Una Malattia Francese?


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Stato, Partiti, Federazioni, Individui

A riaccendere il dibattito sul rapporto fra federazioni aikidoistiche diverse, fra esse e lo Stato, ma anche a rinfrescarci le idee sul posto dello Stato nella vita dell’individuo e il diritto di quest’ultimo a rimanere libero dai condizionamenti del primo nel perseguimento dei propri obiettivi, siamo lieti di condividere le parole di uno dei maggiori aikidoka dell’ultimo decennio, Stephane Benedetti

di STEPHANE BENEDETTI

«Vi parlerò del più gelido dei freddi mostri, vi parlerò dello Stato.»
F. Nietzsche (1)

Rassicuratevi, non si tratta delle elezioni presidenziali… ancorché ci si possa domandare se i mali della nostra repubblica non siano i medesimi delle nostre federazioni…

Impoverimento della politica, bipartitismo imprecatore, mancanza di rinnovamento dei quadri dirigenti e soprattutto separazione tra governati e governanti, risentita e (mal) vissuta dalla popolazione.
Ciò che risulta evidente a tutti è che dal momento in cui sono morte le ideologie, non ci resta che scegliere tra le egotiche ampollosità dei candidati provenienti da un sistema di caste nel quale la sola cosa che può cambiare veramente è il colore di un abito o di una cravatta, tanto è dimostrata la loro incapacità di esercitare un potere che non possiedono; nessuno può decretare la fine della disoccupazione, dell’esclusione, il divieto della povertà o la messa al bando del cancro…
La mia intenzione si limita a proporre e provocare una riflessione sulle nostre strutture. Da un lato la loro relazione con lo Stato, dall’altra la loro relazione ed il loro adattamento ai bisogni dei praticanti. Non miro assolutamente a qualcuno in particolare. Anche la persona meglio intenzionata che sia domani alla testa dell’una o dell’altra federazione non potrà cambiarne nulla alle fondamenta. La trasmissione dell’insegnamento e l’autorità che ne deriva sono di una natura totalmente diversa e non sono trattate in questa sede.
Nel piccolo mondo che ci interessa qui, abbiamo le nostre due federazioni dirette da inamovibili elefanti che alimentano il mito di una pseudo-incompatibilità tra due sistemi che avrebbero valori opposti ed inconciliabili… c’è da piangere!
Quale difficoltà potrà mai esserci a fare coabitare due federazioni di 30.000 membri, ossia la popolazione di una piccola città, quando in Europa coabitano la socialdemocrazia baltica, la repubblica monarchica francese, il Regno di Spagna che in pratica è una repubblica federale e i sistemi di transizione post-comunisti dell’Europa dell’Est?
Smettiamola di sognare che siamo più importanti di quello che siamo… La sola funzione della struttura dirigente, Stato o federazione, dev’essere di assicurare il legame sociale ed il funzionamento di una società che non può essere ridotta né alla somma delle sue parti, né alla somma delle libertà individuali. Non serve certo essere un grande studioso per comprendere che una società puramente anarchica – non parlo qui dell’utopia Bakuniniana, così simpatica – semplicemente non può funzionare e nemmeno esiste, bisogna per forza costruire delle strade.

Il Mahathma Gandh

Mahatma Gandhi

Se lo Stato è necessario al bene comune, nulla implica tuttavia che lo Stato sia capace di assicurarlo.
Lo Stato soffre infatti di due patologie inerenti la sua stessa natura.
La prima è la malattia del potere. Lo spettacolo dei nostri candidati è sufficientemente edificante a questo proposito… Il potere è una droga pesante e bisognerebbe essere un santo per restarne insensibile. Di regola, i santi non sono capi di Stato ed i drogati non inseguono che l’ombra dei loro sogni… Gandhi? Accordiamogli il beneficio del dubbio…
Ciò significa che chi giunge al potere e lo esercita, per definizione non è che il più arrivista dei megalomani, e questo non è molto rassicurante. Bisogna certo che qualcuno governi, ed essi soltanto lo desiderano. Notiamo di sfuggita che un sistema ereditario come quello dell’Aikikai non funziona né meglio, né peggio… Capiamoci bene, non propendo in alcun modo verso i presidenti ereditari.
La seconda patologia è una forma di tumore, il cancro statale. Lo Stato, il cui ruolo è originariamente l’organizzazione della società e la sua regolazione, si auto-investe di potere di controllo sull’individuo ogni giorno più vasti. Poco importa che la malattia sia cronica, come nelle nostre democrazie occidentali: il Patriot Act degli USA, le telecamere nelle strade e nelle campagne d’Inghilterra, l’inasprimento costante delle leggi sull’immigrazione in Francia… tutti paesi che hanno la reputazione di essere ferocemente attaccati alle libertà individuali…
Tralasciamo le forme fulminanti della malattia… Lenin, Hitler, Mao, Stalin, Pol Pot, Amin Dada, Caligola… Non è certo meno evidente che lo Stato (o la struttura dirigente, poco importa) che non dovrebbe essere altro che il giardiniere del terreno sociale di cui è incaricato, piuttosto che assicurarne lo sviluppo armonioso ridistribuendo ed equilibrando (bisogna naturalmente portare un po’ d’acqua qui e di concime là, curare il roseto…) finisce per voler controllare troppo, bloccando lo sviluppo della società.
«Nessuna società democratica può… consentire ad una crescita indefinita dello Stato a detrimento della libertà, dell’iniziativa e persino del civismo dei suoi membri.» F. Furet (2)
Il cancro delle strutture, come le malattie virali, porta ineluttabilmente programmata in sé la propria distruzione. La struttura che soffoca il suo sostrato ne muore. Il miglior esempio ci è fornito dall’ex regime marxista-leninista dell’URSS.
Sia chiaro che qui voglio parlare soprattutto delle strutture federali. Queste sono entrate da anni nella fase cronica e, presto, terminale dell’auto-soffocamento.
I nostri dirigenti non c’entrano, dato che questo meccanismo possiede una dinamica propria, sulla quale essi non hanno, se mai l’avessero avuto in precedenza, più alcun controllo. Una petroliera non è certo fatta per le regate, ma è soggetta alle leggi della fisica. Una volta lanciata, la sua inerzia è tale da non permetterle di cambiare rotta per evitare una collisione. Il mostro è il libertà!
Il problema è comune alle due federazioni. Basta frequentare i forum per persuadersene.
Noi non organizziamo competizioni, per cui questo dovrebbe già dispensarci da un apparato pesante e costoso. Soltanto la sete di potere può impedire l’organizzazione comune di sessioni di passaggi di grado, perché controllare l’attribuzione dei gradi permette, in qualche misura, di costituire ed assicurarsi una clientela di debitori. Peraltro, personalmente non credo che i gradi siano veramente necessari nell’Aikido, sarei piuttosto incline al ritorno all’antico sistema dei certificati d’insegnamento. Cosa c’entra lo Stato nell’attribuzione dei gradi di Aikido?

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Red Square in Mosca

Molte altre discipline subiscono fortemente la sua ingerenza.
Non è questo un vero e proprio abuso di potere?
Lo Stato controlla i gradi, i diplomi d’insegnamento, gli statuti ed i regolamenti interni delle federazioni, che a loro volta controllano (ed impongono) quelli dei club, e ciò in una nazione dove il diritto di associazione è un diritto fondamentale dai tempi della Rivoluzione!!!! E ci prendiamo gioco dell’URSS!
Se viviamo la pratica dell’Aikido come un processo spirituale di liberazione, la risposta è evidente: ogni intervento dello Stato non è che un tentativo di manomissione totalitario e burocratico.
La burocrazia non è soltanto uno strumento di governo autoritario, è anche – ed in modo più inquietante – una mentalità. Il burocratismo ci imprigiona più strettamente di qualsiasi cella. Oggi troviamo normale l’esistenza di brevetti di Stato, di dan di Stato, etc…
Avendo rinunciato alla nostra libertà, ci rallegriamo di essere schiavi. Avendoli forgiati, adoriamo gli strumenti del nostro asservimento. Abbiamo davvero bisogno che lo Stato si immischi in tutti gli aspetti della nostra vita e della nostra pratica, anche quando questa non è che un piacere?
Se Mao non fosse stato il più grande criminale della storia, e se ignorassi il contesto del recupero del potere, volentieri gli prenderei in prestito la parola d’ordine della (ironicamente denominata) Rivoluzione Culturale: «Fuoco sugli stati maggiori!».
Le lotte tra federazioni non sono che lotte d’apparato, che non comportano alcun interesse per i praticanti, i quali –non dimentichiamolo – non sono mai chiamati a votare. Nell’apparato federale votano i club, ma non i praticanti, la cui opinione – senza dubbio non illuminata – non interessa nessuno. Così la struttura burocratica assicura il suo perpetuarsi, e la parte più comica – se posso dire così – è che questa farsa non soltanto è organizzata, ma per di più è imposta dallo Stato e dai suoi regolamenti tipo!
Ecco dove porta il burocratismo!
Quando due strutture burocratiche si trovano in competizione ciascuna, in modo naturale, medita a come assorbire l’altra per soddisfare la propria volontà di potenza totalitaria. Se le forze in campo hanno la stessa consistenza, la fusione non interessa più nessuno, regna soltanto l’attendismo, il tempo farà la differenza… Evitiamo lo scambio di colpi! Non facciamo arrabbiare il Ministero! Non si parla di guerra, perché queste strutture burocratiche non sono suicide. Basta evocare… l’unione… i valori superiori dell’Aikido…
Mi arrischio quindi a giocare al piccolo Nostradamus. Siamo condannati al fatto che non succeda nulla tra le nostre due federazioni, fino a che il tempo non abbia giocato a favore dell’una o dell’altra a sufficienza perché l’assorbimento si possa compiere senza traumi, automaticamente… Ci saranno degli scontenti che non troveranno il loro posto… Del resto, ci sono ancora dei comunisti in Russia!
Abbiamo dunque la capacità di uscire dal sistema, di sradicarci da questa trappola? In Francia probabilmente è già troppo tardi.

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Lotta fra federazioni… oppure no?

Bisognerebbe potere (e prima volere) liberarsi della tutela dello Stato, e dubito che esista questa volontà. Gli interessi dello Stato e delle federazioni si sono ormai mischiati troppo inestricabilmente. Poteva esser fatto, forse, quarant’anni fa, quando l’Aikido si organizzava, si poteva scegliere un’altra via che non quella dell’infeudarsi allo Stato… Ma questi sono rimpianti inutili e questa vecchia scelta è dovuta più probabilmente alla mentalità francese che non alla volontà di una persona…
Seppure la maledizione politica è universale, la maledizione burocratica non lo è. È specificatamente francese o russa. L’Italia forma un mondo a parte, quello dell’anarco-burocrazia.
Resta da chiedersi se abbiamo la capacità di pensare all’organizzazione conseguente ad altri schemi più adatti ai nostri bisogni e non copiati da modelli preesistenti la cui pesantezza ci soffoca.
Terminiamo su una nota di speranza…
Viaggio molto in quanto insegnante d’Aikido. La situazione è sconfortante, dovunque mi rechi la politica dell’Aikido avvelena la pratica dell’Aikido, la rinchiude tra mille costrizioni. Conosco tuttavia UNA associazione tedesca assai importante, la BDAL (3) che si poggia, almeno per quanto ne sappia, su principi di leggerezza, flessibilità, tolleranza e adattabilità. Essa, mi pare, funziona come una rete, un po’ sul modello d’internet dove tutti gli elementi sono allo stesso tempo indipendenti ed interdipendenti e dove non viene imposto nulla. In un tale sistema, nonostante ogni cappella abbia i propri inquisitori ed i suoi talebani, questi sono necessariamente condannati ai margini… ed è meglio così!
È possibile che sia vittima di un’illusione?
La BDAL rispetta l’autonomia delle diverse correnti che la compongono e non ha dunque una funzione normativa, opponendosi in questo alla tradizione burocratica, la struttura stessa è un luogo di scambio d’informazioni, e autonomia di funzionamento qui non significa frammentazione, ignoranza od antagonismo. Gli elementi comunicano tra loro. L’autorità amministrativa che si esercita strettamente dall’alto in basso in Francia semplicemente non esiste. Gli scambi sono orizzontali e si organizzano secondo i bisogni, ad esempio quelli di un seminario locale, dove basta consultarsi tra vicini, non trattandosi di un seminario internazionale dove le consultazioni devono estendersi ai paesi vicini senza che questi siano necessariamente membri della stessa organizzazione. Noi dimentichiamo troppo in fretta che i belgi, i lussemburghesi e gli inglesi, per citarne qualcuno, sono più vicini a Parigi che i marsigliesi, a loro volta più vicini a Barcellona o a Milano. Abbiamo mai consultato i nostri amici belgi (ossia tutti i belgi) a proposito dell’organizzazione di un seminario importante a Parigi? Ci siamo mai presi la briga semplicemente d’informarli?
Un’organizzazione fondata su principi simili ha visto la luce in Italia (4), auguriamole lunga vita e un’elevata capacità di resistenza all’anarco-burocratismo!
“Una società ben formata è quella dove lo Stato non ha che un’azione negativa del genere di quella del timone: una leggera pressione al momento opportuno per compensare l’inizio di uno squilibrio.” No, non sono io, è Simone Weil, che era tutt’altro che una pericolosa squilibrata (citata da Simon Leys in una piccola opera deliziosa: “Le idee degli altri”).
Capiamoci bene: nessuna organizzazione, che sia orizzontale, verticale o in rete, potrà far scomparire le rivalità tra persone o gruppi, che sono insite nella natura umana e che l’Aikido non può pretendere di mascherare. L’armonia non è cosa da principianti e molto spesso sfugge ancora ai maestri…
Se soltanto potessimo essere preservati da coloro che desiderano organizzare la nostra felicità.
Ma chi ci condanna ad indossare l’armatura per andare a ballare?

(1) F. Nietzsche, Also sprach Zarathustra, (Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno), 1885.
(2) F. Furet, Penser le XXe siécle, Collection Bouquins. Un libro affascinante!
(3) BDAL – Bundesverband der Aikido-Lehrer, ex-Bundesverband der Aikido-Schulen (BDAS), www.bdas.de
(4) AIKIDO ITALIA, http://www.aiaikidoitalia.it/

Traduzione di Lorenzo Trainelli, Novembre 2012
Riprodotto con l’autorizzazione di Stephane Benedetti

Copyright Stéphane Benedetti ©2007-2013
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Insegnamenti Spirituali dell’Aikido: Introduzione al Corso Residenziale


Febbraio 2012: 1° Corso Residenziale “Gli Insegnamenti Spirituali dell’Aikido”

Febbraio 2013: 1° Corso Residenziale “Gli Insegnamenti Spirituali dell’Aikido”

Come annunciato, Aikido Italia Network si prepara ad offrirvi un nuovo anno ricco di iniziative e novità aikidoistiche con grande varietà di spettro. Si comincia con il primo corso residenziale a numero chiuso specificamente dedicato agli Insegnamenti Spirituali dell’Aikido, organizzato da AIN e ideato e diretto da Paolo Corallini, Direttore Tecnico TAAI e uno dei maggiori conoscitori internazionali della materia. Per maggiori dettagli su questa iniziativa e per assicurarvi il vostro posto (solo 25!), restate sintonizzati su Aikido Italia Network

BROCHURE & MODULO DI ISCRIZIONE

Dettagli Completi

English Version

di PAOLO CORALLINI 

La pratica dell’Aikido, a prescindere dalla pedagogia che si segue o “dallo stile” praticato richiede una grande e costante applicazione che può portare ad una certa abilità tecnica specie se si hanno le doti ed il talento giusti.
Purtroppo molti ritengono che non sia necessaria, per essere dei buoni Aikidoka, una Conoscenza teorica, spirituale, simbolica, cosmologica dell’Arte.
Questo convincimento è anche facilitato dal mondo in cui viviamo, un mondo che sempre più spinge l’Uomo a essere pragmatico, materialistico, rivolto soltanto all’aspetto esteriore ed utilitaristico delle cose.
Per poter comprendere quanto ciò sia lontano dall’Aikido è bene ricordare che O Sensei provava un estasiato stupore davanti all’armonia delle leggi della Natura ed al tempo stesso un’umile ammirazione per questa infinita e superiore essenza, la manifestazione del Divino.
Un essere umano è parte di un tutto, l’Universo, ed egli è una parte limitata nel tempo e nello spazio.
Noi viviamo in una sorta di prigione e il nostro compito è quello di liberarci da essa, allargando la nostra compassione in cerchi concentrici per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la Natura nella sua bellezza infinita.
L’atteggiamento che il praticante “iniziato” deve avere di fronte al mistero dell’Universo deve essere quello del mistico, cioè di colui che, nel silenzio, viene iniziato ai misteri dell’Arte.
Il misticismo è la possibilità, da parte dell’Uomo, di avere accesso ad una consapevolezza, ad un risveglio che troviamo oltre le tecniche oltre la parola, oltre la ragione, e dunque sul piano metafisico.
L’Aikido è impregnato di misticismo e di simboli e sono proprio questi ultimi che permettono l’accesso a piani superiori di consapevolezza e di comprensione.
Una caratteristica fondamentale del misticismo è, come affermava Einstein, il bisogno di conoscenza, il desiderio di afferrare o di lasciarsi afferrare dal mistero dell’Universo, la curiosità, lo stupore, il senso di meraviglia.
Colui che vuole penetrare i segreti e le meravigliose potenzialità dell’Aikido deve cercare di afferrare il mistero dell’Universo cercando di comprenderne le leggi con la ragione, con la pratica assidua, con sacrificio, con determinazione e volontà assoluta, con l’aiuto e la speculazione simbolica, ma al tempo stesso deve adoperarsi a purificare la propria soggettività, cercando di entrare in una risonanza intuitiva con le leggi che regolano la Natura, l’Universo.
L’essere umano ha due modi di vivere: uno esteriore, l’altro interiore.
Con l’interiore egli guarda il non manifestato, con l’esteriore vede e approccia il manifestato.
L’Aikido ci dà gli strumenti per integrare e far vibrare all’unisono questi due modi di vivere.
L’Aikido può essere la porta tra il mondo manifesto e il non manifesto.
A livelli elevati di pratica le tecniche diventano l’aspetto formale, simbolico e l’estasi; il contatto con il non manifesto.
Non dimentichiamo che il Fondatore parlava di “inori budo”, indicando con questo termine che l’Aikido è come una preghiera in movimento.

Questo Corso è dedicato a coloro i quali non si accontentano di praticare soltanto le tecniche dell’Aikido ma che aspirano ad entrare in quel meraviglioso mondo spirituale dell’Arte dove lo studio del simbolismo, dell’esoterismo, dell’Alchimia Spirituale, sono gli strumenti ed i percorsi imprescindibili per raggiungere un livello superiore di Conoscenza.
Vi sarete chiesti qual era la visione filosofica di O Sensei? Qual è lo scopo dell’Aikido? Perché il Fondatore usava le tre forme sacre del quadrato, del triangolo e del cerchio per costruire e praticare le sue tecniche “Divine”?
Perché O Sensei indicava con una piramide il percorso dello sviluppo del praticante di Aikido? Perché molti dei movimenti dell’Aikido sono espressi con il simbolo dell’Infinito?
Cercheremo di rispondere a queste e a molte altre domande.
Un percorso di tipo marziale, se vissuto in un determinato modo, è un percorso iniziatico complesso che sicuramente trascende la semplice “opera al nero” per la quale era stato intrapreso.

CORSO RESIDENZIALE “GLI INSEGNAMENTI SPIRITUALI DELL’AIKIDO”
Docente: Paolo Corallini
Corso Residenziale a numero chiuso riservato agli yudansha, ma aperto ai praticanti di qualsiasi stile e organizzazione, in linea con lo spirito guida di Aikido Italia Network
Quando: 15-16-17 Febbraio 2013
Dove: Tenuta I Ciclamini, Avigliano Umbro (PG)
Chi: Max 25 Yudansha, aperto a qualsiasi stile e organizzazione
Pre-bookings: Simone Chierchini 345/3943286 schierchini@gmail.com

Informazioni complete sono ora disponibili presso:
http://aikidoitalia.com/2013/01/07/seminario-gasshuku-residenziale-gli-insegnamenti-spirituali-dellaikido/

BROCHURE & MODULO DI ISCRIZIONE

Copyright Paolo N. Corallini© 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Il Guerriero Illuminato


Erigere il proprio tempio interiore

Aikido Italia Network è lieta di ospitare un nuovo intervento di Paolo N. Corallini sul tema dell’evoluzione spirituale e sulla sua rilevanza nello studio dell’Aikido, sulle tracce del Fondatore Morihei Ueshiba

di PAOLO N. CORALLINI

Nella costruzione dei Templi l’uomo impiegò arti come la Geometria, l’Astronomia, l’Aritmetica, la Musica, l’Alchimia, che definì sacre appunto per l’impiego che ne veniva fatto. Da sempre l’uomo ha cercato di elevarsi, di acquisire nuove facoltà, specializzazioni, abilità, ha cercato insomma una via per entrare in contatto con l’alto.
L’edificazione dei Templi è un chiarissimo esempio di questo anelito dell’uomo di innalzare opere monumentali in onore degli Dei per propiziarseli e per ringraziarli al tempo stesso.
L’uomo comprese però che doveva erigere il proprio tempio interiore, purificarsi e cercare di assomigliare agli Dei.
La figura del Cavaliere o del Guerriero Illuminato di qualunque epoca e di ogni popolo, spiega ed incarna al tempo stesso questo desiderio di purificazione, di devozione agli Dei e di protezione del Sacro.
Per il conseguimento di una spiritualità superiore il guerriero deve possedere ardimento, generosità, altruismo, sincerità e attitudine al combattimento per nobili fini.
L’elevazione spirituale presuppone insomma l’annientamento dell’ego.
La Via Cavalleresca o Via del Guerriero (Bushido) è un percorso iniziatico, mistico-ascetico, dove l’iniziato dedica se stesso alla distruzione dei falsi idoli, e da sempre l’idolo più temibile è il proprio ego.
Solo chi è in grado di combattere il proprio ego può elevarsi verso piani superiori, e ritrovare le chiavi per ricongiungersi al Divino (la via che Morihei Ueshiba chiamava Chinkon Kishin).
L’uomo è l’angelo caduto nella materia, deve quindi prendere coscienza che questa situazione non è consona alla sua natura e dunque non può che essere temporanea.
Egli deve far morire il proprio involucro profano e rinascere a nuova vita, deve operare l’apocalisse interiore.
Colui che intraprende una via marziale si allena con determinazione al combattimento, si rafforza incessantemente nella volontà, per prepararsi alla sua guerra santa da combattere contro sé stesso, le sue passioni e i suoi istinti.

“Morihei Ueshiba era un risvegliato in vita”

Il vero guerriero è pronto a sacrificare la propria vita in nome di un fine ben più alto, la realizzazione di un mondo migliore retto dall’amore, dalla fratellanza, dall’ armonia.
Morihei Ueshiba era un risvegliato in vita, un uomo che, per usare un adagio platonico, aveva lottato contro l’irascibile ed il concupiscibile ed era riuscito a dominarli.
La maestria che si raggiunge nella pratica assidua dell’Aikido porta l’iniziato ad uno stato di vigilanza dal quale egli potrà sentire le emozioni, gli istinti e persino i pensieri degli aggressori.
Il nemico che aggredisce è un individuo che ha paura; egli è nel buio della propria ira e pertanto si trova in uno stato confusionale, dal quale viene accecato.
L’aikidoka esperto è in grado di percepire questo limbo nel quale l’aggressore si trova, e può dunque, nel momento dell’attacco, riceverlo con un invisibile ma efficace gesto di amore e di compassione, salvandolo dal pericolo rappresentato da se stesso.
Il Fondatore dell’Aikido in uno dei suoi insegnamenti verbali (Kuden) recitava così: “Quando il nemico vi attacca avvolgetelo in una spirale d’amore e deponetelo a terra come fareste con un neonato, per non fargli del male”.
Naturalmente fare ciò richiede una grande padronanza della tecnica, e soprattutto un solido domino sui propri istinti. Prima di poter operare trasformazioni sugli altri dobbiamo combattere il nostro ego, annientarlo, essere in grado di ottenere il bianco. Questo lavoro non è facile anzi è titanico, e per condurlo a termine occorre innanzitutto guardarsi dentro, vedere dove sono gli ostacoli ai nostri circuiti energetici, ed aprire il nostro cuore verso il prossimo considerandolo non come un’entità estranea ma parte integrante di un universo di cui anche noi facciamo parte.
Questa visione ci farà comprendere allora che il nostro scopo non è quello di distruggere ma di conservare, di proteggere e di riportare ordine nel disordine.

Copyright Paolo N. Corallini© 2012
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Pubblicato per la prima volta su
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Domande e Risposte Con Ellis Amdur


Ellis Amdur affronta alcuni temi spinosi senza peli sulla lingua

Secondo Ellis Amdur, uno dei maggiori specialisti contemporanei di discipline marziali asiatiche, le arti marziali non sono niente di speciale: sono – nelle sue parole – “un tipo di apprendimento specializzato in grado di arricchire la propria vita. Un hobby, in altre parole”. Tuttavia il particolare contesto in cui si svolge l’Aikido e il pubblico cui si rivolge, spesso ne fanno il ritrovo ideale per carnefici e vittime designate

di PAUL SCHWEER

Ellis Amdur ha studiato le tradizioni marziali asiatiche fin dalla fine del 1960, e ha dedicato tredici anni di studio in Giappone. E’ un riconosciuto esperto nelle tradizioni marziali giapponesi classiche e moderne , ed è autore di tre famosi libri sull’Aikido. Questo suo impegno ha una diretta influenza nei suoi workshop di formazione e consulenza che offre attraverso Edgework. Ellis Amdur è un istruttore qualificato in due koryu (tradizioni marziali classiche giapponesi), Araki-ryu-Torite Kogusoku e Toda-ha Buko-ryu.

SCHWEER:
Nel tuo libro, Dueling With O’sensei: Grappling with the Myth of the Warrior Sage, hai parlato in modo disincantato di quello che può andare storto nelle arti marziali. Come si possono riconoscere ed evitare gli ambienti di allenamento negativi?

AMDUR:
Nell’ambiente del dojo non ci dovrebbe essere assolutamente alcuna abrogazione di qualsiasi diritto legale o umano, e un insegnante che fa del male deliberatamente ad uno studente sta commettendo un’aggressione, anzi, peggio, un’aggressione con percosse. Si tratta di un crimine, puro e semplice.
Un compagno praticante di arti marziali che cerca deliberatamente di farvi del male sta commettendo un crimine, punto e basta.
Un insegnante che cerca di portarsi a letto tua moglie, tuo marito o tua figlia/o, è, nella migliore delle ipotesi, uno squallido essere umano. Ogni tentativo di presentare questo fatto all’interno di un’ottica di insegnamento è una fesseria.
Come si fa a sapere se un ambiente è potenzialmente portatore di abuso?
Mi rendo conto che questo può essere difficile, soprattutto in un ambiente ove si pratica duramente. Il vostro insegnante vi colpisce: era un abuso o un avvertimento circa un apertura? Tuttavia:
1. Leggete The Gift of Fear, di Gavin De Becker – se avete l’impressione che qualcosa sia sbagliata, è sbagliata.

Se avete l'impressione che ci sia qualcosa che non va nel vostro dojo, non va!

2. Chiedete a voi stessi che cosa vi siete proposti di imparare: in che modo un braccio rotto o un matrimonio fallito vi faranno avanzare lungo il vostro percorso? Come può del sesso estratto con coercizione condurre a più integrità? Questo è importante, perché lo si potrebbe vedere come uno “scambio” per ottenere da parte dell’insegnante maggiori conoscenze sul tatami. La questione non deve, e non dovrebbe mai essere, di sola acquisizione di potere; è il raggiungimento dell’integrità personale. Una persona che scambia il proprio senso di orgoglio, autostima e dignità per la possibilità di tirare un colpo di spada migliore, non ha guadagnato assolutamente nulla.
3. Non deificate l’insegnante o l’arte: quello che pensate sia così esclusivamente speciale, si trova in realtà ovunque. Ci sono un tanti posti dove si può imparare ottimamente le arti marziali. Magari non il particolare sistema o ryu che voi avete iniziato, ma almeno uno in cui non dovrete andare a lezione provando un senso di nausea da adrenalina, tremando di paura, o dovendo poi avere a che fare con postumi da rabbia.
4. Usate il buon senso, le attività ordinarie come pietra di paragone. Le lezioni di musica. Una sessione di fitness. Un ordinario apprendimento di qualsiasi tipo. Se non è necessario compiere atti sessuali per imparare a suonare Bach o giocare a pallavolo, perché si dovrebbe in karate o aikido? Se è offensivo quando un vicino di casa ci prova con vostra moglie ad una festa, perché non dovrebbe esserlo in un dojo? Se vi viene offerto un rapporto con qualcuno che mantiene una distanza gerarchica basata su potere, status, controllo o possesso di conoscenze che non potranno diventare vostre se non vi sottomettete, e se si è attratti da questo, sarete sempre e invariabilmente in errore, perché è una forma di scambio mercantile, altrimenti noto come prostituire se stessi: quindi, un compromesso di integrità. Chiedetevi perché scegliereste una perdita di dignità o integrità per niente.
5. Scopo limitato: con l’eccezione di quelli che sono in un vero ambiente militare – dove si sta cercando di prendere esseri umani civilizzati e infondergli la capacità di uccidere su ordine come parte di un gruppo – nell’allenamento non vi è necessità di alcuna rottura della personalità. Sfida ai preconcetti e alle limitazioni? Sì. Fare tabula rasa? No.
Quello che sto cercando di dire è che le arti marziali non sono niente di speciale. Sono un tipo di apprendimento specializzato in grado di arricchire la propria vita. Un hobby, in altre parole. Così come non si dovrebbe essere violati fisicamente se si collezionano francobolli, lo stesso vale per un dojo. E’ ovvio che possono capitare infortuni. Tuttavia, se sto imparando a sciare, e il mio istruttore deliberatamente cerca di mandarmi giù da un pendio al di là delle mie capacità, questo è criminale. Se lui (o lei) è più preoccupato a cercare di portrmi a letto che a insegnarmi quello per cui lo pago, quella persona è una fogna umana.

SCHWEER:
Il consiglio di fidarsi delle proprie paure, nel contesto del considerare come si possa riconoscere e sfuggire ad un ambiente di allenamento violento, sembra agrodolce. Non è giusto dire che è la ricerca di una maggiore confidenza, o persino di una capacità di agire su sé stessi a portare molti alla dojo?
Inoltre mi chiedo se le arti marziali sono, come sembrerebbe ricavarsi dalla vostra opinione, semplicemente un altro hobby. E’ vero, la maggior parte delle persone non sembra perdersi nella magia e nei misteri del fiteness serale. Ma poi, di nuovo, il mondo dello sport non è certamente privo di comportamenti basati su sfruttamento e abuso. Quello che continua a infastidirmi però, la differenza che mi colpisce, è quella fra le aspettative dei praticanti. Le persone che vengono a fare Aikido sono predisposte e pronte, a cause delle loro motivazioni, ad essere sfruttate?
La gente studia Bach per fini personali oggi? La filatelia è una ricerca spirituale? La via della neve, lo sci, è un percorso o una destinazione? Probabilmente no. Ma in alcuni casi, probabilmente, sì. E mi aspetto che quei pochi si trovino ad affrontare le stesse cadute nei trabocchetti, a dover a volte inghiottire le stesse sensazioni di quelli che sono innamorati dell’amabile Aikido.

Aiki-torta: terreno fertile per mistificazioni e illusioni

AMDUR:
La maggior parte delle tradizioni spirituali sono, in qualche modo, d’evasione, nel senso che la paura è considerata come una nociva illusione che va cancellata dalla serenità. Secondo il mio non-illuminato parere, siamo nati come esseri umani, e quindi nulla di umano deve essere cancellato da noi. Tutto ciò che è umano porta conoscenza/informazione. Il problema è come agire su questa conoscenza. Pertanto, la paura, per quanto orribilmente ci si possa sentire, è un insegnante. Vecchio proverbio spagnolo: L’unica differenza tra un uomo coraggioso e un codardo è la direzione in cui stanno correndo. Quindi: si spera, attraverso l’allenamento, di imparare a padroneggiare la paura che impedisce di agire; si spera, attraverso l’allenamento di poter usare la paura come insegnante.
Il mio uso della parola “hobby”, non è paternalistico o sminuente. Si tratta di un tentativo di riportare le cose a una giusta proporzione. Vi sono attività basate sulla sopravvivenza (agricoltura), in opposizione ad attività che arricchiscono (giardinaggio). Quando abbiamo realizzato la sopravvivenza, abbiamo il lusso di prosperare ed arricchire noi stessi come esseri umani. Io me la prendo con la pretenziosità che molti (e tra questi anche io, in passato) hanno mostrato, strombazzando in giro sulla “via” marziale. Ingigantimento, deificazione, mistificazione – tutto ciò crea un terreno fertile su cui abuso e illusioni crescono a perfezione.
Può succedere che delle aspettative benigne possano mettere una persona in pericolo? Assolutamente! L’Aikido – pace, amore, unità, musubi, insieme alla mistica dei samurai – attraggono persone con particolari speranze, paure e sogni… e, sì, li rendono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento.

SCHWEER:
Cos’altro si vede in coloro che sono attratti dall’Aikido?

AMDUR:
L’Aikido sembra attirarre un gran numero di persone che stanno cercando di vedere qualcos’altro ”attraverso” la violenza. Sì, ci sono tante persone che sono dei veri e propri combattenti che non vogliono più esserlo, ci sono altri che vogliono far finta di essere combattenti e utilizzano l’Aikido come il luogo per giocare con le loro fantasie, ci sono molti Aiki-babbei che credono ai miracoli, e migliaia di comuni esseri umani che amano l’arte – ogni concepibile variazione del carattere umano – ma nel nucleo, credo che ci sia qualcosa nei movimenti dell’Aikido, nel modo in cui è strutturata la pratica reciproca con il suo scambio tra uke e tori, che colpisce profondamente molte persone in modo misterioso. E’ un paradosso! Tecnicamente, l’Aikido è abbastanza limitato – e questo è intenzionale – il che costringe le persone a usare modelli di movimento. Questo, per definizione, lo rende un’arte, e le abilità vengono create all’interno di una struttura. Vi è anche una sfida psicologica nel fatto che si sta lavorando al fine della risoluzione dei conflitti, mentre si pratica proiettando gente a terra, o bloccando persone in posizioni dolorose.
Credo che l’Aikido offra a tanta gente la possibilità di sperimentare qualcosa di pulito e puro – una pratica di relazione che contiene tutti gli opposti: insicurezza/confidenza, aggressività/pace, avere/dare, e metaforicamente, almeno, taglia una linea proprio attraverso le opposizioni. Non sto dicendo che la gente possa sempre farlo, e neppure nella maggioranza dei casi. Penso a Yasunori Kuwamori o a Shirata Rinjiro, e mi rendo conto che l’Aikido può essere un veicolo a tal fine. Non per l’illuminazione. Semplicemente una linea chiara attraverso la vita.

Sullo stesso tema:
http://aikidoitalia.com/2011/10/06/violenza-e-narcisismo-sul-tatami/
http://aikidoitalia.com/2011/09/15/la-contraddizione-e-lincoerenza-dellaikido/
http://aikidoitalia.com/2011/09/17/aikido-e-infortuni/

Copyright Ellis Amdur
Traduzione dall’inglese di Simone Chierchini© 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Fonte: http://www.shindai.com/articles/amdur

L’Hakama ed il Suo Significato


Il vero significato delle sette pieghe dell'hakama

Il seguente articolo è tratto dal libro “I principi dell’Aikido” di Mitsugi Saotome e narra come O’Sensei non ammettesse neppure l’idea che l’Aikido si potesse praticare senza hakama.  Oggi praticare senza hakama non solo non va più contro il Reishiki, ma l’Aikikai Foundation e le organizzazioni collegate proibiscono l’uso dell’hakama agli allievi di grado inferiore allo shodan. Come dice Saotome nello scritto che segue, “Il suo significato [dell'hakama, NdR] è degenerato da simbolo di virtù tradizionali a quello di status symbol dello yudansha”

di MITSUGI SAOTOME

Quando ero uchi deshi con O Sensei, ognuno di noi doveva indossare l’hakama per la pratica fin dal primo istante in cui ci si presentava sul tappeto.

Non esistevano regole circa il tipo di hakama da indossare, per cui il dojo era un luogo piuttosto variopinto. Si vedevano hakama di ogni genere, di tutti i colori e qualità, dall’hakama da kendo all’hakama a strisce usato nella danza giapponese, dai costosi hakama di seta chiamati sendai-hira. Scommetto che qualche principiante le abbia buscate per aver preso in prestito il prezioso hakama del nonno, destinato ad essere indossato solo nelle grandi occasioni, per poi logorarne le ginocchia praticando il suwariwaza.

Ricordo come fosse oggi il giorno in cui dimenticai la mia hakama. Stavo per presentarmi sul tappeto per fare pratica indossando solo il mio dogi, quando O Sensei mi fermò.

“Dov’è il tuo hakama?” mi domandò severo. “Credi forse di poter fare lezione con il tuo istruttore indossando solo la biancheria intima? Non hai il senso della decenza? Evidentemente ti mancano l’attitudine e l’etichetta necessarie per uno che intende seguire il budo. Vai a sederti e sta a guardare gli altri!”

Questo fu solo il primo dei numerosi rimproveri che ricevetti da O Sensei. Tuttavia, la mia ignoranza in quell’occasione stimolò O Sensei a tenere una lezione supplementare ai suoi uchi-deshi, al termine di quella regolare sul significato dell’hakama. Egli ci spiegò che l’hakama era il costume tradizionale degli studenti di Kobudo e ci chiese se conoscevamo la ragione delle sette pieghe dell’hakama.

“Esse simbolizzano le sette virtù del budo — disse O Sensei — che sono: jin (benevolenza), gi (onore o giustizia), rei (cortesia ed etichetta), chi (saggezza, intelligenza), shin (sincerità), chu (lealtà), e koh(pietà). Troviamo tutte queste qualità nel samurai del passato. L’hakama ci induce a riflettere sulla natura del vero bushido. Indossarlo simbolizza le tradizioni che ci sono state tramandate di generazione in generazione. L’ Aikido è nato dallo spirito bushido del Giappone, e nel praticarlo dobbiamo cercare di rifletterne le sette virtù tradizionali”.

Il Fondatore e gli uchideshi di dell'Hombu: Yutaka Kurita, Kenji Shimizu, Mitsugi Saotome, Mitsunari Kanai, Akira Tohei, Kisshomaru Ueshiba, Shuji Maruyama, e Nobuyuki Watanabe (1964)

Oggi, molti dojo di Aikido non osservano strettamente la regola di O Sensei circa l’uso dell’hakama. Il suo significato è degenerato da simbolo di virtù tradizionali a quello di status symbol dello yudansha. Ho visitato i dojo di molte nazioni. In molti di quelli in cui soltanto gli yudansha indossano l’hakama, gli yudansha hanno perduto la loro umiltà. Essi considerano l’ hakama come un premio da esibire, come il simbolo esteriore della loro superiorità. Questo atteggiamento rende l’inchino verso O Sensei, con cui iniziamo e terminiamo ogni lezione, una presa in giro della sua memoria e della sua arte.

Peggio ancora, in alcuni dojo le donne di grado kyu (e solo le donne) sono tenute ad indossare l’hakama, si presume per preservare la loro modestia. Per me questo è un insulto e una discriminazione nei confronti delle donne aikidoka. Ed è altrettanto offensivo per gli aikidoka maschi, in quanto presume da parte loro una ristrettezza mentale che non è ammessa sul tappeto dell’Aikido.

Vedere l’hakama trattato con un criterio così meschino mi rattrista. Ad alcuni potrà sembrare una discussione futile, ma io ricordo benissimo l’importanza che O Sensei attribuiva a questo indumento, e nessuno, credo, può mettere in discussione il grande valore delle virtù che esso simboleggia. Nel mio dojo e nelle scuole che vi sono associate incoraggio tutti gli studenti ad indossare l’hakama, indipendentemente dal loro livello o grado. (Non lo richiedo fin quando non abbiano acquisito almeno il primo grado, anche perché negli Stati Uniti è difficile che i principianti abbiano un nonno giapponese dal quale farsi prestare l’hakama). Sono convinto che indossare l’hakama e conoscerne il significato aiuti gli studenti a sentire lo spirito di O Sensei e mantenerne viva la visione.

Se permetteremo che si affievolisca l’importanza dell’ hakama, probabilmente sarà l’inizio della dimenticanza delle cose fondamentali dello spirito dell’ Aikido. Se al contrario resteremo fedeli alle intenzioni di O Sensei circa i nostri indumenti da allenamento, anche i nostri spiriti saranno più coerenti con il sogno a cui egli dedicò la propria vita.

Mitsugi Saotome:
“La via del Budo – I principi dell’Aikido”
Ed. Mediterranee

I Titoli


I Titoli e il cammino iniziatico del Budo

I Titoli sono dei gradi simbolici distinti dai gradi dan. Essi rappresentano più profondamente l’evoluzione spirituale dell’individuo che percorre il cammino iniziatico del Budo

di PAOLO CORALLINI

Questo  sistema  è  purtroppo  utilizzato  soltanto  in  pochissime  scuole tradizionali di Budo, ma è molto importante conoscere il significato di ogni singolo titolo perché esprime e definisce meglio la trasformazione operata  sull’uomo  dall’arte  marziale  intesa  come  metodo  globale  di perfezionamento e di illuminazione.
Tali riconoscimenti venivano (e vengono) rilasciati con estrema attenzione  a  individui  di  età  superiore  ai  ventuno  anni  che  avevano dimostrato un elevato livello tecnico, mentale e spirituale. Non c’è un riferimento preciso o una corrispondenza coi dan dal momento che si può essere 5° o 6° dan di un’arte marziale e non avere alcun titolo, ma è altrettanto vero che non si può ricevere uno di questi riconoscimenti senza  possedere  un  dan.  Nelle scuole più tradizionali non si poteva ricevere il  6° dan se non si possedeva  almeno  uno  di  questi  titoli, perchè  esso  era  la  prova  che  oramai  il  candidato  cominciava  ad intravedere altri aspetti dell’arte oltre la pura tecnica.
I titoli sono 6 ed una volta si suddividevano ciascuno in 3 livelli. Esiste inoltre un titolo che deve restare Segreto.

MONSHI

Questo nome si compone di Mon che significa porta e Shi che indica l’uomo nobile.
Quindi  questo  titolo  significa  che  il  candidato  ha  superato  la  prima parte  del  cammino  e  si  trova  alla  prima  porta;  è  passato  cioè  dal mondo profano al mondo simbolico degli iniziati.

KENSHI

Si  compone  di  Ken  che  significa  ricerca  e  Shi  che  indica,  come  già detto sopra l’uomo nobile.
L’uomo  che  riceve  questo  grado  ha  dedicato  corpo  e  anima  alla ricerca profonda.

SHUSHI

Si compone di Shu che significa ricerca aperta verso l’esterno, applicazione concreta, e Shi di cui conosciamo già il significato.
Il  praticante  comincia  a  guardarsi  attorno  e  ad  allargare  il  campo della  sua  ricerca,  non  si  ferma  cioè  al  miglioramento  personale  ma comincia  ad  applicare  le  sue  conoscenze  nella  vita  quotidiana,  nel rapporto con gli altri.
Migliorano le relazioni sociali ed il rapporto con le leggi della Natura.

RENSHI

E’ un termine che origina dalla parola Renchoku che significa l’uomo retto.
Questo  titolo  indica  che  l’uomo  che  lo  possiede  è  profondamente immerso  nella  ricerca  individuale  profonda  e  possiede  una  elevata rettitudine  mentale  e  comportamentale.  Tale  titolo  non  veniva  mai conferito prima del 5° dan.

KYOSHI

Questo  nome  origina  da  Kyo  che  indica  professore,  insegnamento, uomo  consacrato  all’istruzione  degli  altri,  e  dal  solito  termine  Shi  che indica l’uomo nobile. E’ questo il titolo dell’uomo rivolto verso gli altri, dell’uomo che condivide le sue conoscenze, con sincerità ed altruismo oltre che con la competenza necessaria.

HANSHI

E’ il titolo più elevato e rappresenta il coronamento di una vita intera dedicata alla vocazione dell’insegnamento.
Esso è riservato a quei maestri che sono in grado di condurre i propri discepoli al di là della tecnica verso le vette spirituali più elevate.
Anche  se  oggi  non  si  usano  quasi  più  questi  titoli  sono  quelli  che meglio rispecchiano lo spirito dell’Aikido, e gli unici a dare il senso del cammino verso un’elevazione spirituale.

Per  meglio  comprendere  il  sistema  gerarchico  dei  titoli  possiamo pensare ad un parallelismo con  l’insegnamento contenuto nella stella a cinque punte.

Copyright Paolo N. Corallini©
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta su
http://www.taai.it/images/stories/I Titoli.pdf

Il Valore Simbolico dei Gradi Dan


Paolo N. Corallini mostra il proprio diploma di Nanadan (7°Dan)

E’ con estremo piacere e una punta di orgoglio che vi annunciamo che Paolo N. Corallini si è reso disponibile a condividere alcuni dei suoi più interessanti scritti qui su Aikido Italia Network. Si tratta di articoli che affrontano gli aspetti più profondi dell’Aikido e che interpretano perfettamente il nostro desiderio di sviluppare anche in Italia una visione più culturale e matura delle arti del Budo. Il primo intervento della serie concerne il valore simbolico dei gradi dan, altrove visti come obiettivo materiale e merce di scambio

Paolo N. CORALLINI

Lo SHODAN segna la vera entrata nello studio dell’Aikido. E’ il grado dell’apprendista e non come spesso si fraintende, della maestria. E’ il primo gradino di questa splendida via iniziatica.
Questo grado è caratterizzato dal permesso di indossare la cintura nera e l’hakama. Il colore nero della cintura e dell’hakama esprime in senso alchemico la prova al nero, il regressus ad uterum, la morte alla vita profana prima della rinascita alla vita iniziatica.
Indossare l’hakama significa che oramai si è dediti anima e corpo alla Via dell’Aiki. E’ un vero e proprio incarico nel senso cavalleresco del termine. Lo yudansha è un uomo al quale si possono affidare incarichi di responsabilità, un uomo su cui si può contare sia nel dojo che al di fuori di esso.
Essere autorizzati a indossare l’hakama è un segno di fiducia, il segno che si viene accettati dagli anziani a ricevere insegnamenti più riservati.
E’ dunque un’iniziazione nel senso più tradizionale del termine. L’uno indica l’uomo in piedi, il solo essere vivente che gode di questa facoltà. Questo numero rappresenta l’uomo attivo, associato all’opera della creazione e legato al principio, al Dio Creatore, all’Uno, alla sorgente di tutte le cose, al centro cosmico.
Esso è simbolo non solo dell’essere ma anche della riconoscenza che è mediatrice per elevare l’uomo attraverso la conoscenza ad un livello superiore.
Il NIDAN normalmente si ottiene dopo una pratica assidua di almeno due anni, ed esprime una tappa importante del percorso iniziatico. In questo grado l’iniziato ha lavorato assiduamente sui principi di base, ha imparato a comprendere che le fondamenta della costruzione devono essere solide – Kotai (Kihon Waza).
Il simbolismo legato al due, da sempre espressione di eguaglianza e di opposizione, indica riflessione ed equilibrio e ben si accosta a questo grado, dal momento che ora l’iniziato ha una visione di ciò che è e di ciò che non deve essere, sa ora distinguere l’omote dall’ura, l’irimi dal tenkan, il positivo dal negativo, l’alto dal basso. Il due è il numero legato all’elemento femminile, sinonimo di manifestazione in quanto produce esistenza ed essere e quindi diventa causa della dualità che si evidenzia quando l’oggettività è presente e scompare con lo svanire dell’aspetto forma. Il due insomma origina la forma materia.

Opposti

Bisogna conoscere gli opposti complementari, il mondo del dualismo, per comprendere il tutto.
Il SANDAN si ottiene dopo un intenso periodo di pratica di almeno tre anni.
Secondo il Fondatore dell’Aikido questo era il livello fino al quale si doveva studiare soltanto il Kihon Waza. Ora l’iniziato conosce l’elemento terra, ha un idea del mondo materiale che comprenderà appieno nel grado successivo. Il numero tre è il numero della perfezione, proprio degli Dei. Esso esprime completezza, realizzazione, ordine intellettuale e spirituale. Questo numero sacro sintetizza la triplice unità dell’essere vivente, nel quale si attua l’unione del cielo e della terra.
E’ l’espressione della totalità, del compimento. Tre sono i tempi del manifesto: il passato il presente ed il futuro, e tre sono gli elementi della grande opera alchemica: lo zolfo (spirito), il sale (corpo) ed il mercurio (anima). In questo grado si è percorso (nel passato) l’elemento terra rappresentato dalle fondamenta solide della pratica, (nel presente) si matura la consapevolezza tecnica e l’abilità necessaria per affrontare nel futuro, con disinvoltura, l’elemento acqua. L’iniziato a questo grado fortifica lo spirito, padroneggia ora il corpo ed impara a conoscere a poco a poco l’anima universale preparandosi a realizzare nell’imminente futuro le nozze alchemiche della grande opera, ciò che O Sensei chiamava “Shin Gi Tai ichi” (spirito, corpo, anima, una cosa sola).
Lo YONDAN è l’inizio della pratica al di là della tecnica di base. Si conosce ora sufficientemente bene il quaternario, il mondo manifesto, visibile.
Le forme prima statiche ora sono in movimento (Ki No Nagare Waza), la fluidità tipica dell’elemento acqua domina questo grado.
Il numero quattro indica consapevolezza, concretezza, universalità, totalità.
Questo numero si collega ai simboli del quadrato e della croce. Esso ci riporta ai quattro punti cardinali, alle quattro stagioni, alle fasi lunari, ai quattro elementi e così via.
L’iniziato sa ora orientarsi nel mondo complesso e meraviglioso dell’Aiki, rispetta le leggi universali della natura, si muove libero da costrizioni materiali e grazie alle facoltà ora raggiunte può continuare il viaggio attraverso gli elementi.
Riferendoci al simbolismo della croce il quattro ci richiama al senso della rettitudine e della giustizia, qualità proprie di chi ha percorso in modo serio e profondo una Via Spirituale.
Si valutano a questo livello anche certe virtù acquisite in molti anni di pratica assidua, quali la lealtà, il coraggio, la fedeltà, la precisione, la tenacia e la correttezza.
Il GODAN viene conferito generalmente non più a seguito di un esame tecnico ma ad honorem (suisenjo) e comunque dopo un periodo minimo di cinque anni.
Il numero cinque risulta formato dalla somma di un numero pari il due e di un numero dispari il tre.
Se pensiamo che il due rappresenta il principio terrestre ed il tre quello celeste, la loro unione conferisce a questo numero il senso di unità, completezza, totalità, armonia ed equilibrio.

Vita e Morte - Gustav Klimt

Il due ed il tre non rappresentano soltanto il terrestre ed il celeste ma anche il bene ed il male, la morte e la vita, la materia e lo spirito, l’occulto ed il manifesto.
Ma il due e il tre che compongono il cinque non vanno in questa sede considerati separati ma uniti ed allora le loro qualità si sommano, si uniscono e si integrano nell’universo.
Possiamo anche considerare che chi possiede questo grado conosce il mondo della manifestazione (i quattro elementi), e può comprenderne l’Uno, l’essenza.
L’iniziato a questo grado possiede caratteristiche solari che gli provengono dal numero tre (maschile) e caratteristiche lunari che gli provengono dal numero due (femminile), dunque ha intuizione, forza, carattere, sensibilità e flessibilità.
Chi possiede questo grado inizia a muoversi nell’elemento Aria.
Il cinque è per eccellenza simbolo dell’uomo iniziato, l’uomo a braccia aperte inscritto dentro la stella a cinque punte.
Se si considera poi la croce che si origina da una linea orizzontale determinata dalle braccia aperte e da un linea verticale passante dalla testa ai piedi, si può vedere che il centro della croce è il cuore, il quale alimenta e tiene in vita ogni essere vivente.
Il Fondatore dell’Aikido spesso affermava che “L’Aikido è una questione di cuore”.
Il ROKUDAN si riceve per speciali meriti e viene conferito a persone che hanno un elevato livello tecnico e qualità morali non comuni. Normalmente si può ricevere dopo un periodo minimo di 6 anni dopo il conseguimento del Godan. A questo livello minimo si può essere insigniti del titolo di Shihan che significa “(persona) da imitare” o “l’uomo che indica la Via”.
In alcuni Budo, a questo livello, si può indossare l’Hakama bianca simbolo di purezza e di elevazione spirituale e la cintura bianco-rossa.
Il sei è formato da due volte tre, quindi è simbolo di equilibrio, di perfezione, di capacità di risalire dal particolare all’universale. Il sei è il numero dei doni reciproci, degli antagonismi, che trovano nell’iniziato a questo grado la perfezione in potenza. Il sei rappresenta l’iniziazione per mezzo delle prove più dure, l’equilibrio tra gli opposti.
A questo livello il candidato ha abbastanza senno ed esperienza da saper discernere tra il bene ed il male. Sei sono le facce del cubo, cioè del quadrato in movimento, simbolo della manifestazione. Per Vitruvio sei erano le regole ed i riflessi della creazione divina.
Il sei rappresenta i quattro punti cardinali più lo zenit e il nadir, cioè le direzioni e gli orientamenti del creato visibile. Questo numero nel mondo divino è la scienza del bene e del male, in quello intellettuale l’equilibrio tra la legge universale e la libertà umana, e nel piano fisico l’antagonismo delle forze naturali. Questo numero evoca l’immagine dell’esagramma cioè dei due triangoli equilateri incrociati capovolti. Il sei esprime l’unione armonica delle due nature , la divina e l’umana.
Nella filosofia indiana (che come sappiamo in parte ha influenzato la nascita del Budo in Estremo Oriente) si parla dei sei veli: pelle, carne, ossa, sangue, nervi e midollo; dei sei nemici: desiderio, ira, cupidigia, follia, orgoglio, e invidia; le sei condizioni: concepimento, individuazione, crescita, maturità, decadenza, distruzione; le sei onde: fame, sete, affanno, follia, vecchiaia, morte. L’iniziato a questo grado si muove in equilibrio ed armonia tra queste entità senza essere scalfito dalle valenze negative dei singoli elementi. Egli conosce pienamente l’elemento Aria e si libra leggero in essa.

Unione Cielo-Terra

Il NANADAN (o SHICHIDAN) si può ricevere dopo un periodo minimo di dodici anni dopo il conseguimento del Rokudan, e viene conferito molto raramente ed a persone veramente selezionate.
Il sette è per eccellenza il numero magico della maestria in molte scuole iniziatiche.
Esso è simbolo di fermezza e simbolo dell’esistenza di Dio.
Il sette è composto dal tre, simbolo della divinità e dal quattro, simbolo della universalità delle cose create. Il sette è dunque simbolo della indissolubile unione dei due mondi spirituale e fisico.
Per estensione si può intendere il numero sette come unione di cielo e terra, cioè l’espressione di un universo in movimento. L’iniziato a questo grado comincia a sentire il fuoco sacro bruciare nel proprio Atanor, l’Hara Tanden. L’uomo che raggiunge questo grado dovrebbe aver raggiunto un alto livello di perfezione dal momento che possiede la conoscenza del mondo materiale e dei principi divini.
L’HACHIDAN è un grado onorifico che molto raramente viene conferito dall’Aikikai Foundation. E’ un riconoscimento destinato a persone di alto valore tecnico e morale e a Leaders che hanno fondato e che dirigono Organizzazioni Aikikai in nazioni estere. Si tiene conto a questo livello di ciò che il candidato ha fatto e sta facendo per lo sviluppo dell’Aikido nel mondo e della capacità con cui espleta questo compito. Il numero otto risulta dalla combinazione ottimale di 4+4 per cui la simbologia è legata al valore del dualismo. Questo numero ci ricorda la Rosa dei Venti con i quattro punti cardinali e i quattro punti secondari, che esprimono la capacità di orientarsi in tutte le direzioni grazie alla conoscenza acquisita. L’otto è il simbolo dell’Infinito, dell’equilibrio cosmico. Il termine Rosa dei Venti, fu preso in prestito dalla Ruota del Mondo che rappresenta il mondo materiale (quadrato) in movimento dentro al cerchio simbolo dell’Universo.
In molti templi si riscontrano otto colonne poggianti su una base quadrata che sorreggono una cupola rotonda, si realizza così la quadratura del cerchio.
Dall’unità della volta celeste al quadrato degli elementi terrestri occorre passare per l’ottagono, che è in rapporto col mondo intermedio delle otto direzioni, delle otto porte e degli otto venti che innalzeranno le fiamme oramai sprigionate dall’Atanor dell’iniziato a questo grado. Il numero otto esprime il divino nell’umano; esso è l’anello di congiunzione tra gli opposti, tra l’ascesa e la discesa, tra il Superiore e l’inferiore, tra Dio e l’uomo. L’otto indica la via dei giusti.
Il KUDAN è un grado raggiunto soltanto da pochissimi maestri che hanno occupato un posto preminente nella storia dell’Aikido e sono da considerarsi dei personaggi davvero illuminati e padroni di una conoscenza profonda. Il nove è ritenuto il più importante numero magico, quello che contraddistingue il vero iniziato ai livelli superiori ed indica stabilità,ordine, saggezza assoluta, prudenza, circospezione negli atti. Si può aggiungere che se da un lato il nove conferisce compimento ad una creazione umana, dall’altro simbolizza il successo nella ricerca ed il coronamento degli sforzi. Questo numero è simbolo di perfezione in quanto risultante di tre ternari. La combinazione di 3+3+3=9, ha frequenti richiami nelle dottrine esoteriche di molti popoli del mondo, che ne fanno un motivo cosmologico ritenendo ogni mondo raffigurato come un triangolo, una cifra ternaria: Cielo, Terra, Inferi, per cui il nove esprime la totalità dei tre mondi.

Osiride-Iside-Horus

Gli antichi Egizi nominano questo numero a proposito della montagna del Sole, ricordando l’evoluzione dei tre mondi: divino, naturale, ed intellettuale, in relazione all’archetipo trinitario Osiride-Iside-Horus, rappresentanti rispettivamente l’essenza, la sostanza e la vita.
Il Fondatore dell’Aikido parlava della sua Arte paragonandola ad una piramide divisa in quattro livelli ascendenti: kotai, jutai, ryutai e kitai (solido, fluido, liquido, spirituale), sormontati finalmente dalla Luce della Conoscenza, il mondo dove l’Uomo Iniziato oramai libero può ricongiungersi a Dio.
Il JUDAN è un grado rarissimo; sembra che il Fondatore ne abbia conferito probabilmente solo uno o due. L’ideogramma che esprime questo numero è una croce 十 (ju) unione della linea verticale e della orizzontale, che si incrociano simmetricamente ad indicare l’equilibrio tra Cielo e Terra. La linea verticale è il canale attraverso il quale scendono le energie cosmiche e salgono quelle telluriche, ed esprime l’asse verticale umano (la colonna vertebrale) inteso come axis mundi.
La linea orizzontale simbolizza la comunicazione sul piano delle manifestazioni umano terrestri o l’orizzontalità. La linea verticale è simbolo di rettitudine e la linea orizzontale è simbolo di equità, quindi questo numero conferisce a chi lo possiede il senso dell’uomo retto e giusto, colui che, oramai purificato, si fa ponte tra Cielo e Terra (pontifex), tra il Divino e l’umano.
Il numero dieci è la somma di 1+2+3+4, quindi assomma tutti i valori simbolici espressi per questi singoli numeri, se ne deduce dunque che esso è un numero perfetto e rappresenta la completezza della creazione, la quale in senso spaziale e temporale si estende dal principio al termine, costituendo un ciclo di manifestazione, cioè l’intera esistenza. In ogni dottrina religiosa e filosofica il numero dieci è sempre stato legato a concetti di sacralità, di totalità e di perfezione. Basti pensare ai Dieci Comandamenti, le dieci divinità principali Egizie, le dieci Sefirot della Kabbala, etc.
Secondo i cabalisti di tutte le scuole, la potenza divina emerge dalla propria vita nascosta e si manifesta in dieci sfere che sono dette sefirot; esse costituiscono l’unità e la sintesi dell’universo.
Le sefirot suggeriscono un’ulteriore combinazione del numero dieci e cioè 3+7.
Le prime tre sefirot superiori si identificano con la corona, la sapienza e l’intelligenza, mentre le altre sette inferiori con l’amore, la bellezza, l’eternità, la gloria, il sesso, la forza e la presenza visibile.
Bibliografia: “Il Mondo dei Simboli” di S. Boncompagni – Ed. Mediterranee

Il Presente articolo viene pubblicato grazie alla gentile concessione di Paolo N. Corallini. Tutti i diritti riservati


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Aikido In Azione – Combattere Con l’Essenza Dell’Amore


Iwama, 1962: il Fondatore tiene una lezione teorica per Terry Dobson

La storia che segue fornisce un’illuminante e commovente prospettiva sul ruolo delle arti marziali. Scritta da Terry Dobson, che nel 1959, durante una visita a Tokyo, assistette ad una dimostrazione di Aikido in una base militare americana a Yokohama. Sei mesi dopo riuscì a entrare come uchi-deshi presso l’Aikikai Hombu Dojo, e vi rimase come tale fino al 1964. E’ stato uno dei soli due non-giapponesi a godere di questo privilegio durante quel periodo iniziale assieme ad André Nocquet.

di TERRY DOBSON

Il treno sferragliava per i sobborghi di Tokyo in un fiacco pomeriggio di primavera. Il nostro vagone era relativamente vuoto – un paio di casalinghe con i loro figli, alcuni anziani che andavano a fare compere. Guardai distrattamente le case grigie e le siepi polverose.
Le porte si aprirono in una stazione e improvvisamente la quiete pomeridiana venne interrotta da incompresibili e violente bestemmie di un uomo. Entrò barcollando dentro il nostro vagone. Indossava abiti da lavoro ed era grosso, ubriaco e sporco. Urlando, vacillò contro una donna che teneva tra le braccia un bambino. La botta spinse la donna contro una coppia di anziani. Fu un miracolo che il bimbo fosse rimasto illeso.
Terrorizzata, la coppia balzò in piedi e si precipitò verso l’altra estremità del vagone. L’operaio rivolse un calcio alla schiena dell’anziana, mancandola poiché si mise prontamente al riparo. Questo infuriò così tanto l’ubriaco che prese il palo di metallo al centro del vagone e cercò di strapparlo fuori dal suo sostegno. Riuscii a vedere che una delle sue mani si tagliò ed era sanguinante. Il treno barcollò in avanti, i passeggeri rimasero impietriti dalla paura. Mi alzai.
A quell’epoca – circa una ventina di anni fa – ero giovane ed in buona forma. Praticavo otto ore di Aikido quasi ogni giorno negli ultimi tre anni. Mi piacevano la lotta e le proiezioni. Credevo di essere forte. Il problema era che la mia abilità marziale non era mai stata testata in un combattimento reale. Come studenti di aikido, non ci era permesso di combattere.
“L’Aikido”, mi diceva sempre il mio maestro, “è l’arte della riconciliazione. Chi ha la mente del combattente ha rotto il suo legame con l’universo. Se si tenta di dominare le persone, si è già sconfitti. Noi studiamo come risolvere un conflitto, non come iniziarlo”.
Ascoltavo le sue parole, ci provavo intensamente. Sono arrivato anche al punto di attraversare la strada per evitare i chinpira, i punk che oziavano alle stazioni ferroviarie. La mia indulgenza mi lodava. Mi sentivo sia forte che santo. Nel mio cuore, però, volevo un’opportunità assolutamente legittima per la quale avrei potuto salvare l’innocente annientando il colpevole.
Questo è quanto! Mi sono detto appena in piedi. Le persone sono in pericolo. Se non faccio subito qualcosa, qualcuno potrebbe farsi male.

Homeless man by Adam Burleigh

Vedendomi in piedi, l’ubriaco focalizzò la sua rabbia su di me. “Aha!” urlò. “Uno straniero! Hai bisogno di una lezione alla giapponese!”
Mi sono mantenuto sulla maniglia sopra la testa e gli ho lanciato uno sguardo di disgusto e di rifiuto. Ho pensato di picchiarlo, ma avrebbe dovuto fare la prima mossa. Volevo vederlo infuriato, così strinsi le labbra e gli mandai un bacio insolente. “Va bene!” gridò. “Ora ti darò una lezione.” Si preparò per venirmi contro.
Una frazione di secondo prima che potesse muoversi, qualcuno gridò: “Hey!” Fu assordante. Ricordo la qualità stranamente gioiosa e cadenzata di quell’urlo – come se tu e un amico eravate diligentemente alla ricerca di qualcosa e lui improvvisamente l’aveva trovata. “Ehi!”
Io mi girai a sinistra, l’ubriaco a destra. Entrambi fissammo un vecchietto giapponese. Doveva portarsi bene i suoi settant’anni, questo piccolo signore, seduto li col suo kimono. Egli non fece caso a me ma sorrise al lavoratore come se avesse il più importante segreto da svelare.
“Vieni qui”, disse il vecchio all’ubriaco in una lingua comprensibile. “Vieni qui a parlare con me.” Lui scosse delicatamente la sua mano.
L’omone si avvicinò e puntando i piedi con aria di guerra di fronte al vecchio signore, urlò “Perché diavolo dovrei parlare con te?” A questo punto l’ubriaco mi mostrava la schiena. Se si fosse mosso di un solo millimetro, l’avrei massacrato.
Il vecchio continuava a sorridere al lavoratore. “Cosa stai bevendo?” chiese con occhi intrisi d’interesse. “Bevo il Sake,” urlò di nuovo l’operaio, “e non sono affari tuoi!” L’uomo sputò al vecchio.
“Oh, è meraviglioso,” disse il vecchio, “assolutamente meraviglioso! Sai, anche a me piace il Sake. Ogni sera, io e mia moglie (lei ha 76 anni), ci scaldiamo con una piccola bottiglia di Sake e lo portiamo in giardino, e ci sediamo su una vecchia panchina di legno. Osserviamo il tramonto e vediamo come sta il nostro albero di cachi. Il mio bisnonno piantò l’albero e noi continuiamo a prenderci cura di lui nella speranza che si riprenda da quelle tempeste di ghiaccio che abbiamo avuto lo scorso inverno. Il nostro albero ha fatto meglio di quanto mi aspettassi, soprattutto se si considera la scarsa qualità del suolo. E’ gratificante vederlo mentre prendiamo il Sake e usciamo a goderci la serata. – anche quando piove!” Alzò lo sguardo verso l’operaio, con occhi scintillanti.
Mentre cercava di seguire la conversazione del vecchio, il volto dell’ubriaco ha cominciato ad addolcirsi. I suoi pugni lentamente si allentavano. “Sì,” disse, “anche io amo i cachi…” La sua voce si spense.
“Sì”, disse il vecchio, sorridendo. “E sono sicuro che hai una moglie meravigliosa.”
“No”, rispose l’operaio. “Mia moglie è morta.” Con una lieve oscillazione del treno, l’omone iniziò a singhiozzare. “Non ho né moglie, né casa, né lavoro. Mi vergogno così tanto di me stesso.” Le lacrime gli scendevano sulle guance; il suo corpo fu attraversato da un momento di disperazione.
Ora toccava a me. Me ne stavo lì con la mia coscienza pulita e la mia virtù del “mettere al sicuro il mondo per la democrazia”. Improvvisamente mi sentii più sporco di lui.
Poi il treno arrivò alla mia fermata. Non appena le porte si aprirono, sentii il vecchio chiocciare benevolmente. “Ahi, Ahi!” ha detto. “Questa è proprio una situazione difficile. Siediti qui e dimmi tutto”.

Il Fondatore con Terry Dobson

Ho girato la testa per un ultimo sguardo. L’operaio era disteso sul sedile, la testa sul grembo del vecchio. Il vecchio accarezzava dolcemente i suoi capelli sudici e arruffati.
Mentre il treno si allontanava, mi sedetti su una panchina. Quello che volevo risolvere con la forza era stato risolto con parole gentili. Avevo appena visto l’Aikido testato nel combattimento, e l’essenza di esso è stato l’amore. Avrei dovuto praticare l’Arte con uno spirito completamente diverso. Ci sarebbe voluto un bel pò prima di poter parlare della risoluzione del conflitto.

Traduzione di Simone De Luca
Copyright © 2011

Simone è un traduttore freelance. Per informazioni sul suo lavoro contattarlo su martial_arts@hotmail.it

Tratto da  The Foundations Of Peace (IC#4)
Autunno 1983, Pagina 35
Copyright (c) 1983, 1997 Context Institute

Per più informazioni su Terry Dobson visitare http://www.terrydobson.com/

 

Regole del Dojo


Hiroshi Tada, Torino 1969

Le regole del dojo come fissate da Hiroshi Tada Sensei per l’Aikido Tada Juku possono fornire un valido decalogo di comportamento per i praticanti di ogni arte marziale ieri, oggi e domani

1.      Conformarsi alle norme della buona educazione, osservare le regole e seguire fedelmente gli insegnamenti dei maestri.

2.      Quando si entra nel dojo, togliersi nell’ingresso cappello, guanti, soprabito, ecc., e, dopo aver eseguito il saluto in direzione del lato principale (shomen), salutare il maestro e andare a cambiarsi nello spogliatoio.

3.      Nel caso si arrivi in ritardo e l’allenamento sia già iniziato, si  dovrà attendere ai bordi del tatami finché non siano conclusi gli esercizi di respirazione e torifune.

4.      All’interno del dojo osservare l’armonia reciproca e impegnarsi nella pratica con gioia e serenità.

5.      Praticare con serietà e spontaneità, sforzandosi di evitare infortuni.

6.      Dedicare sufficiente tempo alla pratica da soli.

7.      Non criticare mai le tecniche eseguite da altri praticanti.

8.      Nella pratica con le armi (jo e bokken) attenersi correttamente alle regole stabilite.

9.      L’abbigliamento usato durante la pratica (keikogi e hakama) deve essere sempre pulito.

10.  Prima di iniziare la pratica è opportuno togliersi gioielli, orologi, ecc., legarsi i capelli, se portati lunghi, e assicurarsi che le unghie siano corte, al fine di prevenire incidenti.

11.  Al termine di ogni allenamento fare sempre le pulizie del dojo così da permettere che la pratica si svolga in unambiente pulito.

12.  E’ proibito fumare all’interno del dojo e non sono ammesse persone in stato di ubriachezza.

13.  Nel dôjô astenersi dal fare discorsi di natura privata che esulano dal contesto della pratica e possono intrarciarla.

12. I visitatori sono invitati ad osservare l’ordine stabilito all’interno del dojo e, dopo aver ottenuto il permesso, possono assistere agli allenamenti  sedendo in seiza nel posto che viene loro indicato.

13. Quando ci si reca a praticare in altri dojo, osservare con attenzione le regole in essi stabilite e non toccare assolutamente gli oggetti (armi, ecc.) presenti nel dojo in cui si viene ospitati.

Norme generali di etichetta, regole da osservare sul tatami 

1.      Cercare di  uniformare il modo di esprimersi e di comportarsi nella vita quotidiana alla pratica dell’aikido.

2.      Evitare di passare davanti alle persone.

3.      Quando si apre o si chiude una porta, accertarsi che non vi siano persone nelle immediate vicinanze.

4.      Nel porgere o ricevere un oggetto utilizzare entrambe le mani.

5.      Se ci si rivolge ad una persona seduta sul tatami, sedersi in “seiza” prima di salutare, parlare o porgere qualcosa.

6.      Non soffermarsi in piedi dietro ad una persona che sta seduta sul tatami (tale norma di buona educazione deriva dal fatto che in Giappone tale posizione veniva tradizionalmente assunta da coloro che recidevano il collo a chi commetteva seppuku (o harakiri).

Tratto da http://www.asahi-net.or.jp/~yp7h-td/regoleit.htm

Cos’è l’Aikido


Kenjiro Yoshigasaki e' la figura di riferimento della Ki no Kenkyukai

Un breve excursus di storia giapponese ci porta alla nascita delle arti del Budo moderne e al significato intimo della nostra pratica, al di sopra e al di là della difesa personale

di KENJIRO YOSHIGASAKI

In tutto il mondo la gente si combatteva usando spade, lance ed altre armi; quando non aveva armi usava boxare o lottare. Le tecniche di combattimento sono state pressoché simili in tutto il mondo fino all’invenzione delle armi da fuoco. Il loro uso nel combattimento ha cambiato completamente il modo di combattersi in guerra. In Giappone le armi da fuoco furono importate nel 1543 dai portoghesi ed i giapponesi iniziarono presto a costruirsele.
Intorno al 1590 le armi da fuoco furono usate in guerra e si dimostrarono più efficaci delle armi tradizionali; tuttavia il loro uso era limitato data la scarsa possibilità di fabbricarle. Intorno al 1600 il Giappone era dominato dal clan Tokugawa; essi riuscirono a creare un sistema di dominazione attraverso i Samurai (usando i Samurai); per rendere stabile questa dominazione proibirono la costruzione delle armi da fuoco e le comunicazioni col mondo esterno furono radicalmente proibite. Ciò diede l’opportunità di sviluppare metodi di combattimento senza armi da fuoco per 250 anni mentre in Europa queste armi da fuoco furono sviluppate come le principali armi da combattimento.
Dal 1800 l’Europa iniziò a colonizzare la Cina ma gli europei non erano interessati al Giappone poiché era molto più piccolo della Cina; tuttavia gli Stati Uniti vollero partecipare anche loro alla colonizzazione della Cina e vollero usare il Giappone come un porto prima di arrivare in Cina.
Intorno al 1860 la marina degli Stati Uniti  andò in Giappone e lo obbligò a dargli un porto come loro territorio. Poi anche gli europei vollero usare quel porto e anche il Giappone subì il pericolo di essere colonizzato come la Cina. Il Giappone decise di creare un esercito forte per difendersi dagli Stati Uniti e dall’Europa, così furono proibite le spade e fu creato un esercito dotato di armi da fuoco.
I clan dei Samurai che mantenevano la tradizione delle tecniche di spada non ne furono felici  e cercarono di mantenerla; un modo fu quello di convertirle in sport: fu creato il Judo, il Kendo ed il Karate; questi “sport” furono sostenuti dagli studenti delle università. Quelle arti marziali che non vollero seguire la via sportiva furono chiamate Kobudo o Jujitsu.

Risolvere i conflitti senza combattere

Un jujitsu fu chiamato Daito Ryu-jujitsu e questo fu la base tecnica dell’Aikido. E’ necessario sapere che le tecniche di Judo vengono da un’arte che non usava la spada. Lo stesso per il Karate. Ecco perché le tecniche del Karate includono tecniche di bastone ma non di spada. Il Kendo fu basato sulle tecniche di spada ma divenne uno sport. Daito Ryu-jujitsu fu creato da qualcuno a cui piaceva la spada ed era buono come tecniche di  spada. Egli sviluppò le tecniche senza armi usando la sua abilità nell’uso della spada. Ecco perché le tecniche di Daito Ryu-jujitsu sono molto diverse dalle tecniche del Judo e del Karate.
In realtà le tecniche del Daito Ryu-jujitsu sono molto simili alle tecniche del Kendo. Tuttavia praticandole la gente dimentica la spada e pensa alla situazione del combattimento in strada nella loro società. Dopo la II guerra Mondiale c’era un’idea generale che il Giappone non dovesse combattere e le persone essere prive di armi da fuoco e di spade. La gente pensava al combattimento di strada senza armi o forse con il bastone o con il coltello. Così in quella situazione nacque il nuovo nome di Aikido. L’idea dell’Aikido era di controllare la situazione senza combattere. Questa mentalità corrisponde alla tendenza negli Stati Uniti ed in Europa dopo il 1960 e l’Aikido cominciò ad essere sostenuto filosoficamente. L’idea di risolvere i conflitti senza combattere divenne parte della filosofia dell’Aikido.
Poi arrivò l’idea dell’auto-difesa. Cos’è l’auto-difesa? In realtà non c’è differenza tra l’attacco e la difesa. Quando qualcuno fa una certa azione verso un altro questo è chiamato attacco. Quando l’altro fa la stessa azione, ciò è chiamato difesa. Così la difesa è permessa solo quando uno è attaccato. Se l’attacco è senza armi, è possibile aspettare finché l’attacco arriva e fare qualcosa a riguardo. Ma se l’attacco è fatto con armi da fuoco o altre armi altamente avanzate è quasi impossibile difendersi dopo che l’attacco è iniziato; ciò significa devo sparare all’altro prima che lui spari a me. Ecco allora che sorge la domanda di sapere l’altrui intenzione. Se una persona ha un’arma in mano, i poliziotti dubitano dell’intenzione e chiedono immediatamente di lasciar cadere l’arma e di alzare le mani. Se è buio, cosa dovrebbe fare il poliziotto? Potrebbe essere che il poliziotto sia obbligato a sparare alla persona prima che questa abbia la possibilità di sparargli a sua volta. Allora c’è la domanda se il poliziotto abbia giudicato correttamente la situazione oppure no. Se l’attacco e la difesa avvengono tra due paesi la cosa è più complicata. Prima un paese è attaccato ma è difficile sapere chi ha attaccato; allora il paese può presumere che l’attacco sia stato fatto da un suo paese nemico e allora inizia l’attacco in nome della difesa. Tra due esseri umani ciò e chiamato vendetta ed è proibita dalla legge. Tuttavia il governo può punire il criminale così che la vittima non debba vendicarsi. Tra due paesi non c’è un’autorità al di sopra così la vendetta è permessa.
Di nuovo non è facile distinguere tra vendetta e difesa. L’intero problema esiste perché gli atti di attacco, vendetta e difesa sono gli stessi (uguali). E’ solo una questione di come sono interpretati.
In Aikido è possibile creare una filosofia completamente nuova. L’Aikido non ha bisogno di essere un’auto-difesa. La difesa è uguale all’attacco. L’Aikido è un modo di creare situazioni nelle quali è difficile che l’attacco succeda. Se l’attacco non succede, la difesa non è necessaria.
Io penso che questa sia l’unica via per la Pace.

Tratto da http://www.kiaikidoitalia.org/aikido/31-2/sensei-yoshigasaki/