Claudio Pipitone Commenta “Aikido e Politica”


"I shin den shin", trasmissione per partecipazione diretta del proprio animo

Abbiamo ricevuto il seguente interessante commento via Facebook all’articolo Aikido e Politica di Simone Chierchini, e come nella tradizione di Aikido Italia Network ve lo riproponiamo integralmente per la vostra riflessione

di CLAUDIO PIPITONE

Premesso che di aikido di può e si deve parlare non solo fuori del tatami ma anche sul tatami nella misura in cui le parole possono indirizzare la successiva pratica verso un atteggiamento ed una disposizione interiore corretta, vorrei però fare in questa sede alcuni distinguo…

Innanzi tutto la pratica dell’aikido e l’organizzazione della pratica dell’aikido stanno su due piani diversi e separati: mescolarli origina pericolosi fraintendimenti per cui occorre trattare in modo separato il parlare dell’aikido a scopo didattico od invece a scopo organizzativo (la politica di organizzazione della pratica).
A mio avviso è quindi indiscutibile che la pratica dell’aikido sia basata esclusivamente sull’azione a cui non si addicono le parole, ma solamente l’imitazione dell’azione che il maestro fornisce con il proprio esempio di pratica “I shin den shin”, quindi al di là delle parole mentre l’organizzazione della pratica, quando non consista nella deprecabile dittatura di una persona o di una ristretta oligarchia, segue e si sviluppa seguendo un’altro percorso, quello esclusivo delle parole attraverso la discussione democratica in cui il risultato e le decisioni si arricchiscono e sono il risultato del contributo di idee e di proposte provenienti da tutti coloro che hanno un loro ruolo nell’organizzazione della pratica stessa.
Scrivo questo commento perchè ho notato una recente crescente deriva verso una didattica aikidoistica più parlata che praticata, insegnanti che, per la maggior parte del tempo dedicato sul tatami alla presentazione delle tecniche, sono impegnati a spiegare più con le parole che con l’azione, mentre l’aikido non s’impara con la mente, con la discussione delle tecniche, ma con il corpo che è esso stesso lo strumento cognitivo essenziale ed appropriato per l’apprendimento attraverso lo sviluppo della propria capacità ricettiva delle sensazioni al fine di percepire “a pelle” e/o “a pancia” (kikai-tanden) le condizioni del rapporto (kokyu) che si viene ad instaurare fra uke e tori, in cui la tecnica d’aikido che ne scaturisce precede la capacità della mente di elaborare il pensiero e non deve essere invece conseguente al pensiero e/o la memorizzazione mentale di forme geometriche corrispondenti alle varie tecniche di cui l’aikido è costituito.

"L'Aikido s'insegna con l'esempio"

L’Aikido s’insegna quindi con l’esempio, s’impara per imitazione ed emulazione del maestro, si memorizza innanzi tutto fisicamente nel corpo e nella sfera istintuale.
Insegnamento significa trasmissione 以心伝心 (I Shin den Shin), cioè trasmissione senza le parole ed al di là delle parole
Come ho avuto modo di scrivere spesso anche in altre sedi, l’espressione 以心伝心 “I shin den shin” significa trasmissione per partecipazione diretta del proprio animo, per coinvolgimento diretto nel medesimo sentire, al di là delle parole, fra Maestro ed allievo e questa è la condizione irrinunciabile della didattica aikidoistica.
Quanto sopra evidentemente non toglie, che si possa anche abbinare nella didattica delle spiegazioni che provengono dalle parole ma occorre però nel contempo dire anche con chiarezza che non si può pensare di trasmettere la conoscenza dell’Aikido attraverso parole e concetti che suppliscano a ciò che il maestro non è capace di fornire con il proprio esempio, cioè con delle spiegazioni razionali di tipo cattedratico così come l’insegnamento è normalmente inteso da noi in occidente, molto comodo a coloro che “sanno tutto” sull’aikido senza avere però al capacità di dimostrare con l’esempio le parole di cui inondano le loro lezioni.
La trasmissione della conoscenza del’Aikido appartiene quindi alla sfera più sottile e più profonda del sentire, cioè del proprio intimo modo di essere non solo sul tatami ma nella stessa vita quotidiana e del modo di porsi in relazione alla pratica.
Il Maestro deve dunque avere la capacità non solo di spiegare razionalmente ai suoi allievi le tecniche di Aikido, ma deve soprattutto essere in grado di insegnarle attraverso la dimostrazione della dinamica del proprio corpo, nell’azione fisica e concreta di fornire l’esempio di “come” la tecnica deve essere eseguita.
Buon keiko a tutti.

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Paganini Non Ripete


L'Aikido non è come la matematica

Arrivato sotto forma di commento al documento Doshu Kisshomaru ha cambiato l’Aikido del Fondatore, questo scritto di Claudio Pipitone merita spazio nelle colonne principali di AIN, perché sintetizza a perfezione il pensiero di molti sull’argomento, anche se probabilmente non lo affronta in modo esaustivo

di CLAUDIO PIPITONE

L’Aikido, come qualsiasi Arte, non viene espresso in modo sempre uguale come la matematica dove, una volta che si è capito ed imparato bene un teorema od una dimostrazione che una certa persona ha inventati per prima, chiunque può, dopo di questa, ripeterla per proprio conto esattamente e nella stessa identica forma ed efficacia.
In verità può chiamarsi appropriatamente “Aikido” solamente l’arte praticata personalmente dal professor Ueshiba Morihei, il suo ideatore e fondatore. Infatti nessuno dei suoi allievi che hanno appreso da lui il suo Aikido, all’atto pratico lo praticarono nel suo stesso identico modo, come solo lui poteva e sapeva fare.
Constatiamo oggi come ogni allievo diretto del prof. Ueshiba, pur avendo appreso personalmente da lui la sua tecnica e ricevuto direttamente da lui la trasmissione del sua tensione spirituale, interpretò l’Aikido del fondatore inevitabilmente secondo il proprio modo di sentire, sforzandosi di copiare ed imitare in tutto e per tutto il fondatore stesso, con la massima applicazione personale ma, nello stesso modo in cui è impossibile che un violinista possa ripetere esattamente un pezzo di Paganini come solo Paganini stesso poteva e sapeva fare, così nessun allievo diretto di Ueshiba ha mai potuto tramandare l’Aikido del fondatore esprimendolo nella sua esatta ed identica maniera, ma solamente interpretandolo come ciascuno ha potuto e saputo fare (compreso il suo stesso figlio Kisshomaru, oggi deceduto, che ricoprì il ruolo di direttore tecnico e spirituale dell’Aikikai di Tokyo, la società creata appositamente per conservare il più possibile intatto l’Aikido originario del fondatore, sia nella forma sia nella sua valenza spirituale).
Oggi constatiamo facilmente che anche fra gli stessi allievi diretti del prof. Ueshiba ed anche mentre era ancora in vita il fondatore stesso, furono molto forti e non solo formali le differenze nell’espressione pratica dell’Aikido del fondatore.
Il caso clamoroso dello scisma del M°. Tohei Koichi, allievo diretto del prof. Ueshiba designato dallo stesso quale direttore tecnico dell’Aikikai di Tokyo, costituisce un caso lampante.
Paganini diceva di se stesso “Paganini non ripete”, quando le platee esultanti di fronte alla sua maestria gli chiedevano il bis di un pezzo!
Infatti non solo l’applicazione pratica di una tecnica varia a seconda di chi la interpreta, ma nell’ambito di uno stesso metodo e da parte dello stesso interprete “ogni volta è sempre come fosse la prima volta”, nel senso che ogni interpretazione è unica, irrepetibile ed è sempre diversa dal quella precedente.
Questa è una caratteristica propria dell’espressione artistica in generale e comunque d’ogni occasione in cui l’Uomo agisce esprimendo in modo profondo e totale tutto se stesso.
“Un colpo, una vita” dicevano gli antichi samurai: ed ancora oggi in ciascun colpo, in ciascuna tecnica d’Aikido occorrerebbe sempre esprimere la totalità e la pienezza di se stessi, come se l’intera propria vita fosse racchiusa in ciascuna delle tecniche eseguite e fosse concentrata in quella precisa azione compiuta.

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Fraterna Postilla a “Mi Chiamo Fuori…”


I shin den shin, da uomo a uomo

Dopo che l’articolo di Simone Chierchini “Mi Chiamo Fuori…” ha sollevato un mezzo putiferio, con centinaia di contatti e decine di commenti simpatetici sia su Aikido Italia Network che su Facebook, la voce di un fratello maggiore, Claudio Pipitone, rivolge un sentito e pienamente condiviso consiglio al suo piu’ giovane amico: “Guardati dalle organizzazioni”

di CLAUDIO PIPITONE

Ah… caro Simone, ho letto con estrema attenzione il tuo sfogo su “Aikido Italia Network” e, fraternamente, mi sento di darti un consiglio: tieni sempre nettamente separate la pratica e l’organizzazione della pratica!
Non c’è gratificazione aikidoistica nelle organizzazioni (a meno che essa consista nel far raccolta di diplomi e cariche associative sgomitando con il coltello fra i denti…).
E, caro Simone, non coltivare neppure l’illusione di poter trovare l’organizzazione eletta, quella dura e pura che sia la depositaria esclusiva dell’Aikido del Fondatore, perchè altrimenti si spalancheranno per te le porte dell’inferno delle più cocenti ed amare disillusioni… ;-)
Sono solo le persone che contano, non le organizzazioni, specie in una disciplina di relazione come è quella dell’Aikido: potrai raggiungere la gratificazione aikidoistica che cerchi solo in un genuino rapporto personale “I shin den shin” (以心伝心) cioè che va al di la di parole, schemi, didattiche precostituite) basato innanzi tutto su un “idem sentire” con le persone con cui ti relazioni, condizione necessaria a raggiungere l’idem sentire del proprio Sè individuale con il Sè universale, che resta l’unico ed il solo obiettivo finale della pratica aikidoistica.

Sono solo le persone che contano, non le organizzazioni

Se quindi senti, in cuor tuo, di aver bisogno di avere maggiori certezze tecniche per la tua pratica aikidoistica, fai bene a rivolgerti alla scuola Iwama, che dispone di un bagaglio tecnico minuziosamente e rigidamente codificato e che quindi può infonderti quella maggiore sicurezza tecnica di cui forse senti il bisogno ma, se posso permettermi un secondo consiglio, proprio perchè mi è parso che le parole che hai scritto nel tuo blog esprimano un anelito ad attingere, per quanto oggi possibile, direttamente dall’insegnamento fornito dal Fondatore, ebbene rammenta allora che Morihei Ueshiba in vita fu tassativo nell’affermare che in Aikido non esiste kamae e non esiste kata, il che significa che il movimento dell’Aikido non può essere cristallizzato in sequenze e posture rigidamente codificate, neppure se tratte dalla pratica del Fondatore stesso… ;-)
Praticare Aikido significa esprimersi liberamente secondo l’impulso interiore che scaturisce sul momento dall’unione del proprio KI individuale che ciascun praticante realizza in armonia con il KI dell’universo…
Evita quindi di riporre le tue aspettative nella Scuola Iwama in quanto tale, ma riponile nelle persone con cui scegli di relazionarti: personalmente posso dirti che Paolo Corallini, con il quale mi sono recentemente incontrato sul tatami in occasione di uno stage, oltre che essere un valente insegnante è una persona squisita, così come ho incontrato in Torino altri validi insegnanti della stessa scuola con cui sono in relazione e con cui ho frequenti incontri, ma sono tutte persone il cui valore sta in loro stessi più che per merito della loro scuola di provenienza, così come penso si possa dire anche di te, caro Simone, a prescindere di quale organizzazione aikidoistica sia la tessera che ti porti in tasca.

Buon keiko, Simone, e guardati dalle organizzazioni… ;-) )

Leggi Mi Chiamo Fuori… di Simone Chierchini

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Kokyu (呼吸)


Kokyu, l'estensione all’esterno del Ki

Un altro fondamentale scritto di Claudio Pipitone, il cui contributo nel divulgare l’argomento e’ indiscutibile, vista la sua pluridecennale esperienza in materia e i numerosi scritti da lui pubblicati sul suo sito personale e i contributi offerti da Claudio a Wikipedia nel compilare le voci relative

di CLAUDIO PIPITONE

Kokyu 呼吸 (scritto in kanji) è un termine della lingua giapponese usato nelle arti marziali giapponesi ed in particolare nell’Aikido. Significa manifestazione del Ki 氣 all’esterno del nostro corpo, estensione del Ki all’esterno, o anche esercitare il Ki fuori di noi.
Le parole Kokyu-Ho e Kokyu-Nage si riferiscono ad una parte fondamentale ed imprescindibile dell’Aikido e pertanto ricorrono molto sovente.
Vi sono moltissime tecniche nell’Aikido basate sull’estensione all’esterno del Ki, specialmente in quelle numerose e molteplici tecniche chiamate tutte genericamente kokyu-nage ma che si diversificano moltissimo le une dalle altre per tipologia di risposta ad uno specifico attacco.
La tecnica di kokyu-nage è la proiezione dell’avversario ottenuta attraverso un’azione del kokyu, cioè estendendo all’esterno il proprio Ki (generando quindi proprio kokyu) dopo aver coinvolto in questa azione il Ki dell’avversario (utilizzando quindi il kokyu dell’avversario).
Il kokyu è quindi quel particolare movimento del Ki che si manifesta esteriormente attraverso il movimento del corpo che segue il movimento del Ki ; ciò vale sia quando si agisce come tori (cioè colui che esegue la tecnica di difesa) sia come uke (cioè il partner d’allenamento che si presta ad attaccare ed a ricevere l’effetto delle tecniche eseguite dal tori).
Avere un forte kokyu significa possedere un’elevata capacità di espressione e di controllo dell’estensione all’esterno del proprio Ki e padroneggiarlo in modo che il corpo irradi sempre il Ki in modo vigoroso in ogni circostanza: in tale modo si riesce a muoversi ed a proiettare l’avversario senza fatica e con estrema naturalezza ed efficacia, per effetto dello sfruttamento dell’energia interiore e della forza fisica dell’avversario, piuttosto che per effetto dell’impiego della propria forza fisica ed energia interiore.
Anche per portare gli atemi con efficacia (cioè i colpi a percussione portati con gli arti) è richiesto un forte kokyu e quindi non basta possedere una buona tecnica di atemi.

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Pubblicato la prima volta su
http://www.endogenesi.it/kokyu.htm

Il Ki


Ki: 気 o anche 氣 (forma più antica)

Il  Ki 氣 è rappresentato dall’ideogramma giapponese 氣 che, nei caratteri della scrittura kanji, raffigura il vapore che sale dal riso in cottura. Significa spirito, ma non nel significato che tale termine ha nella religione bensì nel significato del vocabolo latino spiritus, cioè soffio vitale, energia vitale.

di CLAUDIO PIPITONE

Il riso, nella tradizione giapponese, rappresenta il fondamento della nutrizione e quindi l’elemento del sostentamento in vita ed il vapore rappresenta l’energia sotto forma eterea e quindi quella particolare energia cosmica che spira ed aleggia in natura e che per l’Uomo è vitale.
Nella nostra cultura tradizionale occidentale, il significato del termine latino spiritus di cui il vocabolo 氣 Ki è termine equivalente, traduce la parola greca πνευµα (pneuma, il soffio vivificatore) da πνειν (soffiare) e questa a sua volta traduce la voce ebraica  rû:ăћ (accento sulla u e suono gutturale aspirato finale).
Il vocabolo ebraico  rû:ăћ (che a differenza degli altri termini è invece un sostantivo femminile), in relazione all’ambito della natura indica il soffio del vento, in relazione all’ambito di Dio significa la sua forza di creare la vita e di imprimere un senso alla storia, in relazione all’ambito dell’Uomo ne indica non solo il suo essere vivo, ma anche il suo respiro ed il suo alito.
Il 氣 Ki è dunque anche l’energia cosmica che sostiene ogni cosa.
L’essere umano è vivo finché è percorso dal 氣 Ki e lo veicola scambiandolo con la natura circostante: privato del 氣 Ki l’essere umano cessa di vivere e fisicamente si dissolve.
Finché veicola il 氣 Ki in modo vigoroso attraverso il proprio corpo e lo scambio con la natura circostante è abbondante, l’essere umano è pieno di vita, di coraggio, di energie fisiche ed interiori; quando invece nel suo corpo la carica vitale del 氣 Ki è carente, l’essere umano langue, è debole, codardo, rinunciatario.
Nell’allenamento di Aikido facciamo ogni sforzo per imparare a riempire il nostro corpo con il 氣 Ki ed a veicolarlo energicamente; pertanto è necessario comprendere bene la profonda natura del 氣 Ki ed imparare a riconoscerne le manifestazioni e gli effetti, i quali vanno sotto il nome di Kokyu.
Kokyu a sua volta significa manifestazione del 氣 Ki all’esterno del nostro corpo fisico ed anche estensione del Ki all’esterno; significa anche esercitare il 氣 Ki al fuori di noi interagendo con l’ambiente circostante.
Le parole Kokyu-Ho e Kokyu-Nage si riferiscono ad una parte fondamentale ed imprescindibile dell’Aikido e pertanto ricorrono molto sovente.
La pratica dell’Aikido mira a realizzare l’Ai-Ki nella vita interiore dell’uomo e nella sua manifestazione esteriore: questa esteriorizzazione è denominata nella lingua giapponese con il termine Kokyu. La realizzazione dell’Ai-Ki è infatti la manifestazione di uno stato di totale controllo del corpo che vive ed agisce in perfetta armonia con le leggi naturali e cosmiche. Tuttavia, sebbene questo stato sia raggiungibile sotto il controllo dell’esercizio della volontarietà in modo relativamente facile, il requisito fondamentale dell’Ai-Ki è l’assoluta spontaneità ed istintualità dei propri movimenti, per quanto precisi essi siano. Le azioni passano dallo stato di consapevolezza volontaria a quello di libera istintualità e perciò si dice che la disposizione, l’atteggiamento interiore e l’attenzione percettiva del praticante deve essere ricettiva e conforme ad adattarsi alle situazioni.
Nella disciplina dell’Aikido con il termine istintualità s’intende quell’istintività non naturale, cioè che nessuno possiede in modo innato e spontaneo, ma che un’abitudine frutto di un allenamento particolare può far penetrare nei meccanismi istintivi naturali e consolidarli ad essi, radicandoli nell’istinto naturale come se questi fossero stati conferiti insieme alla nascita.
Per fare un esempio: sono reazioni istintuali le complesse reazioni istantanee fra di loro combinate ed armonicamente sincronizzate quali le azioni contemporaneamente esercitate su freno, frizione, cambio, acceleratore, volante, che quando siamo alla guida di un autoveicolo poniamo in essere in situazioni d’emergenza senza pensare ai gesti che
compiamo, mentre il ritrarre istantaneamente la mano senza pensare e premeditare il gesto che si compie quando questa è scottata da una fiamma, questo è invece un gesto istintivo.
Secondo la tradizione orientale e specificamente delle arti marziali giapponesi, esistono tre sedi naturali in cui il 氣 Ki si localizza che nella lingua giapponese sono denominate tanden 丹田, le quali non sono però delle vere e proprie sedi fisiche, materiali, corporee, ma sono dei punti virtuali dove viene localizzata la cosiddetta presenza mentale del praticante e precisamente: il Kikai Tanden 気海丹田, la sede viscerale; il Chudan Tanden 中段丹田, la sede mediana ed il Jodan Tanden 上段丹田, la sede superiore dei centri vitali dell’uomo.

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Masakatsu Agatsu Katsuhayabi: la Corretta Vittoria nell’Aikido


O'Sensei

O'Sensei

Nell’Aikido il successo nell’azione di disimpegno dal combattimento é indicato come il traguardo della corretta vittoria (dal Fondatore chiamata 正勝 masakatsu), per raggiungere la quale occorre allenare non solo il corpo ma soprattutto lo spirito per conquistare la padronanza di sé stessi (dal Fondatore chiamata 吾勝 agatsu, cioè vittoria su di sé stessi) al fine di conseguire la capacità interiore della rinuncia al confronto, privilegiando sempre ed in ogni caso la strada del superamento del conflitto attraverso il disimpegno dall’antagonismo e dal combattimento.

di CLAUDIO PIPITONE

In questo modo l’Aikido persegue un tipo di difesa che vanifichi l’attacco dell’avversario controllando perfettamente la sua azione fin dal suo insorgere (condizione che il Fondatore definiva 勝早日 katsuhayabi), senza giungere a produrgli dei danni e delle offese: l’aikidoista si pone cioè nella condizione di salvaguardare la propria incolumità concedendo nel contempo all’avversario l’opportunità di convincersi a desistere dai suoi propositi offensivi, prima che l’aikidoista debba ricorrere, per legittima difesa, ad azioni coercitive nei confronti dell’avversario nel caso questi perseverasse nei suoi propositi offensivi reiterando il suo attacco.
La corretta vittoria indicata dal Fondatore e perseguita dall’Aikido (正勝 吾勝 masakatsu agatsu) si consegue dunque quando si è riusciti innanzi tutto ad evitare di ricevere un danno a seguito di un attacco offensivo, ma questo risultato da solo non è sufficiente se contemporaneamente non si riesce a rimuovere all’origine ed esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza (勝早日 katsuhayabi) [1] anche la minaccia da cui il danno potenziale poteva giungere.
Per ottenere ciò all’aikidoista non è sufficiente evitare le possibili conseguenze negative che possono derivargli dagli attacchi di potenziali avversari; è anche indispensabile che ai potenziali avversari si renda possibile la convivenza civile e la conciliazione con l’aikidoista stesso, utilizzando quindi un’azione difensiva nei confronti dell’avversario che non gli infligga già fin dall’inizio dei danni irreparabili, poiché questi giungerebbero a bloccare un possibile eventuale positivo mutamento delle relazioni dell’avversario nei confronti dell’aikidoista, in direzione meno conflittuale.
L’Aikido, offre infatti la possibilità di scegliere un’azione di difesa estremamente efficace ma non offensiva e qualora questa scelta sia sufficiente a consentire di ottenere il perfetto controllo dell’avversario (勝早日 katsuhayabi) e quindi la positiva risoluzione del conflitto, ciò avviene senza obbligare l’aikidoista a ricorrere all’offesa per realizzare la propria difesa.
Il bagaglio tecnico dell’Aikido, estremamente ampio e flessibile, consente di scegliere una condotta d’intervento sull’azione avversaria anche solamente per stornarne gli effetti potenzialmente dannosi; in secondo luogo consente l’eventuale recupero dell’avversario nei confronti delle sue relazioni con l’aikidoista in quanto l’avversario, non essendo riuscito nel suo iniziale intento offensivo e non avendo ancora subìto nel contempo dei danni dall’azione difensiva dell’aikidoista, è ancora in tempo a scegliere non solo di desistere dal suo manifestato atteggiamento offensivo nel timore di dover soccombere qualora insistesse nel suo proposito, ma può ancora anche scegliere di lasciarsi di buon grado condurre dall’aikidoista verso il concepimento di un bene comune superiore a quello del conflitto da lui originato ed eventualmente, memore del rispetto ricevuto, lasciarsi condurre verso la realizzazione di una socializzazione ed una pacificazione che lui prima non concepiva.
È questo il modo in cui, entro certi limiti, l’Aikido può consentire di rispettare l’integrità dell’avversario offrendo nel contempo all’aikidoista la possibilità di sottrarsi agli effetti dannosi dell’attacco di cui è fatto oggetto: il bagaglio tecnico dell’Aikido è talmente ampio e diversificato da consentire all’occorrenza di portare anche efficaci azioni coercitive sull’avversario e la sua integrità, in questo caso, potrà essere condizionata dalla possibilità da parte dell’aikidoista di mantenere comunque prioritariamente la propria incolumità, in accordanza con il principio fondamentale della salvaguardia del diritto alla legittima difesa in funzione dell’imperativo naturale dettato dalla legge dell’istinto di sopravvivenza.
L’aspirazione a realizzare queste condizioni rendendo possibile porre in atto la propria difesa senza dover obbligatoriamente ricorrere all’offesa, è il traguardo spirituale ed il valore etico e morale che l’Aikido propone alla società civile. 

Note [1]

Condizione analoga a quella realizzata nel Buddhismo Zen ed indicata come: “qui ed ora”

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L’Aikido e la Risoluzione dei Conflitti


Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Simone Chierchini Sensei in Bogotà, Colombia (2010)

Nell’Aikido trova piena applicazione il tipico concetto orientale del principio di non resistenza nella sua più alta espressione, il quale esprime esattamente il concetto opposto del noto principio occidentale frangar, non flectar. È importante però evidenziare come il concetto di non resistenza non significhi restare imbelli nei confronti di un ipotetico avversario; significa invece che la scelta fondamentale e prioritaria fra tutte le opzioni possibili volte alla risoluzione di un conflitto, consiste innanzi tutto nella ricerca della massima conservazione della propria integrità fisica, la quale è possibile solamente quando ci si faccia scivolare di dosso il peso del conflitto senza subire le conseguenze che derivano dalla contrapposizione forza contro forza.

di CLAUDIO PIPITONE

Il tipico esempio orientale del ramo del salice che flettendosi sotto il peso della neve abbondante se la fa scivolare di dosso lasciando che cada a terra per effetto della stessa azione del suo peso ed in questo modo si mantiene ben integro e vegeto, simboleggia giustamente il principio di non resistenza, al contrario del ramo della quercia che invece, non potendo sopportare lo stesso carico di neve e non volendosi piegare, si spezza e muore.

Il principio di non resistenza, non rende dunque imbelli o non porta ad accettare supinamente gli eventi ed il compimento dei fatti, bensì educa e favorisce lo svilupparsi della capacità di sottrarsi agli eventuali effetti negativi delle azioni altrui, lasciando che queste ultime si esauriscano naturalmente senza che, per questo, ne derivi un danno per l’aikidoka. Solo in questo modo si può giungere alla condizione di rendere vana la voglia e la volontà aggressiva di un eventuale avversario e rimuovere quindi all’origine il presupposto del suo attacco (condizione chiamata dal fondatore: shin bu); infatti quand’anche, rimanendo nella logica occidentale del frangar, non flectar, si riuscisse a sconfiggere l’avversario, poiché anche costui è in tale logica ed avendo di conseguenza subìto sicuramente dei danni, avrà ancora di più la voglia e la volontà di rifarsi, alla prima occasione. In tal modo la difesa è solamente provvisoria ed apparente e si rimane esposti facilmente all’evenienza di essere nuovamente attaccati dall’avversario, che quindi continuerà a costituire una continua e costante minaccia.
La finalità dell’Aikido non è dunque rivolta al combattimento né alla difesa personale, pur utilizzando per la sua pratica uno strumento tecnico che deriva dall’arte militare dei samurai giapponesi; l’Aikido mira infatti alla corretta vittoria (dal fondatore chiamata: masakatsu) che consiste nella conquista della padronanza di sé stessi (dal fondatore chiamata: agatsu, cioè la vittoria su di sé stessi), resa possibile soltanto da una profonda conoscenza della propria natura interiore. Con questo il fondatore dell’Aikido voleva affermare che se vuoi cambiare il mondo occorre cambiare sé stessi e ciò significa che se si vuole veramente acquisire quella capacità che il fondatore dell’Aikido definiva katsuhayabi, cioè di padroneggiare l’attacco proveniente da un potenziale avversario esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza,[1] occorre aver preventivamente acquisito la capacità di padroneggiare pienamente se stessi.
Questo è l’ambizioso traguardo spirituale, morale e sociale dell’Aikido, che chiede all’aikidoka di essere sempre prioritariamente disposto a rinunciare alla finalità di ricercare la sconfitta di colui che si è posto nel ruolo di avversario, al contrario delle usuali discipline di combattimento che invece accettano di lasciarsi coinvolgere nell’antagonismo ed in tale ruolo si prefiggono lo scopo prioritario della risoluzione del conflitto attraverso il combattimento, cercando a tutti i costi di infliggere dei danni all’avversario anche a costo di ricevere anch’essi danni notevoli, pur di essere riusciti a portare comunque i propri attacchi all’avversario.
Questa concezione della risoluzione del conflitto che il fondatore dell’Aikido definiva shin bu, cioè corretta vittoria intesa come katsuhayabi, vale a dire superamento del conflitto qui ed ora, esattamente nella circostanza e nell’istante del suo insorgere, senza antagonismo e senza combattimento, costituisce un irrinunciabile valore etico e morale di cui l’Aikido è portatore nel mondo.

[1] Condizione analoga a quella realizzata nel Buddhismo Zen ed indicata come: qui ed ora

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Postilla a “McDojo” di Marco Rubatto


Claudio Pipitone Sensei a Pinerolo (2011)

Claudio Pipitone Sensei a Pinerolo (2011)

Il recente articolo di Marco Rubatto McDojo: Fraintendimenti e/o Imposture da Dojo, in cui Marco ci mette in guardia dai truffaldini del tatami, dandoci al proposito alcune ottime indicazioni sul come riconoscerli, necessita di una postilla chiarificatrice, qui affidata alla voce autorevole di Claudio Pipitone

di CLAUDIO PIPITONE

Innanzi tutto sono assolutamente d’accordo con il M° Marco Rubatto sul fatto che non solo molti dojo, ma spesso anche intere associazioni e federazioni aikidoistiche demonizzino presso i loro allievi gli altri dojo ed associazioni e/o federazioni nel timore che in un eventuale confronto i propri allievi possano realizzare delle differenze qualitative e di serietà a scapito loro. Sicuramente questo tipo di “proibizionismo” è un valido campanello di allarme sul fatto che il dojo stesso o la associazione/federazione sono ben consci di offrire una didattica qualitativamente insufficiente o fors’anche fasulla. Questo aspetto a mio parere non deve però essere frainteso con il consiglio che anch’io mi sento di dare al principiante, di non sperimentare didattiche di scuole diverse contemporaneamente alla propria fintantochè non abbia raggiunto un livello minimo di maturità aikidoistica, perchè non avendo ancora la sufficiente esperienza per effettuare la corretta valutazione delle differenze esistenti fra le didattiche ancorchè tutte serie e valide ma di scuole differenti,rischia di fare un’insalata russa fra approcci alla pratica che, pur equivalendosi, sono talvolta formalmente e tecnicamente diversi fra di loro. Il rischio che corre il principiante in questo caso, è di subire un disorientamento a scapito della propria formazione nel delicato momento in cui deve gettare le basi iniziali a fondamento della propria pratica,.proprio quando nel corso dell’apprendimento del metodo didattico della propria scuola il principiante incontra già di per sè dubbi sulla corretta applicazione di quanto gli viene insegnato e necessita maggiormente dell’assistenza del proprio maestro al fine di correggere gli errori d’impostazione e di esecuzione che naturalmente sorgono sempre nella prima fase del’apprendimento. Personalmente consiglio al principiante, almeno fino alla soglia di yudansha, non solo di seguire una unica didattica ma anche, possibilmente, lo stesso insegnante laddove la scuola si avvalga dell’opera di più istruttori. E’ un po’ come quando il contadino lega la pianticella in crescita ad un bastoncino rigido che la sorregga verticalmente fintantochè non abbia acquistato la sufficiente robustezza per ergersi da sola: secondo me non deve essere vista come una costrizione, ma uno strumento per una crescita sicura e salda in verticale, allo stesso modo dell’aikidoista principiante. Mi riferisco naturalmente non tanto alle inevitabili differenze fra maestri/dojo dello stesso stile e scuola aikidoistica, ma alle differenze didattiche fra scuole che pur serie e valide hanno però delle impostazioni didattiche differenti, come ad esempio fra Aikikai o Ki-no-kenkyukai oppure Iwama, dove un principiante avrebbe difficoltà ad apprezzare il differente approccio alla medesima realtà aikidoistica. In questo rispetto, vorrei sottoporre al’attenzione dei lettori una mia altra riflessione,  in cui sostengo un punto di vista apparentemente inverso, tuttavia riferito ad aikidoisti esperti, non ai principianti come nel caso precedente. La contraddizione è solo apparente, e serve a dimostrare come l’Aikido sia uno, ma le sue interpretazioni e didattiche abbiano anche forti differenze. L’Aikido è una trasmissione da Maestro a Discepolo dove il Discepolo rispecchia il proprio Maestro. Personalmente sono convinto che se, ad esempio, un allievo della scuola Iwama venisse scrutinato da una Commissione d’esame della scuola KinoKenkyuKai  o se un allievo della scuola KinoKenkyuKai venisse scrutinato da una Commissione d’esame della scuola Iwama, probabilmente sarebbe imbarazzante per entrambi, perchè si è un po’ perduto il senso di quale sia il minimo comune denominatore dell’Aikido, cioè quale sia l’essenza dell’Aikido che deve percorrere trasversalmente i vari stili delle varie scuole fondate dai principali allievi di O’ Sensei. Troppo spesso si valuta la prestazione aikidoistica più nella forma che nella sostanza rappresentata dalla capacità di esprimere, attraverso i movimenti, la qualità del proprio Kokyu, della fermezza dell’Hara, dell’empatia e sincronizzazione fra uke e tori, cioè di quelle parti dell’Ai-Ki che prescindono dal formalismo tecnico e che, alla fin fine, forniscono efficacia al movimento compiuto. Sotto questo punto di vista, quindi, ritengo persino possibile che una Commissione d’esame della scuola Iwama possa validamente scrutinare un allievo della scuola KinoKenkyuKai e viceversa, ma purtroppo assistiamo da parte di ciascuna scuola ad una ottusa difesa ognuno del proprio orticello, quando non si senta addirittura dire che il proprio stile è l’unico a rappresentare l’autentica trasmissione del messaggio del Fondatore.

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Difesa Personale Nell’Aikido


Claudio Pipitone e Morihiro Saito Sensei a Iwama

Claudio Pipitone e Morihiro Saito Sensei a Iwama (1974)

Questo articolo di Claudio Pipitone, che presentiamo diviso in tre parti, vuole sfatare il concetto spesso sbandierato dai praticanti di altre arti marziali, secondo cui “la miglior difesa è l’attacco, per poter colpire per primi”; essi sono convinti che la difesa della persona si realizzi esclusivamente attraverso l’offesa fisica dell’altra persona, al fine di ridurla all’impotenza fisica di agire, e ritengono che questa sia la condizione necessaria alla vittoria nella risoluzione di un conflitto fisico. Queste persone non riescono a concepire l’impostazione aikidoistica secondo cui vincere significa invece “non prenderle anche a costo di rinunciare a darle”, e non riescono quindi a capacitarsi come l’Aikido abbia come priorità pratica e concreta quella di evitare i colpi eventualmente indirizzati verso l’aikidoista, piuttosto che infliggere prioritariamente dei colpi all’avversario.

di CLAUDIO PIPITONE

La difesa personale e l’arte marziale nell’Aikido
L’Aikido non è una disciplina finalizzata al combattimento nel senso della ricerca dell’attacco risolutivo e del colpo offensivo definitivo, ma si fonda invece sulla ricerca del migliore comportamento difensivo atto ad evitare la contrapposizione e favorire il disimpegno dal combattimento, con la finalità di rimanere incolumi da danni ed offese: occorre quindi tener ben conto di questa sua peculiare caratteristica quando si voglia parlare dell’Aikido nei termini di Arte marziale e/o strumento di difesa personale.
Quando le tecniche di Aikido venissero usate per attaccare per primi allo scopo di portare un’offesa anziché usare queste tecniche per la difesa, esse verrebbero di fatto private del fulcro portante su cui si basa e si fonda la loro efficacia, cioè lo sfruttamento della dinamica e dell’energia dell’avversario a proprio vantaggio.
La difesa perseguita nell’Aikido diventa perfetta quando realizza quel comportamento che ottiene la perfetta immunità dell’aikidoista da danni ed offese: pertanto questo obiettivo viene sicuramente raggiunto innanzi tutto quando l’aikidoista riesce a non farsi coinvolgere in un combattimento oppure, in subordine a ciò, quando riesce a vanificare l’attacco dell’avversario ed a farlo desistere dai suoi propositi aggressivi ed offensivi.

L’efficacia delle tecniche di Aikido
Nell’Aikido si opera una distinzione preliminare per definire cosa s’intenda specificamente per “efficacia”.
Se s’intende l’efficacia sotto il profilo prioritario ed esclusivo della difesa in quanto tale, allora l’Aikido può considerarsi idoneo ed efficace nel raggiungere lo scopo della difesa personale, mentre se si intende invece l’efficacia seguendo il principio assai diffuso secondo cui il concetto di difesa è visto sotto il profilo prioritario di riuscire ad arrecare all’avversario un’offesa risolutiva del conflitto prima che l’avversario sia riuscito a portare il proprio attacco risolutivo, allora la risposta non è più certa, poiché non è questa la finalità dell’Aikido dichiarata dal suo Fondatore, Morihei Ueshiba.
Infatti secondo i principi dell’Aikido la difesa che consente la risoluzione del conflitto non si ottiene nel momento in cui si è causato all’avversario un’offesa od un danno risolutivo, poiché in questo caso si devono porre in essere strategie e tattiche volte all’offesa e non alla difesa e non si deve più quindi parlare di tecniche di difesa personale ma di offesa personale, raggiunta attaccando possibilmente l’avversario prima che sia lui ad attaccare.
In quest’ultimo caso, poiché le tecniche di difesa personale impiegate nell’Aikido sono invece, secondo i principi di questa disciplina, estremamente specifiche nel prevedere il compito della difesa, al punto che nella pratica dello studio dell’Aikido sono prefissati i ruoli di attacco e di difesa, difficilmente esse manterrebbero la loro piena efficacia nel momento in cui fossero stravolte nella loro naturale e nativa impostazione, cioè nel fine e nello scopo specifico per cui esse sono concepite, il quale non è quello di arrecare un’offesa attaccando per primi, ma quello della realizzazione di un’efficace risposta di difesa basata sul contrattacco.
Perciò quando si affronta la questione dell’efficacia delle tecniche di Aikido è bene tener sempre presente che l’arte strategica e la specialità tecnica distintiva di questa disciplina è quella di perseguire un’azione tattica mirata ad evitare la contrapposizione fin dal suo possibile insorgere, attraverso uno specifico comportamento di disimpegno difensivo, non finalizzato all’attacco né tanto meno all’offesa.
La priorità strategica dell’aikidoista nella scelta della sua azione tattica difensiva è quindi quella di arrivare alla risoluzione del conflitto senza subire offesa, impiegando le tecniche dell’Aikido non nella ricerca di riuscire ad infliggere dei danni risolutivi all’avversario, ma essenzialmente al fine di disimpegnarsi da lui e dal combattimento stesso.
Nel contesto aikidoistico non si prende ovviamente in considerazione l’uso a distanza delle armi da fuoco, ma esclusivamente le possibilità di offesa e di difesa offerte dal corpo umano a mani nude e consentite dal corpo a corpo, anche eventualmente con l’impiego delle tradizionali armi bianche; i criteri di difesa su cui si fonda l’Aikido mantengono però tutta la loro valenza strategica, etica e morale, anche nel caso di conflitti che vedano la contrapposizione di armi differenti, cambiando naturalmente la parte tattica in modo opportuno ed adeguato secondo l’esigenza d’uso e di impiego richiesto dai sistemi d’arma utilizzati.

Fine della Prima Parte

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I Principi dell’Aikido – Parte 2


Kawamukai Sensei spiega una tecnica (Coriano, 2011)

 I Principi dell’Aikido – Parte 1

L’aikido è una disciplina sorta dalle antiche Arti Marziali giapponesi e costituisce un’eccellente difesa personale.
Occorre però dire che per conseguire tale scopo non è sufficiente apprendere solamente i movimenti e le tecniche di difesa: per ottenere un risultato efficace occorre che questi vengano effettuati con una particolare capacità ed abilità di carattere interiore

di CLAUDIO PIPITONE

Normalmente nelle altre arti marziali ci si preoccupa di insegnare, attraverso appropriati movimenti, un insieme di tecniche lasciando a ciascun praticante il compito di svilupparne l’efficacia a seconda delle proprie capacità, attraverso lo studio dell’esercizio molte volte ripetuto. Questo atteggiamento è simile a quello dello sport, ove ognuno ottiene risultati proporzionali alle capacità che gli sono proprie. In tutti gli sports, infatti, ci si basa sull’utilizzo del bagaglio di capacità che, l’atleta possiede innate ed attraverso lo sfruttamento delle quali egli perverrà ad un determinato livello di rendimento sportivo ed agonistico.
L’aikido opera invece in senso inverso: la difesa personale e gli obiettivi pratici dell’antico “Ju-Jutsu” si conseguono spontaneamente senza porre loro un’intenzione particolare; essi costituiscono piuttosto il pretesto ed insieme lo strumento per raggiungere il fine di ottenere il risveglio, il potenziamento e la vigorosa manifestazione delle capacità psicofisiche che l’uomo possiede e la realizzazione delle quali costituisce il traguardo e la meta ultima di questa disciplina.
Infatti sappiamo che attraverso ogni porzione di spazio, piccolo o grande che sia, si intrecciano continuamente un numero infinito di elementi sonori, elettrici, magnetici e di ogni natura, che non possono tutti essere captati dagli organi dei cinque sensi.
Per apprenderli l’uomo ha dovuto costruire, avvalendosi della propria intelligenza, delle apparecchiature artificiali che sono in grado di raccogliere queste realtà che sfuggono alla sua percezione.
Ora se le sensazioni ad esempio del suono e della luce vengono avvertite dall’uomo mediante messaggi sonori e luminosi che giungono alle sue orecchie ed ai suoi occhi, per analogia si può ragionevolmente supporre che anche un certo tipo di sensazioni, quelle interiori, possano essere recepite e trasmesse mediante messaggi analoghi, attraverso idonei canali.
Coloro che praticano l’aikido constatano, attraverso il costante affinamento delle proprie capacità psicosensoriali che, in realtà, e veramente così: elementi di sensazioni interiori ci circondano ovunque ed in ogni momento, e se normalmente l’uomo non li può captare è solamente perché gli organi che la natura gli ha fornito a tale scopo non sono efficienti, per cui normalmente questi sfuggono alla sua coscienza. Eppure l’uomo ha conosciuto, in tempi molto antichi, questo “sesto senso”, ed in parallelo gli altri suoi cinque sensi – vista, udito, odorato, gusto, tatto – erano allora enormemente più sviluppati di oggi allorché egli era a diretto contatto con la natura.
Successivamente con il sorgere ed il galoppante sviluppo della civilizzazione e delle strutture sociali che ci portano sempre più a dipendere l’uno dall’altro e a delegare all’esterno la guida e la tutela di noi stessi, è grandemente diminuita la capacità di vivere e di affrontare le circostanze unicamente basandosi sulle risorse naturali che ciascuno porta dentro di sé. Quindi i nostri sensi, non più abili ed esercitati, sono diventati deboli, grossolani e talvolta fallaci. E’ questo, certo, il prezzo più oneroso con cui l’uomo moderno paga la sua dipendenza dagli strumenti che il progresso scientifico e tecnico gli offre per condurre una vita più piacevole e più comoda di un tempo.

L’identica cosa è avvenuta per quello che abbiamo in precedenza denominato “sesto senso” (vale a dire la capacità di ricevere sensazioni di tipo interiore): esso si è quasi totalmente estinto da quando l’uomo ha cessato di esercitarlo nei suoi rapporti con l’esterno.
Gli animali lo hanno invece conservato! E’ indubitabile infatti la capacità e la finezza con cui un cavallo può determinare la personalità ed il carattere dell’uomo che gli siede in groppa; oppure come un cane può immediatamente stabilire e valutare l’onestà e le intenzioni di un estraneo o captarne una disposizione d’animo ostile; o come tutti gli animali in genere avvertano la presenza di un pericolo incombente od imminente. Questi sono tutti esempi di come agisce quello che abbiamo chiamato “sesto senso”.
Si pone ora il problema di come sviluppare ed affinare questa nostra capacità di carattere interiore; conoscerne la dinamica e padroneggiarla.
Una strada per raggiungere tale obiettivo è costituita dalla disciplina dell’aikido: essa è una « Via » per la conquista dell’armonica coordinazione del corpo con lo spirito. Quando il fisico e la mente sono coordinati insieme, essi si esprimono come un’unica cosa, in perfetta armonia fra di loro, e quindi amplificano e potenziano reciprocamente le rispettive qualità: inoltre ottenuto uno spirito calmo ed equilibrato, è possibile captare, anche nelle più piccole sfumature, quelle sensazioni di tipo interiore che provengono dall’esterno.
Il grande maestro e fondatore dell’AIKID0, Ueshiba Morihei, usava dire che se si riesce a leggere con nitidezza nell’avversario il suo slancio interiore, è preferibile curarsi solamente di quello, poiché il suo corpo si muoverà nella scia di tale slancio e solo ad esso rimarrà collegato.
L’avversario non potrà mai colpire e vincere l’Aikidoista che abbia acquisito e padroneggi quest’arte essendo essa insuperabile in quanto arriva direttamente alla radice ed all’origine di ogni azione e dinamica dell’uomo: quella interiore.
Questo è il retaggio della disciplina dell’aikido che tradotto dalla lingua giapponese significa « Strada dell’armonica coordinazione (del corpo) con lo spirito », unica ed ultima meta che deve essere ricercata da coloro che lo praticano.
Infatti come si è detto all’inizio, pur traendo origine da un’Arte Marziale, l’aikido non è puramente uno strumento di difesa personale, anche se possa essere facilissimo per l’aikidoista sconfiggere un eventuale avversario; anzi, proprio perché mira alla «Vera Vittoria» (alla vittoria assoluta), esso è una «Via» di purificazione dell’animo e del corpo per raggiungere il fine di vincere se stessi e conquistare la propria vera natura.
Per questo l’aikidoista applica, nella sua più alta espressione, il principio della «non-resistenza»: esso non significa rifuggire dall’azione od accettare supinamente il compimento dei fatti, bensì avere la capacità di sottrarsi ai loro effetti negativi lasciando che essi abbiano il loro corso e si esauriscano naturalmente senza che ne derivi un danno; solo in tal modo si può arrivare a compiere l’opera di frustrare la voglia aggressiva di un eventuale antagonista. Infatti anche se si è sconfitto il proprio avversario, fin tanto che gli sarà lasciato il desiderio di attaccare, potrà sempre ancora arrivare il giorno in cui si sarà vinti da lui. Si avrà invece conseguita una vera vittoria proprio quando si sarà riusciti a cancellare dallo spirito del proprio antagonista questa voglia di attaccare. Vincere infatti significa non aver neppure iniziato a combattere; significa essere talmente forti sia nel fisico sia nello spirito, e soprattutto in quest’ultimo, da non opporsi con la forza o con la tecnica alle azioni altrui, anche se malvagie, ma bensì essere in grado di disimpegnarci da esse ed intervenire contemporaneamente in maniera efficace per dirigerle, insieme alle nostre, ad un bene superiore e ad una realizzazione comune.
Quest’aspirazione è il traguardo spirituale che I’aikido propone alla società, unitamente all’unica forma possibile ed autentica in assoluto di difesa personale.

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Originalmente pubblicato su Rivista AIKIDO nr. 6, 1972– pag. 23
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