Intervista a Ichiro Shishiya


Ichiro Shishiya

Ichiro Shishiya esegue una forma di Iai

In occasione del suo seminario annuale in Svizzera, organizzato dall’Aikidoschule Sangallo, abbiamo avuto la preziosa opportunità di parlare su Skype con Ichiro Shishiya, uno dei maggiori esponenti mondiali di quel sistema di Aikido che si rifà ad uno dei più grandi allievi diretti del Fondatore, il compianto Shoji Nishio. Eccovi i risultati di quella chiacchierata cibernetica

di SIMONE CHIERCHINI

Ichiro Shishiya nacque  a Tokyo nel 1947. Iniziò a praticare Judo all’età di 10 anni presso il Sugamo Police Dojo. Nel 1963, quando era al suo terzo anno di scuola media, si iscrisse al Sugamo Kenshyukan Dojo diretto da Noboru Ishibashi, e iniziò lo studio dell’Aikido sotto la guida di Shoji Nishio. Nel 1966 frequentò anche l’Aikikai Hombu Dojo. Dopo essersi laureato presso la Dokkyo University nel 1970, lavorò per alcune società diversi anni, prima di fondare la sua società di computer engineering systems nel 1979. Da allora, ha trascorso il proprio tempo giostrando fra lavoro e insegnamento dell’Aikido. Attualmente ha la qualifica di 7 ° Dan Aikikai e tiene annualmente seminari in molte città europee, oltre ad essere il Dojo-cho della Meisei Kai di Tokyo. E’ inoltre il presidente della Toshima Ward Aikido Federazione, delegato della All Japan Aikido Federation, fiduciario della Tokyo Aikido Federation e membro permanente del Consiglio di Amministrazione della Toshima Ward Physical Education Association

CHIERCHINI

Questa è una perfetta occasione per la comunità aikidoistica italiana di iniziare a conoscerla, Sensei. Lei ha un ruolo estremamente importante all’interno del Nishio Aikido, ma in Italia non c’è Nishio Aikido. E’ quindi molto interessante per noi ricevere informazioni di prima mano su di esso.

SHISHIYA
Felice di aiutare. Per cominciare, devo fare una piccola ma importante correzione. Tutti si riferiscono all’Aikido di Nishio Sensei come Nishio Aikido, ma va subito detto che Nishio Sensei non amava affatto questa espressione. Io l’ho sentito ripetere in più di un’occasione che non esiste Nishio Aikido, c’è solo Aikido, perché l’Aikido è uno solo, ed è quello di O’Sensei.

O'Sensei & Nishio

Shoji Nishio in compgnia di O’Sensei

CHIERCHINI
Questo è molto bello ed istruttivo: nell’atteggiamento di Nishio Sensei quindi non vi era spazio per egocentrismo e divisioni: tutti uniti – pur nelle differenze – nel nome di O’Sensei.

SHISHIYA
In passato ci sono stati diversi grandi maestri che erano allievi diretti di O’Sensei e Nishio Sensei è stato uno di loro. Il Fondatore aveva rispetto e concordava con le loro idee sull’Aikido. All’interno dell’Aikikai c’era spazio per visioni dell’Aikido come quelle di Morihiro Saito Sensei e Hiroshi Tada Sensei, ma andando un passo più in là, il Fondatore viveva armonicamente anche con chi aveva scelto la propria strada, tipo Gozo Shioda Sensei e il suo Yoshinkan. O’Sensei non disse mai di non essere d’accordo con quello che facevano, e questo è meraviglioso.

CHIERCHINI
Lei ha trascorso davvero tanti anni di fianco all’uomo Nishio e conserva, sono sicuro, decine di immagini e aneddoti su di lui. Come le successe di incontrare l’Aikido e Shoji Nishio?

SHISHIYA
Incontrai Nishio Sensei all’età di 15 anni e da allora l’ho sempre seguito, anche se, quando avevo 18 anni, per un anno studiai all’Hombu Dojo, soprattutto con Kisaburo Osawa Sensei. Tuttavia Nishio Sensei insegnava presso il mio dojo locale, ad appena quindici minuti a piedi da casa mia, mentre l’Hombu Dojo era veramente lontano; la mia scelta iniziale fu quindi dettata soprattutto dalla comodità, ma una volta fatta ne fui così felice da seguire Nishio Sensei per tutta la vita. Quando mi avvicinai all’Aikido per la prima volta, la società era molto diversa da quella di oggi: dopo tutto è passato mezzo secolo nel frattempo. Al tempo, tutti erano in cerca di un’arte che fosse soprattutto valida come metodo marziale. A 10 anni avevo iniziato a fare Judo, ed ero abbastanza bravo. Vinsi anche parecchie gare, finché un giorno conobbi il sapore della sconfitta: il mio avversario era così grosso – anche se eravamo solo dei ragazzini pesava almeno 80 chili – che le mie tecniche non funzionavano contro di lui. A un certo punto finimmo entrambi a terra e lui mi si mise sopra: per quanto provassi, non riuscii più a muoverlo e persi l’incontro. Dopo, riflettendo sull’avvenuto, decisi che dovevo trovare il modo di diventare più forte e studiare meglio, e questo potevo farlo solo scegliendo un’altra arte marziale: questa era l’Aikido. Andai presso il dojo del mio quartiere e lì ci insegnava Nishio Sensei.

CHIERCHINI
Era un insegnante severo?

SHISHIYA
No, affatto, era un uomo molto gentile. Anche all’inizio non mi incuté per niente timore, anche se ero assai giovane, perché l’espressione del suo volto era sempre sorridente. Nel suo dojo c’erano diversi esperti senpai - che tra l’altro erano anche senpai di altre arti marziali come Sumo, Judo e Karate – e tutti mi dicevano: “Nishio sensei è un grande. Non c’è verso che possiamo attaccarlo e metterlo giù”. Nel

Ichiro Shishiya

Ichiro Shishiya durante un seminario in Svezia

corso degli anni poi, fui io stesso diverse volte testimone di questo fatto. Nishio Sensei nel corso della sua carriera aveva sviluppato un’enorme esperienza in fatto di fighting. Non va dimenticato che in questo periodo, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone era sotto il controllo degli USA. Molti degli shihan dell’Aikikai, come Nishio, Tada e Kobayashi vennero inviati a dare dimostrazioni di Aikido presso le basi militari americane. Dopo una dimostrazione di Nishio Sensei in uno di questi campi militari, alcuni soldati dissero che la dimostrazione di Aikido gli era piaciuta, che l’Aikido era bello, ma loro avevano tra le loro fila un campione dei pesi massimi di pugilato: avrebbe avuto piacere Nishio Sensei di dimostrare il suo Aikido con lui come avversario, invece dei suoi uke? Nishio Sensei non poté rifiutare, quindi si trovò davanti il campione dei pesi massimi di pugilato; va detto che Nishio Sensei non era un uomo di grossa corporatura e pesava forse attorno ai 60 Kg. L’americano gli si avventò contro tirando rapide serie di colpi, ma Nishio Sensei semplicemente si spostò sul suo lato debole e lo fece finire per terra. Ora, mentre per un judoka o un aikidoka è abbastanza normale lottare anche a terra, per un pugile questa è una situazione inusuale, e il campione si ritrovò in momentanea confusione. Una volta rialzatosi riprovò a colpire Nishio Sensei, che nuovamente si spostò e lo atterrò dalla nuova vantaggiosa posizione. Questo successe diverse altre volte, finché Nishio Sensei notò negli occhi dell’americano: la concentrazione e la determinazione se ne erano andate, ed erano state sostituite dallo sconcerto. Allora il maestro si fermò, ma nessuno della massa di soldati che stava a guardare capì il motivo, e tutti gli chiedevano perché avesse interrotto il combattimento senza finire l’avversario. Nishio Sensei rispose “Perché il vostro campione è il vincitore, mentre io ho perso”. I soldati capirono ancora meno queste parole e si alzò un mugugno di proteste: avevano visto il giapponese atterrare diverse volte l’americano, quindi per loro era ovvio che fosse il primo ad aver prevalso nel confronto. Invece Nishio Sensei disse: “Il vostro campione è caduto parecchie volte, ma si è sempre rialzato, pronto ad attaccarmi, mostrando uno spirito indomito, da vero Samurai, e quindi lui è il vincitore e io il vinto”. Questa è una bellissima storia e piena di insegnamento per tutti noi.

CHIERCHINI
Sono passati tanti anni da allora e adesso è lei, Sensei, ad essere un insegnante di valore internazionale, con tanti allievi che la seguono all’interno della sua associazione ombrello e con le tante relative responsabilità. Che cosa è l’Aikido per lei oggi?

SHISHIYA
Quest’anno (2012 NdR) ho celebrato il mio cinquantesimo anniversario di pratica dell’Aikido. Quando iniziai, da ragazzo, il mio obiettivo era di diventare più forte, per combattere ed essere un vincente: una visione molto semplicistica, mi rendo conto, ma all’epoca ero solo un adolescente… nell’arco degli anni mi sono reso conto che la parte marziale dell’Aikido è solo uno dei suoi aspetti, e non necessariamente uno dei più importanti. Nishio Sensei verso la fine della sua vita ci ha spiegato come l’Aikido fosse Yurusu Budo, l’espressione che dà anche il titolo al suo libro. L’espressione giapponese Yurusu Budo non può essere resa letteralmente nelle lingue occidentali, ma con una locuzione più ampia possiamo tradurla come “Budo intriso di generoso perdono”. Come si esprime poi in termini pratici? Nella concezione normale di arte marziale, appena l’avversario mi attacca, io devo contrattaccare. Nishio Sensei invece la vedeva in modo diverso: quando l’avversario mi attacca, io non devo contrattaccare, ma lo devo generosamente perdonare; se mi assale nuovamente, lo devo perdonare nuovamente, e ancora se mi attacca una terza o una quarta volta e così via. L’obiettivo del nostro studio in Aikido, quindi, non è il combattimento, ma il perdono. L’ultima parola di un aikidoista è generosità. O’Sensei definì il

Ichiro Shishiya

L’obiettivo dell’Aikido è il perdono

suo Aikido con la parola “Amore”, Nishio Sensei con l’espressione “Generoso Perdono”. Qual’è la mia idea? Dopo tanti anni trascorsi sul tatami, oggi la mia idea è che l’Aikido serve a sviluppare il rapporto relazionale con il partner: questo include tanto l’idea di “Amore” che di “Generoso Perdono”. Secondo me chi vede nell’Aikido una serie di tecniche da combattimento incorre in un clamoroso equivoco; qui il concetto di vincere o perdere non entra. Certo, io non voglio essere ferito, e quindi studio come mettermi in una posizione di sicurezza in caso di scontro; per questo fine, non è necessario ferire l’avversario. L’idea normale sul modo in cui terminare uno scontro è di infierire più possibili danni all’opponente e poi chiedergli se si arrende è ormai superata e fuori posto nel nostro mondo.

CHIERCHINI
Grazie per la magnifica opportunità offerta ad Aikido Italia Network, Sensei.

SHISHIYA
Sono io che ringrazio voi per l’intervista.

Si ringrazia Renato Filippin per aver reso possibile questa intervista

Il sito dello Shishiya Umbrella: http://www.shishiyaumbrella.org

Copyright Simone Chierchini ©2013 Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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Intervista a Giampietro Savegnago Shihan

Ribloggato da Aikido Joshiki Dojo Varese:

Clicca per visitare l'articolo originale

Giampietro Savegnago Shihan VIII Dan (Vicenza, 1953) è caposcuola dell’Associazione Internazionale Aikido Kobayashi Ryu. Ha raccolto il testimone dell’arte marziale direttamente dal maestro Hirokazu Kobayashi, allievo diretto del fondatore dell’aikido Morihei Ueshiba.

Maestro Savegnago, che cos'è l’aikido?

«Un’arte marziale giapponese non agonistica e non competitiva, basata sulle proiezioni e le immobilizzazioni del compagno. Inoltre si utilizzano il bastone corto, chiamato Jo, e la spada di legno, il bokken.

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Domande e Risposte Con Ellis Amdur


Ellis Amdur affronta alcuni temi spinosi senza peli sulla lingua

Secondo Ellis Amdur, uno dei maggiori specialisti contemporanei di discipline marziali asiatiche, le arti marziali non sono niente di speciale: sono – nelle sue parole – “un tipo di apprendimento specializzato in grado di arricchire la propria vita. Un hobby, in altre parole”. Tuttavia il particolare contesto in cui si svolge l’Aikido e il pubblico cui si rivolge, spesso ne fanno il ritrovo ideale per carnefici e vittime designate

di PAUL SCHWEER

Ellis Amdur ha studiato le tradizioni marziali asiatiche fin dalla fine del 1960, e ha dedicato tredici anni di studio in Giappone. E’ un riconosciuto esperto nelle tradizioni marziali giapponesi classiche e moderne , ed è autore di tre famosi libri sull’Aikido. Questo suo impegno ha una diretta influenza nei suoi workshop di formazione e consulenza che offre attraverso Edgework. Ellis Amdur è un istruttore qualificato in due koryu (tradizioni marziali classiche giapponesi), Araki-ryu-Torite Kogusoku e Toda-ha Buko-ryu.

SCHWEER:
Nel tuo libro, Dueling With O’sensei: Grappling with the Myth of the Warrior Sage, hai parlato in modo disincantato di quello che può andare storto nelle arti marziali. Come si possono riconoscere ed evitare gli ambienti di allenamento negativi?

AMDUR:
Nell’ambiente del dojo non ci dovrebbe essere assolutamente alcuna abrogazione di qualsiasi diritto legale o umano, e un insegnante che fa del male deliberatamente ad uno studente sta commettendo un’aggressione, anzi, peggio, un’aggressione con percosse. Si tratta di un crimine, puro e semplice.
Un compagno praticante di arti marziali che cerca deliberatamente di farvi del male sta commettendo un crimine, punto e basta.
Un insegnante che cerca di portarsi a letto tua moglie, tuo marito o tua figlia/o, è, nella migliore delle ipotesi, uno squallido essere umano. Ogni tentativo di presentare questo fatto all’interno di un’ottica di insegnamento è una fesseria.
Come si fa a sapere se un ambiente è potenzialmente portatore di abuso?
Mi rendo conto che questo può essere difficile, soprattutto in un ambiente ove si pratica duramente. Il vostro insegnante vi colpisce: era un abuso o un avvertimento circa un apertura? Tuttavia:
1. Leggete The Gift of Fear, di Gavin De Becker – se avete l’impressione che qualcosa sia sbagliata, è sbagliata.

Se avete l'impressione che ci sia qualcosa che non va nel vostro dojo, non va!

2. Chiedete a voi stessi che cosa vi siete proposti di imparare: in che modo un braccio rotto o un matrimonio fallito vi faranno avanzare lungo il vostro percorso? Come può del sesso estratto con coercizione condurre a più integrità? Questo è importante, perché lo si potrebbe vedere come uno “scambio” per ottenere da parte dell’insegnante maggiori conoscenze sul tatami. La questione non deve, e non dovrebbe mai essere, di sola acquisizione di potere; è il raggiungimento dell’integrità personale. Una persona che scambia il proprio senso di orgoglio, autostima e dignità per la possibilità di tirare un colpo di spada migliore, non ha guadagnato assolutamente nulla.
3. Non deificate l’insegnante o l’arte: quello che pensate sia così esclusivamente speciale, si trova in realtà ovunque. Ci sono un tanti posti dove si può imparare ottimamente le arti marziali. Magari non il particolare sistema o ryu che voi avete iniziato, ma almeno uno in cui non dovrete andare a lezione provando un senso di nausea da adrenalina, tremando di paura, o dovendo poi avere a che fare con postumi da rabbia.
4. Usate il buon senso, le attività ordinarie come pietra di paragone. Le lezioni di musica. Una sessione di fitness. Un ordinario apprendimento di qualsiasi tipo. Se non è necessario compiere atti sessuali per imparare a suonare Bach o giocare a pallavolo, perché si dovrebbe in karate o aikido? Se è offensivo quando un vicino di casa ci prova con vostra moglie ad una festa, perché non dovrebbe esserlo in un dojo? Se vi viene offerto un rapporto con qualcuno che mantiene una distanza gerarchica basata su potere, status, controllo o possesso di conoscenze che non potranno diventare vostre se non vi sottomettete, e se si è attratti da questo, sarete sempre e invariabilmente in errore, perché è una forma di scambio mercantile, altrimenti noto come prostituire se stessi: quindi, un compromesso di integrità. Chiedetevi perché scegliereste una perdita di dignità o integrità per niente.
5. Scopo limitato: con l’eccezione di quelli che sono in un vero ambiente militare – dove si sta cercando di prendere esseri umani civilizzati e infondergli la capacità di uccidere su ordine come parte di un gruppo – nell’allenamento non vi è necessità di alcuna rottura della personalità. Sfida ai preconcetti e alle limitazioni? Sì. Fare tabula rasa? No.
Quello che sto cercando di dire è che le arti marziali non sono niente di speciale. Sono un tipo di apprendimento specializzato in grado di arricchire la propria vita. Un hobby, in altre parole. Così come non si dovrebbe essere violati fisicamente se si collezionano francobolli, lo stesso vale per un dojo. E’ ovvio che possono capitare infortuni. Tuttavia, se sto imparando a sciare, e il mio istruttore deliberatamente cerca di mandarmi giù da un pendio al di là delle mie capacità, questo è criminale. Se lui (o lei) è più preoccupato a cercare di portrmi a letto che a insegnarmi quello per cui lo pago, quella persona è una fogna umana.

SCHWEER:
Il consiglio di fidarsi delle proprie paure, nel contesto del considerare come si possa riconoscere e sfuggire ad un ambiente di allenamento violento, sembra agrodolce. Non è giusto dire che è la ricerca di una maggiore confidenza, o persino di una capacità di agire su sé stessi a portare molti alla dojo?
Inoltre mi chiedo se le arti marziali sono, come sembrerebbe ricavarsi dalla vostra opinione, semplicemente un altro hobby. E’ vero, la maggior parte delle persone non sembra perdersi nella magia e nei misteri del fiteness serale. Ma poi, di nuovo, il mondo dello sport non è certamente privo di comportamenti basati su sfruttamento e abuso. Quello che continua a infastidirmi però, la differenza che mi colpisce, è quella fra le aspettative dei praticanti. Le persone che vengono a fare Aikido sono predisposte e pronte, a cause delle loro motivazioni, ad essere sfruttate?
La gente studia Bach per fini personali oggi? La filatelia è una ricerca spirituale? La via della neve, lo sci, è un percorso o una destinazione? Probabilmente no. Ma in alcuni casi, probabilmente, sì. E mi aspetto che quei pochi si trovino ad affrontare le stesse cadute nei trabocchetti, a dover a volte inghiottire le stesse sensazioni di quelli che sono innamorati dell’amabile Aikido.

Aiki-torta: terreno fertile per mistificazioni e illusioni

AMDUR:
La maggior parte delle tradizioni spirituali sono, in qualche modo, d’evasione, nel senso che la paura è considerata come una nociva illusione che va cancellata dalla serenità. Secondo il mio non-illuminato parere, siamo nati come esseri umani, e quindi nulla di umano deve essere cancellato da noi. Tutto ciò che è umano porta conoscenza/informazione. Il problema è come agire su questa conoscenza. Pertanto, la paura, per quanto orribilmente ci si possa sentire, è un insegnante. Vecchio proverbio spagnolo: L’unica differenza tra un uomo coraggioso e un codardo è la direzione in cui stanno correndo. Quindi: si spera, attraverso l’allenamento, di imparare a padroneggiare la paura che impedisce di agire; si spera, attraverso l’allenamento di poter usare la paura come insegnante.
Il mio uso della parola “hobby”, non è paternalistico o sminuente. Si tratta di un tentativo di riportare le cose a una giusta proporzione. Vi sono attività basate sulla sopravvivenza (agricoltura), in opposizione ad attività che arricchiscono (giardinaggio). Quando abbiamo realizzato la sopravvivenza, abbiamo il lusso di prosperare ed arricchire noi stessi come esseri umani. Io me la prendo con la pretenziosità che molti (e tra questi anche io, in passato) hanno mostrato, strombazzando in giro sulla “via” marziale. Ingigantimento, deificazione, mistificazione – tutto ciò crea un terreno fertile su cui abuso e illusioni crescono a perfezione.
Può succedere che delle aspettative benigne possano mettere una persona in pericolo? Assolutamente! L’Aikido – pace, amore, unità, musubi, insieme alla mistica dei samurai – attraggono persone con particolari speranze, paure e sogni… e, sì, li rendono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento.

SCHWEER:
Cos’altro si vede in coloro che sono attratti dall’Aikido?

AMDUR:
L’Aikido sembra attirarre un gran numero di persone che stanno cercando di vedere qualcos’altro ”attraverso” la violenza. Sì, ci sono tante persone che sono dei veri e propri combattenti che non vogliono più esserlo, ci sono altri che vogliono far finta di essere combattenti e utilizzano l’Aikido come il luogo per giocare con le loro fantasie, ci sono molti Aiki-babbei che credono ai miracoli, e migliaia di comuni esseri umani che amano l’arte – ogni concepibile variazione del carattere umano – ma nel nucleo, credo che ci sia qualcosa nei movimenti dell’Aikido, nel modo in cui è strutturata la pratica reciproca con il suo scambio tra uke e tori, che colpisce profondamente molte persone in modo misterioso. E’ un paradosso! Tecnicamente, l’Aikido è abbastanza limitato – e questo è intenzionale – il che costringe le persone a usare modelli di movimento. Questo, per definizione, lo rende un’arte, e le abilità vengono create all’interno di una struttura. Vi è anche una sfida psicologica nel fatto che si sta lavorando al fine della risoluzione dei conflitti, mentre si pratica proiettando gente a terra, o bloccando persone in posizioni dolorose.
Credo che l’Aikido offra a tanta gente la possibilità di sperimentare qualcosa di pulito e puro – una pratica di relazione che contiene tutti gli opposti: insicurezza/confidenza, aggressività/pace, avere/dare, e metaforicamente, almeno, taglia una linea proprio attraverso le opposizioni. Non sto dicendo che la gente possa sempre farlo, e neppure nella maggioranza dei casi. Penso a Yasunori Kuwamori o a Shirata Rinjiro, e mi rendo conto che l’Aikido può essere un veicolo a tal fine. Non per l’illuminazione. Semplicemente una linea chiara attraverso la vita.

Sullo stesso tema:
http://aikidoitalia.com/2011/10/06/violenza-e-narcisismo-sul-tatami/
http://aikidoitalia.com/2011/09/15/la-contraddizione-e-lincoerenza-dellaikido/
http://aikidoitalia.com/2011/09/17/aikido-e-infortuni/

Copyright Ellis Amdur
Traduzione dall’inglese di Simone Chierchini© 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita

Fonte: http://www.shindai.com/articles/amdur

Intervista a Danilo Chierchini – Parte 2


Danilo Chierchini sul tatami del Dojo Centrale di Roma (1985)

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

Leggi la Prima Parte dell’Intervista

SIMONE
In tutto questo periodo hai mai fatto sport attivo?

DANILO
Mai.

SIMONE
Nel frattempo sei arrivato a Roma. Come se sei capitato a far Judo? Come ti è venuta voglia di fare arti marziali? Cosa ti ha fatto interessare?

DANILO
Di arti marziali non se sapevo niente, come la stragrande maggioranza della gente, all’epoca. Si favoleggiava di colpi mortali, tecniche segrete e roba del genere. C’era persino una pubblicità sui giornali che prometteva “L’inerme Vince” e giù tutti a ridere come pazzi…C’erano anche parecchi ciarlatani in giro che si erano autopromossi cintura nera 30° Dan!

SIMONE
Ci sono ancora… Almeno in questo le cose non sono cambiate.

DANILO
Una sera seguii degli amici in una palestra di Judo. Era il Judo Kodokan Club di Roma. Rimasi a vedere e mi piacque molto, perché in un mondo dominato appunto dai ciarlatani, l’organizzatore di questo circolo, che era ubicato nei pressi di Via Veneto, quindi in una zona di prestigio, il maestro Maurizio Genolini, era un vero e sincero appassionato di Judo. Mi iscrissi e iniziai a praticare con entusiasmo. Dopo due o tre anni per me divenne quasi un problema, perché praticare un’arte marziale agonistica a 20 anni non era semplice: tra virgolette ero già vecchio. Proprio in quel periodo mi capitò di vedere un documentario trasmesso dalla RAI su una strana arte, che si chiamava, appunto, Aikido. Questo documentario era imperniato sulle gesta del Fondatore O’Sensei Ueshiba. Nel documentario veniva spiegato che la sua famiglia aveva ereditato delle tecniche particolari, risalenti addirittura all’epoca dei samurai, trasmesse di padre in figlio e non insegnate a chicchessia. Quello che vidi mi colpì profondamente e stimolò la mia curiosità. Tuttavia non riuscii a trovare nessuno che mi potesse insegnare questa disciplina.

I Campioni a Squadre di Judo del 1954: Otani al centro, D. Chierchini all'estrema destra

SIMONE
Non c’era nesuun a Roma?

DANILO
Non c’era nessuno in Europa, con l’eccezione della Francia. In quello stesso periodo venni a sapere che era arrivato a Roma uno studente giapponese che aveva vinto una borsa di studio come scultore all’Accademia di Belle Arti. Il suo nome era Ken Otani ed era un graduato dilettante di Judo; Genolini immediatamente nominò Otani direttore tecnico del nostro dojo di Judo. Iniziò così un rapporto didattico che durò per parecchi anni, ma la cosa più interessante e piacevole per me fu che sotto la guida di Otani Sensei – nonostante avessi iniziato tardi Judo e non avessi affatto il fisico adatto per la disciplina – dopo 3 anni di allenamento arrivammo a vincere i campionati italiani a squadre. In questa squadra io ero il peso leggero. Era il 1954. Fu una delle migliori soddisfazioni che ebbi dal praticare arti marziali.

SIMONE
Dopo aver praticato per diversi anni al Judo Kodokan Club con Otani, attraverso il lavoro hai l’occasione di aprire il tuo dojo personale di Judo all’interno del Dopolavoro dei Monopoli di Stato di Roma.

DANILO
Negli anni ebbi l’opportunità di avanzare di grado e mi venne voglia di insegnare. Dato che i Monopoli di Stato avevano dei locali chiusi, praticamente abbandonati, di cui ero al corrente, essendo parte dell’Ufficio Manutenzioni, a forza di insistere riuscimmo a convincere la dirigenza a destinarli ad una palestra di arti marziali. Effettuammo i restauri e aprimmo un bel dojo nel cuore di Roma, a Trastevere. Questo dojo, che partì come scuola di Judo, avrebbe più tardi ospitato il primo corso di Aikido tenuto in modo organizzato e continuativo nella storia della disciplina in Italia. Fino ad allora la storia dell’Aikido in Italia si era limitata alla sporadica apparizione di qualche maestro giapponese per dei seminari di un giorno o due in una palestra di altre arti marziali; gli allievi in questi seminari erano judoka e karateka curiosi di provare una nuova disciplina, ma senza programmi di stabilire l’arte e insegnarla regolarmente e coerentemente. Il nostro corso invece era stabile e stabilito con l’idea di diffondere l’Aikido a Roma.

SIMONE
Hai incontrato Haru Onoda, una di questi pionieri pre-Monopoli prima o dopo aver incontrato il tuo primo insegnante di Aikido, Motokage Kawamukai?

DANILO
L’incontro con questi due pionieri fu più o meno contemporaneo, tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964. Kawamukai all’epoca era un ragazzo di 18 anni che già aveva fatto dell’esperienza di insegnamento dell’Aikido negli Stati Uniti. Aveva avuto delle responsabilità nell’avvio dell’Aikido a New York in collaborazione con un italoamericano e un’americana, Oscar Ratti e Adele Westbrook, che sarebbero poi diventati famosissimi per il libro da loro scritto, l’Aikido e la Sfera Dinamica. A un certo punto il loro rapporto andò in crisi e Kawamukai decise di trasferirsi a Roma, ove aveva il contatto di un vecchio appassionato di arti marziali, Tommaso Betti Berutto, l’autore di un manuale sulle arti marziali che all’epoca andava per la maggiore.

Haru Onoda a Torino (1968)

Betti, contattato da Kawamukai, lo consigliò di mettersi in contatto con me, dato che avevamo uno dei più bei dojo di Roma, e Kawamukai mi telefonò. Era notte fonda e parlava in inglese, che entrambi masticavamo ma non troppo; tuttavia riuscimmo a capirci e organizzammo un appuntamento per i giorni successivi. Quando incontrai Kawamukai, mi trovai davanti ad un ragazzo con una grande forza di volontà e determinazione. Voleva fare Aikido a Roma, e mi offriva su un piatto d’argento l’opportunità di poter fare quella disciplina che avevo visto solo nel documentario RAI, ma che mi aveva veramente affascinato. Nel giro di pochi giorni decidemmo di inserire un corso di Aikido da lui diretto all’interno delle attività del dojo dei Monopoli di Stato in Trastevere, e da lì prese avvio il movimento Aikido in Italia.

SIMONE
Avete mai ospitato anche Haru Onoda presso i Monopoli di Stato? Questa pioniera dell’Aikido in Italia viveva a Roma in quel periodo, dopo esser stata segretaria di O’Sensei.

DANILO
Onoda non faceva lezione, ma veviva spesso a praticare. Era una giovane e gracile signorina che risiedeva a Roma per gli stessi motivi di Ken Otani: studiava all’Accademia di Belle Arti, dopo aver vinto una borsa di studio. Probabilmente anche Onoda avrebbe voluto insegnare, il che la portò in contrasto con Kawamukai, quindi finimmo per non vederla più.
Tra i miei insegnanti, in tanti decenni di pratica, quello che ricordo con più affetto e rispetto rimane Ken Otani, con cui sviluppai una vera amicizia. Otani era un tipo strano, almeno agli occhi dell’italiano medio dell’epoca e gli aneddoti che mi raccontava erano veramente affascinanti. Per dirne una, come tutti gli allievi del suo corso presso la Meiji University di Tokyo, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Otani si arruolò in aviazione, ed era quindi un pilota. Mi raccontava come per loro l’uso del paracadute fosse inconcepibile: la sola idea di andare in battaglia con uno strumento che gli consentisse di buttarsi e abbandonare la lotta, fosse un abominio, un disonore. Ciascuno di loro era pronto a sacrificare la vita per la patria, questo concetto era luogo comune, indiscusso e vissuto tranquillamente. Il loro aereo era dotato di paracadute, ma loro lo tiravano fuori dal suo contenitore e ci si mettevano a sedere sopra a mo’ di cuscino, perché era morbido e comodo… Otani era sulla lista dei piloti destinati alle missioni suicida, e aveva svolto la preparazione per immolarsi come kamikaze. Si salvò per pochi giorni, perché la nazione giapponese crollò prima che arrivasse il suo turno. L’amicizia con Ken Otani fu qualcosa che non dimenticherò mai, come anche la sua umanità e simpatia: mai mi fece pesare il fatto che lui era il maestro e io l’allievo. Fu attraverso Otani che conobbi e arrivai ad apprezzare la mentalità giapponese dell’epoca, che era caratterizzata da certe virtù che per me erano e sono rimaste fondamentali: rispettare la parola data, essere onesti, seguire le regole che ci si è dati… in parole poche l’esatto contrario di quello che si vede nel comportamento degli italiani. Otani è stato il maestro che mi ha aperto la strada verso la comprensione del Bushido attraverso il suo comportamento personale.

SIMONE
Come è successo che tu e Kawamukai scriveste all’Aikikai Hombu Dojo richiedendo un insegnante residente e vi mandarono Hiroshi Tada?

H. Tada e D. Chierchini: Demo Salesiani Roma (1968)

DANILO
Kawamukai all’epoca non aveva né l’età né la scienza per diventare il volano della diffusione dell’Aikido in Italia, e inoltre aveva altri progetti personali in testa oltre alle arti marziali. Fu proprio lui che mi disse che era necessario chiamare un insegnante professionista da Tokyo e si diede da fare attraverso i contatti che aveva con Hirokazu Kobayashi - che nel 1964 avevamo ospitato per un seminario al dojo – per cercar di realizzare questo ambizioso progetto. Caso stranissimo, ci indovinò, perché il maestro Tada desiderava venire a insegnare in occidente, come avevano fatto nello stesso anno Tamura e Yamada; quindi accettò il nostro invito e arrivò in Italia il 26 Ottobre 1964. Chissà perché lo fece? Forse desiderava cambiare vita, confrontarsi e provarsi in un paese completamente diverso dal suo in termini di mentalità ed educazione. La scelta del maestro Tada di venire, il suo atto di coraggio mi ha sempre fatto riflettere. Non c’è dubbio che i giapponesi dell’epoca fossero veramente delle persone da tenere nella più alta considerazione.

SIMONE
Il maestro Tada quindi iniziò a insegnare Aikido in Italia presso il tuo dojo in Trastevere.

DANILO
Si, è così. Io lo andavo a prendere in macchina dall’alloggio che gli avevo trovato e gli facevo un po’ da scorta in giro per Roma. All’epoca ci allenavamo per 2 ore 3 volte a settimana. Utilizzai i miei contatti nella federazione del Judo e organizzammo delle dimostrazioni, tra cui una nel 1965 che entrò negli annali: la dimostrazione presso la Scuola di Pubblica Sicurezza di Nettuno. Portammo i tatami su un piazzale all’interno della caserma e attorno avevamo alcune centinaia di aspiranti poliziotti come spettatori. Tada fece un’impressionante dimostrazione con Kawamukai e me come uke e ottenne un grande successo tra i presenti.

SIMONE
Degli aikidoka del tempo chi ricordi?

DANILO
Si stava formando il primo gruppo di appassionati, tra cui ricordo Brunello Esposito di Napoli, Nunzio Sabatino di Salerno, Fausto De Compadri, Francesco Lusvardi e Giorgio Veneri a Mantova, Claudio Bosello a Milano, e Claudio Pipitone a Torino. Grazie a questo primo gruppo l’Aikido mosse i primi passi, al punto che si fu in grado di invitare un secondo maestro giapponese per prendersi cura del meridione, Masatomi Ikeda.

SIMONE
Quali ricordi hai della prima sessione per esami Dan Aikikai che si tenne in Italia?

DANILO
Il primo gruppo di aikidoisti italiani a ricevere la certificazione Aikikai Hombu Dojo fu abbastanza numeroso. Gli esami vennero tenuti dal maestro Tada nel corso dell’anno accademico 1968-69 e qualificarono i primi 19 yudansha di Aikido italiani: Bosello Claudio (Milano), Burkhard Bea (Napoli), Chierchini Carla (Roma), Chierchini Danilo (Roma), Cesaratto Gianni (Roma), De Compadri Fausto (Mantova), De Giorgio Sergio (Roma), Della Rocca Vito (Salerno), Esposito Brunello (Napoli), Immormino Ladislao (Torino), Infranzi Attilio (Cava dei Tirreni), Lusvardi Francesco (Mantova), Macaluso Marisa (Mantova), Peduzzi Alessandro (Milano), Pipitone Claudio (Torino), Ravieli Alfredo (Roma), Sabatino Nunzio (Napoli), Sciarelli Guglielmo (Napoli), Veneri Giorgio (Mantova).
All’epoca gli esami erano molto duri, o almeno a noi pareva così. Io personalmente lo ricordo come un massacro, Tada faceva le cose veramente sul serio e non guardava in faccia nessuno.

Il maestro Tada firma degli autografi (Roma, 1968)

SIMONE
Circola una leggenda metropolitana secondo cui in quei primi anni il maestro Tada fosse molto duro nella pratica. Ti risulta?

DANILO
Assolutamente no. Al contrario i duri erano gli italiani, duri come sassi, perché credevano di essere già diventati delle specie di campioni di Aikido… Il maestro Tada era veramente dotato di un’energia notevole e se avesse voluto giocare a fare il cattivo avrebbe potuto spezzare due-tre principianti a sera, ma ovviamente se ne guardava bene, dato che stava con estrema fatica cercando di costruire la sua scuola.

SIMONE
In questa fase iniziale, quando avete ricevuto i primi approcci da parte del CONI al fine di integrare l’Aikido tra le discipline regolate a livello nazionale, formando un’apposita federazione nazionale riconosciuta dallo stato, come mai si è deciso di tenere l’Aikikai d’Italia fuori dal CONI? Questa decisione si rivelò epocale, sul lungo termine, perché lì è il seme di quello che vediamo a tuttora: dopo quasi 50 anni infatti non esiste in Italia un diploma nazionale di Aikido, non esiste una federazione riconosciuta dallo stato, ecc. ecc. Come è successo? Perché?

DANILO
Furono fatti dei tentativi in quella direzione, che portarono anche ad un tavolo di discussione per portare avanti il progetto. Tuttavia ogni tentativo di accordo andava a cozzare sul fatto che la gestione dell’intero movimento sarebbe dovuta passare al CONI attraverso l’allora Federazione Italiana Atletica Pesante, il che per il maestro Tada era semplicemente inconcepibile. L’idea era che la famiglia Ueshiba fosse proprietaria come di una specie di brevetto, di invenzione. Gli shihan inviati a diffondere gli insegnamenti della famiglia Ueshiba non erano disposti ad alcun compromesso. Cose come federazioni, associazioni democratiche, elezioni dei rappresentanti erano – all’epoca – totalmente aliene in relazione alla cultura e al modo di agire dei maestri giapponesi inviati in occidente dall’Hombu Dojo. Zero, neanche a parlarne. Secondo la legge italiana questo stato di cose era precluso. Ci si arenò quindi sull’impossibilità di coniugare il sistema democratico, previsto dalla legge e proposto dal CONI, con il sistema di gestione piramidale tipico delle arti marziali tradizionali. Così si decise di procedere in modo autonomo rispetto al CONI, cercando di tutelare il lavoro del maestro Tada e allo stesso tempo dando alla nostra associazione una forma legale accettabile per l’ordinamento italiano. Questo fu l’immane lavoro di un amico scomparso da tanti anni, l’avvocato Giacomo Paudice, che dedicò anni di sforzi volti a realizzare questo progetto. Con mio modesto contributo escogitammo un escamotage che consisteva nel costituirci come Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese, di cui l’Aikikai d’Italia era una sezione. Come disciplina di tipo culturale ci staccavamo dal CONI e uscivamo dalla loro sfera di influenza, che si limita alle discipline sportive. Infatti nel 1978 ricevemmo il riconoscimento di Ente Morale su proposta del Ministero dei Beni Culturali.

Chierchini e Yoji Fujimoto scherzano in un non-armonioso kokyunage (Roma, 1984)

SIMONE
Già che abbiamo rimestato nei panni sporchi di famiglia, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su un altro punto estremamente controverso della storia dell’Aikido in Italia. Come è successo che tutti gli aikidoka non conformi alla linea Tada sono stati esclusi dall’Aikikai o gli è stato impedito di partecipare con pari dignità alla vita dell’associazione? Questo è un altro dei semi dei problemi che ancora affliggono la nostra disfunzionale comunità, decenni dopo. Come mai questa associazione che riuscì con le proprie forze a formarsi con tutti i crismi, e che godeva del carisma di uno dei più grandi aikidoka mondiali, non è stata poi capace di gestire il movimento Aikido italiano nella sua interezza? Fin dall’inizio la politica dell’Aikikai fu quella di escludere i non-conformi, politica poi espressasi e consolidatasi con la purga periodica di tutti gli elementi di disturbo di questa conformità. Da dove nasce questo atteggiamento?

DANILO
Questo che hai detto non è che mi piace, ma penso sia quasi inevitabile. Dove ci sono i grandi maestri, ci sono i grandi interessi. Anche su piccola scala, il fenomeno si ripete esattamente uguale, con gelosie e invidie tanto più grandi quanto è più piccola la comprensione tecnica e morale della disciplina. Sinceramente come presidente e dirigente dell’Aikikai d’Italia io non sono stato capace di ovviare a tutto quello che è successo, e anche adesso non sono in grado di immaginare come avrei potuto fare per evitarlo. Io ho avuto la disgrazia di fare il presidente dell’Aikikai d’Italia per parecchi anni, e ho perso amici, tempo e denaro dietro a questi problemi. Gestire le assemblee dell’associazione mi ha messo a rischio di infarto in più di un’occasione.

SIMONE
E’ pertanto esatto dire che man mano la gestione dell’Aikido, la politica dell’Aikido ti hanno ucciso il gusto di praticare Aikido?

DANILO
Forse. Voglio però mettere in chiaro che a me di fare il presidente, di gestire, delle scartoffie non me n’è mai importato assolutamente nulla. Chi mi conosce sa che sono schivo e odio stare in prima fila. Tuttavia, con modestia, in un certo momento storico della comunità aikidoistica italiana, io ero uno dei pochi ad avere le qualità umane e culturali per reggere il peso della gestione e questo peso mi fu affibbiato da altri, a cominciare dai miei maestri. Così è andata a finire che quotidianamente mi sono dovuto occupare della burocrazia necessaria per mandare avanti un’associazione con alcune migliaia di iscritti in un paese come l’Italia. Lo ho fatto per anni, trascurando la mia famiglia, e senza ricevere troppi ringraziamenti, né dai colleghi, né dai maestri. Addirittura ho dovuto sentire gente parlarmi alle spalle, suggerendo l’idea che io traessi vantaggi economici dalla gestione dell’Ente, quando in più di un’occasione ho tappato i buchi con il mio conto in banca. Poi un giorno ne ho avuto abbastanza, e ho tagliato tanto con la politica dell’Aikido, che con l’Aikido.

SIMONE
Dopo 25 anni senza arti marziali, giunto a 82 anni di età, stai meglio o stai peggio?

DANILO
Penso che ci sia un periodo per ogni cosa. Vi è un periodo in cui certe cose si fanno e si prova gusto a farle, e periodi – con il passare degli anni – che questa prospettiva cambia. Gli obiettivi cambiano, le percezioni cambiano. A me le chiacchiere non sono mai piaciute. Da judoka ho fatto l’agonista, non lo storico del Judo. Nell’Aikido ho fatto parte della generazione dei pionieri, con tutto l’entusiasmo e l’energia che ciò ha comportato. Sono rimasto nell’Aikido per quasi 30 anni, ed è normale che la mia visione sia cambiata. Un giorno, quando mi sono accorto che quello che facevo non mi piaceva più, ho semplicemente detto basta. La mia più grande soddisfazione rimane il fatto che ancora oggi, ovunque vada, incontro ex-allievi che mi manifestano il loro affetto e la loro riconoscenza per quello che abbiamo condiviso. Sono orgoglioso della mia reputazione nell’ambiente, come nelle altre cose della mia vita. La reputazione è una cosa che noi lustriamo quotidianamente con le nostre azioni; dopo di che possiamo tranquillamente tirare dritto per la nostra strada, ignorando gli squittii dei ratti che infestano ogni aspetto delle cose umane.

SIMONE
Saliresti ancora sul tatami?

DANILO
Mai.

SIMONE
Mai dire mai?

DANILO
Se salissi sul tatami oggi, lo farei solo per dire o ascoltare un sacco di chiacchiere. Invece sul tatami ci si dovrebbe andare come Ken Otani mi raccontava facessero i vecchi giapponesi: arrivavano, buttavano i vestiti in terra in un angolo, indossavano il keikogi, saltavano sul tatami, facevano un inchino al primo che capitava, si davano una scarica di botte, si rivestivano e se ne andavano. Io la vedo così, il resto sono tutte chiacchiere.

Copyright Simone Chierchini ©2011-2012Simone Chierchini
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Intervista a Danilo Chierchini – Parte 1


Il grande vecchio delle arti marziali in Italia

Danilo Chierchini è il grande vecchio delle Arti Marziali in Italia. Pioniere del Judo in Italia negli anni Cinquanta e campione nazionale a squadre nel 1954, fondatore del primo dojo di Aikido regolare in Italia e firmatario della lettera all’Hombu Dojo che portò Hiroshi Tada in Italia negli anni Sessanta, primo Shodan Aikikai in Italia (in compagnia di altri 18 pionieri) nel 1969, direttore del Dojo Centrale di Roma dal 1970 al 1993, socio fondatore e poi Presidente dell’Aikikai d’Italia per 12 anni, 5° Dan Aikikai nel 1979. Una colonna del Budo nel nostro paese, anche se da anni si è ritirato e da un pezzo non dà notizie di sé. Io l’ho stanato nel suo ritiro toscano, e con l’aiuto di un po’ di Vino Nobile di Montepulciano gli ho sciolto la lingua, ma non aspettatevi la classica intervista sull’Aikido…

di SIMONE CHIERCHINI

SIMONE
Partiamo da lontano e poi avviciniamoci a ciò che più ci interessa. La Seconda Guerra Mondiale è finita e c’è una generazione di giovani italiani che è scampata agli orrori della guerra. Un mondo, quello vecchio, è finito distrutto e ora tutto viene rifatto da capo, con l’influsso di migliaia di fattori esterni, principalmente sotto l’ala della cultura americana. Quali sono i tuoi ricordi del Dopoguerra? Come è la situazione in Italia alla fine degli Anni Quaranta?

DANILO
Dopo il passaggio del fronte da parte  delle truppe alleate della V Armata, che aveva assorbito l’esercito coloniale francese – sbaragliato dai tedeschi a suo tempo e quindi presi in carico dagli americani – gli italiani erano rimasti scioccati dalle “imprese” di questi soldati, che si erano distinti soprattutto per le violenze sui civili e gli stupri delle donne. I nostri liberatori, quindi, ci fecero una pessima impressione. Paradossalmente, i tedeschi, che all’epoca occupavano il mio paese, Radicofani, essendo gestiti in maniera ferrea dai loro superiori in termini di disciplina, avevano l’ordine di non infastire in alcun modo la popolazione civile, a meno che ovviamente non fossero armati o collusi con la resistenza. Così il nemico si comportò con noi meglio che l’amico: io avevo 13 anni e ho ancora questo ricordo bruciante dell’impatto con i liberatori. Noi sentivamo la radio badogliana, che trasmetteva da un settore dell’Italia che si era staccato dai fascisti e ricompattato sotto al re, che ci presentava gli americani come i salvatori, l’energia positiva del mondo. Invece sul campo avemmo il trauma tremendo di vedere che i tedeschi, cioè il nemico, i cattivi, erano dei gentiluomini in confronto ai militari della V Armata, che ne fecero assolutamente di tutti i colori.
Potrei citare mille episodi, ma la realtà è questa. Anche se ho 82 anni, purtroppo certi fatti me li ricordo come se fossero accaduti ieri, come rammento perfettamente la delusione cocente che noi tutti provammo. Chi viveva sul lato adriatico d’Italia non dovette sperimentare le nostre pene, in quanto quel settore del fronte fu affidato alle truppe britanniche e del Commonwealth, la cui disciplina era perfetta, mentre noi che eravamo sul lato tirrenico venimmo lasciati in completa balia dei liberatori, al punto che buona parte della gente iniziò subito a chiamarli invasori.

Danilo Chierchini parla della storia italiana del dopoguerra

Sono stati tempi molto duri. Se non fosse stato per l’aiuto concreto a base di centinaia di milioni di dollari da parte degli Stati Uniti, non so se sarei qui a parlare. Gli americani prima ci hanno bastonato, umiliato e mandato della feccia in divisa a combattere sul nostro territorio, poi una volta occupato e preso il controllo del paese, si sono resi conto della fame che imperversava in Italia, che era popolata da legioni di straccioni scalzi. Con l’avvio del Piano Marshall iniziò a piovere dal cielo un’enorme quantità di cibo, vettovaglie e vestiti. Da qui, piano piano, iniziammo a risalire la china. Mi ricordo che all’epoca facevo le medie e la nostra scuola era stata occupata dagli sfollati, quindi facevamo lezione a turno. I banchi erano dei tavolacci su treppiedi, al posto dei quaderni usavamo dei fogli di giornali su cui si scriveva sul bordo, l’illuminazione era una lampadina da 25W che penzolava da un cavo sul soffitto. Sono stati dei tempi veramente duri.
Gli americani ci hanno rimesso in piedi e ci hanno avviato sulla strada della democrazia dopo 20 anni di dittatura fascista, anche se, bada bene, all’italiana, cioè all’acqua di rose. Anche in questo gli italiani sono speciali: prima hanno leccato il posteriore al dittatore per un ventennio, poi lo hanno appiccato per i piedi. L’episodio di Piazzale Loreto è uno dei più bui della nostra storia recente, a mio parere.
La ripresa dallo sfacelo della guerra fu incredibile. Nel giro di pochi anni si passò dalle macerie al boom economico, accompagnato dall’inurbamento di massa. Io stesso lasciai la campagna del basso senese, ove la mia famiglia – che era una famiglia di piccoli possidenti – aveva vissuto per generazioni e mi trasferii a Roma. Tutte le strutture sociali che erano normali fino a prima della guerra crollarono. Chi lavorava la terra smise di farlo, restituì la chiave del podere al padrone e se ne andò a vivere in città. Le campagne si svuotarono di botto, cosa che è visibile ancora oggi, oltre 60 anni dopo. Dopo la fame, la paura, i sacrifici, gli italiani si buttarono con entusiasmo a lavorare. Questa è stata la base della rinascita.

SIMONE
Oltre al denaro americano, non è errato dire che sono arrivati anche i valori americani, che hanno preso il posto di quelli tradizionali nel momento in cui la gente aveva abbandonato il vecchio: anche perché il vecchio aveva portato agli orrori della guerra e agli stenti che ne erano derivati.

DANILO
Non è che avessimo neppure una gran possibilità di scelta. Quello era il sentimento del tempo: tutto quello che era italiano, ogni oggetto italiano era spregiato e considerato inferiore, mentre tutti correvano dietro alle novità che arrivavano dagli USA.

SIMONE
Il cambio del gusto è stato rapidissimo. Nel giro di un decennio ci si trova davanti a tutto un altro mondo, con la conseguenza anche che la gente ha buttato dalla finestra i mobili originali della secolare tradizione italiana per sostituirli con quelli in plastica e formica. Gli italiani hanno buttato via l’acqua sporca del bagnetto e il bambino che ci era dentro.

DANILO
E’ così.

SIMONE
Dopo ogni tragedia c’è un momento di rinascita e grande energia. La vostra generazione ne è stata al centro, caratterizzandosi per il desiderio di vivere, divertirsi, sognare e sperimentare. La vostra generazione è stata la prima a fare cose che precedentemente erano inaudite presso la popolazione media.

Il vecchio samurai nel suo ritiro toscano

DANILO
La generazione della ricostruzione ha fatto miracoli, lavorando con energia ed entusiasmo instancabili. Questo certamente non per motivi puramente patriottici, ma perché l’economia era improvvisamente mutata e anche l’uomo qualunque poteva istruirsi, lavorare e guadagnare bene, cosa che in passato era preclusa ai più. Gli italiani erano fieri di essere in grado di fare, e di essere in grado di guadagnare. Questo significava sul breve termine di poter mangiare a sazietà e vestirsi con eleganza, poi essere in grado di comprare a rate un appartamento in città, una motocicletta, una piccola utilitaria. Vennero vendute decine di migliaia di Fiat Topolino, la gente prese a viaggiare e a fare turismo, ad assaporare il lato buono della vita. Considera che fino a prima della guerra la stragrande maggioranza non aveva mai messo piede fuori dal paese e i più non sapevano cosa fosse il mare! Io, che nel frattempo ero andato a lavorare come geometra a Bari, comprai una Lambretta e ci facevo viaggi pazzeschi tipo Bari-Taranto…
Poco dopo comprai una piccola motocicletta di marca Rumi, una 125cc che era assai ambita perché faceva un rumore strano, come se fosse una macchina da corsa! Per la mia cricca di amici romani il colmo della beatitudine era questo: partire dalle mura romane in cima a via Veneto con le moto smarmittate che facevano un chiasso di inferno e fare tutta via Veneto a velocità da rompere il collo fino giù a piazza Barberini, rischiando di ammazzare pedoni e passanti. Altri tempi, ci sentivamo ed eravamo senza limiti.

SIMONE
Raccontaci del tuo on-the-Road Roma-Siviglia.

DANILO
A metà anni Cinquanta prendemmo in affitto una Fiat 1100 che faceva ridere solo a vederla, e decidemmo di andare a visitare la Spagna. All’epoca il paese era sotto la dittatura franchista ed era ridotto alla fame. Spaventati da quello che si sentiva dire sulle condizioni della Spagna sotto Franco, riempimmo la nostra 1100 di pezzi di ricambio, perché in caso di guasto non saremmo stati in grado di trovarli nella penisola iberica. Infatti le leggi spagnole al tempo vietavano l’importazione di beni di lusso dall’estero, e le automobili erano ritenute tali: il parco macchine spagnolo era costituito da mezzi antidiluviani. La Spagna che vedemmo noi era un paese meraviglioso, incontaminato, genuino. Dato che avevamo due lire in tasca, prendemmo anche un aeroplano da Barcellona a Palma de Maiorca che all’epoca era un semplicissimo villaggio di pescatori con un fascino spettacolare. Con la caduta di Franco e l’entrata di nuove idee e molto capitale alcuni di questi posti divennero tra i più famosi per il turismo europeo.

SIMONE
Come mai un incallito non fumatore è finito a lavorare per la Manifattura dei Tabacchi dei Monopoli di Stato?

DANILO
Dopo aver preso il diploma di geometra vinsi un concorso e come prima destinazione il 1° Settembre 1952 mi spedirono alla Manifattura dei Tabacchi di Bari come geometra addetto alla manutenzione. Vivevo a Bari Vecchia, davanti al Castello Svevo; le condizioni del quartiere erano pazzesche, sembrava di stare in un paese del terzo mondo… Per fare un esempio illuminante, dato che le case non avevano impianti igienici, al mattino un piccola autobotte faceva il giro dei vicoli, e fuori dalla porta dei bassi c’era un secchio di liquami pronti ad attendere i poveri addetti. D’altra parte la mia camera d’affitto era in una posizione meravigliosa, con un panorama da sogno e il lusso del bagno e dell’acqua corrente. L’esperienza di Bari per me fu un punto di svolta: avevo 20 anni e due soldi nel portafoglio, la vita mi sorrideva. A volte a mezzanotte con altri amici prendevamo una barca e dal porto vecchio ci dirigevamo al largo; qui buttavamo l’ancora e ci divertivamo a fare il bagno e a vedere le luci del famoso lungomare di Bari, l’orgoglio dei baresi. Mi ricordo ancora che in dialetto dicevano: “Se Parigi teniv ’u mareiev ’na piccola Bari”.

Fine della Prima Parte
(Continua)

Leggi la Seconda Parte dell’Intervista

Copyright Simone Chierchini ©2011-2012Simone Chierchini
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Intervista a Nobuyoshi Tamura, l’Aquila dell’Aikido – Parte 2


Nobuyoshi Tamura Sensei (1933-2010)

Nobuyoshi Tamura per diversi anni è stato uno degli allievi più vicini al fondatore dell’Aikido, Ueshiba Morihei.
Trasferitosi in Francia nel 1964, Tamura Sensei è stata una delle figure fondamentali per lo sviluppo dell’Arte in Europa. Questa è la seconda parte di una interessantissima intervista concessa dall’Aquila dell’Aikido, scomparsa a Luglio 2010

di LEO TAMAKI

Intervista a Nobuyoshi Tamura, l’Aquila dell’Aikido – Parte 1

TAMAKI
Il concetto di insegnamento Shu Ha Ri tradizionale si applica anche all’Aikido?

TAMURA
Si applica a tutte le tecniche tradizionali, sia nel Chado, la Via del Tè, che nel Kado, addobbi floreali, ecc … Tutti questi percorsi si studiano così e seguono questi passaggi.
“Shu” è la fase in cui si segue rigorosamente gli insegnamenti del maestro fino ad arrivare a replicare esattamente le tecniche. Una volta a questo livello, cerchiamo di vedere cosa implica un cambiamento piuttosto che un altro. Usciamo dalla replica per continuare i propri studi. E’ “Ha”. Finalmente si va al di là delle contraddizioni e la tecnica diventa la nostra. E’ “Ri”.
Ma ora la gente vuole iniziare con Ri! (Ride) Non riescono a fare come l’insegnante, allora cercano un altro percorso. Non possono fare una cosa, quindi ne fanno un’altra. In questo caso è meglio fare altre cose sin dall’inizio.
E se correggo, la gente mi dice che non può farlo, che è impossibile. Ma è inutile fare qualcosa se si può raggiungere facilmente. Lo studio è cercare di fare qualcosa che non si riesce a fare! Non ci sono scorciatoie

TAMAKI
Come era l’apprendimento delle cadute (ukemi) presso l’Aikikai?

TAMURA
All’epoca all’Aikikai nessuno di noi ha ricevuto una formazione specifica sulle ukemi. Tutti noi avevamo avuto esperienze nelle arti marziali, sia nel Judo, Karate e Kendo, e fin dal primo giorno siamo stati proiettati senza tanti complimenti. Si considerava l’apprendimento delle cadute, essendo proiettati.

Il lavoro di uke va compreso da soli

TAMAKI
Quando cadete non si sente rumore, a differenza delle cadute nel Judo che sono molto sonore.

TAMURA
Nel judo ci è stato insegnato a diffondere lo shock della caduta così. Ma in Aikido non consideriamo di cadere su un tatami. Dobbiamo immaginare di cadere sulle pietre. E’ per non ferirsi che è importante cadere con scioltezza.
Osensei faceva regolarmente delle dimostrazioni e noi a volte cadevamo sulla ghiaia. Invece di fare rumore privilegiavamo una caduta morbida.
Invece durante le manifestazioni praticate sul tatami facevamo volontariamente grandi cadute rumorose per impressionare il pubblico. (Ride)

TAMAKI
L’enfasi è di solito sul lavoro di tori, ma si spiega poco quello di uke.

TAMURA
Le ukemi e il lavoro dell’uke sono movimenti che servono a proteggere il corpo. Queste sono cose che devono esser comprese da soli. E se si diviene bravo, allora è possibile applicare le contro tecniche, il kaeshi waza.

TAMAKI
Gli esercizi preparatori che si fanno, si relazionano alle tecniche, o sono movimenti per allungare e riscaldare il corpo?

TAMURA
Prima cominciavo da Ame no torifune. Poi seguivano altri educativi, come ikkyo undo. Si tratta di movimenti che Osensei faceva e sono perfetti per i giovani. Anche ai bambini piacciono molto.
Ora sono vecchio e sono più consapevole del mio corpo. Sento che è bene fare un esercizio particolare piuttosto che un altro a seconda del momento e vario la preparazione. Li ripeto spesso, ma sono cose che ho scoperto nel tempo e mi danno un certo benessere. Attualmente pratico una sorta di ginnastica cinese che trovo molto interessante. E‘ una proposta che faccio alla gente. Ognuno deve trovare ciò che gli serve.
Si possono fare gli esercizi in una prospettiva di salute in un primo momento, ma gradualmente questo deve diventare un lavoro di introspezione sul corpo. Se si presta davvero attenzione ad ogni gesto, un esercizio che credevamo fatto in modo corretto, sembra difficile il giorno successivo.
Il corpo è una cosa incredibile e dobbiamo imparare ad ascoltarlo. Quando mi siedo così (il maestro Tamura assume una posizione accasciata) ho la sensazione che l’energia non fluisca correttamente. Così invece mi sento molto meglio (il maestro Tamura si siede bene con un superbo shisei). Un gesto giusto è legato ad una sensazione piacevole. Il nostro corpo ha in lui il ricordo della postura corretta.
Tutto ciò che non è naturale, impone delle costrizioni al corpo. Delle posizioni che superficialmente troviamo confortevoli, sono spesso scorrette e non consentono al corpo di funzionare in modo naturale. Le posizioni più corrette sono le migliori per la salute. Non usano la forza e non stancano indipendentemente dal tempo di mantenimento. Se il vostro shisei è giusto la respirazione si calma ed il corpo si rilassa.
Per questo l’esercizio di kokyu ho è estremamente importante. Esso contiene lo stesso tipo di ricerca dello zazen o dello yoga. I Budoka dovrebbero avere il mantenimento posseduto dagli yogi e monaci Zen.

Iai e Aikido: usando solo il bokken è difficile capire che questo derivi dall’uso della spada

TAMAKI
Oggi la pratica di Iaido si è ampliata enormemente. Pensa che possa aiutare a progredire nella pratica dell’Aikido?

TAMURA
Quando sono arrivato in Francia, facevo lavorare con il bokken, jo e tanto. Ma usando solo il bokken è difficile capire che questo derivi dall’uso della spada. Ad un certo momento ho chiesto agli studenti, che si presentavano per lo shodan, la conoscenza di quattro kata di Iaido.
All’epoca non ne sapevo molto e ho danneggiato i gomiti praticando in modo errato. Le scuole dette tradizionali, come Omori ryu, Eishin Ryu ecc … è difficile dire che praticavano in passato come oggi,.
Avrei voluto praticare la scuola di Kuroda Sensei ed imparare a sguainare con un movimento fluido e continuo. Non solo per sguainare la spada, ma per imparare ad usare il corpo nel suo complesso.

TAMAKI
Gli atemi sono importanti nella pratica dell’Aikido?

TAMURA
Osensei ci diceva “L’Aikido è irimi e atemi“. Ma se si dice cose del genere gli studenti lavorano solo atemi ed irimi! Le persone sono così.
Il lavoro di atemi significa che si può toccare senza essere toccati. Se si fa la tecnica in quel modo si rischia di prendere un atemi, o se lo si fa così d’avere l’opportunità di colpire quando lo si desidera, questo è il vero spirito di Atemi.
Un giorno un lottatore è venuto e ha preso Osensei da dietro. Osensei sorrise e gli mise due dita sugli occhi ridendo. Anche senza formazione le dita penetrano facilmente negli occhi che non possono esser induriti. Assistendo a questo tipo di scene ho capito quello che Osensei voleva trasmetterci. Altrimenti si può passare vicino ed allenarci a colpire duro su un makiwara. Ed è quello che abbiamo fatto in quel periodo. (Ride)

TAMAKI
Qual è il significato di musubi?

TAMURA
L’Aiki è musubi. Ha anche il significato di nascita, creazione. Ci sono molti significati nascosti e non può essere ridotto ad un solo concetto. E‘ anche il musu che si ritrova in Takemusu.
E’ perché si ha un’unione, che qualcosa appare. E’ perché l’uomo e la donna si uniscono che il bambino nasce, che qualcosa di nuovo è creato. Se si considera diverso, unico, straniero, niente ne’ può nascere. E’ anche questo che Osensei ci voleva insegnare.
Diceva: “Ame no ukihashi ni tatete ”, stare sul ponte galleggiante del paradiso. Al momento ci chiedevamo cosa volesse dire. (Ride) Ora capisco meglio cosa voleva dire. C’è un ponte tra cielo e terra che si attraversa e dove noi diventiamo il legame.
Budo è un processo di purificazione. Questo è il misogi harai. Non è una via per distruggere l’avversario. E’ una via che va oltre la vittoria e la sconfitta. Questo è quello che stava cercando di trasmettere ed è anche l’idea di musubi.

La madre che protegge il suo bambino è il vero significato del Bu

La madre che protegge il suo bambino è il vero significato del Bu e ha lo stesso significato di ‘Ai’ in Aikido. Questo è l’opposto assoluto di cercare la distruzione dell’altro. Ovviamente per noi era incomprensibile. Ancora una volta l’assemblea dei bambini dell’asilo che non può entrare nel discorso accademico. (Ride)
Si parla di scuola Mutekatsu dei vecchi tempi, praticata da grandi esperti, che permetteva di superare le mani vuote.
Con altri uchi-deshi abbiamo sempre detto che per combattere muteki, disarmato, bisognava avere un livello straordinario. Per Osensei muteki significa nessuna arma e siamo tutti uguali. La stessa espressione può avere un significato totalmente diverso. Disarmato e in uno spirito di fratellanza, non appare il combattimento e non ci sono vincitori né vinti. Abbiamo ricevuto un istruzione straordinaria, ma eravamo ciechi. E  abbiamo fatto sostenere il peso della nostra ignoranza ai nostri studenti! (Ride)

TAMAKI
Oggi ci sono molte forme di Aikido. E’ una buona cosa? Osensei dovrebbe restare il riferimento?

TAMURA
L’Aikido è la creazione di Osensei!La Shin Aikido (Aikido nuovo), Tamura ryu (scuola Tamura) o altri non hanno ragione d’esistere. L’Aikido è l’Aikido. Il lavoro è quello di trovare il modo per arrivare al livello di pratica di Osensei.
La stessa tazza di tè vista di lato, da sopra o sotto, ha una forma completamente diversa. Oggi, ciascuno è convinto di essere nel giusto, si oppone all’altro a causa di una visione parziale e va quindi contro l’insegnamento di Osensei. Dobbiamo aprire il cuore e vedere che, questa o quella particolare visione delle cose, può comunque essere interessante. Non fatevi intrappolare nelle convinzioni. Anche se i fondamentali devono essere sempre rispettati.

TAMAKI
Osensei pensava che l’Aikido fosse legato ad altre vie tradizionali?

TAMURA
Non ne parlava esplicitamente, ma spesso praticava la calligrafia. All’inizio ho spesso pensato non fosse niente di speciale e che sembravano caratteri da bambini. Ma un giorno un famoso maestro di calligrafia ha visto il suo lavoro ed esclamò: “E ‘straordinario, chi ha scritto questo? “. E più tardi la sua scrittura è diventata ancora più interessante.
La sua calligrafia era molto apprezzata. Possiamo vedere nella calligrafia il cuore dello scrittore. Un vero maestro si riconosce indipendentemente dall’ambito in cui si esprime. Se questo non è il caso, è un impostore. (Ride)
Senza andare così lontano, penso che un maestro si riveli dalle vie che ha scelto.

TAMAKI

Una foto di archivio del Maestro Tamura

Una delle origini dell’Aikido è il Daito Ryu. Come Osensei ha fatto evolvere la sua pratica?

TAMURA
Inizialmente Osensei insegnava esattamente il Daito Ryu. Poi gradualmente la sua pratica si è evoluta in misura della sua concezione della vita, soprattutto influenzata dalle sue convinzioni religiose. Questi cambiamenti non si sono verificati in una volta, sono stati graduali e non sono stati a volte visibili dall’esterno.
Il suo Ikkyo che poteva sembrare identico dall’esterno, era sostenuto da una diversa intenzione.

TAMAKI
Ha praticato altre arti marziali prima dell’Aikido?

TAMURA
Ho iniziato il kendo al college con un amico di mio padre che era anche un insegnante di questa disciplina così come  di Judo.

TAMAKI
Perché e come ha iniziato l’Aikido?

TAMURA
Avevo sentito parlare dell’Aikido e ho voluto provare questa disciplina perché non ero molto forte nel judo e mi facevo spesso malmenare. Così ho voluto praticare questo Budo, che si diceva straordinario per battere tutti! (Ride)

TAMAKI
Com’era una sua giornata al tempo?

TAMURA
C’era l’allenamento del mattino alle 6:30. Siccome dormivamo nel dojo, dovevamo alzarci velocemente per levare i futon e fare le pulizie. Ci è capitato di dormire e di essere svegliati dai primi studenti. Dopo c’era allenamento dalle 8:00 alle 9:00. Poi si faceva colazione. Il giorno lavoravamo e la sera ricominciavano gli allenamenti. E a poco a poco il numero dei corsi è aumentato. Inoltre accompagnavo spesso Osensei nei suoi viaggi.

TAMAKI
Com’era Osensei in viaggio?

TAMURA
Quando prendevamo il treno per esempio, dovevamo comprare i biglietti. E evidentemente era necessario fare la fila. Ma Osensei partiva senza attendere. E naturalmente avevamo i bagagli. C’erano i controllori, ma nessuno fermerebbe un nonno che cammina indifferente. Mi prendeva il panico, era difficile da vedere perché piccolo. Finalmente lo ritrovavo in qualche modo, e prendevamo il treno.
A Tokyo bisognava che gli uchi-deshi venissero a cercarlo al suo ritorno. Noi, ovviamente, non potevamo sapere in quale vagone fosse. Sapevamo solo in che treno era. Aspettavamo all’ingresso della stazione e cercavamo di vederlo. E spesso, nel tempo che lo trovavamo, era già partito in taxi e ci rimproverava poi al nostro arrivo ! Tutto ci serviva d’allenamento.

Morihei Ueshiba e Nobuyoshi Tamura, Demo - circa 1960

Osensei decideva anche le cose all’improvviso. Un giorno mi ha chiesto di cercare un taxi. Poi ci siamo diretti a Shibuya perché voleva andare in un istituto religioso chiamato Korindo. Il taxi, ovviamente, non sapeva dove fosse e Osensei si arrabbiò. Finalmente riconobbe la strada e fummo in grado di arrivare. Quel giorno ho capito che dovevo informarmi prima su dove stavamo andando e come arrivarci. E‘ stata una buona lezione.

TAMAKI
Come camminava Osensei?

TAMURA
In apparenza camminava come tutti gli altri. Ma praticava sempre in tabi sul tatami tradizionale. E’ estremamente difficile, perché scivolano molto. Così ha sviluppato una tecnica straordinaria.
Con altri uchi-deshi  ho anche notato che i tabi di Osensei sbiancavano, sotto l’usura, a livello dell’articolazione tra il piede e l’alluce. E’ un posto che di solito non usurano le persone che camminano in tabi.

TAMAKI
L’hakama era indossata da tutti i praticanti in passato?

TAMURA
Sì. La hakama è la divisa di un praticante le arti marziali tradizionali. E’ utilizzata nel Kendo, nel Kyudo, nello Iaido … Era utilizzata da tutti, indipendentemente dal livello. Era anche vietato di praticare senza hakama.
Quindi non c’era un livello minimo per portarla?
No. In realtà sono stato io che indirettamente e involontariamente fui la causa del fatto che non tutti la portano fin dall’inizio. (Ride)

TAMAKI
???

TAMURA
Al tempo che ero uchi-deshi ero anche responsabile dei corsi nelle università. Ma dopo la guerra, anche più di oggi, gli studenti erano spesso senza un soldo! (Ride) A causa di questo alcuni non potevano praticare e quindi ho chiesto a Kisshomaru sensei se fosse possibile che acquistassero l’hakama dal secondo anno di pratica. La questione è stata discussa e, infine, gli studenti sono stati autorizzati a praticare il primo anno senza hakama.
Quindi poi l’abitudine s’è diffusa. Gli studenti universitari giapponesi in genere praticano quotidianamente e normalmente raggiungevano il livello di secondo kyu dopo un anno. È così che s’è generalizzato.
Quando sono arrivato in Francia, ho cercato che tutti gli studenti indossassero l’hakama, ma non ha funzionato. Certi insegnanti pensavano che avrebbe motivato gli studenti nel continuare a praticare. Ho detto loro che se tutti la mettono da principio questo avrebbe portato più studenti, ma non erano convinti. (Ride)

O'Sensei saluta l'altare

TAMAKI
Si dice talvolta che le pieghe della hakama sono collegati ad una particolare virtù. Osensei parlava di questo?

TAMURA
No. Non l’ho mai sentito parlare di questo.

TAMAKI
Perché si portano i pantaloni sotto l’hakama?

TAMURA
Penso che una delle ragioni fosse di non usurare l’hakama troppo velocemente nel suwari-waza.
(l’hakama sono pantaloni e i pantaloni che si indossano sotto non sono la biancheria intima. l’Aikido è l’unica disciplina importante dove si indossano i pantaloni sotto l’hakama. Questo non avviene nè nel Kendo, né nel Kyudo, nè nello Iaido, o nei jutsu tradizionali.)

TAMAKI
Quando lei era uchi deshi, dove soggiornava generalmente Osensei ?

TAMURA
Era ovunque! Trascorreva una settimana qui e un’altra là. Quando si pensava che fosse a Tokyo se ne era già andato a Osaka. Quando si pensava che fosse in Kansai era a Iwama. E quando si pensava che fosse a Iwama una chiamata ci chiedeva di andare a prenderlo alla stazione! Andava anche spesso a Kyushu presso Hikitsuchi Michio.
Egli aveva probabilmente ereditato questa caratteristica da Takeda Sokaku, insegnando una settimana qui e altrove. Non era un tipo che restava fermo.

TAMAKI
Facevate domande ad Osensei?

TAMURA
Quando eravamo uchi-deshi era impensabile di fare una domanda ad Osensei. Osservavamo più attentamente possibile, assorbendo le sue correzioni e scambiando opinioni tra di noi. È così che abbiamo dovuto sviluppare la nostra tecnica.

TAMAKI
Si può raggiungere l’efficacia di Osensei senza passare come lui in situazioni di vita o di morte?

TAMURA
No. Ma se vuoi praticare per vincere un combattimento è meglio imparare ad usare un’arma da fuoco. (Ride) La domanda è: essere consapevoli di ciò che si desidera dalla pratica dell’Aikido …

TAMAKI
Ha avuto momenti difficili a quel tempo?

TAMURA
A venti anni nulla sembra difficile. Non avevamo soldi, allora si andava al fruttivendolo e recuperavamo le foglie di ravanello tagliate per la vendita e normalmente gettate via. Le venditrici ci davano anche alcuni prodotti ogni tanto.
Dicevo loro: “Questa banana ha l’aria marcita, dubito che si possa vendere! “E loro mi dicevano”… E‘ vero non abbiamo scelta, devi prenderla! “

Una simpatica immagine di Tamura da giovane

C’erano negozi che sono oramai spariti a Ameyoko ed a Ueno. C’era un mercante di dolci che impiegava molte giovani ragazze. Dopo la festa i dolci di Natale si vendevano male e andavamo a recuperane qualcuno. Era un periodo del genere.

TAMAKI
Al Kuwamori dojo mi hanno detto che insegnava a dei quinti dan quando ancora non era primo dan?

TAMURA
Sì è vero. Eravamo uchi-deshi, ma non sapevamo grandi cose! Siamo stati mandati ad insegnare qua e là. Sono stato anche inviato ad insegnare all’esercito. Così incontrai Sasaki sensei. E‘ davvero una persona straordinaria.
Successivamente aprì una scuola di spionaggio, ma ha dovuto chiuderla quando la storia è stata resa pubblica dal Time. Quando ho lasciato il Giappone gli chiesi di sostituirmi per un anno all’Aikikai. È durato più di quarant’anni! (Ride)

TAMAKI
Ci sono cose che solo il tempo permette di capire?

TAMURA
Uno degli studenti di Osensei studiava anche naginata. Il suo insegnante era considerato il massimo esperto di quest’arma a quel tempo e ho avuto la fortuna di esser invitato a una delle sue dimostrazioni. Si trattava di una nonna di 75 anni.
Dopo la manifestazione ho avuto l’onore di esserle presentato. Lei continuava a parlare di Osensei che ammirava e considerava come il più grande budoka. Improvvisamente mi guardò e mi chiese la mia età. Risposi che avevo vent’anni e lei disse, “Non si può capire niente prima dei settant’anni! “
Ho pensato: “Che nervi questa nonna! “Ora so che aveva ragione! (Ride)

TAMAKI
Si dice che Osenseï insegnasse i kaeshi waza solo agli uchi-deshi?

TAMURA
Non è questo, è che eravamo gli unici abbastanza preparati per arrivare a vedere quello che faceva.

TAMAKI
C’erano ancora dei dojo yaburi? (Sfide)

TAMURA
C’erano stati in passato, ma non c’erano più realmente. Ma c’è stata una storia piuttosto interessante: Haga Sensei era un giovane e celebre Shihan di Kendo e Iaido. Era un maestro eccezionale. In Giappone, quando un museo acquistava una lama si assicurava fosse una spada di qualità autentica e chiedeva ad alcuni esperti di testare il taglio. Se affidiamo questo compito ad un cattivo praticante, la spada può essere irreparabilmente danneggiata. Haga Sensei era responsabile di questo lavoro.
Era anche qualcuno d’estremo. Nelle discussioni sulle arti marziali quando una persona si infervorava sotto l’influenza di alcol, spesso gli proponeva di sostenere le sue affermazioni con una spada vera!
Un giorno venne, avendo sentito parlare del dojo. Non vide Osensei nell’allenamento, ma è stato cortesemente invitato a cena. Così pensò che non fosse un dojo serio. E’ venuto regolarmente a mangiare quando il denaro gli mancava, e questo per quasi un anno.
Un giorno fu  trasferito in Corea e ci venne a salutare. Fu allora che Osensei lo invitò nel Dojo. Gli diede un bokken e disse: “cammino semplicemente nel dojo, colpisci quando desideri.”

Morihei Ueshiba, l'invincibile guerriero

Haga Sensei mi ha detto più tardi, “Tamura, non c’era nessuna apertura e non riuscivo a colpire! Sono stato sconfitto.
Essere sconfitto in quel modo e pensare che non ho approfittato di quest’anno per ricevere un insegnamento! “

TAMAKI
Ho sentito che lei si allenava con gli shuriken in quel momento?

TAMURA
Sì, abbiamo giocato tutti con questi. Ci divertivamo anche ad indossare Geta in ferro e ipponba Geta per camminare a Shinjuku. C’era Yamada, Kanai, Chiba, Noro, Sugano, Saotome …

TAMAKI
Ho letto una storia sul Doshu attuale che sarebbe stato preso a bersaglio …

TAMURA
Ah sì, era Noro! (Ride)
Era molto bravo. Poteva lanciare precisamente e da lontano. Non lo sapevo, ma un giorno chiese al Doshu, che era allora un ragazzo, di fungere da bersaglio. Gettò shuriken tutto intorno a lui, ma alla fine ne ha piantato uno in una gamba! Moriteru cominciò a piangere, ma Noro gli chiese di non dire nulla e gli promise che avrebbe acquistato un grande pezzo di cioccolato in cambio. Aveva male, ma rientrando la sera disse che era caduto lungo la strada. Ma dopo tre giorni Noro non aveva ancora mantenuto la promessa ed allora Moriteru l’ha denunciato chiamandolo bugiardo. (Ride)
40 anni dopo Noro sensei gli diede un mucchio enorme di cioccolatini!

TAMAKI
Yamada Sensei ha scritto di recente che avete rifiutato il nono dan. Qual è il motivo?

TAMURA
Osensei ci aveva detto che l’Aikido era fino a 8° dan. L’8 rappresentava la fine di un ciclo che ci portava di nuovo alla partenza. L’8, in Giappone ha un significato positivo, l’ideogramma ha una forma di apertura. Dopo di lui tornare all’inizio. Ecco cosa ci ha detto. Ed è questo che ho espresso a mia volta. Mi è stato poi offerto il nono dan dal Giappone. E mi ha messo in una posizione scomoda. (Ride)
Ho chiesto loro di darmelo a titolo postumo. Purtroppo li ho messi in una posizione scomoda a mia volta. Ora si deve far attendere i praticanti che sono più giovani di me e che probabilmente sarebbero felici di diventare 9° dan. Dovranno domandarsi: “Perché Tamura sempai non lo accetta?”
Questo ovviamente non è un problema del Doshu. E‘ solo che è difficile dire ai miei studenti che questo genere di cose è cambiato, ora che mi offrono il 9° dan! (Ride) Il Doshu è infastidito e sono davvero in imbarazzo. Vorrei davvero che si dimenticasse questo affare.

TAMAKI
Cosa vorrebbe per i suoi studenti?

TAMURA
L’Aikido è un percorso che permette di scoprire se stessi e costruirsi come essere umano per vivere una vita piena e felice. Gli studenti sono come miei figli. Spero che siano in salute e vivano felici. Che trovino la via della felicità e possano, ripensando alla loro vita nel momento della morte, dire che ne era valsa la pena. Questo è quello che vorrei le persone raggiungano attraverso la pratica dell’Aikido.

TAMAKI
Grazie Sensei.

Si ringrazia Leo Tamaki per la gentile concessione di ripubblicare la sua intervista a Tamura sensei in lingua italiana su Aikido Italia Network

Traduzione a cura di Marco Marini

Intervista originale (in francese) sul sito:
http://www.leotamaki.com/article-interview-tamura-nobuyoshi-l-aigle-de-l-aikido-77477356.html

Intervista a Nobuyoshi Tamura, l’Aquila dell’Aikido – Parte 1


Nobuyoshi Tamura, l’Aquila dell’Aikido

Nobuyoshi Tamura, 8° dan Aikikai di Tokyo, è stato uno dei più stretti discepoli di Morihei Ueshiba, fondatore dell’Aikido. Il suo sorriso benevolo e la sua figura fragile erano noti ai praticanti di tutto il mondo. Tanto il suo sguardo d’aquila che il suo virtuosismo tecnico straordinario erano prova effettiva di ciò che praticava

di LEO TAMAKI

L’Aikido del maestro Tamura era veloce, sottile ed estremamente marziale. Dopo oltre cinquant’anni di pratica la sua tecnica era così efficace che tutti i  movimenti inutili e superficiali erano spariti, lasciando solo trasparire l’essenza della sua arte, con gesti sottili, quasi invisibili da sembrare magici ai non iniziati.
Ecco l’intervista più lunga che abbia mai concesso. Il Maestro Tamura ci illustra i ricordi e le riflessioni di una vita di pratica. Incontro con un maestro leggendario, uno sguardo serio, ma divertente …

TAMAKI
Buongiorno Sensei. Qual è la differenza tra Budo e Bujutsu?

TAMURA
Inizialmente le tecniche sono nate in seguito all’analisi di combattimenti vittoriosi. Questo ha portato ai primi kumitachi (sequenze di spada a due). Si è constatato che tali movimenti affrontavano questo tipo di attacchi. A poco a poco le tecniche sono stati combinate per creare un percorso per la formazione.
Ma combattere  ha un significato diverso a secondo delle persone. Per alcuni è una forza distruttiva, per altri è una forza di pace.
Jutsu significa “tecnica” e Do significa “via”. Studiare un Jutsu, è l’apprendimento di una tecnica usata per raggiungere un obiettivo, il cui utilizzo è la stessa finalità. Studiare un Do rappresenta un percorso per trovare l’uomo che è in noi. Un cammino che chiunque può prendere e che è stato creato per essere seguito da tutti.
Questa idea è anche alla base dello shintoismo e buddismo. Ora purtroppo siamo spesso lontani dall’idea originale …

TAMAKI
Alcuni maestri si riferiscono allo Zen quando insegnano l’Aikido, altri allo Scintoismo. Qual’è la vostra opinione su questo?

La cultura giapponese è stata forgiata nei dojo

TAMURA
Tutto questo è vero.
La cultura giapponese è stata forgiata nei dojo. E non possiamo limitarla o dividerla.
Tutto questo s’inserisce in un insieme armonioso. Quando qualcuno muore un monaco viene per la cerimonia funebre, il matrimonio è fatto secondo la tradizione scintoista, ecc … Ed oggi sempre più giovani si sposano in chiesa. (Ride) Questo è spesso frainteso dagli occidentali che non lo trovano serio, ma in Giappone è qualcosa di naturale. Nascendo, un giapponese è immerso in un insieme che include sia lo Zen, lo Shintoismo e dove nulla è esclusivo.
Se non si conosce l’ambiente spirituale del budo si apprende solo una tecnica da combattimento. Quindi penso che sia più facile capire l’Aikido se si studia lo spirito dietro la cultura giapponese.
E’ quindi necessario, conoscere la cultura giapponese per capire l’Aikido?
Non è necessario, ma aiuta probabilmente per andare più veloce, è un fatto innegabile.
Se prendiamo solo l’esempio della lingua,per un giapponese, anche principiante, shiho nage è molto esplicito. Sente il nome della tecnica che già specifica la sua applicazione fisica. Capisce che si tratta di una proiezione nelle quattro direzioni, può facilmente dedurre che significa simbolicamente tutte le direzioni e penetrare più a fondo il significato di questa tecnica.
Quando traducete in francese, irimi diventa “entrare”, ma questo è piuttosto vago ed è difficile fare affidamento sulla parola per capire la tecnica. Lo stesso vale per hitoemi o sankakuho.
Un giapponese, spesso istintivamente, capisce questi termini anche perché sono associati i kanji (ideogrammi) con un campo di espressione ognuno vasto e sottile.
Non sarebbe meglio se chi vuole studiare letteratura inglese, imparasse l’inglese piuttosto che limitarsi alle traduzioni in francese di Shakespeare? (Ride)

TAMAKI
Lei ha frequentato Deshimaru Sensei una volta?

TAMURA
L’ho conoscsciuto grazie a Nakazono Sensei e al circolo della macrobiotica del momento. Deshimaru sensei era un amico di Ohsawa sensei ed era davvero una persona speciale. Quando arrivò in Francia venne organizzato un incontro con persone interessate allo Zen. Alla domanda su cosa fosse lo zazen, si è seduto sulla scrivania e ha fatto zazen. E dopo se ne è andato. (Ride)

TAMAKI
Voi insegnate in molti paesi, dalla Francia al Giappone, dagli Stati Uniti al Maghreb. Cambiate il vostro modo di insegnare a seconda di dove siete?

Credo che sia importante conoscere la cultura degli altri

TAMURA
Ogni paese ha la sua cultura, ma tutti gli studenti stanno cercando di praticare Aikido che è una ovunque tu vada. Da parte mia cerco di presentare le cose nella luce più comprensibile a tutti.
Non ci sono molte differenze. Cerco di rispondere alle domande poste dai praticanti e vedere i punti che devono essere corretti. A seconda del paese questi punti variano, ma l’essenza dell’Aikido è la stessa.
Naturalmente a volte è necessario spiegare alcuni dettagli culturali. Per esempio, nei paesi musulmani alcuni studenti sono riluttanti a fare il saluto in seiza. Io gli spiego che in Giappone non è altro che un saluto, in segno di rispetto e di gratitudine.
Recentemente in uno stage per alti gradi (dal quarto dan), una persona era in piedi mentre davo le spiegazioni seduto. In Giappone questo rappresenterebbe una sfida.
In Occidente, quando una donna o una persona importante arriva ci si alza. Le persone più importanti sono dunque quelle che sono sedute. In Giappone è il contrario, le persone importanti sono quelli che stanno in piedi. Queste sono piccole cose, ma il cui significato è contrario e può dare l’impressione che la persona di fronte a voi abbia voglia di offenderti, anche se le sue intenzioni sono opposte. E se non comprese possono essere facilmente male interpretate e portare ad un incidente.
Questo tipo di incomprensione è dissipata non appena le cose vengono spiegate. Ecco perché credo che sia importante conoscere la cultura degli altri.

TAMAKI
I giovani giapponesi di oggi sembrano perdere interesse nella pratica delle discipline tradizionali. Che ne pensa?

TAMURA
Ai miei tempi la pratica delle arti marziali era obbligatoria al college e rappresentava la maggior parte della nostra pratica “sportiva” perchè le lezioni di ginnastica erano praticamente inesistenti. Un professore di sport laureato che gira intorno ad una barra orizzontale impressiona tutti nella scuola. (Ride) Le ragazze praticavano Naginata e ragazzi Judo e Kendo. Questo è naturale per noi.
Oggi i giovani non conoscono il Giappone anteguerra ed il suo spirito. Personaggi come il generale Nogi ed i valori che esso rappresenta sono a loro totalmente sconosciuti. I canali che sono stati creati per sviluppare l’uomo e preservare i valori tradizionali sono ormai obsoleti ai loro occhi.
Inoltre, il reigisaho (etichetta) che è il cuore di queste vie sta gradualmente perdendo la sua importanza e praticare queste discipline oggi, non apporta niente più che praticare la boxe. Il Kendo come lo Judo non si preoccupano spesso altro che delle gare e sono diventati sport.

TAMAKI
In effetti, oggi in Giappone, gli sport da combattimento sono più popolari che le vie marziali.

I giovani di oggi non praticano più budo e non sanno nemmeno cosa sia

TAMURA
E‘ vero. In questi sport che diciamo senza regole e dove ci permettono di colpire in vari modi, non vi è però nessun pericolo reale. Il concetto di vita e morte è totalmente assente da queste discipline.
In precedenza un samurai che combatteva, anche se solo con un bokken, rischiava la morte. Il loro shugyo, la loro formazione, li abituava a vivere in situazioni al confine tra la vita e la morte e questo faceva la differenza. Oggi gli atleti sono pronti a tutto, fino al doping e imbrogli per vincere una medaglia. I giovani di oggi non praticano più budo e non sanno nemmeno cosa sia. Le persone che hanno creato i Budo sono spariti da molto tempo e a volte mi chiedo se sia ancora possibile salvare queste vie.
Per fortuna ci sono ancora alcune persone come Maestro Kuroda, qua e là in Giappone, per preservare questo patrimonio. E‘ attraverso queste persone che probabilmente queste vie sopravvivono. Quando il Giappone entrò nell’era Meiji dopo il Bakumatsu, i budo erano quasi scomparsi da qualche decina d’anni. Ed a quel tempo non c’erano video e i pochissimi scritti erano incomprensibili senza le chiavi di lettura.

TAMAKI
Quali sono i punti di forza e di debolezza dell’Aikido francese?

TAMURA
E‘ una domanda difficile.La Francia è un paese ricco di cultura. I francesi amano l’Aikido e hanno un’anima artistica! Ma a loro piace capire con la loro testa. Sanno come spiegare le cose che io non arrivo ad esprimere. Dopo arrivare alla pratica è un’altra cosa. (Ride)

TAMAKI
In Aikido il lavoro delle armi è importante?

TAMURA
E‘ Osensei che ha creato l’Aikido. Ed ogni volta che ha mostrato l’Aikido ha usato le armi. Non sta a noi, suoi discepoli e studenti, decidere o no di praticarle. E‘ probabilmente un modo francese di domandare. In Giappone saresti immediatamente trattato da idiota se mettessi questo in discussione. (Ride)

TAMAKI
La pratica delle armi è dunque essenziale per l’Aikido?

TAMURA
L’Aikido è nato dalla pratica delle armi e tai-jutsu e buki-waza sono tutt’uno. Se qualcuno lavora a mani nude correttamente lo farà anche con le armi. E viceversa. Ma questo è raramente il caso oggi. Così come alcune persone lavorano bene in piedi, ma male in ginocchio, alcuni sembrano praticare bene a mani nude, ma rivelano i loro limiti con una spada in mano…

Un buon lavoro in ginocchio è sempre indicativo di un bel lavoro in piedi

TAMAKI
La pratica in suwari waza è quindi necessaria?

TAMURA
A mio parere sì. I vincoli della posizione in ginocchio ci permettono di comprendere e apprendere meglio come usare i nostri corpi. Questo a sua volta consente una migliore pratica in tachi waza. Un buon lavoro in ginocchio è sempre indicativo di un bel lavoro in piedi. Viceversa una persona che pratica bene in piedi, non può praticare bene in ginocchio senza averci lavorato.

TAMAKI
Osenseï utilizzava i termini Aikiken o Aïkijo?

TAMURA
Non usava parole particolari. Prendeva semplicemente un’arma e praticava con quella.
Sovente usava l’espressione shochikubai no Ken (la spada di pino, bambù e prugno). Pino matsu, bambù take e prugno ume, sono in Giappone simboli di prosperità e di felicità. Il pino simboleggia la longevità e la resistenza, perché rimane verde tutto l’anno. Le sue “foglie” sono divise in due come “in” (yin) e “yo” (yang), ma unite a rappresentare il concetto di musubi (armonia, legame). Il bambù simboleggia la forza e la flessibilità e la spinta di energia verso il cielo. Quanto al prugno, esso fiorisce nel periodo più freddo, nella più ostile delle stagioni e simboleggia le difficoltà che riusciamo a superare.
Osensei non ha fornito dettagliate spiegazioni tecniche, ma faceva vivere questi concetti nella pratica della spada.
Al tempo non capivamo nulla e cercavamo solo di replicare le sue azioni, cercando di vedere quali movimenti avesse fatto, quali azioni stavano facendo le mani. Abbiamo capito ancora meno, quando si trovava di fronte, come ci assorbiva nella sua energia o sembrava assorbirci!
Guardandolo credevamo fosse una mistificazione. E in quel momento Osensei si voltava e ci fissava. Forse era solo perché avevamo un aria colpevole nel momento che girava la testa. (Ride) Ma era difficile ascoltare tutte le conversazioni e sapere cosa stesse succedendo intorno a lui.
Osensei ci diceva di attaccare e eravamo improvvisamente colpiti o tagliati. Anche guardandolo con tutta la nostra attenzione non capivamo come potesse eseguire questa o quella tecnica particolare. Ci provavamo, ma eravamo sempre colpiti! Come se studiassi con persone che non hanno capito è naturale che tu non capisca. (Ride) Mi dispiace davvero.

TAMAKI
In che consiste lo shochikubai no ken?

Un giovane Tamura in azione con Morihei Ueshiba

TAMURA
Shochikubai no ken non è una forma precisa. I movimenti di Osensei variavano a seconda del suo umore. Shochikubai è un simbolo, non una specifica sequenza.
La mente occidentale tende a voler definire ogni cosa. Ma quando si definisce qualcosa che vediamo composta da diverse altre. Che si decompongono in altre. E così via fino a che, finalmente forse, si raggiunge la più remota. Ma comprendiamo di aver perso il quadro d’insieme e che non conosciamo assolutamente l’essenziale, la totalità.

TAMAKI
Qual’è l’origine delle tecniche di armi dell’Aikido?

TAMURA
Osensei  ha creato le tecniche di ken dell’Aikido sulla base di varie fonti e ricerche personali.
Takeda Sokaku era un combattente temibile. Ha mantenuto sempre una spada bastone al suo fianco da quando l’uso delle spade divenne proibito. E’ stato maestro di Daito-Ryu, ma anche di spada dellla scuola Ono-ha Itto ryu. Ha insegnato prevalentemente tecniche di jujutsu a mani nude, ma probabilmente mostrava tecniche di armi occasionalmente. Ma a quel tempo, anche se si vedevano le tecniche non si poteva chiedere di insegnarle. Successivamente Kisshomaru ha studiato Kashima Shinto Ryu. La figlia di Osensei è stata anche sposata con Nakakura Kiyoshi, un praticante di Kendo famoso in quel momento, e che diventerà poi un grande maestro. E i suoi studenti Sugino Yoshio e Mochizuki Minoru sono stati anche praticanti di KatoriShintoRyu.
Che fossero amici o studenti, Osensei è stato circondato per tutta la sua vita da esperti di spada. La sua arte è il risultato delle sue ricerche e degli incontri che gli hanno permesso di introdurre nuovi elementi, di trasformare ciò che aveva studiato e con l’aggiunta di sue creazioni personali.
Quando si pratica il budo visto in otto direzioni, bisogna sapere cogliere tutto quel che di interessante succede intorno a noi. Dobbiamo tenere gli occhi ben aperti e sperimentare quel che sembra interessante, mantenendo il buono e rifiutare l’inutile. Ecco che il budo vive.
Così siamo stati educati da Osensei e siamo stati in un certo senso incoraggiati ad esplorare, scoprire e capire per noi stessi.

TAMAKI
È Osensei che ha creato kata come Ichi no tachi?

TAMURA
Essi sono la creazione di Saito Sensei. Osensei ha mostrato il ken di shochikubai, ma non insegnava kata come quello.
Il maestro Hirokazu Kobayashi, che viveva a Osaka aveva una grande esperienza di lavoro con le armi, perché era un praticante avanzato di Kendo. Veniva da una famiglia benestante ed era spesso otomo (compagno) del fondatore nei suoi viaggi. Accompagnavo Osensei a Tokyo e Kobayashi Sensei ci aspettava a Osaka. Egli ci portava in ottimi ristoranti ed ero veramente felice. (Ride) Mi ha detto che aveva spesso aiutato Saito Sensei nel correggere quello che aveva visto nei movimenti del Fondatore.
All’epoca Osensei insegnava attraverso la pratica. Si attaccava e lui picchiava. Improvvisamente si riceveva un colpo e ci diceva che era ovvio, se avevamo fatto così. Era doloroso, ma efficace. Kobayashi Sensei aveva una grande esperienza di spada ed il suo aiuto è stata utile a molti studenti, tra cui Saito Sensei.

Daniel Martin, Nobuyoshi Tamura, Morihiro Saito

Saito Sensei aveva il desiderio di compilare tutte le tecniche di armi.
Ha aiutato molto Osensei che possedeva una casa a Iwama. Era al tempo stesso conduttore di treno e deve essere stato molto difficile per lui. Noi non lavoravamo e ci dedicavamo solo alla formazione, la nostra situazione era molto più facile della sua. Era un periodo difficile per molte persone.

TAMAKI
Osensei non insegnava kata a due, a Iwama o all’Hombu dojo?

TAMURA
No. Egli non ha insegnato nemmeno Ikkyo stesso! A volte, quando aveva voglia dava una correzione, spiegando hitoemi, cose del genere. Ma non  seguiva una pedagogia nel senso del termine, con gradini stabiliti. Ci siamo chiesti perché non spiegava. (Ride) Abbiamo pensato che senza nessuna spiegazione fosse normale che non capivamo.
Ma lui vedeva le cose in modo molto più ampio e più elevato. Eravamo come bambini nella scuola materna ad ascoltare una discussione di accademici consapevoli di non capire completamente.
Col passare del tempo siamo arrivati a capire alcune cose …

TAMAKI
Quando voi praticate non sbattete mai le armi. Osensei praticava così?

TAMURA
Lo vediamo nei films. Osensei non urtava mai con l’arma. Se le armi si scontrano significa che si sono bloccate e non si blocca mai, in quanto significa che si è stati tagliati.

TAMAKI
Che tipo di bokken utilizzava Osensei?

TAMURA
Saito Sensei ha immaginato il bokken pesante chiamato Iwama.
Osensei generalmente utilizzava un magnifico bokken kokutan (ebano) piuttosto fine tipo Yagyu. Speravo che me l’avrebbe donato un giorno, finché mi accorsi che l’aveva dato a qualcun altro! Era molto generoso e dava le cose facilmente.
Osensei probabilmente utilizzava altro quando era più giovane, ma da quando ero uchi-deshi usava generalmente bokken leggeri. Utilizzava quello che era a portata di mano, ma il suo bokken preferito era lungo e sottile, tipo Yagyu shinkage o Jiki shinkage.
Fatta eccezione per Tanren dove usava un bokken pesante e spesso. Tada Sensei l’utilizzava facilmente con un braccio!
C’è una foto famosa di Osensei con una rastrelliera di bokken dietro di lui. Era così quando sono diventato uchi-deshi. Utilizzavamo quella diecina d’armi che erano li.

Non ci sono similitudini fra Aikijo e Jodo

TAMAKI
Ci sono delle similitudini tra il Jo dell’Aikido e quello del Jodo?

TAMURA
No, sono molto diversi.
Sembra che le tecniche di yari siano all’origine del jo come usato in Aikido. Ed è vero che ritroviamo un po’ lo stesso tipo di movimenti.
In effetti Osensei praticava con le armi come se le sue mani fossero vuote e a mani nude come se fossero armate…

TAMAKI
Come dobbiamo colpire col jo?

TAMURA
Il lavoro del jo in aikido viene dalla lancia. In principio, molto tempo prima della nascita dell’Aikido, è per la sua abilità con la lancia che Osensei era conosciuto e invitato a Tokyo. Non l’ho mai visto fare, ma si dice fosse in grado di spostare sacchi di riso di 60 kg con la punta della sua lancia!
In gioventù utilizzava delle lunghe lance, ma l’ho soprattutto visto lavorare con dei teyari (Nota dell’autore: Teyari sono le lance corte con le quali Osensei è stato spesso fotografato o filmato). Osensei faceva generalmente scivolare il jo, è un modo molto diverso di colpire dal Jodo.
Quando colpisco torco le mani in direzione opposta l’uno all’altra. 

TAMAKI
Si deve praticare il jo solo da una parte o alternando guardia destra e sinistra?

TAMURA
Entrambi sono possibili. Ma in generale la guardia del jo è l’opposto di quella del ken. Questo permette al corpo di svilupparsi in modo equilibrato ed armonico.

TAMAKI
La spada dell’Aikido, del Kendo e dello Iaido sono diverse?

TAMURA
Tecnicamente diverse, sono simili nella sostanza.
Purtroppo oggi la spada del Kendo non taglia più. Nella competizione basta solo toccare. Il Kendo ha in qualche modo seguito l’evoluzione della scherma occidentale, dove si può vincere toccando un punto non vitale, esponendoci però ad un colpo mortale in un vero combattimento. Queste discipline sono diventati giochi, dove si cerca solo di toccare per primo.

Un'immagine di repertorio di Tamura sensei

Il Kendo è la disciplina dove più si cerca di preservare la tradizione, ma la competizione gli ha fatto perdere la sua essenza di Budo.
Anche il Judo ha perso la sua essenza, che era basata sulla scioltezza. Oggi gli atleti conoscono solo due o tre tecniche che “forzano” anche quando la situazione non è adatta a questo tipo di tecnica. Questo permette di vincere medaglie …
Queste discipline sono state perse per il bisogno di vincere a tutti i costi.

TAMAKI
Osensei utilizzava altre armi oltre jo e bokken?

TAMURA
Ha utilizzato a lungo la lancia, il yari. C’era anche un yari lungo presso il dojo, che aveva usato molto. Sembra che inizialmente è diventato famoso per la sua padronanza di questa arma, prima di essere conosciuto per le sue tecniche a mani nude.
Aveva anche imparato a gestire il Juken, la baionetta, per l’esercito. Lo si vede farne una dimostrazione in un film degli anni trenta.

TAMAKI
Osensei praticava anche Tanto dori?

TAMURA
Non l’ho mai visto fare.
All’epoca lo yakuza combatteva sempre col coltello. Ed un rissaiolo una volta chiese come fare contro gli attacchi di questo tipo. Sono i sempai che hanno sviluppato questo lavoro. Era molto spettacolare per le dimostrazioni.

TAMAKI
È più importante che un principiante si concentri sull’acquisizione di una forma corretta, la teoria alla base delle tecniche o l’uso corretto del corpo?

TAMURA
Questo deve essere tutt’uno ed anche se è difficile, bisogna stare attenti a tutti questi punti fin dall’inizio della pratica.

TAMAKI
Le tecniche devono essere eseguite decomponendo i movimenti o in un solo gesto?

TAMURA
Tutto il corpo deve muoversi in armonia. Un movimento non funziona se non è continuo. Può sembrare semplice usare mani e piedi insieme, ma è una cosa molto difficile.
La comprensione non deve diventare segmentazione. Wakaru non deve diventare wakeru. (è un gioco di parole in cui Wakaru che significa “comprendere”, diventa wakeru che significa “dividere”)
Il pensiero che divide le cose non è efficace nel nostro cammino. Se volete imparare ad andare in bicicletta e dividete il movimento in modo indipendente l’uno dagli altri, imparando a pedalare da un lato, dall’altro a tenere il manubrio e poi a frenare, anche lavorando molto, non saprete mai andare in bicicletta! (Ride)
Le tecniche di Aikido funzionano allo stesso modo. Esse devono essere praticate, studiate e comprese nella loro integralità. Se le impariamo decomponendole si produrranno per forza degli sfasamenti che le rendono inapplicabili.
Si tratta di un metodo d’apprendimento difficile, ma che non ha alternative e deve essere considerato come inevitabile. Lavorando così naturalmente ci sono ritardi in un primo momento, ma un giorno il corpo istintivamente capisce e trova la soluzione.

TAMAKI
La pratica deve passare attraverso le fasi di kotai, Jutai, ecc …?

TAMURA
Ci sono delle fasi così. Ma bisogna non sbagliarsi sul significato di questi termini. Le parole francesi sono precise, ma anche limitative. Kotai si traduce come lavoro forte, ma è generalmente interpretata come lavoro duro. Questo è totalmente scorretto. In questo lavoro forte la pratica deve essere flessibile. Lo stesso per Jutai, che si traduce di solito in un lavoro flessibile, che non deve essere sinonimo di compiacenza.
Si tratta di passi che possono esser paragonati alla calligrafia dove si impara inizialmente una forma molto precisa, che è la base, prima di passare ad lavoro più fluido.
E‘ anche come il corpo. Nel centro ci sono le ossa. Poi viene la carne. Ma l’uno non funziona senza l’altro. I fondamentali devono essere sempre presenti, anche nel lavoro in Jutai, mentre la flessibilità deve essere presente sin dall’inizio del lavoro in kotai.
Poi viene il lavoro in Ryutai ed infine quello Kitai, in cui si guida il partner appena nasce la sua intenzione.

Fine della Prima Parte
(Continua )

Si ringrazia Leo Tamaki per la gentile concessione di ripubblicare la sua intervista a Tamura sensei in lingua italiana su Aikido Italia Network

Traduzione a cura di Marco Marini

Intervista originale (in francese) sul sito:
http://www.leotamaki.com/article-interview-tamura-nobuyoshi-l-aigle-de-l-aikido-77477356.html

Conversazione Con Morihiro Saito – Parte 2


Saito Sensei: allenamento sotto la neve a Iwama

Grazie alla gentile concessione di Lorenzo Trainelli, abbiamo la possibilità di riprodurre qui su Aikido Italia Network un’intervista/documento a Morihiro Saito sensei, condotta da Trainelli per Aiko nel 1990 in occasione dello stage del maestro a Torino. Qui di seguito la seconda parte di questo importante documento storico

di LORENZO TRAINELLI

Leggi la Prima Parte

AIKO
Nello “Stile di Iwama”, che, dopo la scomparsa del Fondatore, lei conserva nell’Ibaragi Dojo e diffonde nei numerosi viaggi in Europa ed in Nord America, riveste un’importanza centrale il concetto di Riai. Vuole caratterizzarlo sinteticamente?

SAITO
Il Riai nell’Aikido è l’integrazione che sussiste tra Taijutsu (tecniche disarmate) e Bukiwaza (tecniche armate). E’ una composizione armoniosa dei principi e delle ragioni alla base dei movimenti nelle tecniche disarmate, di spada e di bastone. Ogni ragione si lega alle altre. La struttura razionale del Taijutsu va agganciata a quelle dell’Aikiken e dell’Aikijo. L’Aikido è tutte e tre le cose insieme perchè divengano una sola pratica.

AIKO
Lei ritiene, Maestro, che questa integrazione tra le tre tecniche sia giunta quale risultato finale dell’articolatissima esperienza maturata dal Fondatore, oppure sia un’idea originaria cui egli ha poi ispirato lo studio di tante arti marziali e la creazione dell’Aikido?

SAITO
Entrambe le cose. Come ho mostrato durante lo stage, nel libro scritto da O’Sensei più di cinquanta anni fa si vedono già
forme di jo e ken integrate con il Taijutsu. Da quando il Fondatore si ritirò ad Iwama, non dovendo più lavorare, la sua ricerca proseguì in quella direzione. Egli approfondiva il suo studio praticando, ora, sempre e solamente Aikido, fino a completare l’opera e giungere così al risultato che lei intende. O’Sensei diceva talvolta che ciò che aveva studiato e praticato prima non era il vero Aikido, che solo ad Iwama aveva raggiunto il vero Aikido. Naturalmente, per me ed altri suoi allievi è difficile condividere questo pensiero: ciò che
O’Sensei aveva sperimentato in passato era necessario per arrivare all’Aikido di Iwama; così per me come per altri l’intero percorso è stato meraviglioso, dall’inizio alla fine, le vecchie tecniche come le nuove. Questo è il motivo per cui tra i vecchi allievi si trovano dei bravi insegnanti. L’insegnamento di O’Sensei è splendido, dall’inizio alla fine e la sua forma finale e definitiva è lo “Stile di Iwama”. Già prima di Iwama il Fondatore aveva in mente il ken e il jo, ma l’integrazione non era completa, perciò quando insegnava a Tokyo le tecniche disarmate e quelle armate erano separate. Una volta ad Iwama, egli cambiò tante cose, anche riguardo agli angoli di entrata come abbiamo visto ad esempio per lo “shiho nage” e giunse ad unificare le tre tecniche. Perciò i suoi allievi durante la guerra non hanno avuto l’insegnamento della spada e del bastone; il metodo non era ancora compiuto. Ecco perché mi trovo ad essere l’unica persona al mondo ad avere ricevuto l’intero insegnamento. Sono il solo. Non c’è nessun altro.

"Mi trovo ad essere l’unica persona al mondo ad avere ricevuto l’intero insegnamento"

AIKO
L’Ibaragi Dojo di Iwama, eretto da O’Sensei, ed a lei affidato sin dalla scomparsa del Vecchio Maestro, sarà presto smantellato nel corso di una operazione immobiliare. E’ interessato anche il santuario dell’Aiki adiacente al Dojo? Quali provvedimenti ha preso al
riguardo?

SAITO
Il terreno dove sorge il Dojo sarà posto in vendita, ma non quello su cui sorge l’Aiki Jinja. Il nuovo Dojo sarà costruito accanto al santuario. I termini della vendita non sono ancora definiti. Quando i proprietari avranno deciso, si cominceranno i lavori per il
nuovo Dojo (7).

AIKO
Come trova, Maestro, l’atmosfera e la presenza dei praticanti in Italia?

SAITO
Sono molto contento perchè in questo stage di Paolo (Corallini) ho incontrato tante persone provenienti da vari gruppi. Vede, nei primi anni quelli dell’Aikikai d’Italia non partecipavano con mio grande dispiacere. Ultimamente però noto piacevolmente
una maggiore presenza ed apertura.

AIKO
Come giudica la qualità dei praticanti italiani?

SAITO
E’ difficile rispondere. Non si possono fare paragoni con gli aikidoka di altre nazioni. La maggior parte di coloro che praticano Budo (le vie marziali) condividono lo spirito dei samurai, e anche in Italia si trovano praticanti con una sincera passione per l’Aikido. Questo mi riempie di piacere. In Italia Tada Sensei ha svolto un ottimo lavoro. Lo stage è stato molto bello, lo stare insieme a voi mi ha fatto venire voglia di ritornare.

AIKO
Sotto quali aspetti vede la tecnica come strumento di crescita interiore?

SAITO
Nell’Aikido non esiste la competizione ed inoltre è molto razionale. E’ meraviglioso vedere tutti coloro che conducono la loro ricerca sulla strada più dura impegnandosi nell’Aikido. Un aspetto della bellezza dell’Aikido è come la sua teoria si possa applicare alla vita quotidiana e sociale. Questo è il motivo per cui tutti sono felici di fare Aikido. Nelle città giapponesi, nel Dojo di Aikido, dopo la lezione dei bambini, i genitori dimostrano grande riconoscenza e soddisfazione per il lavoro degli insegnanti. Ciò perchè i bambini lì imparano l’educazione e crescono sani e buoni di cuore.

AIKO
A proposito di questa crescita interiore, lei ritiene che il praticante occidentale abbia le stesse potenzialità del giapponese?

In Aikido non c'è differenza fra giapponesi e occidentali

SAITO
Non c’è differenza. Se un maestro dicesse che uno straniero non può arrivare dove può il giapponese, sarebbe un insegnante che non sa insegnare. Le possibilità di capire sono le stesse, tuttavia questo non significa che non esistano differenze tra un popolo e l’altro. A prescindere da queste, in ogni nazione, c’è chi si impegna di più e chi meno, quindi vi sono non giapponesi che lavorano di più di tanti giapponesi. Non è qui la differenza. L’unica cosa che si può dire a riguardo dell’attitudine è che i giapponesi sopportano di più la
sofferenza e la fatica. Noi siamo abituati a non mostrare il dolore, a nascondere una malattia, a continuare senza lasciare trasparire la stanchezza. In voi forse c’è una tendenza a smettere prima, a sopportare meno. Questo atteggiamento dei giapponesi è spesso esagerato e personalmente credo che forzare troppo possa diventare dannoso alla salute. Noi però abbiamo questa tendenza e continuiamo anche se fa male. Vede, anticamente in Giappone questo atteggiamento era considerato una virtù per cui era nobile nascondere al maestro il dolore o una maldisposizione. Era bello. Ad ogni modo, i giovani, anche in Giappone stanno cambiando e forse non vi sono ormai più differenze tra giovani giapponesi e stranieri.

AIKO
Lei, Maestro, ritiene che questo atteggiamento interiore sia un requisito fondamentale per un buon apprendimento dell’Arte?

SAITO
Per migliorare la propria tecnica non occorre questa capacità di sopportazione, però se uno deve diventare maestro, allora si vede chi ha sofferto e chi non ha fatto sforzi. Quella resistenza fa crescere la persona. L’attitudine di chi non ha sopportato in questo modo si riconosce, perciò, per quanto non si notino differenze nell’abilità tecnica, si capisce chi potrà diventare un maestro e chi no.

NOTE
(7) L’inaugurazione del nuovo Dojo è prevista per il 25 settembre (1990 Ndr)

Tratto da AIKO – Notiziario LIA e spazio aperto di informazioni e cultura di Aikido – n. 4 – Equinozio d’autunno 1990
Riprodotto con la gentile autorizzazione di Lorenzo Trainelli 

Conversazione Con Morihiro Saito – Parte 1


Saito Sensei intervistato dalla Tv giapponese

Durante lo scorso stage tenuto a Torino da Morihiro Saito Sensei (1990 NdR), abbiamo approfittato della cordialità e della disponibilità del Maestro che ci ha concesso questa lunga intervista. Ringraziamo, oltre il Maestro Saito, Paolo Corallini per la gentile collaborazione, Sonoko Tanaka per l’indispensabile traduzione all’atto dell’intervista e la signora Yoko Raggi per l’assistenza durante il lavoro di trascrizione

di LORENZO TRAINELLI

AIKO
Nelle sue lezioni, Maestro, lei si ispira direttamente al modello di insegnamento di O’Sensei; vuole parlarcene, ed in particolare spiegare se il Fondatore adottava metodi diversi a seconda del luogo e della circostanza in cui si trovava ad insegnare?

SAITO
Non penso che O’Sensei intendesse cambiare il suo modo di insegnare a seconda del luogo dove teneva la lezione. Tuttavia sussiste una differenza tra il suo insegnamento ad Iwama e quello proposto in altre occasioni. Ad Iwama infatti, il Fondatore poteva contare sulla continuità e su una grande disponibilità di tempo, a differenza delle occasioni in cui era chiamato a dirigere seminari di tre o cinque giorni. In quei casi doveva fare cose diverse. La differenza tra gli altri insegnanti e me risiede proprio in questo: io ho ricevuto l’insegnamento direttamente dal Fondatore per oltre venti anni con continuità (1); gli altri insegnanti che si trovano oggi in tutto il mondo hanno studiato con O’Sensei magari per
quattro o cinque anni, quando il Fondatore si recava all’Hombu Dojo di Tokyo (2), e poi, venticinquenni, sono partiti per l’Europa ed il Nord America. Iniziando l’insegnamento laggiù dissero di seguire ognuno il metodo di O’Sensei, tuttavia con differenze tra loro comprensibili per il motivo che ho detto. In ogni caso io ho rispetto di tutti coloro che hanno
studiato con il Fondatore.

AIKO
Nell’insegnamento di O’Sensei, quanto è importante l’aspetto religioso?

Morihito Saito nei boschi di Iwama

SAITO
Io non capisco niente di religione! (ride. ndr). Certo, O’Sensei parlava anche di religione. Era parte della sua ricerca, uno studio che conduceva personalmente, ma che non ha mai imposto ai suoi allievi.

AIKO
Lei, Maestro, considera la pratica religiosa separata da quella dell’Aikido?

SAITO SENSEI
Le faccio un esempio: conosce Nakazono Sensei? (3) Nakazono Sensei parla sempre del Kotodama (4), perciò quando vengo in Europa mi trovo sempre a dover rispondere alla domanda se il Kotodama è importante per l’Aikido e sul significato di questa pratica religiosa in relazione all’Arte. La mia risposta è che se il Kototama fosse veramente
importante per l’Aikido, ebbene Nakazono Sensei sarebbe di gran lunga il miglior esperto di Aikido! Lo scopo dell’allenamento nell’Aikido non è di ambito religioso bensì è la comprensione e l’approfondimento di ciò che ci ha lasciato O’Sensei. Dobbiamo continuare a studiare l’Arte con razionalità.

AIKO
Dovendo descrivere il carattere di O’Sensei brevemente, la sua presenza nella vita ordinaria, fuori dal tatami, cosa direbbe? Racconterebbe un aneddoto?

SAITO
Aneddoti ce ne sarebbero troppi. In una parola direi che Morihei Sensei era tutto l’opposto di Kisshomaru (5). Era il contrario in qualunque cosa. Vede, Kisshomaru ha il merito di avere sviluppato in grande l’Aikikai, ma se fosse stato per O’Sensei, l’associazione sarebbe fallita in tre giorni! (ride. ndr). Credo che da questo si possa intuire molto del suo carattere.

AIKO
Nella vita del Fondatore e nello stesso sviluppo dell’Aikido, la vita di campagna e l’agricoltura hanno avuto un’influenza fondamentale, permettendo ad O’Sensei di trovare ad Iwama la serenità necessaria ai suoi studi mentre si svolgeva la seconda guerra mondiale (6). Lei stesso, Maestro ha lavorato la terra e conosciuto la vita agricola. Quale importanza hanno avuto nel suo Aikido?

SAITO
Io lavoravo per il Fondatore; servendolo in ogni modo e dedicandogli la fatica del lavoro nei campi, sono stato ricambiato con parole che nessun altro allievo avrebbe potuto ricevere con la sola partecipazione agli allenamenti serali. Le manifestazioni di lode, di riconoscenza, di affetto che ricevevo creavano un bellissimo rapporto tra Maestro ed allievo. Credo che il servizio al Maestro sia un aspetto fondamentale della relazione tra Maestro e allievo: il discepolo cerca di soddisfare il Maestro impegnandosi con tutto il cuore, il Maestro ricambia con l’affetto e l’insegnamento. All’Hombu Dojo gli altri allievi fecero arrabbiare O’Sensei; per questo motivo egli non insegnò mai le tecniche di ken e jo quando si recava a Tokyo.

Kisshomaru Ueshiba & Morihiro Saito

AIKO
Anche lei, Maestro, ha fatto parte della compagine degli istruttori dell’Aikikai Hombu Dojo per diversi anni. Per quale motivo ha smesso di insegnare a Tokyo?

SAITO
Ci sono molte ragioni. In primo luogo era molto distante. Inoltre, mentre dal ‘60 al ‘64 andavo il mercoledì, poi mi fu affidata la lezione della domenica. Dovevo perciò rinunciare all’allenamento domenicale ad Iwama ed affidarne la direzione ad un sempai (allievo anziano). Avvenne che, in mia assenza, questo sempai conducesse delle lezioni poco ortodosse, cercando nuove tecniche e corrompendo l’insegnamento del Dojo. Gli allievi, scontenti di questa situazione, mi fecero sapere di aver ricevuto insegnamenti sbagliati e di essere insoddisfatti e confusi. Capii così che non potevo continuare ad affidare ad altri la lezione domenicale e smisi di andare a Tokyo. Tenevo molto all’allenamento della domenica.

Fine della Prima Parte – Continua

Leggi la Seconda Parte

NOTE:
(1) Saito Sensei ha iniziato lo studio nel 1946. La scomparsa del Fondatore avviene nel 1969.
(2) Si tratta naturalmente dell’Aikikai Hombu Dojo oggi diretto dal nipote del Fondatore, Waka Sensei Moriteru
Ueshiba.
(3) Mutsuharu Nakazono Sensei, uno dei primi maestri giapponesi recatisi in Europa e tuttora in attività.
(4) Il Kotodama (Anima dei Suoni) è una pratica spirituale scintoista che si fonda sullo studio e l’uso dei suoni e
del loro potere.
(5) Il terzo figlio del Fondatore, attuale Doshu (Guida dell’Arte).
(6) O’Sensei si ritirò ad Iwama fin dal 1942, fondando l’Ibaragi Dojo come palestra/fattoria all’aria aperta.

Tratto da AIKO – Notiziario LIA e spazio aperto di informazioni e cultura di Aikido – n. 4 – Equinozio d’autunno 1990
Riprodotto con la gentile autorizzazione di Lorenzo Trainelli 

Botta e Risposta con Yoshimitsu Yamada


Yoshimitsu Yamada

In occasione del Seminario Internazionale di Aikido a Sant’Ilario d’Elsa, organizzato da Aikido Insieme lo scorso ottobre e diretto da Yoshimitsu Yamada, Aikido Italia Network ha avuto la possibilità di incontrare il maestro, uno degli ultimi uchideshi storici del Fondatore dell’Aikido, e sottoporlo ad una breve raffica di domande

di SALVATORE DI FUSCO & SIMONE CHIERCHINI

AIN
Lei ha avuto il privilegio di vivere l’esperienza dello studente interno all’Hombu Dojo. Quali sono i suoi ricordi dei suoi giorni da uchideshi?

YAMADA
Penso di essere stato molto fortunato ad essere accettato come uchideshi, ero molto contento di avere l’opportunità di praticare. Tuttavia essere un uchideshi non vuol dire solo praticare, ma anche prendersi cura quasi 24 ore al giorno del dojo e di tutto ciò che ad esso è correlato. Un’esperienza cosi puoi farla solo da giovane, ed ha moltissimo valore.

AIN
Quale è il suo ricordo del Fondatore?

YAMADA
In realtà ce ne sono molti, cosa potrei dire… In questo momento mi preme ricordarlo come una persona normale, ordinaria… non è sempre necessario parlare della sua abilità come aikidoka.

AIN
1964: Lei lascia il Giappone. Come furono i suoi inizi a New York City?

YAMADA
Se guardo indietro non c’è stato nulla di facile, ma è stata comunque un’ottima esperienza. Se fosse stato già tutto facile fin dall’inizio, non avrebbe avuto lo stesso valore…  La difficoltà nel partire con l’Aikido a New York è stata notevole e per questo gli attribuisco un significato particolare nella mia esperienza.

AIN

Yamada sensei ha visitato l'Italia lo scorso ottobre

Come sono stati i suoi rapporti con gli altri shihan giapponesi che hanno lavorato negli US?

YAMADA
Certamente ho intrattenuto rapporti con tutti loro a più riprese, ma ora sono tutti, sfortunatamente, morti…

AIN
Un nome, un mito: Koichi Tohei.

YAMADA
Indimenticabile… tantissime esperienze in comune, siamo stati così vicini negli anni… La sua uscita dall’Aikikai è stata una cosa sfortunata, ma aveva le sue ragioni. E’ venuto a mancare morto da pochissimo, e a prescindere da qualsiasi cosa sia accaduta nel passato, deve essere ricordato da tutti come un grande dell’Aikido per via della sua vasta influenza sulla pratica della nostra disciplina.

AIN
Come si è formato il suo Aikido nel corso degli anni, sensei? In quale direzione sta andando?

YAMADA
Ho diffuso l’Aikido nel mondo, non da solo, ma con altri grandi maestri, e mi sento responsabile per questo. Devo quindi essere certo che tutti i miei allievi stiano bene e pratichino in modo appropriato. Tengo moltissimo ai miei allievi. Questa è la mia direzione, spenderò il mio tempo prendendomi cura di loro.

AIN
Quali sono gli errori fondamentali del praticante medio di Aikido? Quali consigli per evitarli?

YAMADA
L’Aikido come arte marziale è unica, tuttavia vi sono molti che credono che sia molto facile praticare e lo prendono alla leggera. Come tutte le arti marziali, l’Aikido richiede una grande determinazione nella pratica.

AIN
L’Aikido di oggi deve essere ancora tradizionale, ossia ancorato agli insegnamenti del suo Fondatore, oppure in qualche modo deve sganciarsi da essi e seguire il nuovo mondo che abbiamo attorno e il tipo di pratica che lo rappresenta nelle sue nuove forme?

YAMADA
E’ una domanda molto difficile… Una cosa molto particolare nell’Aikido è che puo essere insegnato in molti modi, la sua pedagogia è estremamente flessibile. Questo è direttamente correlato al fatto che tutti hanno un tipo di apprendimento diverso, comprendono l’Aikido in maniera diversa ,non univoca. Senza dubbio, l’Aikido che si vede in giro risente di interpretazioni particolari, e questo va bene; tuttavia le basi devono rimanere stabili. Se da una parte l’Aikido presenta questa ricchezza e flessibilità, dall’altra va ancorato alle sue fondamenta.

"Tengo moltissimo ai miei allievi"

AIN
Dieci anni fa la tragedia delle torri gemelle. Il suo ricordo di allora e l’eredità di quei fatti con gli occhi di oggi.

YAMADA
Quando successe l’attentato alle Twin Towers a New York nel 2001, io ero in Europa e non riuscivo a tornare a casa… Quello che mi ricordo é che pensavo che per un po’ di tempo nessuno sarebbe venuto ad allenarsi, poiché il dojo è vicinissimo al luogo della catastrofe. E invece il giorno dopo il dojo era pieno…

AIN
Viviamo in un momento di crisi economica e morale profonda. Cosa ne pensa della situazione attuale, sensei? Qual’e’ la strada per uscirne?

YAMADA
(ride) …mi dispiace, mio padre è un economista ma io no… Tutto quello che mi auguro e che l’America diventi più forte e che lo yen giapponese scenda, di modo che divenga più accessibile per gli studenti di Aikido. E questo è un buon augurio anche per il Giappone.

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