A Proposito delle Idee di Platone…


Idee

“L’Aikido è partire dalla forma per far sparir la forma”

Circa un mese fa AIN ha pubblicato l’editoriale di Simone Chierchini Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero, cui oggi fa seguito (come ormai da tradizione) il puntuale contrappunto di Angelo Armano sul medesimo tema, ma anche assai oltre…

di ANGELO ARMANO

Caro Simone,

possiamo anche abolirlo questo titolo, perché a molti “duri e puri” viene il disgusto di questi temi in ambito marziale. Non è il mio caso, che ad essere duro e puro ambirei non poco…
Così raccogliendo finalmente l’invito da te fattomi, provo a fornirti un contrappunto a quel tuo articolo, la cui metafora è un corretto paragone filosofico, nell’ambito del pensiero di Platone.
Platone non è un invito a nozze (generalmente scanso i matrimoni…), ma qualcosa in più: uno degli assi portanti, probabilmente la pietra angolare del mio edificio interiore nel quale nutro amore (fileo) per Sofia (la saggezza); femmina e pure intensa!
Non è un amore pensato, fatto di erudizione, ma sofferto, vibrante e palpitante alla stessa maniera di quando, senza appellarmi alla tradizione, voglio risolvere qui ed ora un problema sul tatami. Provando, rischiando, senza sapere prima come va a finire.
Naturalmente per lungo tempo, tanto lungo, troppo…ho anch’io affidato tutto il mio Aikido alle soluzioni precostituite, fidando che da loro -e solo da loro- avrei conseguito l’obbiettivo.
Oggi non mi regolo più così.
Allora potresti dire tu, e qualcun’ altro che si sia degnato di leggere le mie riflessioni nel tempo, Angelo Armano si contraddice, ripudia molte delle sue posizioni anche recenti e pure una sana filologia.
Per nulla!
La mia posizione attuale è proprio il frutto di una filologia coraggiosa, spregiudicata, tutta tesa a “guardare in trasparenza” le forme a cui disciplinatamente mi sono sottoposto e continuerò a sottopormi, ma con un essenziale capovolgimento di impostazione. Le forme sono uno specchio in cui riconoscere e affinare la mia interiorità, olisticamente ad un esercizio del corpo.
Ma il prius è l’interiorità, è l’Anima di chi pratica; non lo dico da psicologo, ma da marzialista.
Se non fosse apparso l’uomo chi avrebbe mai detto che quadrato, triangolo e cerchio sono forme sacre? E chi avrebbe mai parlato di idee (la cui radice etimologica è idein, infinito del verbo orao che in greco significa vedere, da cui il senso di immagini interne, con le quali lavorare)?

Platone nella famosa immagine michelangiolesca della cappella Sistina

Platone nella famosa immagine michelangiolesca della cappella Sistina

Ma ancor più sono e mi sento discepolo di Platone, nell’accettare pienamente l’identità del buono con il bello! E nella scelta delle forme, attraverso le quali procedere nella conoscenza dell’Aikido, e in qualsiasi altra forma di amore-conoscenza, io andrò sempre dove mi porta il cuore, dove sentirò il buono che mi piace, e il bello del buono. Sempre rispettoso dell’autorevolezza di chi si propone, mai del mero ipse dixit.
La parola estetica viene da aisthesis che implica quell’oh! di stupore, quel respiro spontaneamente trattenuto di fronte alla bellezza. Quel vissuto può arrivare -nientemeno!- ad essere il punto d’arrivo dello Yoga, il famoso sat chit ananda (essere, conoscenza, beatitudine), che alcune pratiche di quella disciplina provano a farci assaggiare, attraverso l’attenzione per il respiro e le sue pause, provocate o meno. Anche per una disciplina ascetica come lo Yoga, quella bellezza è un faro.
La dottrina dell’Anima, i cui valori sono: bellezza, saggezza e verità, è un altro caposaldo della filosofia di Platone, e nell’essere marziali, nel fare Aikido in particolare, l’ultima cosa che possiamo fare è metterla da parte. Osensei non ce lo consente:
“Il budo è una strada divina… la base del vero, del buono e del bello. Riflette l’assoluto e illimitato lavoro interiore dell’Universo”. Più filosofico, più psicologico, più platonico di così, O Sensei non potrebbe essere! Confermandoti caro Simone, che sei nel giusto da aikidoista, a rivolgerti a Platone.
E’ l’anima che gusta delle idee originarie, degli archetipi per dirla con Jung che altrettanto platonico era. Le belle forme, le belle idee, le belle “tecniche”, possono compensare le brutture riequilibrandoci, divenendo persino terapeutiche, e sebbene possiamo essere tentati di collocare l’Iperuraneo in qualche sfera celeste, è solo attraverso l’interiorità che possiamo averne percezione. E’ dentro di noi che acconsentiamo al bello, riconosciamo il bello. Quindi anche le forme dell’Aikido, quelle che per alcuni sono le forme sacre, la Bibbia, solo attraverso l’interiorità possono venire fecondamente intese.

In quel libro che con tanto affetto tu hai recensito intervistandomi, a pag. 19, io metto vicine due espressioni di Morihei Ueshiba; la prima, la più tradizionale, denuncia già la visione evolutiva e non fissa o “fissata”, di quello che noi addetti ai lavori chiamiamo kata. Non è quella forma, e solo quella a dispetto di un’altra, che ci evolve.
“Anche se il nostro cammino è completamente diverso dall’arte dei guerrieri del passato, non è necessario abbandonare totalmente le antiche tradizioni. Assumiamo le venerabili tradizioni marziali nell’Aikido vestendole di abiti nuovi e prendiamo a fondamento gli stili classici, per cercare nuove e migliori forme”.
Siccome sulle parole si può arzigogolare sofisticamente (e avrebbe pure una sua dignità, fatto da un Gorgia), prima di imbarcarci su una polemica nominalistica, prendiamo subito in esame l’altra espressione e compariamola:
“L’Aikido non ha forme predeterminate perché è lo studio dello spirito”.
Come la mettiamo?

Soprattutto perché non è un’espressione isolata, in quanto Ueshiba Morihei Okina (il vecchio Osensei) rincara la dose:
“L’Aikido è partire dalla forma per far sparire la forma”.
Se aggiungessimo una colonna sonora un po’ solenne, il discorso dovrebbe finire qua.

“Il segreto dell'aiki, è di sovrastare mentalmente l'opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

Poiché amo O Sensei, ma come ho detto sopra non mi faccio soggiogare dall’ipse dixit, proseguiamo nella disamina dell’argomento.
“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”.

Potrebbe apparire tranquillamente anche questa una espressione del Fondatore, ma non lo è!
Se maestro è colui che ci insegna o ci ha insegnato qualcosa, allora è il maestro di Ueshiba che parla. E ho scelto un “carattere” diverso proprio a voler rappresentare plasticamente, esteticamente la diversità di personalità, tra Sokaku Takeda e Morihei Ueshiba, pur in accezioni talmente simili…da sembrare identiche.
Non è questa la sede in cui mi dilungherò nei dettagli delle fondamentali differenze, soprattutto dal punto di vista dell’interiorità, tra Aikido e Aikijujitsu. Il terreno comune però è tanto evidente, quanto generalmente disatteso nella pratica dell’Aikido!

Di quali forme ci serviamo per strutturare il corpo, è un problema relativo, come dice il demone (alias Issai Chozanshi) nella sua “diceria sulle arti marziali”. E’ fondamentalmente una questione di scelta, di gusto, di estetica.
Quello di cui non si può fare a meno assolutamente è il lavorio interiore.
Andiamo allora al santuario delle forme, alla didattica del grandissimo Saito Morihiro.
Pensiamo per un attimo ad alcune delle caratteristiche del kihon: uke mi prende forte (alcuni dicono al 70%) ed io, utilizzando angoli e leve riesco a fare la tecnica, la forma prefissata.
E’ uno schema che ha una sua utilità, ma domandiamoci a cosa serve per davvero.
A mio giudizio, serve a rassicurare il principiante che non è dogmatico essere sovrastati da chi ha più forza di noi, e che abbiamo delle risorse anche se siamo spaventati. Soddisfatto questo livello e servendocene pure per esercitare il corpo, per confrontarci con degli stilemi, siamo lontanissimi da una benché minima possibilità di applicazione reale.
Se, al solo scopo di fare un esempio, tori si sposta con un movimento angolare rispetto ad uke che lo fronteggia, per quale motivo chi mi fronteggia non può spostarsi a sua volta, proprio per continuare a fronteggiarmi?
E siamo daccapo!
Problematiche di questo tipo sono all’origine della proliferazione delle tecniche, dei loro dettagli e dei diversi livelli elementali (terra, acqua fuoco, aria…) in un discorso che si frantuma sempre più, all’inseguimento della conoscenza perfetta che, esclusivamente per questa via, non arriverà mai. Su questo stesso livello, i diversi ryu del jujitsu potenzialmente pari sono.
E’ ovvio anche per me, che continuo a studiare le forme e i loro dettagli, in proporzione diretta all’incidenza della corporeità nella mia pratica di Aikido, che però, guarda caso, …è lo studio dello spirito.

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“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”

“Parola del Signore!” come enfaticamente ripete una persona a me cara, alias Paolo Corallini shihan. Non a caso lui che la sa lunga, ripete anche: “Aikido ga goriteki desu” (L’Aikido è razionale.), aggiungendo poi a voce più bassa “Quello visibile…”.

Allora se è lo stesso Saito sensei, riportato da Paolo, a dire senza mezzi termini:
“Se il peso di uke non va a finire completamente sulle punte dei piedi o sui talloni le tecniche di Aikido sono inapplicabili.”, come facciamo a portare questo peso nei punti indicati?
Tirando o spingendo?
E uke che fa, sta fermo? Non reagisce? Ci compiace?
Se ci fermiamo alle forme, siamo daccapo un’altra volta! Nel mondo delle idee, non quelle platoniche, ma nelle più mentalistiche astrazioni…

Cos’è che fa saltare a piè pari questa aporia, ponendoci in un livello completamente diverso (e pur mai definitivo di possibilità), rendendo plausibile sia lo studio dello spirito, sia l’ennesima espressione di Morihei Ueshiba:
“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”?
Quella dannata parolina (non il mero flatus vocis, ma tutto il suo back ground) che al pari del kihon, deve essere da subito e contemporaneamente alle forme, oggetto di riflessione e di pratica:
AIKI.

Copyright Angelo Armano© 2013 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

Recensione: La Diceria del Demone sulle Arti Marziali ed Altri Racconti


La Diceria del Demone sulle Arti Marziali

La Diceria del Demone sulle Arti Marziali

La Diceria del Demone sulle Arti Marziali ed Altri Racconti
Recensione dal saggio di Issai Chozanshi, tradotto in inglese a cura di William Scott Wilson.
Published by Kodansha International Ltd. and Kodansha America, Inc.

Nel 2009, in occasione del mio primo viaggio in Giappone, in attesa di imbarcarmi sul volo della Japan Airlines di ritorno a Roma, in una libreria dell’aeroporto trovai questo volumetto in inglese, che fin da subito mi ha fornito delle notizie, immediatamente trasfuse in un mio piccolo divertissement pubblicato col titolo “Voyage en Orient” e sottotitolo “Il Tengu”, sul website Aikido e Dintorni di Luigi Branno.

Il luogo della luce crepuscolare

Il luogo della luce crepuscolare

Quel mio breve articolo era emozione pura, legata al fatto di essere stato iniziato al Giappone da Paolo Corallini, di aver visitato un luogo così carico di mistero ed energia come la cima del monte Atago, con l’annesso jinja, raffigurazioni del Tengu, mantra e tamburi, di essermi infine sincronisticamente imbattuto nel libro, così scopertamente inerente e significativo.

Non sapevo allora che sarei tornato altre due volte sulla cima dell’Atago: nel 2010 da solo, risolutamente ascendendo a piedi dal paese alla cima, volendo gustarmi tutte le sensazioni e le associazioni del mio intimo, fermentando quelle idee che poi sarebbero divenute il libro “Psicologia dell’Aikido. Fare Aikido con Anima” pubblicato da Valtrend nel 2011; nel 2012 infine, del tutto inaspettatamente condottovi da Hirosawa sensei, che mi ha fatto il dono di voler condividere con me su quella cima, il sito e il vissuto di un’atmosfera appartata, per lui particolarmente significativa sul piano personale profondo.

Questa premessa che mi riguarda troppo, e della quale mi scuso nei confronti del lettore, vuole solo dare contezza del come mai solo oggi mi induca a recensire questo testo, che ritengo decisivo ai fini di una comprensione significativa delle arti marziali, partendo dalla spada, e, ritengo, date anche le circostanze, dell’Aikido in particolare. E’ dopo quell’excursus che me ne sento adeguatamente motivato.

William Scott Wilson, che ne ha curato la traduzione, ha fatto la stessa cosa anche per due altri testi capitali sull’arte della spada, questi ultimi tradotti in italiano e pubblicati entrambi dalle Edizioni Luni:

Sogni” di Takuan Soho e “La spada che da la vita” di Yagyu Munenori: le pietre miliari della spada giapponese!

E’ del tutto evidente che ho giocato a parafrasare Gesualdo Bufalino e la sua “Diceria dell’untore” in quanto gli untori altrettanto che i demoni, sono sicuramente personaggi immaginari -e ti pare poco!- ma con conseguenze non di semplice fantasia, come storicamente certifica il “Processo della colonna infame”, o letterariamente ma non troppo, Fedor Dostoevskij.

Gioia  profonda

Gioia profonda

Invece, a confermarcelo è proprio il curatore della traduzione nella postfazione al libro (afterword), narrandoci della sua ascesa al monte Kurama vicino Kyoto, visitato anche da Osensei, e di aver chiesto ad un’addetta al Kurama dera (il tempio dedicato al demone, del tutto analogo a quello del monte Atago) se avesse incontrato mai un tengu.

La risposta, apparentemente impregnata di humor inglese, più che di ritrosia giapponese fu: “Not yet…”.

Ma nondimeno è proprio Issai Chozanshi a chiarirci -e qui sta la simpatica mistificazione orientale- che la narrazione riportata nel libro è stato solo un folding screen (paravento), di uno spadaccino risvegliatosi da un sogno…

Non basta scomodare Freud e la sua psicologia da positivista scientifico, per capire che quella ermeneutica è la più idonea a trarre partito da un testo del genere. Occorre qualcosa in più, come una psicologia aperta al mistero, magari uno junghismo scientificamente ben temprato come direbbe Mario Trevi, il maestro in psicologia di Umberto Galimberti, per intendere la sostanza e il senso di questo testo. A significarcelo è ancora il curatore (residente in Giappone ed espertissimo di spiritualità-marzialità giapponese) utilizzando tra gli altri espressamente i termini: coscienza, archetipi, anima (soul).

L’excursus mitologico del testo, attraverso il vero e proprio psicodramma messo in scena, ci certifica che non ci si può attestare su una mera filologia spirituale o squisitamente marziale per cogliere il midollo di quanto scritto. Non viene tratteggiata o rappresentata una tecnica marziale che sia una, e tutti i riferimenti spirituali, tra gli altri al buddhismo e a un certo tipo di zen, vengono approcciati dal punto di vista del vissuto interiore di chi ci si imbatte.

Ma ancor più del curatore, il mentore evocato di questa “new mentality or psychological approach” risulta essere nientemeno che il santo-folle della spada giapponese: Myamoto Musashi dal suo Libro dei cinque elementi.

Il demone tra immaginazione e realtà

Il demone tra immaginazione e realtà

“Quando guardi il mondo, le varie arti sono state confezionate come capi da vendere. Parimenti una persona si concepisce come qualcosa in vendita e anche gli attrezzi di queste Vie sono proposti come mercanzia. Questa mentalità divide il fiore dal frutto e pratica meno dal frutto che dal fiore. In questa Via delle Arti Marziali in special modo, la forma diviene ornamento…uno parla di questo o quel dojo che insegna questa o quella Via, con lo scopo di trarne profitto”.

E ancora più sarcasticamente:

“…insegnando le maniere di maneggiare la spada, le posizioni del corpo o della mano. Sei in grado di capire come vincere attraverso queste cose?”.

Non abbiamo bisogno dell’era moderna per “sublimare” verso l’approccio psicologico il duro e periglioso cammino delle arti marziali. Niwa Jurozaemon Tadaaki (1659-1741) il cui pseudonimo letterario è appunto Issai Chozanshi, era samurai del feudo di Sekiyado collocato nelle vecchia provincia di Shimosa, attualmente divisa tra le prefetture di Chiba ed Ibaraki (nord a partire da Tokyo); in corrispondenza o non lontano quindi dai santuari della spada di Katori e Kashima.

Non meno di Musashi, Chozanshi vive ed opera nell’epoca della tremenda effettività delle arti marziali.

Allora è questo il contesto in cui il libro “…cerca di collocare l’artista marziale decisamente su un cammino interiore, un cammino di indipendenza, spontaneità e semplicità…In altre parole se lo studente riesce ad interiorizzare l’essenza di tutte le arti marziali, può perseguire la maestria attraverso qualsiasi stile abbia scelto, con fiducia ed impegno. Lo scopo non è la competenza tecnica, ma la trasformazione”!

Con questa magica parola densa di presentimenti e di significati, Carl Gustav Jung nel 1912 pubblicava un testo (Simboli della trasformazione) che l’avrebbe irrimediabilmente separato dall’ortodossia freudiana, facendogli intraprendere quel cammino (A dangerous method) che l’avrebbe portato ad essere anticipatore di ben oltre un secolo della coscienza diffusa.

Copyright Angelo Armano© 2013
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Il Nutriente Latte dell’Aikido


"La vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall'inconscio.."

“La vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall’inconscio..”

Morto un papa se ne fa un altro, ma un papa, ci insegna Benedetto XVI, può persino dimettersi. Sebbene malato terminale di cancro e con una fisicità in ballo superiore nella prestazione competente, Osensei non ci ha mai pensato; anche nella sua ultima dimostrazione pubblica, la gente cadeva come birilli in un’atmosfera ovattata, direi magica

di ANGELO ARMANO

Compiacenza e rispetto per il vecchio maestro? Non penso, altrimenti dovremmo coerentemente abbassare di molto il tiro sui significati e il valore dell’Aikido. Comunque sono certo di no e non per fede. Se dovessi definire a quale categoria di yogi io appartenga, non ho esitazione a rispondere: jnani yogi: Yoga della conoscenza e non dei dogmi.
Un po’ tutto il valore e l’unicità dell’Aikido risiede nella parte finale della vita di Morihei Ueshiba, l’incomprensibile unione di prestazioni marziali e saggezza spirituale, dove le une condizionano l’altra e viceversa. Quello che ci ha lasciato detto non ha nulla di marzialmente tecnico, se non un uno per cento, solo allusivo. Il resto sono pressanti, entusiastiche indicazioni spirituali.
Non parla di henka, non parla di ojo waza, e le allusioni simboliche nascono in un perenne qui ed ora, che produce immagini momento per momento, che crea. Questa e non altra è per me la vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall’inconscio con il quale era felicemente in connubio, senza attingere ad archivi, limitandosi ad alludere -ed alludere
soltanto- alle forme (tra l’altro in perenne evoluzione) che aveva mostrato prima.
Per porgersi in tale maniera Osensei aveva realizzato, come afferma lui stesso, l’unione di conosciuto e Sconosciuto, al quale ultimo si era aperto e pienamente affidato.
E’ del tutto evidente che il tecnicismo marziale è posto sullo sfondo, per far posto ad un senso del Budo rivoluzionario e dirompente, che si nutre, si allatta di altre cose.
Queste cose, generalmente, non sono piaciute ai successori e due sono state le maniere, pur nel formale ossequio, di materializzare quel dissenso: una unofficial, un’altra più esplicitata.
Riguardo a quest’ultima anche Ikeda Masatomi sensei, che ho incontrato nel mio recente viaggio in Giappone (trovandolo così bene da rimanere del tutto perplesso rispetto all’entità vera o presunta di sue vicissitudini di salute, e ai rimedi prescrittigli, vero mistero orientale), mi ha ripetuto letteralmente l’abusata versione che Osensei era un kami, qualcosa di inarrivabile.

No touch nage waza negli ultimi anni della vita del Fondatore

No touch nage waza negli ultimi anni della vita del Fondatore

Il nostro vecchio problema di cattolici: la scissione insanabile tra l’umanità di Cristo e il suo essere Dio, a pretesto di parlare di Lui, di farci belli con Lui, ma di non poter assolutamente seguirlo perché oltreumano.
Scusate se parlo in termini religiosi, ma non sono io ad aver detto che il vecchietto era un kami, in quanto non sono interessato ad alcunché di “meramente” sovrumano, e men che mai di far parte di una ennesima compagine confessionale. Mi interessa e mi appassiona il personaggio Ueshiba, e il suo Aikido, visto che quello degli altri generalmente se ne discosta e non di poco!
La versione unofficial, al contrario, quella propagata attraverso i rumors, le confidenze di qualche eminente shihan, era che facendosi vecchio… cominciava a dar di matto.
Da qui l’organizzazione curiale, che erige statue, divinizza il ricordo, mitizza i contenuti e… cambia la pratica riducendola ad un qualcosa di troppo umano, con tutto il moderno e democratico vociare polemico, dove la naturale soggettività di ognuno di noi con le differenti attitudini, diventano integralismi l’un contro l’altro armati. Tutto o quasi contenuto in un’organizzazione che come una chiesa amministra persino il dissenso, perpetuando se stessa.
Dov’è il bubbone? L’ho detto in altra occasione, provocando un putiferio e lo ribadisco ora, più convinto di prima: nel fare dell’Aikido un mestiere.
Non c’è bisogno di una confessione religiosa organizzata, per mantenere la distinzione tra la dimensione del sacro e del profano. Appartiene al sacro la parola di Ueshiba, il suo porgersi nella maturità e vecchiaia, lo stile della sua pratica, gli effetti che produceva e in particolare l’affermazione: “L’Aikido è la religione della non religione ed io coopero con tutti gli 8 milioni di dei…”.
Essendo affascinato dai valori dell’Aikido, che avverto laicamente sacri, il mio interesse va sempre più verso il Fondatore e il suo Bannen Aikido.

Che cos’è questo Bannen Aikido? L’ennesimo vessillo sotto il quale adunarsi? La più recente compagine politica che presentandosi alle prossime elezioni risolverà bellamente i problemi dell’Italia (pardon, dell’Aikido?). La furbata di quest’avvocato chiacchierone che vuole, come tutti, tirare acqua al suo mulino?
Riguardo a quest’ultimo quesito tengo a ribadire, e in maniera sprezzante, che non abbiamo bisogno di schiere di falliti nel mondo sociale della vita e del lavoro, che vengano a proporsi come maestri di Aikido, finendo per essere maestri di non si sa cosa, a vendere un prodotto non meglio identificato. Non ci sono interessi economici in ballo. La passione, quella si!
Allora Bannen riguardo all’Aikido non è un nome proprio, come i diversi aikido personalistici storicamente accreditati, ma come la grammatica ricorda un aggettivo qualificativo, stando per quello degli ultimi anni del Fondatore. E’ un contenuto -non una bandiera- sul quale interrogarsi, lavorare, coerenti con lo scopo che ci siamo proposti, con il fascino che abbiamo provato e che mai ci ha abbandonato.
Per studiare l’Aikido degli ultimi anni occorre un capovolgimento l’impostazione, che sposti il focus dell’attenzione dalle tecniche e dai loro dettagli, ad un qualcosa che pure tecnico è, di cui non si parla mai sui tatami di Aikido. Ho alluso a questo dato in un mio piccolo saggio pubblicato da Aikido Italia Network ed intitolato: “Zanshin ed Aiki”.
Proprio nella parola Aiki è contenuto il nutriente latte dell’Aikido, quello che come il latte alchemico mette insieme il senex e il puer, il vecchio e il principiante, ricucendo gli opposti.

Hideo Hirosawa con gli anziani coniugi Ueshiba

Hideo Hirosawa con gli anziani coniugi Ueshiba

E’ un’operazione da aikidoisti maturi, ma che non vediamo intrapresa neanche dai maestri, per lo meno dalla stragrande maggioranza degli stessi. Se ne hanno un barlume di conoscenza, se la tengono per se, come “arma segreta” per perpetuare se stessi, allo stesso modo dell’organizzazione…
Questo latte è un obbiettivo a cui alludere costantemente, anche quando il viatico degli studenti, quelli giovani, debba essere prevalentemente una buona impostazione e una buona tecnica.
Altrimenti l’Aikido, quello vero, quello per il quale abbiamo cominciato e siamo durati, nonostante tutto, non apparirà mai all’orizzonte.
Con la meschina contentezza di tanti che praticano da decenni, allineati a perpetuare il sistema, paghi di ufficiali silenzi e polemicucce di bottega, normalmente alle spalle…Per salvare la pagnotta.
Voglio concludere con Swami Vivekananda, principale allievo di Ramakrishna, dal cui nome stesso capiamo che “discriminava” bene. In una lettera a Mahendra Nath Gupta, che si era posto l’immane compito di trascrivere quanto il comune maestro Ramakrishna aveva proferito a voce, congratulandosi per la pubblicazione, diceva:
“Molte grazie per la vostra pubblicazione…adeguata o no che veda lo splendore della luce del giorno. Avrete molte benedizioni su di voi e molte più maledizioni – ma questa è sempre la via del mondo!”.

Copyright Angelo Armano© 2012
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

Zanshin ed Aiki – Parte Seconda


“Confronto fra anime”

Presentiamo oggi con piacere la seconda parte del nuovo intervento di Angelo Armano, che sappiamo atteso da tutti quelli che si interessano agli aspetti più sottili della nostra pratica

di ANGELO ARMANO

Leggi Zanshin ed Aiki – Parte Prima

Prima eventualmente di occuparci dell’Aikido degli altri, vorrei farmi delle domande sull’Aikido, dando ovviamente per scontate alcune premesse:
a) Di tutto questo si occupano valorosamente altri, come Stanley Pranin per esempio, e con dovizia di documentazione.
b) Che al pari di altri io sono portatore di opinioni, magari anche forti e motivate, ma pur sempre tali.
c) Che le mie convinzioni sono sempre in itinere e che mi interessano le opinioni degli altri, soprattutto se espresse con garbo, spirito costruttivo e da un minimo pulpito di esperienza.

Il dato da cui partire, occupandoci così dell’altra metà del titolo di questo piccolo essay, è di soffermarci su cosa sia Aiki. Come è noto, sebbene siano 2/3 dei kanji della parola Aikido, non è un dato creato da Ueshiba, ma lo precede e con esso lo stesso si imbatte in un dato momento della sua formazione marziale, grazie ad un incontro ben noto: quello con Sokaku Takeda.
Le vicissitudini (e i misteri) della successione da Aikijujitsu, ad Aikibudo, ad Aikido sono risapute; un dato importante è cosa ne dice Ueshiba stesso: “L’insegnamento di Takeda mi aprì gli occhi sul Budo”.
La linea di continuità è proprio costituita da questo comune denominatore, sul quale a mio parere non si è riflettuto abbastanza, anzi si è molto mistificato, pure fuorviati dalla parola Ki. Il termine è talmente polivalente, da essere del tutto aspecifico rispetto al campo che ci occupa: la marzialità, pure se di un certo tipo…
Sembra che Sokaku Takeda chiamasse inizialmente le sue tecniche Daito ryu Jujutsu e che distinguesse tra jujutsu ed aiki come tra elementare e profondo. L’Aiki è il salto di qualità e quantomeno per Sokaku Takeda, trattasi di concetto puramente marziale, senza contaminazioni di natura mistica, come la specifica personalità di Ueshiba era portata a fare. Al tempo stesso, la misteriosa efficacia dell’Aiki, attiene comunque a mezzi interiori, quegli stessi mezzi che vengono asserviti al progresso spirituale e ai fatti religiosi. Prova ne sia che Chikanori, il maestro di Takeda a cui insegnò i segreti Oshiki uchi del clan Aizu, era un prete, e di un prete voleva fare Sokaku. Il pio desiderio non ebbe esito in quanto, come ben noto, Takeda Sokaku non aveva per nulla quella vocazione, anzi…

Takeda Sokaku in una rara foto del 1936

Non sorprende che una sensibilità diversa come quella di Osensei, recuperi appieno quest’aspetto dell’Aiki, aspetto che però non è sufficiente a definirlo ed esaurirlo. E neanche mi sorprende che l’allievo più vicino a Ueshiba, Morihiro Saito, glissasse allegramente sull’argomento, invitando gli allievi che gliene chiedevano a soffermarsi su argomenti più tangibili e concreti. Questo a riprova
che al di là di facili oggettivazioni, di dati inconfutabili su cosa sia o non sia l’Aikido, il fattore personale, sulla prevalenza o meno da conferire ad alcuni fatti, rimane comunque decisivo.
La stessa posizione mantiene un maestro del Daito ryu, morto alla fine degli anni novanta e capace fino alla fine della sua lunga vita, di prestazioni che non avevano niente da invidiare a quelle di chiunque, ripeto, chiunque altro…ma che, tra le righe, non può fare a meno di convenire che il confronto tra due antagonisti di livello, rimane un confronto tra anime!
Cerchiamo allora di distillare le caratteristiche indicative di questo Aiki, o quantomeno alcune di esse.
Nell’Aikido parliamo comunemente di armonizzarci con la forza dell’assalitore, e di utilizzarla. Lo stesso maestro del Daito ryu citato sopra, invece, senza alcun ricorso a metafore occulte dimostra invece che:
a) Aiki ha caratteristiche preventive (non certo nel senso che egli non si lasci afferrare, con il massimo di energia, da più antagonisti ed anche con prese micidiali da lotta libera), svuotando di forza l’avversario, il cui impeto sembra non avere nessun effetto su chi lo applica.
b) La persona su cui viene applicato Aiki, si trova fulmineamente squilibrata, di modo che la contemporanea o successiva proiezione diviene pienamente plausibile. Lo strano è che chi viene squilibrato, non si sente spingere o tirare con forza.
c) Esistono livelli diversi di Aiki, che possono pareggiarsi tra loro, progressivamente fino a prestazioni… inimmaginabili.
Possiamo ritenere che solo grazie a caratteristiche del genere Morihei Ueshiba abbia patito l’unica (umiliante) sconfitta della sua vita, e da quel personaggio veritiero che era, si sia messo ad imparare da Sokaku Takeda.
Aspetti marginali di queste caratteristiche li vediamo espressi da alcuni shihan di Aikido, viventi o deceduti che siano, senza però che nessuno o quasi di questi (a mia conoscenza) affronti di petto l’argomento o ne espliciti l’insegnamento.
Nonostante l’allusione a fatti palesemente non muscolari, l’esercizio muscolare ha importanza decisiva, fin nella tarda età, e lo studio delle tecniche risulta del tutto vano senza un’adeguata costruzione corporea. Questo mi pare coerente con la pedagogia di Saito sensei, in uno alla sua allusione che se il peso di uke non finisce completamente sugli avampiedi o sui talloni, le tecniche di Aikido sono inapplicabili…
E’ in forza di tutte queste argomentazioni che nel mio libro, sostengo che il vero Aikido è il kitai e che gli altri livelli sono solo una marcia di avvicinamento. Nel kitai non ha alcun senso differenziare tra kihon e kinonagare.
Ho appena commesso il peccato più grave per la mentalità giapponese e per i plagiati da essa. Ho pisciato fuori dal vaso!
Io rispetto sinceramente la cultura e la sensibilità giapponese, anzi ne sono affascinato al punto da praticare Aikido come yudansha da 35 anni, anche se è appena da qualche anno che ho incominciato a farlo… Mi piacerebbe che fossero tanti altri a farlo per davvero, essendo assolutamente possibile, a patto di non farsi mettere l’anello al naso, e farsi portare a spasso per decenni dai “luoghi comuni”.

Copyright Angelo Armano© 2012
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Zanshin ed Aiki – Parte Prima


Zanshin e Budo: il vissuto di morte qui ed ora

Tra i praticanti di Aikido sembrano segnalarsi due tendenze opposte: coloro i quali ritengono che bisogna allenarsi, faticando senza discettare troppo sulle proposte didattiche del maestro, e quelli che invece ritengono opportuno accompagnare con la riflessione personale i temi didattici. Queste due tendenze, a loro volta possono manifestarsi in misure diverse, a seconda di quanto uno sia
principiante o meno, e che comunque non è in discussione la buona educazione, l’etichetta del dojo; se il clima, i contenuti, non mi piacciono, prima o poi farò meglio a cambiare aria

di ANGELO ARMANO

Mi rendo conto di essere noioso quando invito il popolo dei praticanti a porsi domande radicali sull’Aikido, in quanto vedo che la discussione non parte, o almeno molti anche parlano, ma non discutono. Mi chiedo se la mia personale mania sulla consapevolezza sia solo l’assolutamente soggettiva posizione di qualcuno alle prese con le sue ombre, tanto da non vedere “la luce” nella quale tanto bene si pascono gli altri, oppure la tendenza sia non solo assolutamente legittima, pure nell’alfabeto della tradizione specifica, ma addirittura doverosa, pena la totale insipienza ed insignificanza della pratica.
Fermo restando che ognuno si sceglie come passare il tempo, e che nessuna motivazione meramente razionale è bastevole a colmare l’abisso sul quale siamo pericolosamente protesi, che probabilmente non c’è alcuna scelta salvifica di per sé – altrimenti del tutto vani sarebbero i frequenti richiami al confronto con il vuoto di Morihei Ueshiba e non solo di lui -, non biasimerò le scelte di chi ha bisogno solo di un “contesto sociale”, di un’ambientazione in cui inscenare qualcosa assieme ad altri, senza alcun bisogno di verificare il senso delle cose messe in scena, contento dell’advertising sul prodotto.
Predicava al vento il buon Tadashi Abe, quando invitava a non praticare Aikido come passatempo, al punto che forse non seppe reggere alla delusione di vederlo ridotto in tal guisa, da validi interessi economici. La società funziona esattamente così e anche se alcuni, pochi, non lo ritengono bastevole, non saranno le prediche di quei pochi a cambiare il mondo.
Non vi chiederò quindi di votare per il “partito” dei consapevoli, che di fatto non esiste, ma affiderò le riflessioni a dei contenuti che contemplino almeno il punto di partenza: la marzialità, ovviamente nella prospettiva della nostra disciplina.
Uno fra i requisiti essenziali di quella marzialità è il concetto di zanshin, secondo alcuni traducibile con “attenzione concentrata”; verrebbe da chiedersi a cosa: allo schema didattico o alla realtà così come si presenta? Questo aut, aut ha per me valore puramente retorico, ma ci torneremo sopra, anche se non subito.
Ho il vezzo di ripetere che zanshin non è una parolina; richiede catalizzare le proprie risorse al punto che il senso del tempo muta per il nostro essere, così che senza saperlo, ci troviamo a far concorrenza ad Heidegger ed alle sue domande, nel suo linguaggio così duro da masticare.

Martin Heidegger (1968)

Può non importarci nulla di Heidegger, ma come mai ci troviamo a far pezzi di strada assieme?
Se lo zanshin ha l’attitudine, tra l’altro, di modificare la velocità del nostro movie personale, dal quotidiano ad un ralenti, nella cui griglia apparentemente solo fenomenica, tanto bene si ambientano le domande di Heidegger su “Essere e tempo”, cosa ci necessita a questo zanshin?
La risposta è evidentissima: la morte.
La marzialità è il contesto fattuale nel quale la morte, il vissuto di morte, ha la migliore attitudine di essere presente, qui ed ora. Questo spettro, che invece è più reale del reale, il fondamento della realtà stessa, è la misura della validità della nostra cognizione e quindi del nostro essere nel mondo.
L’oggetto del nostro dire è palesemente la marzialità, eppure le questioni che inevitabilmente si pongono, si collocano benissimo anche come linguaggio nella filosofia di Heidegger, e se prescindiamo da certe nuances del linguaggio, non solo di lui.
Il fascino, il significato, la bellezza persino della marzialità, è che meglio di altre attitudini grazie al rigore stringente di tipo fattuale, e non di mera speculazione mentale, da cui entrare e uscire a piacimento, senza alcun rischio perché posti fuori dalla scena, consente il ritorno del “grande rimosso”. Non si tratta per gusto macabro di corteggiare la morte, che sul piano inconscio significherebbe inevitabilmente corteggiare la vita, ma di scovare la maniera di viverla, qui ed ora, a dispetto di tutto quanto, dentro e fuori di noi, ce lo vuole impedire.
L’oscenità (che viene da ob scenam, l’essere fuori dalla scena), capovolgendo ahimè il diffuso modo di pensare, non consiste nel fatto di contemplare la morte nel presente e con adeguata intensità, intensità marziale direi, ma di non contemplarla affatto, anche e proprio attraverso quei voyeurismi collettivi per i quali la morte è sempre quella degli altri, una morte esorcizzata perché non è mai la
mia morte, non mi riguarda abbastanza da vicino e personalmente, sul piano fattuale.
Sembra che per poter vivere pienamente la vita, in modo da esser degna di essere vissuta, non bastino gli sporadici eventi di morte che ci accadono naturalmente nella nostra storia personale; sembra che occorra un’intensità maggiore.
Cosa renderebbe allora il migliore degli uomini il samurai, d’accordo o meno che si sia con l’affermazione? Perché se non siamo d’accordo, come mai pratichiamo le arti marziali?
E l’Aikido riflette tutto quanto abbiamo detto fin’ora?
Quello di Osensei indiscutibilmente si, e solo dopo aver sedimentato quei contenuti, vivendo finalmente appieno la “propria” vita, Egli può irrompere con la sua celebrazione positiva del Budo, parlare e vivere d’amore, perché grazie al Budo gli impedimenti sono scomparsi e non ci sono più paure che ci tengono fuori dalla scena. Anche se eventualmente gli altri ci fregano e ci trattano da
fessi, non moriamo per questo… moriamo comunque! Se passassimo l’intera vita a misurare il senso di corrispettività con la quale gli altri ci trattano, se equamente, dal nostro o dall’altrui punto di vista, e trovandoci in disaccordo trascorrere la vita in singolar tenzoni nelle varie sedi possibili (dalle aule di giustizia, ai recessi delle strade, ai blog del web…) per farci ragione, non faremmo a
tempo neanche ad iniziare a viverla, veramente.

Non dobbiamo lasciare che gli altri ci calpestino

Non voglio così dire che dobbiamo lasciare che gli altri ci calpestino, tutt’altro, in quanto difendersi è uno scopo apparente della marzialità, solo di dedicare il minimo tempo possibile, giusto quanto basti a limitare i danni (sarebbe delirio pensare il contrario…), perché felicemente il nostro baricentro è collocato nel Vivere. Questo è il punto d’arrivo, ovviamente per chi lo abbia realizzato; per chi buttata via la fede assoluta negli schemi visibili, pur vivendo pienamente nel mondo visibile si sia rivolto agli invisibili, o a quello che gli altri non vogliono vedere, ma che pure visibile è. In trasparenza.
Solo allora il gesto bellico si sublima nella danza, nel prendersi per mano; la danza come punto di arrivo consapevole grazie allo zanshin, e non la discoteca dei passetti, l’automatismo oggettivamente quantitativo e soggettivamente accumulativo, a sostituire il marziale e tutto ciò che comporta, in maniera ardua, per la nostra coscienza. Aiki è il contrario della logica disgiuntiva
soggetto-oggetto, non mi isola dagli altri; mi riconnette agli altri nel reale e nel tempo, senza alternative, da quel mentale e dai suoi schemi funzionali nei quali autisticamente mi ero autoridotto dal mondo, impedendomi così di viverlo.
Praticare tutta la vita attraverso le forme, per imparare a come dare sempre più spazio al senza forma. La coscienza della paradossalità dell’uomo, in bilico tra il cielo e la terra, lo spirito e la materia.
Per essere uomini non è sufficiente neanche la vita meramente naturale; occorre uno sforzo maggiore, una responsabilità maggiore, vuoi anche solo per il dato scientifico in forza del quale, la localizzazione cerebrale dell’ansia è posta proprio nella neocorteccia cerebrale, nel cervello specificamente umano. L’intelligenza umana è risorsa immensa, ma anche l’ostacolo possibile se ci satura con l’inflazione dei suoi modelli interpretativi di funzionamento, ad una piena corporeità dei sensi, ad un’intuizione che sappia bruciare la consecutio degli schemi (seguendo pedissequamente la quale saremmo già morti, infilzati da una lama o per vecchiaia, prima di essercene accorti), ai giudizi di valore del sentimento e di cosa conta veramente, per noi!
Né il sorriso bonario, né l’attenzione concentrata di Osensei lasciano trasparire la minima ansia; un bel risultato, veramente valido: il naturale rinobilitato alla luce della coscienza dell’uomo.
Un risultato per il quale val la pena di vivere, grazie al fatto di aver abolito il divario tra la voglia di vivere e la vita stessa… in questa vita.
E l’Aikido degli altri?
Continua…

(Fine della Prima Parte)

Leggi la Seconda Parte

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Furu Tama – Oscillando nell’Anima


Furu Tama (L. Mattei e S. Chierchini, Ladispoli 2010)

Anche se in alcune scuole d’Aikido non si da enfasi a questa pratica, credo che a nessuno degli addetti ai lavori sfugga perlomeno la forma di esercizio. In genere, dopo un energico Tori Fune col kiai, si usa eseguire il tama no hireburi (altro nome per indicare la pratica in oggetto) a mò di recupero diversivo. La traduzione letterale, quello che generalmente se ne sa, allude ad uno scuotimento dell’Anima, per cui il sottotitolo sembra quasi capovolgere la definizione generalmente accettata. Non a caso…

di ANGELO ARMANO

Diceva Shakespeare che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e anche se ai giorni nostri si può asservire l’affermazione per pubblicizzare un’autovettura, sfido chiunque ad indicarmi qui e adesso la sostanza dell’Anima, e come eventualmente si faccia scuotere.
Sentendomi un assertore pienamente convinto dell’Anima e della realtà del mondo interiore, la mia non può essere una sfida negazionista. Tutt’altro.
Carl Jung, che è divenuto noto al grande pubblico per aver coniato delle definizioni che hanno trovato immediato ricetto nel parlare comune (animus, anima, introverso, estroverso, complessi…..), spesso senza che questo parlare abbia colto fino in fondo il significato di quei termini, assieme ad altri ha consacrato la sua vita a porre in luce la prospettiva psichica,
in una serie di fenomeni che vanno dalle cose quotidiane allo spiritismo.
Spirito è appunto il polo opposto alla materia, con il quale la nostra corporeità si relaziona grazie ad un nostro volgerci all’interno, ad un soffermarci su cosa ci accade in presenza del fenomeno immateriale.
Il soggetto materialista in genere non nega i fatti spirituali. Semplicemente non li capisce, avendo attitudine a definire psicologici, eventi come ad esempio una sofferenza, di cui sottovaluta l’importanza.
Nella sempre crescente popolazione di aikidoisti, cioè di coloro che perseguono l’armonia spirituale, quanti si esercitano con attitudine interiorizzata, indagando sugli effetti di certi gesti? Inevitabilmente pochi, essendo molto propagato una sorta di materialismo spirituale, che non trovando teoremi, lascia il praticante agnostico. A soffrirne è la disciplina, che sempre più diviene un luogo in cui si esalta la teknè e si pospone la psiche, alimentando una prospettiva che diviene sempre più involuta verso il materiale. Un Aikido “terra terra”, o tutto terra e niente spirito.
Il bello è che questa prospettiva, se non resa conscia, non è aliena anche da contesti che fanno della raffinatezza tecnica il proprio cavallo di battaglia, dove in una netta ideologia di materialismo razionale e convenzionalità di comportamenti, un pizzico di magia liturgica fa da specchio per le allodole.

Il Fondatore fa Furu Tama

Ebbene cosa fa, per lo meno apparentemente l’aikidoista eseguendo furu tama?
Normalmente inspira sollevando le braccia, congiunge le mani sopra la testa e le fa discendere lungo l’asse verticale, con la sinistra che poggia sulla destra. Dopodichè comincia a scuoterle appena giunto all’altezza dell’ombelico, in modo che detto scuotimento si propaghi al corpo tutto.
Al corpo, appunto! Come e quando viene scossa l’Anima?
Quando ci volgiamo verso il profondo, quando riflettiamo filosoficamente, quando ci interroghiamo sull’intangibile, è importante prioritariamente conoscere noi stessi, prima eventualmente di convertirci a qualche visione esotica ed entusiasmante. Se l’avremo fatto, allora con cognizione di causa apprezzeremo e faremo buon uso di quella visione esotica, contestualizzandola correttamente. Ogni progresso spirituale attraversa momenti di congiunzione tra cose note ed ignote (a meno di una radicale ignoranza), le prime non meno importanti delle seconde, per il soggetto singolo che si trova nel ballo della vita.
L’Anima è il soggetto del discorso religioso, almeno storicamente prima di quello psicologico, e in subiecta materia, già tra i cristiani si oppongono due visioni, per cui la domanda è d’obbligo: cosa ci salva, la grazia divina o le opere?
Secondo i cattolici decisiva è la Grazia, mentre per i riformati luterani (dalla cui etica secondo Max Weber, nasce la visione sana del capitalismo e della responsabilità individuale) sono le opere.
Insomma sono io che scuoto l’Anima, o scuotendo il corpo mi conformo alla dimensione dell’Anima, dandole così spazio in questa dimensione incarnata, e con tutte le conseguenze che ciò comporta per la mia weltenshaung (visione del mondo)?
Uno che la sapeva lunga come Itsuo Tsuda, sosteneva che il Furu Tama andava eseguito inspirando.
Secondo me, la riflessione certamente non banale, non tiene conto dei diversi tipi psicologici, cosa piuttosto strana per uno che era l’epigono di una disciplina (tai heki), nella quale la tipizzazione dei soggetti umani è un fondamento.
Lo scuotimento è ritmo, come lo è il respiro, il battito cardiaco, la frequenza della luce e del suono…….e forse tutto quanto nell’Universo (o nel Multiverso, come dice Osho). Allora la vibrazione non solo nell’inspiro, ma anche nell’espiro, constatando pure cosa succede nelle pause spontanee o provocate, a polmoni pieni o a polmoni vuoti.
Smettiamola di cercare la magia all’interno della relazione di causa ed effetto, estinguendo l’ansia del rapporto con l’irrazionale. Finiamola di provare a distillare la formula unica sulla scia del 1+1 = 2, e di chi ne sia l’unico detentore. Proviamo invece a rispecchiarci nelle diverse forme, nelle diverse proposte di chi si è incamminato prima di noi, senza perdere di vista però che tipo di specchio ci siamo scelto, e nel nostro caso l’Aikido. Potremo così scoprire che 1+1 = 1 e non aver nessun dubbio in proposito.
A seconda del mio tipo psicologico (meglio olisticamente psicofisico), se sono introverso o estroverso, potrò “constatare un’integrazione illuminante, un progresso, ora inspirando ora espirando. Quel che importa è l’introspezione, l’attenzione concentrata al dentro, che impara dallo zan shin sulla spada altrui nel fuori.
Scuotendo il corpo, relativizzando il senso dell’io, che in questa vibrazione trova sempre meno i consueti appoggi, inoltrandomi nell’apparentemente irrazionale (non certo per la fisica quantistica che pur si avvale di una ragione paradossale), potrò assaggiare un sapore diverso, senza aspettare che la mia soggettività venga più o meno definitivamente separata dal corpo ( potrei essere fuori tempo massimo). Allora l’affermazione di Nietzsche per la quale le anime sono lì dove sono i corpi, ed il suo invito ad essere fedeli alla terra, acquistano un sapore di advaita vedanta, un invito ad una logica non disgiuntiva dove tutto è Uno ed animato. E non è forse da un terreno di coltura animista che proviene l’Aikido?
Per conformarci a tutto questo, il nostro senso dell’io necessita di frequenti capovolgimenti, come la constatazione di non avere un anima, ma di essere nell’Anima.
Grazie a quei capovolgimenti, potrebbe non rivelarsi impossibile darsi conto dell’affermazione di Morihei Ueshiba, oggetto di non poche critiche anche dai suoi compatrioti: “Io sono l’Universo”. Al di là di personali intuizioni, un’accurata ricerca nelle tradizioni spirituali, dallo Shivaismo kashmiro al Sufismo, potrebbe definirne il contesto, abolendo lo scandalo. Ma questa sarà, spero, un’altra storia che proverò a raccontare.

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Hideo Hirosawa, Sensei Illuminato o Fenomeno da Baraccone?


Hideo Hirosawa dimostra durante l'All Japan Aikido Demonstration

L’idea che ho del lavoro del cronista è quella che occorra fornire il resoconto più obbiettivo degli avvenimenti, in modo da consentire ad ognuno di apprendere e valutare secondo la propria inclinazione. So già che nel parlare del maestro Hirosawa, non mi sarà possibile, in quanto il mio sentire aleggerà inevitabilmente tra le cose che dico. Rinunciando consapevolmente ad una obbiettività dal sapore di positivismo scientifico, pur sforzandomi di attenermi ai fatti, quel che posso fare meglio è di serbarmi fedele a me stesso

di ANGELO ARMANO

La mia arte del resoconto potrà piacere o non piacere, ma sarò più che contento se indurrà a soffermarsi e a riflettere. Osimo, bella città delle Marche, nota per un famoso trattato internazionale, questa volta sede del seminar di Hideo Hirosawa, 7° dan da vent’anni, con mezzo secolo di pratica aikidoistica, nell’occasione di una prima volta all’estero nonchè di una “prima” di insegnamento pubblico di certi contenuti. Un nome citato tante volte, con rispetto e gratitudine: quello del maestro Hiroshi Tada, anche da parte di Hirosawa sensei. Avendo appreso in Giappone dell’invito fatto da Paolo Corallini a questo allievo diretto del Fondatore, lo ha voluto incontrare e, dopo avergli parlato, ha accolto con gentilezza la sua venuta in Italia. Dal suo ruolo di icona irripetibile dell’aikido mondiale, Tada shihan ha reso un servigio alla memoria del suo Maestro e all’arte a cui ha dedicato la vita, favorendo un inizio di divulgazione di certe peculiarità della pratica di Osensei anziano, espresse proprio quando lui era impegnato all’estero a tempo pieno, a costruire l’Aikikai d’Italia. Anche io voglio esprimergli la mia sentita personale gratitudine, in quanto i contenuti che ho avuto la fortuna di contattare, mi sono stati in qualche misura intellegibili proprio grazie agli insegnamenti ricevuti da Tada shihan.
Lo scopo che l’Aikido si propone, ha un disperato bisogno della cooperazione di “color che sanno”….e non aggiungo altro.
Hideo Hirosawa è stato per oltre dodici anni allievo diretto di Osensei, di cui molti come uchideshi nel dojo di Ibaragi. Alla morte di Ueshiba è rimasto in Iwama come un praticante qualsiasi, sotto la guida di Saito sensei (suo cognato); attualmente, tra i sempai che insegnano a Ibaragi, tiene il corso della Domenica, che è il più seguito. Fin dall’inizio ha concepito un amore assoluto per la pratica aikidoistica, a tal punto ideale da non volerla condizionare ad una capacità di guadagno; così si è scelto un lavoro, apparentemente uno qualsiasi, che non confliggesse col suo desiderio di ricerca in aikido.
Ho avuto la fortuna per tre giorni non solo di seguire i corsi, ma anche di alloggiare dove stava il maestro, di condividere con lui i pasti e il tempo libero. Ho trovato un uomo affabile e generoso, inesauribile nel comunicare e nel dare, senza riserve; lui stesso si descrive come mosso da un daimon, come se Morihei Ueshiba stesso lo stimolasse a rendere palesi certi contenuti.

Hideo Hirosawa presso il tempio Hattori Jingu

Hirosawa giovane, nel dojo di Ibaragi, è fin dall’inizio attratto da quegli aspetti immateriali dell’aikido di O’Sensei, da quelle “stranezze” apparentemente inspiegabili, che hanno contribuito a farne un personaggio mitico e hanno attratto tanta gente, curiosa e forse avida di
quei poteri, per il proprio successo personale. Quando Morihei consentiva domande, Hideo Hirosawa nel chiedere era candido e diretto come il suo Maestro, che sulle prime “lo mandava a quel paese” (per metterlo alla prova), ma poi, vista la perseveranza gli diceva: “Vai a preparare il te” e lo istruiva dopo l’allenamento, gettando i semi di una pratica, a cui il nostro è stato ed è tuttora sempre fedele.
Immagino, per chi non ha visto, una irrompente curiosità di conoscere in che cosa consista questa “pratica speciale”. Il modo in cui Hirosawa ce ne ha resi partecipi, la sua comunicazione aperta, enfatizza il “niente di speciale”, anche se abbiamo assistito (per desiderio del maestro, anche quelli non ammessi sul tatami allo special keiko, hanno potuto vedere) a cose che ci hanno disorientato.
Una per tutte: venti cinture nere vengono invitate a formare una catena, tenendosi saldamente per mano; il maestro si avvicina al primo e con un movimento da destra a sinistra, tocca -tocca!- con un dito il primo della fila a livello dell’hara, squilibrandolo dolcemente e facendolo cadere. Con un esilarante effetto domino la caduta si comunica dal primo all’ultimo e fin qui apparentemente niente di trascendentale, tranne un’accelerazione della dinamica (mentre il maestro continua ad espirare), per cui se il primo cade dolcemente, gli ultimi letteralmente schizzano a terra, cadendo a destra e a sinistra.
Fenomeno da baraccone? Houdini del tatami? No, non mi pare proprio. Questo e molto altro sono la conseguenza di principi additati da O’Sensei e nominalisticamente riferiti anche da altri maestri, ma di cui Hirosawa sensei s’è addossato il rischioso compito di confrontarsi divulgando, senza paura di esporsi, anche allo scetticismo e al ridicolo. Questi effetti non sono possibili se dapprima non si coltiva un’attitudine interiore, proprio in base a quei principi. Innanzitutto quella “forza” non è tua, tu sei solo un tramite e per poter esserne il tramite, occorre non porsi in competizione con gli altri, non appropriarsi.
Ciò non può non apparire paradossale, in quanto ammessa (e non concessa!) la nostra buona fede, apparentemente è proprio l’altro che ci attacca. Se non mi difendo “io”, chi viene a farlo? Qui l’affermazione di O’Sensei (mai incontrato da nessuno di noi) di identificarsi con l’Universo, si collocherebbe su uno sfondo puramente mistico, se qualcuno come Hirosawa non provasse a riportare il tutto su un concretissimo tatami.
Masakatsu, Agatsu e Katsu-ayabi (la vera vittoria qui ed ora su noi stessi), come su quel rotolo dipinto da O’Sensei in persona, che fa bella mostra in originale nel dojo personale di Paolo Corallini, può fungere da chiave di lettura. Più ancora della materialità dell’attacco, è pericolosa la nostra reazione interna ad esso, l’effetto sul nostro “spirito”, sulla nostra intenzionalità, sul “cuore” di noi. L’attentato vero alla nostra incolumità, consegue all’effetto sconvolgente dentro noi stessi, che spaccando la nostra originaria integrità, ci pone nelle mani della negatività (la fissione di un solo atomo provoca la reazione a catena, con liberazione di energia devastante, dai prolungati effetti inquinanti) e dalla cattiveria mia o altrui, può scaturire solo altra cattiveria, creando faide senza fine. Hirosawa dice esplicitamente che bisogna unire le due energie separate dal contrasto (come nella fusione atomica che avviene nelle stelle, dove l’energia si libera vitalmente benefica, senza effetti collaterali, anche se come in aikido, alla giusta distanza). Nell’alternativa tra il simbolico (dal greco, sun-ballein, metto insieme) e il diabolico (dalla stessa lingua, diaballein, spacco, separo), come usciamo dal puro verbalismo ed agiamo in concreto?

Angelo Armano in compagnia di Hideo Hirosawa

Dice Hirosawa che il ritmo della vita, di tutto l’Universo (e dello Psichismo che lo sottende) è come un grande respiro e per identificarci col Principio, quando qualcuno ci attacca, dobbiamo connetterci a lui, inspirandolo dal suo centro, poi con l’espirazione lo “conduciamo” in modo che, mandandolo a vuoto, lui si sorprenda del benessere che prova, nel fallire l’intenzione aggressiva. Un effetto “disarmante” nel profondo, come profondamente disarmante è la personalità di Hirosawa, dall’umile, ma inscalfibile sorriso, mentre chiede a chi è stato “condotto” (e non

proiettato), che sensazioni prova. Occorre forza d’animo per non negare l’aggressione altrui, ancora più forza per non lasciarsi contagiare dallo spirito di reazione, evocando così il nostro nemico interiore. Per tutta la vita siamo messi alla prova, sempre dobbiamo perfezionare la nostra chiarezza ed umiltà, più e più volte saremo chiamati a rimetterci in discussione, a trovare nuovi equilibri, a infrangere con dolore il vecchio contenitore emotivo, per crearne uno più ampio, capace di contenere insieme gli opposti in conflitto.
Al sorriso dell’ultimo O’Sensei è il costante riferimento di Hirosawa, nel sottolineare il piacere con cui praticare, un ki gioioso, come un vento che impregni il luogo della via, mutando gli stati d’animo. Così se al conflitto contrappongo la relazione, la negatività può esaurirsi e se noi ridiamo, allora ri-diamo all’aggressore la sua energia, processata dal ki dell’Universo, essendoci affidati al Se.
Riconnettendomi all’Universo, materiale e psichico, agisco l’effetto simbolico e sono tutt’uno con i fini dell’Universo, che è senza tempo; è il lavorio incessante giorno dopo giorno, il keiko quotidiano, l’analisi interminabile, l’ubermensch.
Stiamo inevitabilmente librando verso livelli eterei, che coinvolgono la vita e la morte, argomenti guarda caso tutt’altro che estranei all’essenza delle arti marziali e ai significati fondamentali dell’essere umano.
L’essere stato per ben tre volte tra la vita e la morte, ha conferito ad Hirosawa una luminosa e salda chiarezza in merito, che lui traduce in maniera amorosamente semplice. Il nostro corpo è solo un vestito, ma lo spirito, che è Uno, non ha fine; tremendamente persuasivo nel riferirlo, da quelle “regioni” da lui visitate con insolito anticipo.
Altro momento significativo della pratica, la sottolineatura della funzione dello sguardo: metsuke. Ritmo del respiro, visualizzazione del centro dell’attaccante, che viene inspirato nel nostro centro e condotto mediante l’espirazione, amplificata dalla direzione dello sguardo; ci è stato fatto l’esempio di ikkyo, attuando il quale, O’Sensei entrava guardando in alto (e non solo perché era bassino).
Questi principi sostanzialmente semplici, necessitano di una notevole consuetudine con gli aspetti interiori; pensate solo che lo sguardo sul reale esterno, deve accompagnarsi a quello interiorizzato della visualizzazione, con la necessaria attitudine distintiva tra le due funzioni, mentre non guasto la spontaneità del respiro profondo, mantenendomi centrato, sereno, alla giusta distanza, nel momento giusto…

Hirosawa in visita a Pompei nel 2007

Un io che voglia rincorrere tutte queste cose, si troverà inevitabilmente con la lingua da fuori, confuso tra mani e piedi. C’è qualcosa di superiore a cui dobbiamo consentire di interagire con noi, verso il quale dobbiamo disporci capienti, mobilitando la nostra attenzione, lasciandoci stupire e trasformare da tutto ciò. Significa finalmente prenderci cura di noi stessi, in una maniera per cui ci ritroviamo religiosi, magari professandoci atei. La religiosità del gesto vede un perfetto unisono tra il Fondatore e il suo ultimo uchi deshi, influenzato pure da quelle esperienze di cui ho accennato sopra. Passare da un’educazione religiosa all’insegna della trascendenza assoluta, ad un’arte che prega col corpo non disgiunto dall’anima, è per me, occidentale di una seppur ripudiata matrice cattolica, una scoperta sconvolgente.
L’unione dei (non più) opposti corpo e anima, allude ad altre unioni che l’attitudine simbolica è chiamata a celebrare, come quella tra maschile e femminile. L’enfasi data da Hirosawa sul condurre, piuttosto che proiettare e quell’attitudine alla “capienza” cui facevo riferimento sopra, chiama il brutale guerriero ad illuminarsi di una modalità tipicamente femminile, facente parte di quello che ordinariamente “le donne non dicono”.
Appartiene al femminile quella capacità subliminale di condurre forze brute ed unidirezionali, di ammansirle e persino di irretirle. Trovo infatti anche un aspetto seduttivo, in certe dinamiche di Hirosawa, quando l’attaccante, senza essere toccato, si trova inspiegabilmente a cambiare direzione.
Divertente un aneddoto riportato da Hirosawa sulla moglie del Fondatore, che, come sovente accade, aveva un’influenza enorme. Se si era nelle grazie di Hatsu san, allora anche un’ eventuale antipatia del Fondatore veniva superata, mentre era impossibile che accadesse il contrario. Ovviamente se dal mio punto di vista maschile, comprendo la necessità di integrare il principio femminile, gettando uno sguardo sul mondo di oggi, non mi appare superfluo sollecitare l’universo femminile a fare altrettanto col principio maschile e con la stessa umiltà. Solo se i due principi si riconoscono a vicenda (la necessità di “respirare” l’aggressore) può avvenire l’integrazione, come diceva O’Sensei illustrando il tai sabaki di certe tecniche ed invitando l’esecutore a mettersi -anche psicologicamente- al posto dell’altro!
Da anziano O’Sensei sottolineava spesso che il pronunciato ai, di aikido, vuol dire anche amore, sottolinenando maggiormente questo aspetto, in una modalità che sfrutta il gioco di parole, non estranea ad altri illuminati giapponesi (V. Yamaoka Tesshu) e tranquillamente riecheggiata dalla psicologia occidentale (Freud, Lacan….). Vedendo Hirosawa in azione, non ho esitazioni ad affermare che la pratica vera dell’aikido (come la tradizione spirituale di buddismo tantrico, a cui O’Sensei per tutta la vita si ispirò) è fare l’amore! Ad evitare equivoci inopportuni, l’accezione di fare l’amore , non è certo equiparata al Kama sutra. La lingua greca ci fa riconoscere svariate forme di amore, come ad esempio:
Eros = amore tra gli esseri umani;
Filia = amicizia;
Adelfia = fratellanza;
Agape = consustanziarsi mangiando lo stesso cibo;
Porneia = le concretezze dell’amore fisico.
L’aikido, in particolare, insegna a fare armonia coi gesti della violenza, distillando amore come riconciliazione.
Un amore esultante, con l’anima e col corpo, grato a Dio, che è anche preghiera.
Di questa pratica amorosa, Hirosawa ci rammenta che uno solo è stato il Fondatore e che, ispirandoci a Lui, uniti nella figura del Doshu Moriteru, dobbiamo lavorare concordi a non dissipare quel tesoro prezioso, ognuno dalla sua individualità, a contribuire alla realizzazione dell’aikido.

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Seminario Hirosawa Roma Febbraio 2012 

Copyright Angelo Armano© 2011-2012
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Pubblicato per la prima volta nel mese di Febbraio 2011 su
http://aikido.kitai.it/hideo-hirosawa/

Gentile Appunto a “Paganini Non Ripete”


La porta inaccessibile

Anche questo scritto di Angelo Armano ci è giunto sotto forma di commento a  Doshu Kisshomaru ha cambiato l’Aikido del Fondatore come equilibrato contrappunto alle tesi di Claudio Pipitone in Paganini non ripete. O’Sensei era troppo difficile e oscuro per i comuni mortali?

di ANGELO ARMANO

Nel provare a dia-logare con quanto ha scritto Claudio Pipitone, vorrei porre una prescrizione a me stesso: di farlo con aiki. Vale a dire autenticamente, pure con passione retorica, ma non dimenticando che il suo punto di vista, se anche eventualmente opposto, mi è nondimeno necessario del mio. In ogni caso non potrà non essere un arricchimento.
Prima però di entrare, con le mie opinioni, nel merito di quelle di Pipitone, ritengo sia preliminarmente necessaria una o più domande.
Cos’è l’Aikido e se sia esaustivo annoverarlo nell’ambito dell’arte tout court? Come si pone l’Aikido rispetto alla tradizione marziale dal cui humus pure viene ad esistenza? Che dire dei contenuti religiosi, filosofici e psicologici che tanto lo permeano e di cui parla continuamente il Fondatore? Addirittura se esista l’Aikido al di là della persona del Fondatore.
La risposta a queste ed anche altre domande, la cui portata risulterebbe esorbitante dall’ambito di questa specifica rubrica, mi appare comunque essenziale al fine di porre al meglio possibile la questione. Voglio dire che chiunque abbia opinioni in merito e gentilmente ce le faccia conoscere, dovrebbe chiarirsi i suoi punti di vista rispetto a quelle domande.
Nel momento applicativo di quello che è o dovrebbe essere l’Aikido, sono naturali oltre che inevitabili, anzi auspicabili, le differenze individuali.
Ma nell’esempio che fa Pipitone, abbiamo comunque un luogo comune chiamato musica, uno strumento condiviso (il violino) ed una piacevole diversità di esecutori, non tutti ugualmente entusiasmanti, anche tenendo conto dei gusti.
Al contrario per l’Aikido, senza quelle risposte sarebbero in discussione non solo lo strumento (il violino), ma pure la musica…Che dire se Paganini avesse non solo suonato il violino, ma l’avesse addirittura perfezionato o persino inventato?
Se per me l’Aikido è una via esoterica, per un altro un’espressione di religiosità, per un altro ancora un ennesimo ryu marziale, o persino una ginnastica, una terapia, uno Yoga in movimento, una filosofia fatta col corpo…e non abbiamo finito senza averlo ancora inteso come arte, significa che è vitale capire in questo caso cos’è la musica e quale lo strumento.
Se riteniamo che l’Aikido esista di per sé, attese le differenze di approccio così marchiane, approfondire il contesto, la personalità del Fondatore, come si è evoluto l’Aikido, di quali forme si sia servito Ueshiba è filo-logicamente ineludibile per chiunque sia veramente curioso di darsi quelle risposte e non sia proiettato già in un’utilizzazione a fini propri, di quello (l’Aikido) da cui sia stato anche solo superficialmente intrigato.
Se è opinabile l’identità vera e propria dell’Aikido e i suoi conseguenti scopi, allora non ha senso neanche chiederci se sia stato modificato.
Personalmente trovo un pretesto riferirsi all’oscurità e complicazione di Osensei come alibi per modificare la pratica l’Aikido e renderlo così più facilmente attingibile.
Allora stiamo appena provando a porre la questione…

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Conservatori o Innovatori in Aikido?


Anche in Aikido la querelle des anciennes et des modernes?

Sul blog di Aikido Italia Network viene riportata un’appassionante questione tra conservatori ed innovatori che prendo ad ispirazione per delle mie riflessioni, non intendendo le stesse come risposta ad uno o ad un altro. In letteratura resta famosa la querelle des anciennes et des modernes, confermando se mai ce ne fosse bisogno, che la questione non da oggi è un tema dibattuto, un vero e proprio archetipo

di ANGELO ARMANO

Conservatori e riformisti sono concetti base in politica, al di là dei nomi propri utilizzati dai partiti storici, e per giunta non è infrequente constatare che nel corso della vita dei singoli, si nasce riformisti e si muore conservatori o viceversa. Un salto di corsia capitò anche a Churchill, che in fondo era un conservatore nato.
Senza divagare troppo, O’Sensei era un riformista o un conservatore?
Pare che nel novero delle tecniche dell’Aikido una sola sia frutto del suo genio creativo e simbolico: tenchinage. Tutte le altre erano state già inventate.
Allora Morihei era un conservatore?
Non direi proprio, anzi politicamente e religiosamente pareva incline al nuovo. Addirittura rivoluzionario il suo concetto di arte marziale d’amore.
Per andare alla teknè e al suo progresso, nel salto in alto si usava la sforbiciata e nonostante l’avvento di uno stile (ventrale) più efficiente, il record mondiale femminile rimase a lungo nella titolarità di una rumena che usava quello precedente. Poi nel ’68, a Città del Messico comparve un americano che rivoluzionò tutto saltando a gambero e lasciando gli altri concorrenti con un palmo di naso.
Pochi però si sono soffermati sul fatto che una volta la buca del salto in alto era piena di sabbia, come quella dei salti in estensione (lungo-triplo) e che solo l’avvento dei materassi, aveva consentito l’evoluzione della tecnica nel modo storicamente manifestatosi. Uno che avesse saltato in stile Fosbury nella buca di sabbia, avrebbe avuto ottime possibilità, se non la quasi certezza di rompersi l’osso del collo. Il gesto atletico ha così finito per privilegiare la prestazione in altezza, a scapito della naturalezza che vorrebbe si atterrasse sulle proprie gambe.

Aikido High-Jump

Chi ha ragione, chi ha torto? E, in ogni caso, Lewden, ventrale o Fosbury che sia, nessun saltatore è esentato dal fatto di ripetere migliaia e migliaia di volte la stessa unica tecnica, e non smettere di ripeterla nonostante averla memorizzata a perfezione.
Parliamo di un’unica tecnica e di un’unica situazione.
Il gesto marziale è infinitamente più articolato, e le situazioni che presenta hanno un impatto psicologico estremamente più complicato. Il provare tante tecniche (quando la maggior parte degli artisti marziali ne ha una soltanto come preferita) serve probabilmente alla necessità di non essere presi alla sprovvista da un gesto inconsueto.
Già una volta l’artista marziale ottenuto il menkyo kaiden, partiva per il musha shugyo, il confronto con altri stili ed altre scuole. Oggi che fortunatamente non si muore sul campo, il confronto con metodi diversi rimane di natura interiore e in quella sede lascia i suoi frutti. Un grande esorcismo insomma, anche riguardo ai cosiddetti principi (non necessariamente nobili), parola in voga da parte di alcuni, dimenticando che il Fondatore parlava di quadrato, triangolo e cerchio…
E tutti i pianisti continuano a “fare le scale”.
In tema di gusti è difficile assurgere al ruolo di Tito Petronio, detto Arbitro delle eleganze. Quando ero giovane, tre donne dal mondo patinato della moda si contendevano il ruolo della Bella: la Schiffer, la Campbell e la Bruni e sebbene in tre, non c’è stato nessun giudizio di Paride e fortunatamente nessuna conseguente guerra di Troia, per il dilemma di chi fosse degna del pomo, e d’oro per giunta. Penso che d’oro ce l’avessero già tutt’e tre…
Così, tornando meno faceti, in tema di maestri ebbi una volta una conversazione con Masatomi Ikeda sensei, nella quale mi lamentavo della disparità di giudizi in tema di gradi. Nel rispondermi che non eravamo tutti uguali, giustificando le differenze, mi fece l’esempio proprio di Endo sensei, appena riconosciuto 8°dan, mentre lui che ne era sostanzialmente coetaneo, aveva un grado minore.
Forse nessuno è così lontano dallo stile di Endo come Ikeda Masatomi, che però lo apprezzava. Non per questo si svalutava o nutriva complessi di inferiorità; o al contrario di superiorità, visto che considerava l’efficacia nella difesa personale un requisito indispensabile del suo Aikido.
In my opinion, le domande da porsi sono completamente altre.
Che cosa ha realizzato e voluto lasciare agli altri O’Sensei con l’Aikido? E l’Aikido che pratichiamo è secondo le intenzioni del Fondatore, ne realizza gli scopi? Oppure la parola Aikido non indica un’etica di derivazione marziale, bensì un’etichetta con la quale commercializzare un prodotto, a beneficio del solo venditore, in modo un po’ analogo a quello con cui si vendono gli orologi Ferrari e le piastrelle Versace?
Siccome non sono in questione le libertà, ognuno può decidere di indossare piastrelle o di pavimentare la casa con orologi (gli diranno che è un maestro di Zen…), aspettandosi che rombino invece di fare cucù.

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Professionismo in Aikido?


L'Aikido ha bisogno di propagatori, non di gente che vive di Aikido e grazie all'Aikido

“L’Aikido non è un’istituzione necessaria, come le poste e telecomunicazioni. Si fa per amore, perchè ne torni amore. Se qualcuno vuol porre rimedio alla disoccupazione, creando posti di lavoro con l’Aikido o cercandosene, lo sta uccidendo”

di ANGELO ARMANO

Andrè Cognard in uno dei suoi libri affronta en passant l’argomento, citando la risposta che gli diede il suo maestro Kobayashi, incoraggiandolo a tanto.
Nella biografia di Tada Hiroshi sensei, l’argomento si espone da solo quando lo stesso, narrando della sua venuta in Europa, fa riferimento ai pochi soldi di cui disponeva e all’impegno morale di non affiancare un lavoro all’insegnamento dell’aikido, per vivere.
Per quanto mi riguarda, appartengo ad un ordine professionale e dovrei ben conoscere i requisiti e i vantaggi del professionismo. Quello che è codificato e disciplinato, dovrebbe dare le migliori garanzie sulla qualità del servizio prodotto e, ad un certo livello, non può essere che così.
Nel significato della parola professione (dal latino pro-fiteor) è implicita una “fede” che però non sempre vediamo contemplata, nella realtà di tutti i giorni delle varie istituzioni. Questo anche perchè fede implica un relazionarsi a qualcosa che non è materialmente palese nella quotidianità, qualcosa che pur riguardandola, la trascende. Sarà un dovere morale, un significato profondo che sfugge ai più, un livello spirituale, ma nell’etimo di professione questo richiamo è fondamentale. Sarebbero (e forse lo sono) del tutto inutili quei residui di cerimonia iniziatica, in cui al neo adepto
dell’ordine dei medici, viene chiesto di far proprio il giuramento di Ippocrate e a noi avvocati di bene e fedelmente adempiere ai nostri mandati. La prassi non è sempre confortante.
Il diffuso materialismo si pone come antitetico a quel qualcosa di trascendente su cui esercitare quella fede, che dalla parola professione viene richiesta; la prassi finisce per saturare ed accantonare l’aspettativa morale, lo sfondo psicologico, il livello spirituale che andava contemplato e le istituzioni collettive professionali, si propongono come del tutto insensibili e forse impotenti a riguardo. Forse che scuola, sanità e giustizia, sia pure con le debite eccezioni, vanno bene?
Riguardo all’Aikido mi hanno insegnato che differisce dagli altri sport di combattimento perchè è un’arte e per giunta marziale. Prendendo per buona l’affermazione, osservo che l’arte ci prende, che è più vocazione rispetto al lavoro, che ha un rapporto indefinibile col danaro e che implica turbamenti mal conciliantisi con il cosidetto salario e le aspirazioni di “bella vita”.
L’arte non si imprigiona in categorie, si fa contemplare e, se è tale, eleva lo spirito, propone comunicazione di significati, un po’ come fanno quelle due paroline: Ai e Ki.
Goffredo Parise, giornalista e saggista, inviato nel Viet Nam negli anni settanta, ebbe a dire una volta che in Italia “Chi sa, fa, e chi non sa… insegna). Inutile sottolineare che l’affermazione mi ha colpito e la degenerazione andante, implicita nella parola professionismo (che mi suona male come tutti gli …ismi), contribuisce a far emergere il mio punto di vista.
Il motivo per cui lo propongo è proprio di suscitare confronto dialettico, se verrà.
Precondizione per l’arte è un Eros, un daimon artistico, qualcosa che non si iscrive al sindacato, non si protegge in parti politiche e istituzionali, non si identifica con centri di potere. Tutte queste cose esistono (e bisogna farci i conti!), ma sono estranee all’ontologia di arte, che anzi ne viene messa a repentaglio, ove non sia chiara e radicata nel cuore dell’uomo-artista.

O'Sensei preferì ritirarsi in campagna al condividere una societa' che aborriva

Un momento chiave della vita di O Sensei e della creazione dell’Aikido, è quello della rinuncia alla rinomanza sociale, che pur poteva essere un fine di tutto il suo impegno e dei suoi sacrifici.
Lui che era ammirato e rispettato dalla crema della società di Tokio, istruttore del fratello dell’Imperatore (allora ancora divino), esempio di valori marziali da utilizzare per fini bellici, divenuto consapevole (lui che da giovane e piuttosto bassino si era appeso agli alberi al fine di allungarsi, pur di non essere scartato alla leva) della rovina a cui si approssimava la sua patria, portata a ciò da quell’establishment politico-militare, e della contraddizione di quei valori con quanto gli si andava elaborando dentro, si ritirò in campagna a zappare la terra, quasi a far la fame, assistito devotamente da pochi giovanotti affascinati dal suo carisma.
Il senso del daimon, come la traslitterazione dal greco implica, non è estraneo alla nostra matrice culturale, così come era palesemente tangibile, nonché riferito da lui stesso, nella vita di Morihei Ueshiba. L’arte è il modo di farsi palese del daimon, l’incarnazione di quell’eros, di quel qualcosa di trascendente che va “professato” e che sovente non è sincrono all’andamento del sociale.
Se la società patisce gravi contraddizioni, se finisce per porsi troppo frequentemente all’antitesi di quell’amore (eros, appunto) equivalente alla Vita stessa, i suoi schemi saranno impeditivi della sua manifestazione. E’ qui che si pone la scelta tra l’essere artista (anche in senso religioso) e l’essere un normalmente alienato cittadino, succube degli schemi.
L’artista ha un rapporto privilegiato con l’amore e la sua arte è guardare l’amore fisso negli occhi. Il genio unico di O Sensei consiste (come il buon Orazio che affermava: “Nihil umani a me alienum puto”, non considero a me estraneo nulla che sia umano) nel riconoscere la fonte umana del gesto bellico e di mostrare l’arte di ricondurlo ad un amore, umano ed anche sovrumano.
Tutto ciò è molto lontano dalla società corrente, anche dalla società che fa Aikido. Se schemi e steccati non ci consentono, di essere l’amore… che ci fa essere, se qualcosa vuole limitare il nostro comunicarci valori ed esperienze, urge un ripensamento della società dell’Aikido.
L’Aikido non è un’istituzione necessaria, come le poste e telecomunicazioni.
Si fa per amore, perchè ne torni amore. Se qualcuno vuol porre rimedio alla disoccupazione, creando posti di lavoro con l’aikido o cercandosene, lo sta uccidendo.
E’ emersa spontaneamente la mia risposta sul professionismo.
Al di là di schemi sociali (abbiamo pur preso una laurea), l’Aikido ha bisogno di propagatori e salvo poche eccezioni, non di gente che vive di Aikido e grazie all’Aikido. Necessitiamo di persone che adempiendo agli obblighi sociali e riconoscendone le contraddizioni, utilizzino l’Aikido come metodo per riportare amore nel luogo della sua alienazione: la nostra quotidianità. Il tatami come luogo per riimparare la coordinazione dei vari livelli dell’essere, sulla lunghezza d’onda dell’amore, che dell’essere è precondizione ed equivalente. Da lì, nel compito senza fine di apprenderlo, testimoniarlo nel quotidiano, umilmente, ma autenticamente.
Probabilmente, con ikkyo, irimi e tenkan, non materialmente e letteralmente, ma trascendendoci progressivamente verso il livello etere dello stupa, quello che opera sul mondo immaginale, psicoide, vera fonte di tutti i nostri gesti. E’ l’unico livello che può, eventualmente, “persuadere” una pistola!
Un compito arduo, marziale nel senso pieno della parola, un compito sofferto. Altro che stipendi e stili da Provveditorato agli studi!
Se professione senza fede è negazione, a maggior ragione come si può essere professionisti di un’arte? Si può vivere d’arte, con tutte le precarietà e gli alti e bassi connessi, tramite un rapporto fortemente selettivo col successo e, negativamente, con lo star system.
Se l’arte poi, nello specifico, è ricongiungersi con la profondità, da cui tende a separarci l’appiattimento sociale e la sovraesposizione mediatica dei sentimenti negativi, è estremamente difficile che il riconoscimento giunga dal luogo che li celebra. Quel luogo potrà accettare quell’arte solo per snaturarla, per piegarla alla sua way of life.

Copyright Angelo Armano© 2007-2011
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