del cemento e’ spesso la nota più evidente, una semplice gita in automobile in qualsiasi meta irlandese al di fuori di Dublino e’ fonte di piacere e meraviglia. Tra le numerose chicche paesistiche e monumentali, imbattibili in quanto a fascino, in cima al mia personale lista di posti del cuore irlandesi pongo una visita a Newgrange e a Dun Aengus.

A Newgrange, ad un’ora scarsa di macchina da Dublino, durante il solstizio di inverno, quando, unica volta all’anno, un raggio di sole penetra all’interno del complesso funerario megalitico forando un buio color carbone, e come un rivolo d’oro scorre sul pavimento fino ad illuminare la lastra sacrificale posta nel ventre dell’edificio, regalando ai fortunati presenti un brivido di emozione lungo la schiena.

Altro contatto con l’infinito ve lo darà una passeggiata nel tardo pomeriggio su Inis Mór, la maggiore delle Isole Aran, al largo delle coste occidentali irlandesi, meta il forte celtico di Dun Aengus. Si tratta di un semicerchio megalitico a picco sull’Atlantico, che si nasconde all’estremità occidentale dell’isola, in fondo al sentiero, gemma di pietra su uno sfondo di azzurro capace di regalare l’esplosione di un tramonto a 180 gradi e un milione di colori che rimangono negli occhi. Chi vede questa meravigliosa isola ancora lontana dal mondo non potrà, come me, fare a meno di tornarci.

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Il Cammino della Citta Perduta – Parte 8


Scacchi nella Giungla

Siamo alla fine dell’avventura, ancora pochi chilometri e qualche gioiello nascosto prima di tornare a Santa Marta

di SIMONE CHIERCHINI

Continua il mio cammino a ritroso dalla Citta’ Perduta a El Mamey, sempre lentamente e per conto mio. Faccio un sacco di foto per futura memoria e per la gioia di parenti e amici a casa. Vorrei che fossero qui, anche se adesso so che nessuno di loro ce l’avrebbe mai fatta.
Oggi e’ caldo e appiccicoso e la maggior parte del percorso è esposto al rovente abbraccio del sole colombiano. Questa è la principale sfida della giornata, insieme a un paio di colline molto ripide da scalare e ridiscendere. Ho trovato un bastone da passeggio che qualche altro escursionista si è lasciato alle spalle e supportandomi con questo le cose vanno molto meglio.
Mi sto davvero godendo il fatto di essere tutto solo, lontano da gente che fa rumore e fuma tutto il tempo. Ora è più facile assorbire le immagini e i suoni della natura intorno a me. Ad un certo punto mi ricongiungo ai miei compagni di viaggio per un tuffo nel fiume Buritaca, che faccio buttandomi tutto vestito e con le scarpe da una roccia, lavando me e i miei vestiti in un colpo solo.
Ben presto arriviamo alle nostre cabanas e alle adorate amache. Ce la spassiamo alla grande con una zuppa fuori programma e una siesta pomeridiana, quindi seguendo una dritta di Castro, facciamo una camminata di 20 minuti per arrivare alle cascate. Queste devono essere raggiunte scivolando giù lungo un ripido pendio, aggrappandosi a una fune per non precipitare contro le rocce che popolano il fondo.
La cascata vola in aria da un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce, finalmente finendo pacificata in una bella piscina di acqua fredda e profonda, il tutto circondato da rocce che gli dei hanno messo lì per il piacere dei tuffatori.

Un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce

Un ragazzo colombiano si tuffa da uno scoglio a 15 metri di altezza e sfida poi i gringos a fare lo stesso. Nessuno è pazzo abbastanza da raccogliere la provocazione, invece siamo favorevoli a fare un tuffetto da una delle lastre a 4 metri di altezza, un trampolino ideale per i nostri gesti più borghesi.
Quando torniamo al campo lanciamo una mezza festa. Bottiglie di rum Medellin Añejo e lattine di birra Aguila appaiono come in un sogno dalla consistente scorta del proprietario delle cabanas, bellamente immerse nella loro scatola di ghiaccio.
La gente si suddivide in gruppi.
Alcuni iniziano a cimentarsi in rumorosi e chiassosi giochi di carte, mentre altri si sfidano in interminabili e macchinose partite a scacchi alla luce di romantiche candele.
Castro la guida porta un mucchio di dolcetti per tutti i suoi ragazzi viaggiatori, una meritata ricompensa per aver completato il Trek, superando narcos, serpenti e selvaggi americani.
La mattina successiva ce la facciamo ad arrivare a El Mamey e dopo aver divorato un pasto piccante ed esserci scolate un paio di Aguilas, ci  diamo subito da fare con un partita semiubriaca di tejo, la versione colombiana del gioco delle bocce che sembra una gara di lancio del peso con contorno di esplosioni di polvere da sparo.
La mia performance è tra le più disgraziate del secolo: con un lancio super storto quasi riesco a uccidere un cane di passaggio, a 5 metri di distanza dai bersagli esplosivi del tejo, tra le risate a squarciagola tanto dei trekkers che degli abitanti del villaggio.
Infine arriva il momento per l’ultima parte del nostro incredibile viaggio. Come in un film demenziale di serie B, la nostra sfida finale consiste nel cercar di fare entrare in una piccola Jeep Isuzu il seguente: 9 trekkers, Castro, il conducente, sua moglie e la figlia, più zaini, scatole di provviste e due polli! Dopo vari tentativi comici falliti, riusciamo a iniziare le nostre 12 miglia di calvario verso la strada principale asfaltata per Santa Marta con la seguente formazione: conducente/proprietario, moglie e figlia accomodati sani e salvi nella parte anteriore, 7 escursionisti perfettamente adattati a mosaico nella parte posteriore del veicolo in compagnia di polli e un po’ di provviste, fuori Castro, appeso alla grande ruota di scorta sul portellone posteriore della Isuzu, 2 coraggiosi inglesi sul portapacchi del tetto della jeep, seduti in mezzo un oceano di sacchetti e scatole.
In questa formazione a forma piramidale affrontiamo la perfida pista sterrata scendendo dalle montagne verso il mare, godendo di un comfort tipo scatola di sardine e livelli di sicurezza stile rally Parigi-Dakar, mentre il conducente va a zig-zag tra buche profonde come canyon, rocce che sporgono in mezzo al sentiero in terra battuta e i ristretti spazi carrozzabili sul bordo della strada.
La valle e la sua giungla al di sotto ora non sembrano più così invitanti o pittoreschi, mentre il motore fatica a tenere il passo e il fondo dell’Isuzu raspa più volte contro le rocce.

Uomini e galline in un felice mucchio...

Infine la jeep si arrende e si rifiuta di andare oltre. La trasmissione è andata.
Noi ci ritiriamo all’ombra di una abitazione nelle vicinanze, alcuni si addormentano, altri giocano a calcio con una palla di stracci, io guardo Castro e il conducente diventare tutti neri di grasso e sudore nel tentativo di riparare il danno.
Un altro colombiano arriva con la sua moto e si unisce al team di meccanici dopo esser corso a casa a prendere la cassetta degli attrezzi.
La jeep viene sbudellata, rigirata e riparata, quindi siamo pronti a riprendere il viaggio di ritorno verso la civiltà e tornare ai nostri separati percorsi, non prima però di esserci scolati un succo di frutta appena spremuto, generoso omaggio ai trekkers sudaticci da parte della signora che abita sulla strada per la Città Perduta.

Fine dell’Ottava e ultima parte

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 7


Arrivati in cima: ecco la Citta' Perduta

Ultimo Giorno nella Citta’ Perduta: tutto passa, e alla svelta. Dopo giorni di fatica, avventure, paura e attesa, e’ gia’ ora di iniziare il cammino a ritroso verso la “Civiltà”…

di SIMONE CHIERCHINI

Ha piovuto per quasi tutta la notte, ma per una volta non il freddo umido della notte nella giungla non ce l’ha fatta a congelarmi. Troppa stanchezza addosso, sonno quasi svenuto al primo istante sdraiato nel sacco a pelo, senza preavviso.
La stratificazione di nuvole è ancora lì, non sembra che Jin riuscirà a fare il suo giro sopra Ciudad Perdida e la Sierra Nevada de Santa Marta con l’elicottero dell’esercito, come originariamente previsto. Il piede le si è gonfiato ancora di più, però ha avuto una notte decente e si sta lentamente tornando alla normalità.
Questa mattina siamo finalmente andati a vedere le rovine della Città Perduta. Esse sono sparse su tutto il colle principale e quasi interamente inghiottite dalla vegetazione. I siti sui diversi terrazzamenti sono collegati da una rete infinita di passaggi e gradinate.
Tutto il luogo è un mix maestoso di legno, pietra, muschio, fiori, sole e ombra.
Le pietre da costruzione vennero per lo più portate a mano dal fiume alla base di Teyuna o Buritaca 200, il nome ufficiale della Ciudad Perdida, a 500 metri di altitudine e 1300 gradini di distanza. Il processo di edificazione di questa città meravigliosa durò quasi 600 anni e al culmine del suo potere la Città Perduta arrivò ad ospitare quasi 10.000 Tayrona.
Oggi il sito è sorvegliato da un manipolo di soldati colombiani, la cui presenza è una garanzia per il benessere dei turisti contro possibili rapimenti. Dal 1987, quando il Trek della Città Perduta è stato ufficialmente inaugurato, si e’ verificato un solo sequestro di turisti per mano della guerriglia colombiana. Questo rapimento, accaduto nel 2003, è stato fortunatamente risolto senza perdite di vita; si potrebbe quindi sostenere che el camino de la Ciudad Perdida è molto più sicuro della maggior parte del mondo occidentale “civilizzato”…

La Sierra Nevada di Santa Marta

Tutti dicono che la parte migliore del viaggio verso la Città Perduta è in realtà il viaggio in sé, il senso di attesa, l’euforia di essere immersi in un mondo selvaggio, la coscienza interiore sempre presente di star continuamente superando i propri limiti, la sensazione prorompente di essere uno con la natura … Tutto questo dovrebbe essere il vero centro del viaggio, non la visita vera e propria al sito stesso. Anche se questo potrebbe essere in qualche misura vero, le rovine sono un luogo meraviglioso e veramente romantico da visitare.
Quando si arriva a Ciudad Perdida e si passeggia nei luoghi in cui camminarono i vecchi Tayrona, tutti i sacrifici, la lotta, sia fisica che psicologica, per arrivare quassù, finalmente tutto questo ha senso, si può urlare al cielo che ne e’ valsa la pena: quello che si ha davanti è veramente un cocktail insuperabile di emozioni.
Questi sono luoghi che non lasceranno mai la mia memoria, non importa quanti anni possano passare. Ciudad Perdida va al top della mia speciale lista “amero’ per sempre”, in compagnia di Tortuguero in Costarica, Pammukkale in Turchia, Dun Angus in Irlanda, Pozzo del Diavolo in Italia, Iguazu Falls in Brasile.
E’ tempo di tracciare i nostri passi all’indietro.
La prima cosa da fare è di scendere al fiume Buritaca attraverso gli infami gradini killer.
Le mie ginocchia li odiano, così ripidi, così bagnati e scivolosi, così stretti al punto che ci si può solo appoggiare il piede sopra lateralmente, così irregolari e accidentati, che tutto ciò che serve per fare il grande salto verso il dirupo è un secondo di disattenzione.
Quei 1.300 passi verso il basso sono un modo molto duro per avviare il nostro percorso, specialmente dopo aver camminato in giro per le rovine della Ciudad Perdida per tutta la mattina.
Una volta giunti alla base della collina, mezz’ora più tardi e con 4 ore di cammino ancora da fare, le mie ginocchia mandano il messaggio di non volersi piegare mai più, ma in qualche modo, un passo piccolo piccolo dopo l’altro, sono in grado di ripercorrerli tutti fino alle cabanas di Elio, dopo aver camminato per gran parte della giornata da solo nella giungla, circa un miglio dietro gli altri.
Tutti spingono come se stessero gareggiando in una corsa, ma almeno i portatori devono ricondurre Jin a El Mamey piu’ in fretta possibile, gli altri non so dove corrano. Io, dal canto mio, ho deciso di camminare al mio ritmo lento, assorbendo ogni dettaglio della giungla mentre avanzo, perché ora sono nella foresta e mi piace , e non so se potrò mai tornare nuovamente qui.

Fine della Settima Parte

(Continua)

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 6


Arrivano i nostri...

Le ultime ore del nostro terzo giorno sulla pista verso la Ciudad Perdida sono diventate una folle corsa verso la cima della collina finale, la postazione dell’esercito colombiano che si trova lì annidata e la possibilità per Jin di sopravvivere a questa tremenda giornata

di SIMONE CHIERCHINI

Mentre nuotavamo nel fiume Buritaca, un morso di serpente è entrato in gioco a cambiare il corso del nostro viaggio, trasformando la ricerca della città perduta nella giungla da un interiore percorso di ricerca personale a una competizione contro il tempo con un unico obiettivo: raggiungere l’apparato radio dei soldati colombiani. Loro potranno inviare un SOS, ci diciamo l’uno l’altro, arriverà un elicottero, prenderà Jin, la porterà verso la salvezza, l’Ospedale di Santa Marta, l’antidoto, i medici e le lenzuola pulite.
Madidi di sudore e devastati dalla fatica mortale fatta per scalare i 1300 ripidi gradini verso la città perduta sulla cima del suo colle nascosto nella giungla, ci dirigiamo verso il piazzale dove un tempo sorgeva la capanna del capo dei Tayrona. Questa è la più ampia terrazza di Ciudad Perdida, o Buritaca 200 come la chiamano gli archeologi, l’unico spazio grande abbastanza per far atterrare un elicottero. Tutti i viaggiatori si riuniscono lì e molti dei ragazzi colombiani in uniforme in fretta ci vengono incontro per chiedere notizie.
Nel frattempo, in questo giorno nato pieno di eventi, ma con l’oroscopo sbagliato, emerge un nuovo elemento. Mentre eravamo impegnati nella nostra ultima arrampicata è arrivato un denso strato di nubi che ha completamente avvolto le rovine della città india persa nella giungla. Nessun elicottero può trovarla, la città dei Tayrona è perdida ancora una volta.
I soldati continuano a chiedere aiuto via radio, per due volte si sente l’elicottero avvicinarsi e poi allontanarsi, è semplicemente impossibile atterrare. Dall’alto non riescono a  vedere le rovine, tutto ciò che si scorge a perdita d’occhio è un oceano infinito di nuvole grigio scure. Possiamo sentire l’elicottero, poi il suo ronzio svanisce lentamente in lontananza, e poi nulla sciupa più la perfetta armonia sonora della naturale sinfonia della foresta pluviale.
Quando la tragedia sembra aver colpito, il destino decide che per signora morte non è il momento di reclamare nessuno.

SOS dalla Citta' Perduta

Quello che succede nella mezz’ora successiva assomiglia a un brutto film di serie B, dove accadono tutte le cose necessarie e impossibili in una botta sola e l’eroe riesce a salvare la propria pelle, la fidanzata e il mondo contro ostacoli insormontabili.
Siamo così stanchi e scombinati che gli eventi successivi profumano di miracolo nelle cellule in corto circuito del nostro cervello. Anche se Jin ha un piede gonfio delle dimensioni di un melone ed è ancora preda di un dolore bruciante, improvvisamente si risveglia e la prima cosa che chiede è che qualcuno scatti per lei una foto della Città Perduta, in modo che lei possa subito vederla, anche se ancora allungata e legata alla sua barella. I soldati dicono che il serpente, dato il suo colore e le dimensioni, era probabilmente un casohara, un tipaccio estremamente aggressivo e velenoso, ma non mortale.
Uno dei portatori sta coprendo a ritmo di record l’intero percorso a ritroso verso la strada principale. Fra poche ore raggiungerà El Mamey, i cellulari saranno di nuovo disponibili, finalmente verrà allertato l’ospedale e subito inviato l’antidoto. Un altro razzo di ragazzo correrà per tutta la notte, veloce quanto umanamente possibile, verso Ciudad Perdida, coprendo nel breve spazio di qualche ora, nell’oscurità totale, quello che noi siamo riusciti a percorrere, faticando e imprecando, in tre giorni.
Jin viene lasciata sulla sua barella con Andy, il backpacker tedesco che è infermiere di professione, e Alexis come dama di compagnia e traduttrice. I soldati ci invitano a ritirarci nella serie di capanne in legno che fungono da dormitorio e refettorio per i turisti. Qui si consuma la cena e si parla dell’esperienza che abbiamo appena vissuto. In tono leggero meditiamo sulla vita e la morte.
Poi, in un colpo solo tutte le difese si abbassano e i corpi iniziano a crollare. Per quanto mi riguarda io a mala pena riesco a trovare il mio sacco a pelo, a strisciarci dentro e a chiudere la zip contro il freddo notturno della giungla. Dopo di che collasso in un profondo sonno senza sogni e lungo 12 ore, prima di riaprire i miei occhi sul giorno 4 del Lost City Trek. Questo è il momento in cui mi rendo conto di aver effettivamente raggiunto Ciudad Perdida, un luogo il cui perfetto soprannome una volta era Infierno Verde.

Fine della Sesta Parte

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 5


"Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!"

Un serpente velenoso morde uno dei trekkers e improvvisamente l’approccio alla Città Perduta nella giungla colombiana si trasforma in una gara mortale contro il tempo

di SIMONE CHIERCHINI

Camminiamo più in profondità in mezzo alle montagne, ogni momento più lontani dal mondo come siamo abituati a considerarlo nel nostro pensiero, ogni momento più coscienti di come realmente esso sia. Due ore di buon passo ci portano di nuovo al Rio Buritaca, che ci ha accompagnato per la maggior parte della nostra escursione con il suo felice fluire diverse centinaia di metri più in basso, invisibile agli occhi tra la fitta massa di alberi.
I portatori rapidamente preparano un picnic sulle rive del fiume e l’odore del cibo attrarre al banchetto alcuni maiali selvatici dalla giungla. La maggior parte dei viaggiatori opta per un bagno nelle fredde acque cristalline prima di mangiare, per lavare via sudore, polvere e DEET. Ci si può tuffare con gran gusto dalle grandi rocce in mezzo al rio, così posso indulgere in una delle mie più vecchi passioni, giù testa in avanti in una profonda pozza di lucido vetro liquido.
Sono appena uscito dall’acqua quando sento qualcuno gridare e improvvisamente la mia temperatura corporea si abbassa di dieci gradi: “Un serpente! Un serpente! Mi ha morso un serpente!”
Una catena di brividi scende lungo la mia schiena mentre corro verso Jin, la ragazza cinese, che è seduta su una roccia sulla riva del fiume e tiene il proprio piede sollevato, mentre piange e urla. Joe è il più veloce a raggiungerla, mentre il serpente rapidamente si nasconde nella vegetazione. Arrivo subito dopo e vedo il danno subito, due fori rossi, dove il serpente ha morso.
E’ fatto, il peggio è successo, di colpo, un secondo stiamo ridendo a squarciagola e divertendoci come non mai, un secondo dopo la disperazione si diffonde come un virus, un veleno. Nessuno sa cosa fare. Castro la guida viene da me per chiedere medicine, ma io non ne ho, l’antidoto contro il veleno non può essere trasportato in zaino, dato che va conservato a bassa temperatura in frigorifero, così ora cominciamo a sentirci senza speranza.
Jin piange e si lamenta. La ragazza è in stato di shock e prova dolore, strilla “Fa male! Mi fa male!” e a tutti si gela il sangue nelle vene. Castro riesce a ritrovare se stesso e lega un ramoscello al polpaccio di Jin, il più stretto possibile, per fermare il veleno che ha già iniziato a fluire verso il cuore. Per lo stesso motivo la sua gamba viene ora spostata in una posizione più bassa rispetto al resto del corpo.

Il piede e il morso del serpente

Tutti cercano di capire che tipo di rettile ha morso Jin. Questo è un importante elemento, un’informazione essenziale al fine di valutare la gravità del suo avvelenamento. Lei dice che il serpente era lungo mezzo metro, un paio di centimetri di spessore, e che era di colore marrone, con macchie arancioni. Non era un serpente corallo, almeno questo.
Il tempo passa. Jin trema e suda. Urla “Io non voglio morire! Voglio vedere Ciudad Perdida!”, ma non abbiamo nulla che possa aiutarla qui sul posto, subito, nessun antidoto, i cellulari non funzionano… l’unica cosa da fare è di portarla alla Città Perduta, dove l’esercito colombiano ha un piccolo stazionamento. Loro potranno chiedere aiuto via radio, far venire un elicottero per trasportare urgentemente l‘antidoto al veleno fino alle rovine nella giungla.
Nel frattempo un altro piccolo gruppo di trekkers arriva al Buritaca e le loro guide vengono immediatamente reclutate come corridori; il loro compito sarà quello di raggiungere la strada principale nel più breve tempo possibile, di avvertire le autorità degli eventi. I portatori si offrono di correre fino a El Mamey, all’inizio del sentiero, percorso che noi abbiamo fatto in due giorni, aspettare l’antidoto portato in tutta fretta dall’ospedale di Santa Marta, e rifare la strada già percorsa in direzione di  Ciudad Perdida. Il tutto in meno di una giornata, una prodezza quasi sovrumana.
Una cosa è certa: ora, per tutti, inizia una corsa mortale contro il tempo. Da questo punto sul Rio Buritaca alla Città Perduta ci sono normalmente due ore di percorso davvero duro. Sull’onda del momento i portatori colombiani diventano sprinters dei 100 metri, e corrono incessantemente attraverso cespugli e alberi, in salita, in discesa, saltando di pietra in roccia senza pensarci due volte, guadando in un baleno il Buritaca altre 5 volte. Castro e gli altri due portatori hanno il compito più difficile di tutti, in quanto devono portare la ragazza sulla loro schiena, dandosi il cambio ogni 10-15 minuti, e devono farlo andando veloci come se avessero il diavolo alle calcagna. Jin è una ragazza di medie dimensioni, non è affatto petite o leggera. I portatori riescono a realizzare qualcosa che sembra quasi impossibile, ossia il trasportare una persona del loro stesso peso, su terreni accidentati, correndo più veloci di concorrenti olimpici.
Il resto di noi, poveri esseri umani normali, sentendoci come degli Avatar durante il loro primo giorno a Pandora, cerca di fare quello che può, che risulta essere incredibile. Copriamo quello che nel programma originale avrebbe dovuto essere un percorso di 2 ore in meno della metà del tempo. Un continua scarica di adrenalina pervade le membra di tutti, ognuno e’ posseduto da paura, shock, anche da eccitazione e desiderio di avventura estrema. Siamo a circa metà strada, quando in questo dramma appaiono nuovi personaggi. Sono i soldati dell’esercito colombiano, con il loro lucido Kalashnikov in una mano e una barella nell’altra. Il primo portatore e’ già arrivato a Ciudad Perdida, poi i soldati ci hanno raggiunto, mentre noi a mala pena abbiamo coperto metà del cammino rimanente.

Una massacrante odissea in salita

Jin viene messa giù, allungata, legata e sollevata dai soldati sopra alla loro testa, e in questo modo la corsa verso l’alto può riprendere a un ritmo ancora più veloce. Il bestiale sforzo compiuto fino a questo punto però non è nulla in confronto alla salita dei 1300 sgangherati gradini di pietra che portano alla Città Perduta. Li facciamo tre alla volta, rischiando di perdere l’equilibrio e precipitare 100 metri verso il basso, ma la sfortuna si e’ già data da fare una volta oggi, quindi si prosegue in salita verso la cima senza incidenti seri. Senza incidenti seri, si, ma in uno stato quasi disumano: qualcuno si e’ dovuto caricare due zaini, altri portano scatole di provviste più grandi di loro, io seguo il più vicino possibile  Castro e gli altri che portano Jin, dato che voglio documentare tutto con la mia macchina fotografica.
Con questi 1300 scalini di pietra grezza copriamo un dislivello di 500 metri di altitudine verso la sommità del colle, i portatori con Jin sulla barella, e io continuo a chiedermi come possano farlo, quando io a malapena riesco a portare su me stesso, quasi calpestando la mia lingua. Mi ferisco entrambi gli stinchi, raschiando contro le rocce taglienti di cui e’ pieno il percorso, mentre rischio ciò che non si dovrebbe rischiare per stare al passo con il ritmo dei colombiani. Il mio ginocchietto scassato e il suo nuovo legamento crociato reggono, e io invio un silenzioso ringraziamento al mio chirurgo a Roma. Diverse volte penso che sarò io a morire, non Jin, dato che il cuore sta minacciando di esplodere in qualsiasi momento. Desidero che i Tayrona avessero costruito la loro capitale ai piedi di questa collina, accanto al fiume, ma tanto so che devo comunque tenere il passo, perché  i soldati non parlano una parola d’inglese e mi chiedono di comunicare con la chica cinese. Vogliono sapere come si sente, vogliono che la tenga sveglia, che sia consapevole che c’e’ gente che si sta occupando di lei, che tutto andrà per il meglio.
Finalmente arriviamo in cima, un altopiano coperto di giungla ma con terrazze ripulite dalla vegetazione e lastricate in pietra. In queste radure un tempo sorgevano le abitazioni in legno dei Tayrona, quella più ampia destinata ad ospitare l’alloggio del capo. Qui è dove l’elicottero atterrerà, ma atterrerà veramente?
Purtroppo oggi la fortuna ci ha definitivamente abbandonato, come si scoprirà in seguito.

Fine della Quinta Parte

(Continua)

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Il Cammino della Citta’ Perduta – Parte 4


Famiglia  Kogi

Un gruppo di Kogi davanti alla abitazione di famiglia

E’ il terzo giorno della nostra escursione verso la Città Perduta e incontriamo un insediamento Kogi, dove io interpreto con efficacia il ruolo di medico della giungla

di SIMONE CHIERCHINI

Sono le 7 ed è ora partire. E’ il terzo giorno del trekking e oggi c’e’ in programma l’approccio finale alla Ciudad Perdida. Iniziamo il cammino attraverso la giungla in una fresca, piacevole temperatura. Ancora una volta l’assenza di zanzare è un perfetto regalo per il viaggiatore, e lo sono anche le splendide vedute delle montagne boscose. Ovunque si possa girare la testa è totale solitudine e il canto degli uccelli, mentre i colori e le forme della giungla, sempre mutevoli, sono profondamente commoventi e raccontano infinite storie a chi le sappia ascoltare.
La pista inizialmente è leggermente ondulata, ma dopo la prima ora le cose cambiano improvvisamente: per quaranta minuti si sale ancora e si tratta di una salita ripida, come il primo giorno, ma questa volta le nostre gambe rispondono più volentieri. Forse la dura ascesa del primo giorno ha rimosso la ruggine dalle nostre giunture o magari oggi e’ più presto e il percorso e’ al riparo degli alberi. Sudo, silenziosamente impreco e digrigno i denti man mano che salgo, ma arrivo in cima senza fermarmi. E’ ora di fare una pausa e recuperare il fiato. Ananas e banane, meritato premio dopo la lotta, compaiono come per incanto fuori dall’enorme zaino di uno dei portatori. È il più giovane dei facchini che ci accompagnano, solo un ragazzino, un duro ed eroico colombiano di 12 anni che non mai si ferma, sorride, si lamenta. Ripenso a mio figlio, suo coetaneo e mi rendo conto di come la nostra civiltà si stia rapidamente rammollendo.
Riprendiamo il nostro cammino e ben presto raggiungiamo un piccolo insediamento Kogi. Castro, la nostra guida per il trek, dice che chiederà al capo di mostrarci come i Kogi preparano un liquore con la canna da zucchero fermentata e poi magari possiamo gustare questa rara specialità. La guida va a conferire con il capo ma ben presto ritorna, tutto apologetico: scordarselo, non c’è nulla da fare. La moglie del boss è malata con una fortissima febbre, per cui estranei non possono essere ammessi nella circolare capanna di paglia dove la coppia risiede con una notevole quantità di bambini.

Il dottore della giungla e' stremato...

Poi Castro chiede: “Non e’ che qualcuno avrebbe delle medicine per la moglie del capo?”. Ed eccomi improvvisamente trasformato in un dottore della giungla. Entro nella capanna del capo con la mia confezione di farmaci, cercando di interpretare a dovere il mio ruolo, mentre una dozzina di Kogi mi scruta senza proferire parola. Finalmente riesco a ripescare in mezzo al mucchio di medicine la boccetta di Tachipirina, proveniente dall’armadietto della mamma a Roma, e metto 20 gocce in un bicchiere d’acqua per la malata. Lei inghiotte, tutti mi guardano, nessuno dice niente e comincio a sentirmi come quel missionario occidentale nel villaggio dei selvaggi di hollywoodiana memoria. Allora il capo si alza, esce dalla capanna e subito rientra con un sacchetto di plastica in mano. Me lo dà, poi, mentre tutti gli altri continuano a tacere, mi invita ad andarmene.
Quando Castro vede la merce dice che sono foglie di coca e che e’ un dono di grande valore. Condivido le foglie con i miei compagni di viaggio mentre Castro spiega che vanno masticate per liberare l’alcaloide in esse contenute, ma poi sputate senza deglutirle in quanto potrebbero causare vomito. E’ ora di riprendere il passo, ma adesso ad un ritmo più veloce, come i nativi americani di tanto tempo fa, sostenuti dalla scarica di adrenalina creata dall’alcaloide ora in circolo nel nostro organismo. Una cosa e’ sicura: è molto più facile superare le colline più ripide e sopportare il caldo che a questa ora si abbatte sulle magnifiche montagne colombiane tutto intorno.
Quando i conquistadores scoprirono il particolare effetto delle foglie di coca sulle persone, le utilizzarono per far lavorare la locale popolazione indigena fino all’esaurimento fisico e la morte. La stragrande maggioranza dei 10000 Tayrona che originariamente popolavano la zona vennero sterminati attraverso condizioni di lavoro disumane, fame, malattie, guerra.
Queste informazioni, risultato della mie letture pre-viaggio, mi rimbalzano in testa mentre cammino in una larga radura dove la foresta è stata del tutto tagliata. Qui i Kogi praticano la loro agricoltura di sostentamento. Un piccolo Kogi mi si avvicina; il bambino indossa il tipico abito bianco tradizionale e ha a tracolla l’inevitabile borsetta bianca con righe marroni. Il marmocchio fa gesti in direzione del mio berretto da baseball, un cappello arancione NYPD made in Nicaragua che ho comprato in un precedente viaggio. Poi gli esplode in faccia un gran sorriso a mille denti, che, invitante, dice tutto senza bisogno di traduzioni: gringo, regalami il tuo cappello! Io, ovviamente, ci casco senza neppure rifletterci su un secondo e mi ritrovo con la testa scoperta sotto al picco del sole, mentre il piccolo Kogi corre come un pazzo per mostrare agli amici lo straordinario dono ricevuto da un uomo bianco che passava zaino in spalla nella giungla.

Fine della Quarta Parte

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Il Cammino della Città Perduta – Parte 3


"Siete interessati a vedere come si estrae la droga dalle foglie di coca?"

Mentre continuiamo il trekking verso la Città Perduta nella giungla sopra Santa Marta in Colombia, prima abbiamo un istruttivo incontro con i locali produttori di cocaina, poi a piedi percorriamo la lunga strada verso le acque cristalline del Rio Buritaca

di SIMONE CHIERCHINI

Il canto del gallo da Dreamland mi riporta in Colombia, dandomi la sveglia alle 6 del mattino. Apro gli occhi giusto in tempo per vedere l’alba sbucare da dietro le montagne boscose che hanno cullato il nostro sonno. In un secondo sono fuori dalla mia amaca e pronto ad assorbire dentro di me il colore della grande stella a forma di arancio, mentre essa tinge di sé il cielo. I cani sono in piedi, i gatti sono in piedi, i polli sono in piedi, ma tra gli esseri umani gli unici svegli, a parte me, sono i portatori colombiani, che stanno accendendo il fuoco nell’improvvisata cucina della cabana. I ragazzi sembrano aver simpatia per me, dato che mi sforzo di parlare con loro e fare amicizia, mentre gli altri viaggiatori tendono a tenersi lontano e a far mazzo insieme.
Prima che io possa dire hola, mi viene presentata una tazza di cioccolato caldo al posto di un sonoro “Buon mattino”, e io cerco di sorseggiarla, anche se la cioccolata e’ ancora calda bollente, come compensazione dal freddo della notte precedente. Lentamente i trekkers cominciano a emergere dalle loro amache e un sacco di teste piene di sonno si incontrano per la prima colazione, dove viene discusso un audace piano extra-curriculum: la notte precedente un narco locale ha avvicinato uno dei ragazzi, offrendo una gitarella alternativa con deviazione nella giungla. Destinazione? un laboratorio per la prduzione di cocaina nascosto nel bel mezzo della foresta. Siamo interessati a vedere come la droga viene estratta dalle foglie di coca? Una riunione è velocemente convocata e il risultato è unanime: questa è un’opportunità unica per avere un’esperienza di prima mano del mondo dei potenti narcos colombiani. S’ha da fare.
Subito ognuno si prepara e presto abbandoniamo la sicurezza delle baracche e le nostre guide per entrare nel profondo della foresta dietro ai tacchi del giovane narcotrafficante. Dopo 45 minuti di veloce cammino attraverso la giungla, alcuni attraversamenti di fiume, ascese e discese sotto la copertura della fitta chioma degli alberi, raggiungiamo il luogo di produzione della droga. Esso si trova in una struttura di legno, senza muri e con tetto di lamiera ondulata, completamente nascosto alla vista aerea dal ricco fogliame.

Narcos in Colombia

Produzione artigianale di cocaina, Narcos al lavoro

Ci sediamo all’interno e l’uomo, da solo nello stabilimento, ma provvisto di una presenza intimidatoria, si mette al lavoro. Egli inizia mostrandoci le foglie di coca: in passato per le tribù locali la coca era un prezioso esaltatore di energia e un tramite spirituale con gli dei, oggi invece e’ la droga più costosa nell’elenco dei best sellers della nostra moderna civiltà, decadente e annoiata.
Un colibrì vola come un razzo sopra di noi, fermandosi per un secondo in aria in posizione eretta, giusto il tempo per controllare le cose e sorridere con compassione degli esseri umani e delle loro solite follie. Il narco stringe il manico del suo machete, mentre dice “No foto! No registrazioni vocali”, ma non mi importa, anche io ho un coltello lungo e bene affilato appeso al mio fianco e lui lo sa.
Il trafficante di droga spiega in modo tanto surreale e quanto professionale come le foglie di coca prima devono essere mescolate con sale e poi schiacciate in una polpa e ci mostra come, prendendo alcune manciata di foglie di coca dai grandi sacchi riposti nella parte posteriore del capannone. Il laboratorio improvvisato nella giungla, è diventato una specie di aula scolastica ove si insegna autodistruzione. La benzina entra a far parte del trattamento, quindi l’acido solforico. Ogni fase della preparazione è regolarmente svolta e i viaggiatori vengono pregati di verificare da vicino i risultati pratici e anche l’odore di ogni successiva modifica nella sostanza, mentre viene manipolata. Ora è la volta di usare il permanganato di potassio, quindi la soda caustica.
Il mix di odori ricorda terribilmente la fine della giornata lavorativa in un distributore di benzina, ma ognuno è incantato, rivelando una verità nascosta sul livello di consumo di cocaina nel 21° secolo. E’ giunto il momento di filtrare la sostanza, che la soda caustica ha fatto precipitare, e di scoprire il prodotto finito, una pasta giallastra che uno dei ragazzi dichiara di essere sicuramente la roba più pura che abbia mai visto. Dita si immergono nella pasta di cocaina e poi strofinano contro le gengive. Faccio la mia conoscenza con Signora Cocaina, che odora e sa di benzina e fa reagire la mia bocca e lingua come ad un trattamento anestetico dal dentista. Dopo un po’ di tempo sento una leggera scarica di adrenalina e un senso di potenza, mentre i soliti bene informati spiegano che questo è niente in confronto a quello che si prova iniettando, sniffando o fumando cocaina, in ordine decrescente di godimento.
Nel frattempo il narco racchiude la piccola quantità di cocaina prodotta in un piccolo sacchetto fatto con una foglia arrotolata, dopo di che siamo pronti a partire, uno dei ragazzi con la cocaina in tasca. Appena torniamo alla cabana la droga è mescolata con del tabacco e la sigaretta passata in giro. Io do’ un paio di tiri alla cicca, con zero risultati. Come io non sono un tipo da alcool, non devo essere un tipo da droga. Il mio cervello e’ troppo forte per perdere il controllo a causa di un pochino di roba. Sembra che tra il gruppo di viaggiatori solo la ragazza cinese e il romano siano nuovi in questo gioco. I tempi sono decisamente cambiati.
Castro, la nostra guida, torna da dove si nascondeva e la spedizione verso Ciudad Perdida riprende.  Sarà una giornata facile, con meno chilometri da percorrere e alcune pendenze, ma mai dure come quelle del giorno prima, e un sacco di discese. La seconda giornata del Lost City Trek viene trascorsa per la maggior parte del tempo camminando attraverso una giungla in cui le mani dell’uomo sono state non così devastanti come il giorno precedente: foresta copre le montagne, foresta copre le valli, foresta combatte foresta ovunque in un mortale abbraccio, in direzione della luce, verso il cielo.

Rio Buritaca

Purificazione nel Rio Buritaca

Fa caldo, ma e’ ventilato e frutta fresca è sempre a portata di mano per compensare i litri di liquido finiti in sudorazione. Una pellicola di polvere e sudore copre tutto ciò che si muove, come durante il primo giorno, con la differenza che oggi i miei muscoli rispondono alla sfida, i miei polmoni sembrano essersi allargati, il mio ginocchio sinistro e’ rigenerato dalle cure e dalle molte attenzioni ricevute durante il periodo di riposo.
Ci si sente vivi, ci si sente felici, ci si sente liberi, in mezzo a queste montagne selvagge ma compassionevoli e ai loro alberi. Ci si sente come a casa. Quattro ore svaniscono in un meraviglioso lampo sudaticcio e al termine di una ripida discesa troviamo l’acqua: abbiamo raggiunto il Rio Buritaca. Prima di aver pronunciato una parola, i miei abiti finiscono in un mucchio aggrovigliato, e il flusso di freddo cristallo del fiume lava via il mio sudore.
Il fiume Buritaca si snoda attraverso la giungla, tranquillo in apparenza, ma in realtà posseduto da una forza interiore che sorprende il nuotatore con una resistenza che è quasi invincibile. Facciamo body-rafting e qualcuno riesce a testare la resistenza delle rocce usando come strumento la propria testa. La giornata è troppo bella, comunque, per permettere a qualcosa di negativo di rovinarla. Mi tuffo in acqua nel fiume da una serie di alte rocce, lasciando poi che il flusso d’acqua mi tratti come una foglia. La corrente mi trasporta per un po’, finché il mio corpo è depositato a riposarsi, baciato dai raggi di un avido sole, su una spiaggia di ciottoli dalla bellezza quasi soprannaturale.
Ancora una volta mi sorprende la sensazione di trovarmi a casa, spensierato e in armonia con la natura, che mi ama di ritorno, materna, calda, protettiva. Comincio a credere che la natura sia una donna, la più calda che si possa mai trovare, e penso che sono sempre stato innamorato di lei, a volte spaventato dalla sua energia e incapace di capire i suoi segreti, ma sempre pronto a darle la mia anima, il mio entusiasmo, le mie miserie, la mia vita. La natura non mi tradirà mai, non mi abbandonerà o punirà per i miei errori. Lei è una compagna esperta che tutto vede, capisce, comprende.

Voglio perdermi dentro di lei.

Fine della Terza Parte

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