I Livelli della Pratica


Elements

“Io sono l’Universo!”

Un noto detto recita: “Quando l’allievo è pronto, il Maestro arriva”; a volte non si tratta di un istruttore in carne ed ossa, a volte colui che arriva, come intuizione o fulminea decisione, è il nostro Maestro Interiore, che ci mostra una Verità da sempre sotto gli occhi eppure mai vista, che ci aiuta a guardare in modo nuovo una situazione, un concetto, una realtà che credevamo conosciuta e familiare

di CARLO CAPRINO

Succede a volte che questo avvenga grazie ad episodi o strumenti che apparentemente nulla hanno a che fare col risultato conseguito: la mela di Newton, il bagno di Archimede, la muffa di Fleming sono alcuni tra i tanti esempi che si possono fare a questo proposito.

Qualche tempo fa, riflettendo sui sacrifici che un praticante marziale deve affrontare lungo il suo cammino, l’ho paragonato ad una katana, la celebre spada giapponese orgoglio dei guerrieri Samurai. Lo spadaio nipponico, per dare vita alle lame che ancora oggi restano ammirate ed ineguagliate, partiva da sabbia ferrosa (satetsu) ottenendo quello che veniva chiamato “metallo gioiello” (Tamahagane) grazie all’azione del fuoco ed all’incessante lavoro del martello. Per giungere ad essere perfetto il ferro doveva essere lavorato con impegno e costanza, al prezzo di sudore e fatica.

Ma se il praticante può essere paragonato al Metallo, a cosa possiamo paragonare gli altri componenti dell’universo secondo la filosofia tradizionale, ovvero Terra, Acqua, Aria e Fuoco? Alla pratica stessa, è stata la mia risposta, ovvero ai vari livelli di questa.

Questo è vero, ritengo, per qualunque pratica e disciplina; io pratico Aikido e la scelta è caduta su questa Arte marziale giapponese, probabilmente un danzatore, un pittore o uno scultore potrebbero trovare le stesse corrispondenze con le rispettive Arti. Quindi il presente tentativo di relare la pratica dell’Aikido con una serie di simboli del macrocosmo universale e del microcosmo umano, dagli animali simbolo degli evangelisti cristiani agli organi anatomici, se da una parte sfiora il sincretismo, dall’altra vuole essere solo uno dei tanti percorsi che ciascuno di noi può percorrere per trovare il simile nel dissimile.

L’idea, poco originale in verità, è quella di evidenziare come alcune pratiche, simboli e significati siano collegati a dispetto delle enormi distanze segnate nel tempo e nello spazio, marcando una Via che si presenta sempre uguale a sé stessa, pur nelle sue differenze, agli occhi di chi sappia guardare.

O’Sensei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido, diceva: “Io sono l’Universo!” ed in questo non peccava di megalomania ma riprendeva il messaggio che, nei secoli, i Maestri illuminati offrivano ai loro discepoli: “Conosci te stesso e conoscerai il mondo e gli Dei” affermava l’oracolo di Delfi; l’anima di ogni uomo, scintilla caduta ma non perduta, può tornare a godere dell’ineffabile Divino, predicavano sia Krishna che gli gnostici del cristianesimo primitivo; “Ascoltate dentro di voi, e guardate nell’infinito dello Spazio e del Tempo. … Cosa fanno gli Astri? Cosa dicono i Numeri? Cosa valgono le Sfere? O anime, perdute o salvate, essi narrano, cantano, valgono – il vostro destino!” è riportato nel Frammento di Ermete Trimegisto che ci guida nei misteri dell’Egitto. Se è vero il detto “En to Pan” – Tutto in uno – ogni nostra azione ci fa muovere lungo la Via, ogni minuscolo organismo è parte e specchio, componente e frattale, del macrocosmo universale.
Parlo dell’Aikido ma questo è solo il mio dito, che ciascuno dei lettori scelga la luna da ammirare.

L’argomento richiederebbe per la sua natura spazio e conoscenza che non possiedo, se non in minima parte; spero comunque che queste brevi note possano essere da stimolo e sprone ai lettori di buona volontà per un maggiore approfondimento. Prima di cominciare, alcune precisazioni: parlare di Aikido è parlare di fisico, mente e spirito nello stesso tempo; non vi è corretto addestramento dell’uno senza il coinvolgimento degli altri, così, quando parlo di corpo, si intenda con questo una indicazione e non una limitazione, comprendendo in questa definizione il corpo fisico, quello mentale e quello animico, che ciascuno potrà e vorrà sviluppare secondo le proprie capacità e possibilità.

Ancora, in queste note cito Ercole, il mitico eroe della mitologia classica figlio del divino Zeus e della mortale Alcmena, che rappresenta simbolicamente l’uomo mortale con la sua essenza divina che Dante Alighieri (e non solo) considera il prototipo dello studioso, dell’iniziato e, per traslato, del praticante che respinge una vita facile e comoda ed affronta un viaggio lungo e faticoso alla scoperta di sé stesso e dell’Universo.

La terra è tradizionalmente collegata al Toro

La terra è tradizionalmente collegata al Toro

KO-TAI, IL “CORPO RIGIDO”
Il primo livello della pratica è quello del “KO-TAI”, del praticante dal corpo rigido e impacciato che poco o nulla si adatta all’azione dall’avversario, limitandosi a reagire a questa basandosi soprattutto sulla forza muscolare.
Questo livello è caratterizzato da una sorta di “egocentrismo” che vede l’avversario come “altro”, come entità distinta e separata da sé stesso.
A questo livello possiamo far corrispondere lo stadio “terra”, che è l’emblema stesso della materialità e della consistenza, un elemento solido che ha un suo peso ed un suo volume e che conserva una forma che può essere modificata solo a prezzo di grandi sforzi e con l’aggiunta dell’elemento “acqua”, che la rende più plastica e malleabile. La “terra” rappresenta quindi la sostanza grezza e bruta, la pietra da sgrossare come principio dell’opera di perfezionamento del praticante.
Alla stato “terra” possiamo far corrispondere come organo anatomico lo stomaco: come la terra fornisce nutrimento agli esseri viventi, così lo stomaco provvede al nutrimento dell’essere umano, rappresentando la prima e più importante tappa nella elaborazione che vede la materia trasformarsi in energia. Oltre che allo stomaco, lo stadio “terra” può riferirsi alla milza, che produce globuli bianchi e globuli rossi del sangue, questi ultimi incaricati di distribuire l’ossigeno, e quindi il nutrimento, l’energia e la vita stessa, fino nei più reconditi recessi del corpo umano.
Ancora lo stadio “terra” può riferirsi al Toro, uno degli animali che insieme ad Aquila e Leone più spesso ricorrono nella mitologia di tutti i tempi e di tutti i popoli, considerazione questa che merita di essere approfondita prima di proseguire in queste note.
Da tempo immemorabile questi animali sono esempio di qualità e difetti dell’Uomo, li ritroviamo nello zodiaco di Rama, nella Sfinge egiziana, nella Apocalisse di Giovanni, nelle visioni profetiche di Ezechiele e come simbolo degli evangelisti canonici. Si può bene immaginare quanto ci sarebbe da dire in proposito e quindi perché questi animali siano parte dell’immaginario collettivo oramai da secoli e perché non sia poi così pellegrina la loro citazione in queste righe.
Il Toro quindi, animale che è protagonista della ottava fatica di Ercole nell’isola di Creta, dove Nettuno, aveva punito Minosse per non aver eseguito i sacrifici a lui dedicati mandando nell’isola un toro ferocissimo, che l’eroe catturò vivo e condusse a Micene. Nello zodiaco il segno del Toro rappresenta gli istinti in genere e l’istinto sessuale in particolare, la brutale forza animale della lotta
per la sopravvivenza, quindi la parte più rozza e animalesca dell’uomo.
Ma il Toro è anche Bue, il placido compagno di lavoro dell’agricoltore; più forte, docile e resistente del cavallo nel tirare l’aratro che, non a caso, dissoda la terra e la rende fertile e pronta alla coltivazione. Il Bue è uno degli animali che, nel presepe classico, riscalda il Cristo bambino; il bue, o meglio il vitello, è la vittima che nel corso dei secoli i sacerdoti sacrificavano sull’altare per implorare la benedizione divina.
In uno sforzo di sintesi tutto ciò ci dice che perché l’Uomo possa tendere al divino deve iniziare a sacrificare i suoi istinti, la sua parte animale, non tanto negandola/eliminandola, poiché questa è e rimane parte di sé, quanto domandola e facendola lavorare a proprio vantaggio. Trasformare il Toro feroce in Bue mansueto perché questo ci aiuti a dissodare la nostra Terra intima rendendola pronta a dare i frutti che meriteremo col nostro lavoro costante.
Ma neppure la terra più fertile può dare frutto se non irrigata con l’acqua che da’ la vita, e questa considerazione ci porta al livello successivo.

Water

Acqua, il forte vince il debole

JU-TAI, IL “CORPO FLESSIBILE”
A questo livello l’azione del praticante diventa morbida e plastica, apparentemente cedevole; si adatta all’avversario (anche se con un certo sforzo cosciente) come l’acqua, che ha un suo peso e un suo volume ma assume la forma del contenitore (ovvero non si contrappone in maniera ostinata) pur senza rinunciare a sé stessa (l’acqua, come tutti sanno, è incomprimibile). Ci si adegua all’altro, pur rimanendo ben distinti da questo.
Diminuisce l’uso della forza fisica pura e semplice e inizia a farsi strada il concetto di “awase”, di armonia, di unione con l’avversario, con la sua forza, con la sua intenzione, per guidarla e indirizzarla, come si farebbe con un fiume di cui si vuole sfruttare la corrente.
Come insegna il Tao-Te-Ching, il forte vince il debole, il morbido vince il duro, e la placida acqua può trasformarsi in una potenza inarrestabile che distrugge e travolge la più imponente delle dighe.

L’acqua quindi che può essere guidata e incanalata “accordandoci” con lei, che può essere contenuta in una mano aperta a coppa ma non stretta in un pugno; acqua che può essere foriera di prosperità, come nelle risaie cinesi o nelle pianure del Nilo, se guidata ed accettata, o portatrice di lutti e distruzioni se ci si illude di poterla dominare, come ci ricordano la tragedia del Vajont, o le alluvioni di Firenze o di Sarno, solo per rimanere nell’ambito della cronaca attuale.
Alla stato “acqua” possiamo far corrispondere i reni e la vescica urinaria, che provvedono a filtrare ed espellere le impurità, a “lavare via” quanto di negativo e dannoso abbiamo dentro di noi, mentre tra gli animali citati in precedenza è il Leone quello che corrisponde a questo livello, il leone come l’acqua, placido e maestoso ma capace di passare in un attimo alla azione più feroce e spietata.
Questo animale è il protagonista della prima delle fatiche di Ercole, che lottò col leone di Nemèa, invulnerabile mostro nato da Tifone e da Echidna. Per vincerlo l’eroe lo colpì con le frecce con la clava per poi soffocarlo, scuoiarlo e servirsi della sua pelle come abito, ricoprendosi il capo con la testa della fiera.
Secondo l’interpretazione della studiosa Alice A. Bailey, il leone rappresenta la personalità egoica che bisogna uccidere per far posto al disinteresse, mentre secondo il filosofo O.M. Aivanhov, l’atto indica che bisogna “vincere la fierezza orgogliosa e l’ostinazione del Leone, e sviluppare la sua nobiltà, la sua grandezza, la sua rettitudine”, trasformando, come nel passaggio da Toro a Bue, i difetti in virtù.
È da notare come la pelle del leone diventi l’abito di Ercole, il che significa che il praticante, giunto a questo stadio potrà, anzi dovrà, “mettersi nei panni” del suo avversario, comprenderne le sue ragioni, le sue paure, i suoi pregiudizi, e solo una volta fatto questo, solo una volta “entrato in lui” come acqua nel contenitore, potrà non vincerlo ma con-vincerlo, guidandolo sulla retta Via.
In Aikido questo concetto è alla base, come detto in altra nota, della fondamentale pratica del “Tai-No-Henko”, letteralmente “il corpo che si adatta”, l’esercizio con cui si aprono tutte le sedute di allenamento che nell’aspetto pratico è la base per tutte le tecniche di evasione e controllo circolari e nell’aspetto spirituale è un offrire una mano all’avversario, accettare il contatto senza subire la sua forza, ruotare assumendo il suo punto di vista senza esserne soggiogati, controllare senza violenza ma con decisione, al fine di mostrare all’avversario (ed a noi stessi!) la vanità dell’attacco senza per questo ispirare in lui rancorosi desideri di vendetta e rivalsa.
Se il cammino del praticante proseguirà nella giusta direzione, egli potrà aspirare a raggiungere allora il livello successivo.

Aquila

L’Aquila, la regina dei cieli

RYU-TAI, IL “CORPO FLUIDO”
Giunta a questo livello la tecnica, pur conservando la sua fisicità, è libera e mobile e possiede quindi, come l’aria, un suo “peso”, ma perde forma e volume; in altri termini, non solo ci si adatta all’altro, ma lo si permea e ci si miscela in maniera quasi indistinguibile. Se si versa olio nell’acqua i due liquidi rimangono identificabili ancorchè mescolati ma liberando un gas nell’aria risulta impossibile separare poi l’uno dall’altra.
Aumenta l’impiego dello “awase”, in cui il praticante tende a diventare un tutt’uno con l’avversario e quasi scompare l’uso della forza fisica, “quasi” perché, pure se impalpabile ed invisibile, l’aria conserva una sua minima fisicità, ed in quanto tale una sua forza che si può trasmettere e impiegare, come ben dimostrano i tanti impieghi dell’aria compressa nelle applicazioni industriali o la potenza devastante di tifoni e cicloni.
All’aria possiamo far logicamente corrispondere il polmone, l’organo attraverso cui avviene la respirazione, ed il fegato, che invece, producendo la bile, consente il processo della digestione; entrambi sono fenomeni che prevedono uno “scambio” tra esterno e interno del corpo umano, l’uno per prelevare ossigeno ed emettere anidride carbonica, l’altro per elaborare i cibi e trarne nutrimento ed energia.
L’animale che associamo all’aria non può che essere l’Aquila, la regina dei cieli, che simbolicamente è la versione antica dello Scorpione, conosciuto anche come Serpente, Drago o Fenice.
Sotto questa forma la ritroviamo nelle fatiche di Ercole, come Idra di Lèrna, mostro il cui corpo era per metà quello di una bella ninfa e per metà quello di un serpente o drago con sette teste (numero che già ai tempi della filosofia pitagorica era considerato il simbolo dell’unione del mondo umano con quello divino) che rinascevano appena recise. Ercole l’affrontò e dopo aver bruciato le teste mortali per impedire che si riproducessero, finì il mostro. L’Idra di Lerna rappresenta nello zodiaco lo Scorpione, sede astrologica dell’istinto sessuale.
E’ un passo avanti rispetto alla forza istintuale e cieca del Toro; mentre questo si manifesta in modo rozzo ed evidente, qui abbiamo a che fare con un “modus operandi” più sottile ed ambiguo, invisibile ed impercettibile proprio come l’aria. Suggestioni, malìe, fascinazioni di cui non ci rendiamo quasi conto che richiedono il dominio attento e costante dell’istinto: l’Idra ben rappresenta la forza della lussuria, alla quale, nonostante si cerchi di tagliare le sue numerose teste, queste ricrescono con vitalità frustante. Lottare contro l’istinto, servendosi semplicemente della repressione e cercando di annientare questa potente forza soltanto con la volontà o peggio, con la coercizione, non porta alla vittoria: è necessario trasformare l’istinto in qualcos’altro, raffinarlo, elaborarlo e depurarlo delle sue scorie nocive. Come Ercole per vincere usa il fuoco, simbolo dall’amore sacro, così il praticante deve far si che il Tanden, il punto vitale nell’addome da cui emana l’energia vitale e spirituale (corrispondente all’incirca al Manipura Chakra) diventi un atanor, una fornace dove le nostre virtù come comburente e le nostre paure ed i nostri difetti come combustibile alimentino la fiamma capace di fondere e forgiare un uomo nuovo.

Spiritual body

Il corpo spirituale possiede l’immensa forza del Fuoco

KI-TAI, IL “CORPO SPIRITUALE”
E’ l’ultimo livello, quello in cui scompare completamente la parte fisica e si afferma la parte spirituale. L’avversario non viene neutralizzato “dopo” o “durante” il suo attacco ma addirittura “prima” che questo abbia fisicamente luogo. E’ l’immensa forza del fuoco, insieme di luce e calore, che si esprime nonostante non abbia nessuna consistenza materiale, nonostante non abbia peso, volume e forma. Il fuoco distruttore e purificatore, il fuoco che ha divorato capolavori ed intere città e che ha permesso il progresso dell’uomo, consentendogli di elevarsi dalla primitiva condizione di cavernicolo a quella di viaggiatore delle stelle.
Il fuoco, rubato da Prometeo agli dei, è la conoscenza che questi fornisce agli uomini a prezzo della sua vita, è l’Uomo che si sacrifica per il bene degli altri, è l’Uomo che annulla se stesso, rinunciando ad essere un Uno egoista perché si riconosce nel Tutto universale.
L’organo del corpo umano legato a questo livello è il cuore, sede delle emozioni e fonte e simbolo della vita stessa, il sacro cuore di Gesù donato per la salvezza degli uomini, il cuore della vittima sacrificale immolata sugli altari delle piramidi dei popoli precolombiani per invocare l’aiuto divino. A questo livello c’è l’uomo, unico animale in grado di produrre e dominare il fuoco, di usarlo per cucinare il cibo, per forgiare i metalli, per cuocere il vasellame d’argilla, per illuminare e riscaldare la sua casa.
Dall’Uomo-metallo siamo partiti ed all’Uomo-fuoco siamo arrivati, in un ciclo che si chiude su sé stesso come un ouroboros, dove il l’adepto ritrova un sé stesso per sempre cambiato, dove il praticante, partito con una candida cintura bianca, la vede via via scurirsi con l’uso, fino a farla diventare nera per poi vederla ancora sfilacciarsi e tendere al bianco, segno e simbolo di una purezza primigenia raggiunta, come nel romanzo “L’Alchimista” di Coelho, dopo un lungo viaggio dentro e fuori sé stesso.
Il Divino a cui aneliamo alberga nel nostro intimo, la scintilla d’essenza è in noi da sempre; è quanto ricorda Krishna ad Arjuna nella imminenza della battaglia decisiva; è quanto Gesù Cristo insegna ai suoi discepoli parlando del Regno dei Cieli; è quanto ciascuno di noi deve scoprire, con i suoi tempi ed i suoi modi, grazie ad una pratica costante ed attenta, ricordando il fondamentale insegnamento di O’Sensei Ueshiba: “Masakatsu Agatsu, Katsuhayabi!” ovvero “La vera vittoria è la vittoria sul sé, oh giorno della fulminea vittoria!”

Con una equazione simbolica che riassuma il tutto, possiamo quindi dire che l’Uomo-Metallo potrà forgiarsi alimentandosi dalla Terra, ristorandosi con l’Acqua, depurandosi nell’Aria e purificandosi col Fuoco (1) in un procedimento che, è bene dirlo, non avanza con una serie di salti ad intermittenza ma avviene con cambiamenti lenti e spesso impercettibili, vissuti con la consapevolezza che il compimento di una fase non è altro che l’inizio della successiva, situazione che, lungi dall’essere scoraggiante, riserva invece il piacere della scoperta e l’entusiasmo del progresso anche al praticante più esperto.

(1) Non è forse un caso che l’acronimo dei termini Terra, Aqua, Aer, Igni che in latino indicano gli elementi da me citati sia T.A.A.I. ovvero lo stesso della Takemusu Aikido Association Italy

Copyright Carlo Caprino © 2011-2013Carlo Caprino
Pubblicato con autorizzazione T.A.A.I.
Pubblicato per la prima volta su:
http://www.taai.it/images/stories/I_livelli_della_pratica.pdf

A Proposito delle Idee di Platone…


Idee

“L’Aikido è partire dalla forma per far sparir la forma”

Circa un mese fa AIN ha pubblicato l’editoriale di Simone Chierchini Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero, cui oggi fa seguito (come ormai da tradizione) il puntuale contrappunto di Angelo Armano sul medesimo tema, ma anche assai oltre…

di ANGELO ARMANO

Caro Simone,

possiamo anche abolirlo questo titolo, perché a molti “duri e puri” viene il disgusto di questi temi in ambito marziale. Non è il mio caso, che ad essere duro e puro ambirei non poco…
Così raccogliendo finalmente l’invito da te fattomi, provo a fornirti un contrappunto a quel tuo articolo, la cui metafora è un corretto paragone filosofico, nell’ambito del pensiero di Platone.
Platone non è un invito a nozze (generalmente scanso i matrimoni…), ma qualcosa in più: uno degli assi portanti, probabilmente la pietra angolare del mio edificio interiore nel quale nutro amore (fileo) per Sofia (la saggezza); femmina e pure intensa!
Non è un amore pensato, fatto di erudizione, ma sofferto, vibrante e palpitante alla stessa maniera di quando, senza appellarmi alla tradizione, voglio risolvere qui ed ora un problema sul tatami. Provando, rischiando, senza sapere prima come va a finire.
Naturalmente per lungo tempo, tanto lungo, troppo…ho anch’io affidato tutto il mio Aikido alle soluzioni precostituite, fidando che da loro -e solo da loro- avrei conseguito l’obbiettivo.
Oggi non mi regolo più così.
Allora potresti dire tu, e qualcun’ altro che si sia degnato di leggere le mie riflessioni nel tempo, Angelo Armano si contraddice, ripudia molte delle sue posizioni anche recenti e pure una sana filologia.
Per nulla!
La mia posizione attuale è proprio il frutto di una filologia coraggiosa, spregiudicata, tutta tesa a “guardare in trasparenza” le forme a cui disciplinatamente mi sono sottoposto e continuerò a sottopormi, ma con un essenziale capovolgimento di impostazione. Le forme sono uno specchio in cui riconoscere e affinare la mia interiorità, olisticamente ad un esercizio del corpo.
Ma il prius è l’interiorità, è l’Anima di chi pratica; non lo dico da psicologo, ma da marzialista.
Se non fosse apparso l’uomo chi avrebbe mai detto che quadrato, triangolo e cerchio sono forme sacre? E chi avrebbe mai parlato di idee (la cui radice etimologica è idein, infinito del verbo orao che in greco significa vedere, da cui il senso di immagini interne, con le quali lavorare)?

Platone nella famosa immagine michelangiolesca della cappella Sistina

Platone nella famosa immagine michelangiolesca della cappella Sistina

Ma ancor più sono e mi sento discepolo di Platone, nell’accettare pienamente l’identità del buono con il bello! E nella scelta delle forme, attraverso le quali procedere nella conoscenza dell’Aikido, e in qualsiasi altra forma di amore-conoscenza, io andrò sempre dove mi porta il cuore, dove sentirò il buono che mi piace, e il bello del buono. Sempre rispettoso dell’autorevolezza di chi si propone, mai del mero ipse dixit.
La parola estetica viene da aisthesis che implica quell’oh! di stupore, quel respiro spontaneamente trattenuto di fronte alla bellezza. Quel vissuto può arrivare -nientemeno!- ad essere il punto d’arrivo dello Yoga, il famoso sat chit ananda (essere, conoscenza, beatitudine), che alcune pratiche di quella disciplina provano a farci assaggiare, attraverso l’attenzione per il respiro e le sue pause, provocate o meno. Anche per una disciplina ascetica come lo Yoga, quella bellezza è un faro.
La dottrina dell’Anima, i cui valori sono: bellezza, saggezza e verità, è un altro caposaldo della filosofia di Platone, e nell’essere marziali, nel fare Aikido in particolare, l’ultima cosa che possiamo fare è metterla da parte. Osensei non ce lo consente:
“Il budo è una strada divina… la base del vero, del buono e del bello. Riflette l’assoluto e illimitato lavoro interiore dell’Universo”. Più filosofico, più psicologico, più platonico di così, O Sensei non potrebbe essere! Confermandoti caro Simone, che sei nel giusto da aikidoista, a rivolgerti a Platone.
E’ l’anima che gusta delle idee originarie, degli archetipi per dirla con Jung che altrettanto platonico era. Le belle forme, le belle idee, le belle “tecniche”, possono compensare le brutture riequilibrandoci, divenendo persino terapeutiche, e sebbene possiamo essere tentati di collocare l’Iperuraneo in qualche sfera celeste, è solo attraverso l’interiorità che possiamo averne percezione. E’ dentro di noi che acconsentiamo al bello, riconosciamo il bello. Quindi anche le forme dell’Aikido, quelle che per alcuni sono le forme sacre, la Bibbia, solo attraverso l’interiorità possono venire fecondamente intese.

In quel libro che con tanto affetto tu hai recensito intervistandomi, a pag. 19, io metto vicine due espressioni di Morihei Ueshiba; la prima, la più tradizionale, denuncia già la visione evolutiva e non fissa o “fissata”, di quello che noi addetti ai lavori chiamiamo kata. Non è quella forma, e solo quella a dispetto di un’altra, che ci evolve.
“Anche se il nostro cammino è completamente diverso dall’arte dei guerrieri del passato, non è necessario abbandonare totalmente le antiche tradizioni. Assumiamo le venerabili tradizioni marziali nell’Aikido vestendole di abiti nuovi e prendiamo a fondamento gli stili classici, per cercare nuove e migliori forme”.
Siccome sulle parole si può arzigogolare sofisticamente (e avrebbe pure una sua dignità, fatto da un Gorgia), prima di imbarcarci su una polemica nominalistica, prendiamo subito in esame l’altra espressione e compariamola:
“L’Aikido non ha forme predeterminate perché è lo studio dello spirito”.
Come la mettiamo?

Soprattutto perché non è un’espressione isolata, in quanto Ueshiba Morihei Okina (il vecchio Osensei) rincara la dose:
“L’Aikido è partire dalla forma per far sparire la forma”.
Se aggiungessimo una colonna sonora un po’ solenne, il discorso dovrebbe finire qua.

“Il segreto dell'aiki, è di sovrastare mentalmente l'opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”

Poiché amo O Sensei, ma come ho detto sopra non mi faccio soggiogare dall’ipse dixit, proseguiamo nella disamina dell’argomento.
“Il segreto dell’aiki, è di sovrastare mentalmente l’opponente in un battito di ciglia, e di vincere senza combattere”.

Potrebbe apparire tranquillamente anche questa una espressione del Fondatore, ma non lo è!
Se maestro è colui che ci insegna o ci ha insegnato qualcosa, allora è il maestro di Ueshiba che parla. E ho scelto un “carattere” diverso proprio a voler rappresentare plasticamente, esteticamente la diversità di personalità, tra Sokaku Takeda e Morihei Ueshiba, pur in accezioni talmente simili…da sembrare identiche.
Non è questa la sede in cui mi dilungherò nei dettagli delle fondamentali differenze, soprattutto dal punto di vista dell’interiorità, tra Aikido e Aikijujitsu. Il terreno comune però è tanto evidente, quanto generalmente disatteso nella pratica dell’Aikido!

Di quali forme ci serviamo per strutturare il corpo, è un problema relativo, come dice il demone (alias Issai Chozanshi) nella sua “diceria sulle arti marziali”. E’ fondamentalmente una questione di scelta, di gusto, di estetica.
Quello di cui non si può fare a meno assolutamente è il lavorio interiore.
Andiamo allora al santuario delle forme, alla didattica del grandissimo Saito Morihiro.
Pensiamo per un attimo ad alcune delle caratteristiche del kihon: uke mi prende forte (alcuni dicono al 70%) ed io, utilizzando angoli e leve riesco a fare la tecnica, la forma prefissata.
E’ uno schema che ha una sua utilità, ma domandiamoci a cosa serve per davvero.
A mio giudizio, serve a rassicurare il principiante che non è dogmatico essere sovrastati da chi ha più forza di noi, e che abbiamo delle risorse anche se siamo spaventati. Soddisfatto questo livello e servendocene pure per esercitare il corpo, per confrontarci con degli stilemi, siamo lontanissimi da una benché minima possibilità di applicazione reale.
Se, al solo scopo di fare un esempio, tori si sposta con un movimento angolare rispetto ad uke che lo fronteggia, per quale motivo chi mi fronteggia non può spostarsi a sua volta, proprio per continuare a fronteggiarmi?
E siamo daccapo!
Problematiche di questo tipo sono all’origine della proliferazione delle tecniche, dei loro dettagli e dei diversi livelli elementali (terra, acqua fuoco, aria…) in un discorso che si frantuma sempre più, all’inseguimento della conoscenza perfetta che, esclusivamente per questa via, non arriverà mai. Su questo stesso livello, i diversi ryu del jujitsu potenzialmente pari sono.
E’ ovvio anche per me, che continuo a studiare le forme e i loro dettagli, in proporzione diretta all’incidenza della corporeità nella mia pratica di Aikido, che però, guarda caso, …è lo studio dello spirito.

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“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”

“Parola del Signore!” come enfaticamente ripete una persona a me cara, alias Paolo Corallini shihan. Non a caso lui che la sa lunga, ripete anche: “Aikido ga goriteki desu” (L’Aikido è razionale.), aggiungendo poi a voce più bassa “Quello visibile…”.

Allora se è lo stesso Saito sensei, riportato da Paolo, a dire senza mezzi termini:
“Se il peso di uke non va a finire completamente sulle punte dei piedi o sui talloni le tecniche di Aikido sono inapplicabili.”, come facciamo a portare questo peso nei punti indicati?
Tirando o spingendo?
E uke che fa, sta fermo? Non reagisce? Ci compiace?
Se ci fermiamo alle forme, siamo daccapo un’altra volta! Nel mondo delle idee, non quelle platoniche, ma nelle più mentalistiche astrazioni…

Cos’è che fa saltare a piè pari questa aporia, ponendoci in un livello completamente diverso (e pur mai definitivo di possibilità), rendendo plausibile sia lo studio dello spirito, sia l’ennesima espressione di Morihei Ueshiba:
“Quanto più progredisci, meno tecniche ci sono. La Grande Via non ha percorso.”?
Quella dannata parolina (non il mero flatus vocis, ma tutto il suo back ground) che al pari del kihon, deve essere da subito e contemporaneamente alle forme, oggetto di riflessione e di pratica:
AIKI.

Copyright Angelo Armano© 2013 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore è proibita

L’Era dell’Acquario e l’Aikido


NN

Un 2013 pieno di Budo

Dal blog dell’amico e collega Stefano Bresciani, Budoblog, condividiamo con i lettori di Aikido Italia Network l’ultimo articolo di Alessio Candeloro, già presente su queste colonne con l’apprezzato “Tatami Mon Amour

di ALESSIO CANDELORO

Durante le lezioni di Aikido ci viene ripetuto spesso, per non dire sempre, che bisogna stare rilassati, morbidi, e quanto più naturali con il corpo. Flessi sulle gambe, dritti con la schiena, con spalle rilassate e stabili sul baricentro. Tutto molto bello e a dirlo così sembra anche facile, se non fosse che per chi è alle prime armi risulta tutt’altro che facile. Ti ritrovi in piedi, sul tatami, a provare una forma base come Shihogiri senza Bokken (spada in legno) magari e cominci a sentire che qualcosa non va e allora ti domandi:

Sei rilassato? Sì.
Sei morbido? Beh, si potrebbe fare meglio.
Stai facendo movimenti naturali?

Insomma, diciamo che quando sono per strada o al lavoro non è proprio ciò che faccio sempre. Flessi sulle gambe? Ah sì, quello sì. Non faccio nemmeno quell’effetto ascensore quando faccio il cambio guardia. La schiena com’è?Vediamo, avendo la fortuna di avere uno specchio noto che la mia schiena è un po’ piegata in questo momento. Però ora la raddrizzo subito. E la stabilità del baricentro? Ah non mi parlare di quello, la parte più ostica di tutta la faccenda. Visti tutti questi errori qualcuno mi potrebbe chiedere il perché io continui a praticare: “se una cosa non ti viene subito tanto vale passare ad altro”. Io dico di no; ogni sera si lavora duro per il miglioramento di tutti questi fattori e a volte, soprattutto con il tempo, questi fattori cominciano a incastrarsi come tessere di un puzzle che alla fine darà la nostra intera figura. La schiena si raddrizzerà, la morbidezza e i movimenti verranno naturali senza pensare e tutto il resto verrà affinato con la moltitudine di ore passate sul tatami; ma la cosa avverrà con un processo lento e forse non noteremo le differenze tra il prima e il dopo, ma se guarderemo un nostro vecchio filmato di qualche dimostrazione forse vedremo solo quanto legati e “brutti” eravamo e di quanto in realtà siamo cambiati e certamente migliorati.

La costanza nella pratica è un fattore che bisogna tenere ben presente nella nostra mente altrimenti rischiamo di arrenderci alle prime difficoltà. Un movimento, anche il più semplice, non lo studieremo solo qualche lezione, o magari solo qualche mese; sarà un continuo miglioramento, da oggi fino a quando non potremmo più salire su di un tatami. La fretta porta ad errori, anche gravi. Ma non solo la fretta nell’eseguire una qualsivoglia cosa sul tappeto, la fretta potrebbe essere anche la nostra smania di voler sapere tutto ed in breve tempo. Questo a che errore ci porta? Sicuramente all’errore di sottovalutare l’Aikido (o qualsiasi arte marziale) perché non dà quei risultati miracolosi che noi credevamo prima di iniziare.

Diceva giusto Stefano Bresciani in un suo articolo: bisogna rallentare. Ma non soltanto il nostro uke per spezzare il ritmo del suo attacco, ma anche noi stessi che magari pretendiamo troppo in primo luogo da noi e dal nostro fisico, poi magari dal nostro Sensei, ed infine, quando non troviamo un colpevole, pretendiamo troppo dall’Aikido stesso. Ma il vero colpevole è il nostro Io, o l’ego se preferite.

Masakatsu Agatsu Katsuayabi

Una delle massime di O’Sensei Ueshiba sentite più volte dai vari Maestri in giro per il mondo; e tu ti chiedi (come ho fatto io) cosa vorrà dire sul serio, quale significato intrinseco ci sia in questa frase semplice ma che accende un milione di domande nel nostro cervello figlio de “Karate Kid” (chi, dai 30 anni in su, vi dice che non l’ha mai visto molto probabilmente sta mentendo) dove il maestro diceva frasi del genere e la più famosa resterà per sempre: “metti la cera, togli la cera!” Ogni volta che dici di praticare arti marziali se ne esce sempre qualcuno con questa frase che a mio modo di vedere non ha a che fare con l’Aikido ma su questa ci tornerò in una altro momento…
Vincere se stessi è un concetto importante promosso dal Budo. A mio avviso significa non andare troppo di fretta, non bruciare le tappe poiché volere, ad esempio, il grado cintura nera non è deprecabile come desiderio, purché rimanga un obiettivo e non un’ossessione. Siamo entrati nel 2013, un nuovo anno in cui speriamo (come ogni anno) sia pieno di belle cose, soddisfazione, felicità e buoni propositi. Ovviamente non tutto andrà come vorremmo ma starà nelle difficoltà la spinta per uscire dalle situazioni negative e cambiarle a nostro vantaggio.

Ciò che mi auguro io, e auguro anche a te, è un 2013 ricco di budo, magari condito da belle sudate sul tatami, da una pratica non solo tecnica bensì basata sui principi che amiamo divulgare tramite questo blog, nel dojo e soprattutto nel quotidiano. In questi mesi (scampati alle profezie dei Maya!) alcuni sostengono l’ingresso nell’Era dell’Acquario (altri dicono che sarà nel 2117, altri ancora nel 2600). Prendiamo per buona la prima ipotesi e che quindi, dal famoso 21/12/12, siamo entrati in questa Era: Era di cambiamenti, dell’amore e di nuove consapevolezze. Tutto quello che descrive l’Era dell’Acquario mi porta istintivamente a pensare all’Aikido. Quest’arte così permeata di comprensione, fiducia, armonia, fratellanza e amore… mi fa pensare che questo sia il primo anno di un’Era che possa dare una scossa, un cambiamento, una nuova linfa vitale all’aikido.

Giorni fa leggevo un vecchio articolo dell’amico aikidoka Marco Rubatto sul fatto che a Iwama (localitá giapponese in cui è nata la prima scuola di aikido) ci sono ben tre Dojo a distanza ravvicinata che offrono tre splendidi esempi di aikido tecnico ma, a livello dei principi che questa arte marziale si prefigge, c’è qualche cosa che non funziona…. Quindi se lì, in Giappone, nella stessa Iwama dove O’Sensei si era ritirato c’è questo “brutto” esempio di arte della pace come possiamo noi fare meglio? Questi tre Dojo si sono divisi per incomprensioni, rivalità o per altri motivi sconosciuti ma a noi resta il messaggio negativo che hanno dato al mondo, si sono divisi quando ciò che è stato insegnato loro (in alcuni casi da O’Sensei in persona) è l’unione, la fratellanza, il superamento delle differenze.

Sarebbe davvero bello se le parole di O’Sensei divenissero realtà: che lo spirito dell’aikido si diffonda in tutto il mondo e si diventi tutti una grande famiglia.

Magari dall’aikido potrebbero partire molte cose utili anche a chi dell’Aikido non ne ha nemmeno sentito parlare o chi lo confonde sempre con qualche altra arte marziale… o che l’aikido fosse solo Steven Seagal! Ci vorrebbe un cambiamento nell’aikido? O forse dobbiamo solo ricordarci di vincere noi stessi? Il vincere noi stessi potrebbe portare al cambiamento, prima in noi stessi poi con qualcosa che interagisce con l’aikido degli altri e si diffonde. Il cambiamento potrebbe essere davvero interessante e stimolante per l’intero panorama aikidoistico. Vorrei davvero poter interagire con tutti, di qualsiasi stile di aikido senza problemi di sorta, senza preoccuparmi se uno è iwamista, aikikai, tendo ryu o altro. In fondo siamo tutti aikidoka, seguiamo i principi dello stesso fondatore. Certo le differenze tra noi ci sono, nessuno le vuole negare, ma non sono così insormontabili; la prova l’abbiamo avuto nel 1° Aikido Blogger Seminar tenuto pochi mesi fa a Torino. Tre maestri, o meglio tre amici, si sono incontrati sul tatami per praticare tra loro e con chi voleva e poteva partecipare.

L’era dell’Acquario potrebbe davvero essere un buon auspicio per l’aikido se davvero tutti quanti ci ricordassimo da dove arriviamo, da dove siamo partiti e come eravamo quando siamo saliti sul tatami la prima volta. L’aikido potrebbe cavalcare davvero l’onda dell’Era dell’Acquario e farci un ulteriore regalo, quello di unirci tutti quanti più di quanto non lo siamo già. E così tutte quelle ore passate a sudare sul tatami non saranno solo un mero allenamento per conseguire un grado o una cintura ma un’opera per migliorare noi stessi e il mondo.

Copyright Alessio Candeloro© 2013
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Pubblicato per la prima volta il 09/03/2013 su
http://www.budoblog.it/era-acquario-e-aikido/

Significato del Dojokun – Parte 2


Gichin Funakoshi, Masatoshi Nakayama, Left, Teruyuki Okazaki, Right

Gichin Funakoshi affiancato da Masatoshi Nakayama (a sinistra) e  Teruyuki Okazaki (a destra)

Significato del Dojokun – Parte 1

Hitotsu! doryoku no seishin o yashinau koto! Rafforza instancabilmente lo spirito

Questo principio si riferisce alla realizzazione dell’uomo in relazione ai suoi obiettivi di vita personali. Il principio significa anche “ Cura il tuo spirito di ambizione “: E’ legato indissolubilmente al primo e secondo principio in quanto qualsiasi obiettivo non può essere perseguito se non si ha un comportamento maturo, al fine di evitare effetti erronei. Essere ambiziosi con una condotta interna positiva può dare benessere anche a chi ci circonda. Questo principio ne racchiude altri sei:

1. Mosshoseki (Non lasciare traccia dietro di te ):
E’ il consiglio a vivere in naturalezza come un uccello che non lascia traccia nel cielo o un pesce nell’acqua. Essere naturali non si esplica nè nell’aggressività, nè nella passività. Nello Zen c’è lo stato della “ prima naturalezza “ cioè quella del lattante che ha tutte le porte aperte e quella della “ seconda naturalezza “ che deve essere elaborata. L’autoconsapevolezza non permette la sopportazione come quella animale che deve adattarsi alle circostanze che gli sono assegnate dalla natura. La vita conscia dipende dal divenire e dai nostri obiettivi. Eppure anche la vita consapevole deve fare i conti con la sua origine naturale. La vita umana matura su due coordinate: apertura nell’aspirazione e conservazione nell’amore. Mosshoseki si riferisce all’equilibrio tra i due poli di destinazione: dipendenza dalla natura e autonomia consapevole. “ Non lasciare tracce “ significa che l’individuo ( non divisibile, cioè unico ) deve considerare le esigenze personali con modesti e autocontrollo. Chi è in preda all’egocentrismo, dipendente dai propri desideri e avidità si pone al centro del mondo ( ne abbiamo parecchi esempi in politica ), arroga a sè ciò che appartiene agli altri o agisce in modo da pregiudicare gli altri. Tali individui non vivono in armonia con le basi vitali esistenti. Lasciano una traccia dietro di loro ( Goseki ) e in ragione della mancanza di rispetto delle regole prime della vita producono danni.

2. Hito kome, hito ase ( Un chicco di riso, una goccia di sudore ):
Rappresenta l’idea che un’arte marziale non può essere appresa come una scienza, ci vuole una giusta condotta e soprattutto la capacità al sacrificio. Non bisogna pensare puntando
subito in alto agli obiettivi, tralasciando ciò che è in basso e soprattutto ciò che si ottiene viene sudando.

3. Ko gaku shin ( Mantieni lo spirito aperto all’apprendimento ):
E’ compito dell’allievo creare in se stesso le premesse giuste che lo mettano in condizione di apprendere ( Jitoku: vantaggio per se stesso ). Non pretendiate di sapere però ciò che è giusto o errato imparare. Avere fiducia in chi è più avanti nella via è la cosa giusta da fare. Nel Budo non vi sono gerarchie di progresso al di sotto dello status di Maestro. Parliamo di comprendere la Via e questo non è raggiungibile in tappe. Il progresso è legato alla vicinanza stessa del Maestro ( ishin deshin ). L’importante è essere aperto all’ascolto.

4. Do mu kyoku ( Un’intera vita senza limiti ):
Se si prende in considerazione il perfezionamento interiore allora non vi sono limiti nell’esercizio del Budo. Ancora oggi questa è la differenza tra Budo e sport. Nel Budo la perfezione tecnica ( Shosa ), almeno in Giappone non viene apprezzata particolarmente. La dimensione di cui parliamo è diversa. Richiede un lungo periodo di maturazione spirituale sotto la guida di un maestro della Via. Solo così si può capire “ un’intera vita senza limiti “. Nel Budo c’è un’espressione che è “ ikken-hissatsu “: indica la tecnica ben affinata, ma significa “ uccidere in un sol colpo “. Non si intende l’atto materiale, ma nell’interpretazione filosofica il Maestro utilizza tale espressione per indicare l’azione che origina dall’agire puro, autentico. Attenzione perchè è una meta irraggiungibile dato che si lega al concetto di assoluto, al superamento dell’ultimo limite. ikken-hissatsu nella pratica include sempre il Sundome ( attenzione ), cioè la capacità di fermarsi due centimetri prima di colpire l’obiettivo. Hikken-hissatsu e Sundome sono i due poli della capacità d’azione dell’uomo. Efficacia e controllo vanno a braccetto. L’esecuzione di tecniche prive di efficacia o concentrazione ( noi in Aikido diciamo senza kokyu ), induce ad un atteggiamento interiore sbagliato.

5. Nana korobi ya oki ( Se cadi sette volte, devi alzarti otto volte ):
Fu Bodhidharma ad enunciare tale principio insegnando nel tempio di Shaolin. Non bisogna aver paura di sbagliare. Non dobbiamo sentirci paralizzati, perchè ne risentirà il progresso. Bisogna osare, sbagliare, imparare, rialzarsi e continuare.

6. Karate wa yu no goto shi taezu netsudo wo ataezareba moto no mizu ni kaeru ( Il vero karate è come l’acqua bollente, si raffredda se non provvedi a mantenerla sempre calda )
Questo è l’undicesimo principio del Dojokun. Il M° Funakoshi intendeva dire che il progresso si ottiene con regolarità e costanza dell’esercizio.

Hitotsu! reigi o omonzuru koto! Onora i principi dell’etichetta

La giusta condotta di comportamento rende l’individuo degno di fede, aperto e semplice. Contribuisce a mantenere l’armonia nelle relazioni interpersonali. L’etichetta permette di comunicare ad un altro individuo di essere pronto, nell’ambito del giusto, ad una reciproca comprensione. Il M° Funakoshi definì la cortesia come la base di ogni educazione ed il saluto ( Rei ) come il simbolo più importante. I praticanti che oltraggiano il saluto con la propria negligenza, si dimostrano persone immodeste, egoiste e non capaci di adattamento.
Karate-do wa rei ni hajimari, rei ni owaru koto wo wasuruna Il karate-do comincia nel rispetto e finisce nel rispetto
Senza cortesia il senso del Karate viene meno! E’ uno dei principi del M° Funakoshi che lo pone al primo posto nel Nijukun. In tutte le scuole tradizionali l’etichetta viene osservata alla lettera. L’esercizio senza etichetta aprirebbe la strada alla violenza e ad un concetto distorto di Budo. L’espressione simbolica del giusto comportamento nel Dojo è il saluto (Rei) attorno al quale si sviluppa l’intera etichetta comportamentale (Reigi-saho).

Omoiyari Prenditi cura sinceramente degli altri
Tradotto alla lettera significa “riflessione sincera” e si riferisce alla giusta comprensione dei problemi degli altri. Da tale esercizio si sviluppa l’amore universale (Jin). I praticanti di un Dojo dovrebbero incontrarsi sempre con “omiyari”, con spirito di benevolenza.

Oshi shinobu osu Sii paziente con te stesso e gli altri
Lo scopo del Karate è quello di consentire a ciascun praticante il superamento dei propri limiti fisici e psichici. Bisogna progredire passo dopo passo con pazienza e costanza
Osu Aspirazione e pazienza
L’Osu ( Oss,Uss) spesso nel karate viene usato come suono che accompagna il saluto. L’Osu è la resa fonetica di due ideogrammi cinesi. Il primo significa “cozzare” ( dare una botta) e simboleggia l’atteggiamento per cui una persona si impegna a superare i problemi quotidiani con il proprio agire. Il secondo significa “soffrire” e designa la capcità a tenere duro nelle situazioni difficili. L’Osu comprende per questo due opposti( l’aspirazione e la pazienza) che tuttavia fusi portano ad una vera condotta. Nel dojo si usa l’Oss quando si saluta il Sensei o i compagni oppure come segno che si è capito e che si è d’accordo.Se un praticante ne fa uso nel Dojo segnala che è pronto a conformarsi allo spirito dell’Osu.

Hitotsu! kekki no yu o imashimuru koto! Rinuncia alla violenza

Se un praticante di arti marziali è in grado di arrecare danni agli altri e usa questa capacità è un essere indegno e pericoloso.

Karate ni sente nashi Nel Karate non c’è chi attacca per primo
Pur essendo veicolato dal M° Funakoshi, questo principio è del Bushido giapponese che vietava ai Samurai di sfoderare la spada alla prima provocazione. Questo principio vuole rammentare al praticante il significato dell’intelletto sereno. E’ chiaro che la norma mostra che il karate è per autodifesa. Il secondo significato è legato all’atteggiamento generale nei confronti della vita. La convivenza pacifica tra gli uomini rappresenta un problema da lungo tempo la cui soluzione va trovata più nella maturità individuale che in soluzioni politiche. Ricordate che nel kata del Karate la prima e ultima sequenza è sempre una difesa. Voglio ricordare anche che nel Budo la persona si esercita per vincere se stesso, nella competizione per vincere gli altri. La competizione teoricamente è una violazione di questo principio.

Gijutsu yoi shinjutsu L’intuizione conta più della tecnica
L’intuizione rende vigile un uomo prima che incontri il pericolo. Alla persona senza intuizione rimane solo la tecnica che è ben poca cosa.

Heijoshin kore michi La coscienza abituale è la Via
Definisce in senso traslato lo spirito quotidiano quieto ed imperturbabile che caratterizza il fondamento dell’azione trasparente

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Nijukun i venti principi

1. Il karate comincia e finisce col saluto.
2. Il karate non è un mezzo di offesa e danno. Karate ni sente nashi.
3. Il karate è rettitudine,riconoscenza.
4. Il karate è capire se stessi e gli altri.
5. Nel karate lo spirito viene prima dell’azione.
6. Il karate è lealtà e spontaneità.
7. Il karate insegna che le avversità colpiscono quando c’è rinuncia.
8. Il karate non si vive solo nel dojo.
9. Il karate è regola per tutta la vita.
10. Lo spirito del karate deve animare tutte le azioni.
11. Il karate va tenuto vivo con il fuoco dell’anima.
12. Il karate non è vincere ma l’idea di non perdere.
13. Lo spirito deve essere diverso a secondo degli avversari.
14. Concentrazione e rilassamento devono essere usati nel tempo giusto.
15. Mani e piedi come spade.
16. Pensare che tutto il mondo può esserti avversario.
17. Il karateka mantiene sempre la posizione di guardia (kamae),la posizione naturale (shizentai) è solo per i livelli altissimi.
18. Il kata è perfezione dello stile:l’applicazione è un’altra.
19. Come l’arco il karateka deve avere contrazione, espansione, velocità ed analogamente in armonia, rilassamento, concentrazione, lentezza.
20. Lo spirito deve tendere al livello più alto

( Diciamo che leggere questo mio lavoro fa bene a tutti quelli che praticano un’arte marziale )

Copyright Rino Bonanno© 2013
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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Significato del Dojokun – Parte 1


Le Regole del Dojo con l'occhio dell'aikidoka

Le Regole del Dojo con l’occhio dell’aikidoka

Questo articolo è stato scritto dopo una pressante richiesta da parte di un maestro di karate 7° dan (di cui non faccio il nome), il quale mi chiedeva di interpretare il Dojokun del Karate alla luce delle mie conoscenze aikidoistiche. Ho accettato e non so se ho fatto bene!

di RINO BONANNO

Pur non essendo un karateka ma un praticante di Aikido e come tale cultore del Budo, ci è sembrato doveroso una sistematizzazione dei principi spirituali che sottendono all’arte del Karate sebbene non sia il mio specifico campo, ma affinchè i praticanti di questa arte marziale abbiano una consapevolezza più chiara dei principi a cui noi maestri ci ispiriamo ed a cui gli allievi stessi possono attingere per realizzare la loro vita spirituale in un contesto a prima vista fisico diamo vita a queste nostre fatiche. Questo lavoro di organizzazione dei principi nasce dal nostro studio personale delle arti marziali giapponesi e della cultura giapponese nei suoi aspetti storici, artistici, religiosi e filosofici.
L’origine del Dojokun risale all’origine delle arti marziali. Il primo Dojokun lo dobbiamo a Bodhidarma del monastero di Shaolin. Col tempo e confortati dalle esperienze dei Maestri fondatori come Funakoshi, Kano e Ueshiba si è addivenuti a principi definiti per ogni arte e che aiutano il praticante a superare gli ostacoli interiori della Via del Budo. Si comprende che il Dojokun non è una mera elencazione di principi a cui sottostare, ma al contrario è una spinta pratica all’esercizio della giusta condotta.. Il Dojokun è il “trait d’union” tra la filosofia della Via e l’esercizio della forma con l’intento che le conoscenze acquisite con la pratica non rimangano solo a livello dell’intelletto ma che abbiano una valenza ed un contenuto nel comportamento. E’ il punto nodale della pratica spirituale senza la quale il Budo è solo forma. Non bisogna vedere i principi del Dojokun solo teoricamente ma come ispiratori all’esercizio di un giusto atteggiamento. I principi del Dojokun fanno sì che si possa perseguire un unico obiettivo: la crescita spirituale di un individuo ( non divisibile, unito) in rapporto a sè stesso, agli altri uomini, alla vita ed al mondo intero. In definitiva i principi che sono cinque danno informazioni riguardo alla collocazione dell’allievo nel mondo. Si deve probabilmente al Maestro Sukagawa di Okinawa il Dojokun del Karate adottato poi dalle varie derivazioni del Karate originario.
I cinque principi che regolano il cammino spirituale dell’adepto ed il suo sviluppo in sintesi regolano:

il rapporto con sè stessi
il rapporto con il mondo
la giusta aspirazione
l’etichetta della condotta
l’agire non violento

Si noti appunto come letteralmente vi sia una corrispondenza con:

cerca di perfezionare il carattere
percorri la via della sincerità
rafforza instacabilmente lo spirito
osserva un comportamento ineccepibile
astieniti dalla violenza e acquisisci autocontrollo

Riportiamo il Dojokun del Karate che normalmente viene recitato alla fine di ogni lezione al fine di tenere a mente i principi ispiratori:
Da sinistra a destra e la cui traduzione è stata già fatta sopra riportiamo la versione giapponese:

Hitotsu! Jinkaku kansei ni tsutomuru koto!
Hitotsu! makoto no michi o mamoru koto!
Hitotsu! doryoku no seishin o yashinau koto!
Hitotsu! reigi o omonzuru koto!
Hitotsu! kekki no yu o imashimuru koto!

Spiegheremo più dettagliatamente i cinque principi in linea generale e poi in modo più particolareggiato tenendo presente che ogni principio ne comprende altri specifici e che spesso all’occhio inesperto dell’allievo passano come semplici frasi dette dai Maestri, ma che invece si iscrivono come sottoclassi del primo livello, dato che ogni frase può essere racchiusa in una delle precedenti. Ad esempio esplicativo spesso l’allievo nel Dojo pronuncia la parola Oss senza sapere che fa parte del quarto principio e cioè “osserva un comportamento ineccepibile – onora l’etichetta”.
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Hitotsu! Jinkaku kansei ni tsutomuru koto! Cerca di perfezionare il carattere!

Questo principio si riferisce al rapporto che l’allievo ha con se stesso. Sta a significare che non è sufficiente solo la perfezione a livello corporeo o della forma del karate. Richiama a rendersi conto di numerosi aspetti devianti del carattere: egoismo, presunzione, autostima eccessiva o vittimismo. E’ necessario questo lavoro pratico dato che il corpo ha una fine mentre lo spirito ed il carattere possono continuare a crescere. Questo principio come abbiamo detto ne racchiude altri sei espressi come è abitudine dei Maestri giapponesi attraverso delle frasi:

Ichi michi issho – Un giorno, una vita
Meikyo shi sui – Uno specchio limpido riflette la verità
Kenjo no bitoku – La forza reale nasce dalla modestia
Todai moto kurashi – C’è buio ai piedi di un faro
Ken Zen ichi – Spada e Zen sono una sola cosa
Ri no shugyo, waza no shugyo – L’allenamento austero dello spirito è l’allenamento austero della tecnica

Passiamo alla spiegazione dei sottoprincipi ricordando che si iscrivono nel primo principio del Dojokun, quello che indaga sul rapporto con se stesso:

1.Ichi michi issho ( Un giorno, una vita ):

Lo scopo della vita non è perseguire il benessere economico, questo crea ansia e preoccupazioni e ci si allontana dal senso della vita. Non si pratica per uno scopo: è nell’arte stessa lo scopo. Nonostante i modelli devianti dell’attuale nostra società è buona regola non applicarli alle arti del Budo….ricordo che quando avevo 18 anni il M° Hiroshi Tada (Direttore Didattico dell’Aikikai e allievo diretto oltre che di Ueshiba anche di Gichin Funakoshi con cui conseguì il grado di cintura nera 4° dan) spesso diceva: “ L’Aikido si fa senza scopo “. Pur non capendo a quel tempo che intendesse dire, con la pratica le cose mi sono diventate chiare. L’asservimento ad uno scopo impedisce finalità più alte. L’importante è trasferire un proprio contenuto a ciò che si fa e non si fa per ottenere….e poi una vita può durare un solo giorno.

2.Meikyo Shi sui ( Uno specchio limpido riflette la verità ):

E’ necessario essere trasparenti e limpidi, essere uomini di onore. La disonestà fa perdere onore e rispetto. Ciò che diciamo deve essere mantenuto e seguito da un’azione giusta.
3. Kenjo no bitoku ( La forza reale origina dalla modestia ): Nonostante molti perseguono il potere e così porsi sugli altri a proprio vantaggio questo non realizza una vera forza. L’autoaffermazione nasconde pozzi neri e vuoti da colmare. Chi persegue le proprie manie di grandezza, immature offre ai non dormienti solo un quadro interiore estremamente primitivo, tanto più nocivo se radicato in dirigenti politici dove allora la situazione si colora di pericolosità ( …come è attuale tutto questo! ). Non è forza reale…..invece la modestia come antagonista dell’Ego fa scaturire la forza interiore, ci permette di scacciare i demoni dell’arroganza e della superbia. La modestia ci porta alla pace ed all’armonia ( ….come è attuale tutto questo! ) perchè consapevoli di qualcosa che ci unisce come essere umani.

4. Todai moto Kurashi ( L’oscurità è ai piedi del faro ):

Tutti vorrebbero essere il faro che illumina gli altri e questo ci riporta al concetto del potere…solo che molti non si rendono conto che ai loro piedi per quanto si ergono, alla loro base c’è l’oscurità. Siamo in un mondo di falsi fari che trasformano gli istinti più bassi come forieri di luce ( basta accendere la televisione ). Una luce forte proviene dagli strati più intimi della propria persona…non dimentichiamolo!

5.Ken Zen ichi ( La spada e lo Zen sono una sola cosa ):

Si deve al monaco Takuan nella sua famosa lettera detta Taiaki e inviata a Yagyu Munenori rappresentante della Yagyu ryu questa frase che sta ad indicare come la vera unità si deve alla fusione di Ri e waza, cioè di spirito e tecnica. Takuan intendeva dire che solo l’apprendimento della parte corporea sarebbe stato un
insuccesso, perchè la maggior parte degli adepti non è disposta allo spirito. Anche qui si propugna l’idea di liberarsi dal proprio Io affinchè non vi sia più Zen e Ken..allora apparirà sia il Ken che lo Zen perchè la spada è rivolta ad uccidere il proprio Io. Non si tratta di vincere avanzando o indietreggiando, ma di vincere conservando la propria posizione, e questo è possibile solo svuotandosi dai desideri come una montagna inamovibile. E conclude: “ In uno spirito totalmente privo di pensieri ed affanni neanche una tigre saprebbe dove porre gli artigli “.

6. Ri no shugyo, waza no shugyo ( Studio dello spirito e studio della tecnica ):

Superando l’Io e non facendosi fagocitare dai moti interni ( emozioni, desideri, pregiudizi ) si è liberi, si ha una consapevolezza inconscia che vale a dire una incoscienza inconsapevole. Qui nasce il vero guerriero a mio avviso. La vera maestria in un’arte è se si è padroni dello spirito e della tecnica

7. Hitotsu! makoto no michi o mamoru koto! Segui la via della sincerità

Questo principio si riferisce al rapporto tra l’uomo e il mondo circostante.
Nel cammino verso un fine è necessario un’equilibrio armonico tra se stessi e le circostanze esterne. La comunicazione viene meno se il comportamento è errato, egoistico o superficiale. Se si pretende più di quanto si dà o viceversa si promette e non si mantiene o peggio ci si propone grandi cose, ma si conclude poco, allora si suscita l’indignazione degli altri inficiandone il rapporto che diventa superficiale e non più sincero. Solo nella via della sincerità fra esterno e interno l’uomo può essere libero.
Tale principio ne racchiude altri nove:

1 Dojo nomino Karate ta omou na :Il Karate non si pratica solo nel Dojo
2 Karate wa gi no tasuke :Il Karate aiuta la Giustizia
3 Fugen Jikko: Le tue azioni parlano per te
4 Gassho :Sii riconoscente
5 Mizu no kokoro :Spirito come l’acqua
6 Wazawai wa getai ni shozu:La sventura è figlia della disattenzione
7 Koe naki o kiki, katachi naki o miru :Il non-suono che puoi udire e la non-immagine che puoi vedere
8 Setsu do motsu: Sii forte e comprendi quando cedere
9 Mazu Jiko wo shire, shikosite tao wo shire: Prima conosci te stesso, poi l’altro

Spieghiamo questi sottoprincipi che fanno capo al secondo precetto: Difendi la via della verità e che analizza il rapporto con il mondo.

1 —–Dojo nomino Karate ta omou na ( Il Karate non si attua solo nel Dojo ):

Questo principio si trova all’ottavo posto del Nijukun ( venti precetti ) elaborato dal M° Funakoshi. Sta a significare che l’esercizio della tecnica nel Dojo non è più importante dell’esercizio della sua condotta interna nella quotidianità. Il progresso nelle arti marziali non è il risultato esclusivo della tecnica. Il segreto è nella propria condotta interiore. Nel Budo conta solo il valore di cui un praticante dà prova nella lotta contro se stesso.
Non dimentichiamo che Dojo non significa solo “ luogo dove si pratica la Via ” ma più dettagliatamente “ luogo dove si uccide l’ Io “.

2——Karate wa gi no tasuke ( Il Karate aiuta la giustizia ): E’ un principio che si trova al terzo posto del nijukun. L’esercizio nelle arti marziali crea uno spirito che serve anche alla giustizia nel quotidiano. Una giustizia fondata solo sulle leggi, ma priva di un pensiero giusto e di un comportamento giusto non ha molto valore.

3—Fugen jikko ( Le tue azioni parlano di te ):
E’ inutile discutere privi del senso del realismo. Alla base di un’affermazione deve esserci cognizione e non solo teoria vacua. E’ innegabile che il mondo attualmente è più pervaso di parole e di opinionisti senza che essi abbiano cognizione pratica di ciò che affermano. E’ una saggezza facile esportata quotidianamente nelle nostre case ( sic! ) dai mass media.

4—-Gassho ( Sii riconoscente ):
Gassho è un gesto che deriva dal Buddhismo Zen. Consiste nell’unire le mani davanti al petto con gli avambracci orizzontali, le spalle rilassate e le mani verso l’alto. Ci si concentra sul Tanden e si predispone l’animo ad una sensazione di riconoscenza ( genitori, divinità, vita ). Senza il senso di gratitudine saremmo solo animali. E’ un gesto che gli aikidoisti compiono all’inizio ed alla fine di ogni lezione.

5—-Mizu no kokoro ( Uno spirito come l’acqua ):
Lo spirito di un guerriero è chiaro e limpido come la superficie di un lago. Questa superficie riflette tutti gli accadimenti nel proprio ambiente, così l’esperto di arti marziali è in grado di decifrare naturalmente le azioni del suo avversario e di conseguenza sarà capace della giusta azione. Se la mente è offuscata da pensieri e illazioni si diventa come un lago la cui superficie è percorsa dalle onde. In tal caso privi delle giuste cognizioni l’agire risulterà errato. E’ un concetto che si ritrova spesso nei testi tradizionali, come l’Hagakure o il Gorinnosho di Musahi o del monaco zen Takuan quando si rivolge a Yagyu.

6—Wazawai wa getai ni shozu ( Le sventure accadono per disattenzione ):
La disattenzione è nemica della concentrazione e di conseguenza di tutti gli obiettivi. Per essere un buon guerriero bisogna avere una consapevolezza desta e vigile, e tutto sarà possibile.

7—-Koe naki o kiki, katachi naki o miru ( Il non rumore che puoi udire e la non immagine che puoi vedere ):
Con un austero allenamento un Maestro può mettersi in condizione di percepire cose e situazioni per la cui percezione non basta uno spirito attento. Qui entriamo in un’altra dimensione in cui si riesce a differenziare tra più stimoli sensoriali l’essenziale dall’inessenziale. Pensate alla scena del film di Kurosawa “ I sette samurai “, quando uno di loro prima di essere sottoposto al test del bastone, ride e non varca la porta. Qui è necessario un allenamento profondo affinchè si riesca a sentire il ki intorno a noi: è come creare intorno a noi una sfera impalpabile e rendersi conto di chi la infrange o di chi vuole infrangerla. Il M° Tada Hiroshi spesso ci diceva che dovevamo ascoltare con “ le orecchie dello spirito “.

8—–Setsu do motsu ( Sii forte, ma consapevole di quando cedere ):
Ci comportiamo in modo opportuno quando c’è equilibrio interno tra sentimenti e superamento dell’io. Quando ci sopravvalutiamo dobbiamo sempre mostrare una forza che non abbiamo e così si distruggono i propositi che ci eravamo prefissi sulla Via. Bisogna praticare l’etichetta del Rei che ci porta al rispetto e quindi all’esercizio della giusta condotta. Chi demolisce le cose degne di rispetto si colloca in una posizione debole. E’ necessario inchinarsi ed uccidere il proprio Io se si vuole progredire nella Via. Accettare questo e cedere all’inchino, per esempio dimostra forza e capacità di liberarsi dall’io.

9—-Mazu jiko wo shire, shikoshite tao wo shire ( Conosci te stesso, poi l’altro ):
Tutti pensano che la propria opinione sia quella esatta. Non si dovrebbe dire agli altri ciò che è giusto o sbagliato se non abbiamo trovato la verità in noi stessi. E’ necessario conoscersi a fondo ed avere uno spirito aperto e non specialistico in un solo ambito. Lo spirito concentrato in una specializzazione vieta di aver una visione più grande ed è il contrario della maturità. Purtroppo questi specialisti nel mondo odierno vengono spacciati per modelli da seguire nonostante siano poi inadeguati. Se conosco me stesso posso dare agli altri e spingermi alla comprensione, come recitavano anche gli antichi: “ Nosce te ipsum “.

Fine della Prima Parte
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La Via, la Pecora e la Tigre


Fare Nikyo all'incredibile Hulk?

Fare Nikyo all’incredibile Hulk?

Si parla di Budo come di una via da percorrere, di Aikido come di una via che porta all’armonia con l’energia universale che crea ogni movimento. Ci crediamo veramente o ci fermiamo poi, in ultima istanza al gesto atletico o tecnico? Pensiamo che l’Aikido sia una via e che le tecniche, la pratica siano strumento di una più ampia conoscenza del sé e della sua realizzazione o in buona sostanza pensiamo che l’importante sia saper fare nikkyo anche all’incredibile Hulk non consenziente?

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Lasciatemi fare una premessa, io credo che, sia pur in maniera meno plateale, la tecnologia matrix sia una verità. Penso che ci sia un ipnotizzatore che condiziona ogni gesto della nostra vita, che ci rende sempre più dormienti, convinti di essere pecore in un grande gregge. Non penso che questo ipnotizzatore sia un signore, francamente me ne infischio di sapere chi sia e se sia interno o esterno, ne vedo gli effetti. Dormiamo, siamo pecore in un grande, enorme gregge. Qualcuno però si è svegliato, e i risvegliati vengono percepiti da quelli che anelano a svegliarsi. L’allievo trova il maestro quando è pronto per incontrarlo. Lo diciamo sempre ma questo cosa vuol dire in pratica? Che il maestro ci farà un sorriso aprirà le sue braccia pelose e ci dirà ” vieni figliuolo caro che ti do il settimo dan?? Rido come un matto a pensare alla scena perché altro non è che una proiezione (realisticamente banale) dell’ipnotizzatore che ci invita a girarci dall’altra parte nel letto e continuare a dormire, sempre più profondamente.
Le tradizioni spirituali di ogni cultura insistono sull’esigenza di vigilare, di svegliarsi, di anelare al risveglio alla salvezza. Alcuni ci riescono.
Cosa si prova in loro presenza? Che sono desti. Sono loro ad agire, a parlare. Non c’è più l’ipnotizzatore a impartire ordini. Ecco perchè è tanto importante la libertá dalla sessualitá, non necessariamente in senso di astinenza ma almeno in senso di liberazione dal bisogno mentale. Lo stesso dicasi per il bisogno impulsivo al mangiare, al possedere, il bisogno di comunicare, la libertá e la liberazione sono rotonde, e a tutto tondo.
Quale è la differenza tra un essere che non ritenete saggio e uno che invece lo è quale che sia la sua provenienza? Il primo è uno che si fa guidare dall’ipnotizzatore e in qualche modo sentite che non è saggio, mentre colui che vi sfugge, colui sul quale l’ipnotizzatore non ha effetto sará saggio perchè non sta dormendo.
La prima grande suggestione dell’ipnotizzatore è farci dimenticare la nostra vera natura e farci identificare con gli oggetti illusori e posticci che noi comunemente chiamiamo realtá!

difesa personale

Se pensate che l’Aikido sia difesa smettete di leggere 

Se pensate che l’aikido sia un modo per imparare a difendersi dai malintenzionati vi prego smettete di leggere ora, questo articolo non vi riguarda e buttereste via il vostro prezioso tempo a leggerlo.

C’è una storia molto antica che si tramanda nelle scuole di yoga.
Una tigre che faceva spesso incursioni in un villaggio, decimando i greggi venne infine uccisa. Allora arrivò un tigrotto neonato, inoffensivo, sconvolto che si mise a gemere in mezzo agli ovini, iniziando a prendere il latte dalla mammella di una pecora.
Siccome quel tigrotto era carino il pastore lo adottò.
Così il piccolo felino , bisognoso di latte e accudimento prese a vivere con gli ovini.
Quando i cani abbaiavano e il pastore faceva la voce grossa il tigrotto si impauriva. Sentendo belare dalla mattina alla sera si esercitava il più possibile ad emettere questo verso, e vedendo che tutte le altre bestie brucavano l’erba non gli veniva in mente altro che mangiare erba.
Chiaramente non parliamo di una tigre felice, perché quel nutrimento e quello stile di vita non erano adatti alla sua natura.
Stiamo fondamentalmente parlando di una tigre che aveva visto solo pecore in vita sua, si suppone che non guardasse mai le sue zampe e non avendo specchi disponibili finì per pensare di essere una pecora come le altre.

Un giorno gli abitanti del villaggio furono messi in agitazione dall’avvistamento di una nuova tigre ai confini del villaggio.
La belva attaccò il gregge ma con sua somma sorpresa vide che in mezzo c’era anche un tigrotto.
Allora rinunciò a divorare qualche pecorella decidendo di recuperare il suo simile per riportarlo nella foresta.

Tuttavia avvertendo la paura nelle altre pecore e nei pastori il tigrotto a sua volta si impaurì alla vista dell’enorme bestia e si rifugiò nel gregge, belando e gemendo. Tentò di scappare ma la tigre fece un balzo e lo prese per il collo, tenendolo tra le fauci, strappandolo all’unico mondo che esso conosceva,quello dei pastori, dell’ovile e delle pecore terrorizzate.
Una volta nella foresta , la tigre provò a spiegare al tigrotto la sua vera natura e il suo vero destino, ma quello continuava a tremare di paura , a belare.
Allora lo portò ai bordi del fiume , obbligandolo a specchiarsi.

Pausa.

Considerazione intermedia: a questo punto il lettore occidentale medio starà dicendo dentro di sé, si sto parlando a te che leggi perché se capisci la lingua in cui sto scrivendo sei un lettore italiano quindi occidentale, beh starai dicendo “Sì, ho capito dove va a parare questa storia, ho già capito!”. Ed è qui il nostro limite, abbiamo già capito! Ma vi invito a riflettere su questo, intuire il fine di un percorso significa averlo capito? Significa averlo percorso? Ecco gli orientali, oltre a saper fare gruppo direi geneticamente, per quello che li conosco se si trovano di fronte ad un maestro ascoltano, ascoltano parola per parola, percorrono e non credo che si fermino in continuazione a ritradurre quello che viene letto nel proprio personalissimo ” ho già capito”. Perciò se tu che leggi ti riconosci nella persona che a già capito, non andare avanti a leggere, davvero. Se invece pensi che possano nascerti dei dubbi , buona continuazione di lettura.

tigrotto

Chi sono io?

Fine pausa.

Il tigrotto fu portato a specchiarsi e si intimorì ancora di più perché nello specchio d’acqua vide due tigri anziché una sola.
Il tigrotto si guardò meglio e si domandò: “che cos’è? Vedo bene la grossa tigre ma , invece che una pecora come tutte quelle che conosco da quando ho aperto gli occhi, vedo un altro felino”. Provò a capire: “Chi sono io?” . Si osservò meglio di quanto avesse fatto fino ad allora. Vide che aveva le zampe striate di nero e iniziarono già a vacillare la sua memoria, la sua esperienza e la sua mentalità ovina.
La tigre lo condusse nella sua tana e gli offrì carne da mangiare. Il tigrotto si mostrò nervoso dapprima e ne ebbe orrore, dato che non era l’erba alla quale era abituato. Ma poco alla volta superò la sua ripugnanza , perché oltre alla paura iniziava a sentire una certa attrazione per chi lo aveva catturato.
Così tentò di assaggiare la carne. All’improvviso si svelò e risvegliò la sua vera natura, che lo induceva a divorare il pasto a quattro palmenti, a scoprire un gusto che , oltre a dargli soddisfazione, faceva vibrare e scuotere dentro di lui un istinto profondo. Per mostrare la sua gratitudine emise un belato, contemporaneamente la tigre emise un ruggito come quello che aveva terrorizzato tutte le pecore. Invece di spaventarsi il tigrotto sentì l’eco dello stesso verso nascere nella sua gola ancora piena del sapore della carne ed emise il suo primo piccolo e timido ruggito. Ecco perché si tramanda la massima zen: “La pecora belante si è trasformata in tigre che ruggisce” .

Non si cambia una vera pecora in una tigre ma si può trasformare un tigrotto convinto di essere un ovino in una tigre adulta. Quella forza fatta di sonno e schiavitù che ho chiamato l’ipnotizzatore, ha convinto splendide tigri di essere delle pecore spaventate.
Ma l’ipnotizzatore non si accontenta di questo, per essere certo che la tigre non si guardi allo specchio non si limita a convincerla di essere una pecora qualunque , ma una pecora migliore delle altre, una pecora speciale…
I suoi strumenti sono tutti i nutrimenti dell’ego, la vanità il possesso, il desiderio carnale, il potere ( quello finto posticcio e mutevole).

Quando il praticante nel quale è “nato” il tigrotto scorge il maestro, ne è attratto ma dapprima il nutrimento che il maestro propone all’allievo spaventa, sembra estraneo, scomodo. Solo attraversando, FACENDO, si ha l’eco della propria natura in quello che si fa. Finché si pensa di fare, si guarda, si rimugina e si commenta ci si comporta da pecora seduta su una poltrona comoda che nel suo sonno sogna di essere una pecora davvero speciale.
La ricerca estetica , l’imitazione del maestro per propria gratificazione, sono gesti che possono portare, nella migliore delle ipotesi, nell’altalenarsi di frustrazione e gratificazione, a scorgere in vera lontananza il bagliore dello specchio.
Quando il maestro chiama l’allievo non lo fa per dargli una pacca sulla spalla e dirgli “bravo figliuolo sei diventato settimo dan” questo è uno dei più bei sogni della pecora, quando la tigre chiama il tigrotto lo fa con un ruggito che spaventa , lo prende per il collo, e lo porta a mangiare carne cruda sanguinante, e lo fa perché solo così il tigrotto può riconoscere la sua vera natura.
Nella realtà il maestro può fare questo solo se ne ha ” l’ autorizzazione” , se l’allievo si mostra pronto per essere stimolato. Per il resto si può continuare a fare quello che si è sempre fatto, migliorando il proprio vello, lucidandosi gli zoccoli, e continuando a dormire beati. Una delle cose che si è sempre detta nella filosofia orientale, che fa inorridire la nostra coscienza democratica occidentale, è che il risveglio non è per tutti, riscattando il favore dei non predestinati con il principio della reincarnazione secondo il quale magari non è ancora arrivato il momento per il mio risveglio.

Quando il discepolo è pronto il maestro si rivela.
Nessun maestro degno di questo nome ha mai avuto bisogno di conservare chicchessia in stato di dipendenza, il suo unico fine è condurre il discepolo all’assoluta non dipendenza !
Con questo non voglio auspicare alla solitudine o all’isolamento, la frequentazione e l’affezione corrono su binari paralleli rispetto alla crescita, ma in fondo non c’è bisogno di chiarirlo, tutti sappiamo cosa si intende per rapporto di dipendenza a tempo indeterminato (infinito) tra maestro e allievo e il suo contrario, cioè il piacere di scegliere liberamente di frequentarsi e trarne reciproco beneficio.
L’invito che faccio a me stesso e a chi legge è di vigilare sulla comodità della propria poltrona guardandosi intorno in continuazione per riconoscerne gli effetti.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2013 
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Pubblicato per la prima volta il 
07/02/2013 su

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Il Bukiwaza Koshukai di Febbraio a Vasto, un Allenamento “Circolare”


Partecipanti all'allenamento di armi di Vasto

Partecipanti all’allenamento di armi di Vasto

Se dovessi usare un aggettivo per definire la giornata di pratica vissuta insieme a Vasto domenica 24 febbraio, userei “circolare”.
Metto da parte il riferimento ad una delle “forme sacre” dell’Aikido e scelgo di rimanere volutamente “terra-terra”, non perché la giornata vissuta non meriti tanto, quanto piuttosto per evitare di far sorgere il dubbio che dietro tante roboanti parole si nasconde ben poca sostanza (evidentemente, a pochi giorni da una campagna elettorale martellante, scatta una certa forma di rigetto…)

di CARLO CAPRINO

“Circolare” perché la pratica è stata diretta da tre insegnanti (in realtà c’era anche un quarto, ma ne parlerò dopo…) che si sono alternati nel proporre il programma della giornata in maniera omogenea, proseguendo l’uno da dove aveva terminato l’altro, dando vita ad un “unicuum” composto da tre modi didattici individualmente differenti ma con una evidente base comune. Nessuno ha voluto stupire con effetti speciali o tecniche sopraffine, tutti quanti hanno – volutamente e di comune accordo – proposto un programma basico ma non per questo meno interessate, proficuo tanto per i meno esperti che per chi aveva già anni di pratica alle spalle.

Continua a leggere sul sito dell’Associazione Aikido Dojo Vasto

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Recensione: La Diceria del Demone sulle Arti Marziali ed Altri Racconti


La Diceria del Demone sulle Arti Marziali

La Diceria del Demone sulle Arti Marziali

La Diceria del Demone sulle Arti Marziali ed Altri Racconti
Recensione dal saggio di Issai Chozanshi, tradotto in inglese a cura di William Scott Wilson.
Published by Kodansha International Ltd. and Kodansha America, Inc.

Nel 2009, in occasione del mio primo viaggio in Giappone, in attesa di imbarcarmi sul volo della Japan Airlines di ritorno a Roma, in una libreria dell’aeroporto trovai questo volumetto in inglese, che fin da subito mi ha fornito delle notizie, immediatamente trasfuse in un mio piccolo divertissement pubblicato col titolo “Voyage en Orient” e sottotitolo “Il Tengu”, sul website Aikido e Dintorni di Luigi Branno.

Il luogo della luce crepuscolare

Il luogo della luce crepuscolare

Quel mio breve articolo era emozione pura, legata al fatto di essere stato iniziato al Giappone da Paolo Corallini, di aver visitato un luogo così carico di mistero ed energia come la cima del monte Atago, con l’annesso jinja, raffigurazioni del Tengu, mantra e tamburi, di essermi infine sincronisticamente imbattuto nel libro, così scopertamente inerente e significativo.

Non sapevo allora che sarei tornato altre due volte sulla cima dell’Atago: nel 2010 da solo, risolutamente ascendendo a piedi dal paese alla cima, volendo gustarmi tutte le sensazioni e le associazioni del mio intimo, fermentando quelle idee che poi sarebbero divenute il libro “Psicologia dell’Aikido. Fare Aikido con Anima” pubblicato da Valtrend nel 2011; nel 2012 infine, del tutto inaspettatamente condottovi da Hirosawa sensei, che mi ha fatto il dono di voler condividere con me su quella cima, il sito e il vissuto di un’atmosfera appartata, per lui particolarmente significativa sul piano personale profondo.

Questa premessa che mi riguarda troppo, e della quale mi scuso nei confronti del lettore, vuole solo dare contezza del come mai solo oggi mi induca a recensire questo testo, che ritengo decisivo ai fini di una comprensione significativa delle arti marziali, partendo dalla spada, e, ritengo, date anche le circostanze, dell’Aikido in particolare. E’ dopo quell’excursus che me ne sento adeguatamente motivato.

William Scott Wilson, che ne ha curato la traduzione, ha fatto la stessa cosa anche per due altri testi capitali sull’arte della spada, questi ultimi tradotti in italiano e pubblicati entrambi dalle Edizioni Luni:

Sogni” di Takuan Soho e “La spada che da la vita” di Yagyu Munenori: le pietre miliari della spada giapponese!

E’ del tutto evidente che ho giocato a parafrasare Gesualdo Bufalino e la sua “Diceria dell’untore” in quanto gli untori altrettanto che i demoni, sono sicuramente personaggi immaginari -e ti pare poco!- ma con conseguenze non di semplice fantasia, come storicamente certifica il “Processo della colonna infame”, o letterariamente ma non troppo, Fedor Dostoevskij.

Gioia  profonda

Gioia profonda

Invece, a confermarcelo è proprio il curatore della traduzione nella postfazione al libro (afterword), narrandoci della sua ascesa al monte Kurama vicino Kyoto, visitato anche da Osensei, e di aver chiesto ad un’addetta al Kurama dera (il tempio dedicato al demone, del tutto analogo a quello del monte Atago) se avesse incontrato mai un tengu.

La risposta, apparentemente impregnata di humor inglese, più che di ritrosia giapponese fu: “Not yet…”.

Ma nondimeno è proprio Issai Chozanshi a chiarirci -e qui sta la simpatica mistificazione orientale- che la narrazione riportata nel libro è stato solo un folding screen (paravento), di uno spadaccino risvegliatosi da un sogno…

Non basta scomodare Freud e la sua psicologia da positivista scientifico, per capire che quella ermeneutica è la più idonea a trarre partito da un testo del genere. Occorre qualcosa in più, come una psicologia aperta al mistero, magari uno junghismo scientificamente ben temprato come direbbe Mario Trevi, il maestro in psicologia di Umberto Galimberti, per intendere la sostanza e il senso di questo testo. A significarcelo è ancora il curatore (residente in Giappone ed espertissimo di spiritualità-marzialità giapponese) utilizzando tra gli altri espressamente i termini: coscienza, archetipi, anima (soul).

L’excursus mitologico del testo, attraverso il vero e proprio psicodramma messo in scena, ci certifica che non ci si può attestare su una mera filologia spirituale o squisitamente marziale per cogliere il midollo di quanto scritto. Non viene tratteggiata o rappresentata una tecnica marziale che sia una, e tutti i riferimenti spirituali, tra gli altri al buddhismo e a un certo tipo di zen, vengono approcciati dal punto di vista del vissuto interiore di chi ci si imbatte.

Ma ancor più del curatore, il mentore evocato di questa “new mentality or psychological approach” risulta essere nientemeno che il santo-folle della spada giapponese: Myamoto Musashi dal suo Libro dei cinque elementi.

Il demone tra immaginazione e realtà

Il demone tra immaginazione e realtà

“Quando guardi il mondo, le varie arti sono state confezionate come capi da vendere. Parimenti una persona si concepisce come qualcosa in vendita e anche gli attrezzi di queste Vie sono proposti come mercanzia. Questa mentalità divide il fiore dal frutto e pratica meno dal frutto che dal fiore. In questa Via delle Arti Marziali in special modo, la forma diviene ornamento…uno parla di questo o quel dojo che insegna questa o quella Via, con lo scopo di trarne profitto”.

E ancora più sarcasticamente:

“…insegnando le maniere di maneggiare la spada, le posizioni del corpo o della mano. Sei in grado di capire come vincere attraverso queste cose?”.

Non abbiamo bisogno dell’era moderna per “sublimare” verso l’approccio psicologico il duro e periglioso cammino delle arti marziali. Niwa Jurozaemon Tadaaki (1659-1741) il cui pseudonimo letterario è appunto Issai Chozanshi, era samurai del feudo di Sekiyado collocato nelle vecchia provincia di Shimosa, attualmente divisa tra le prefetture di Chiba ed Ibaraki (nord a partire da Tokyo); in corrispondenza o non lontano quindi dai santuari della spada di Katori e Kashima.

Non meno di Musashi, Chozanshi vive ed opera nell’epoca della tremenda effettività delle arti marziali.

Allora è questo il contesto in cui il libro “…cerca di collocare l’artista marziale decisamente su un cammino interiore, un cammino di indipendenza, spontaneità e semplicità…In altre parole se lo studente riesce ad interiorizzare l’essenza di tutte le arti marziali, può perseguire la maestria attraverso qualsiasi stile abbia scelto, con fiducia ed impegno. Lo scopo non è la competenza tecnica, ma la trasformazione”!

Con questa magica parola densa di presentimenti e di significati, Carl Gustav Jung nel 1912 pubblicava un testo (Simboli della trasformazione) che l’avrebbe irrimediabilmente separato dall’ortodossia freudiana, facendogli intraprendere quel cammino (A dangerous method) che l’avrebbe portato ad essere anticipatore di ben oltre un secolo della coscienza diffusa.

Copyright Angelo Armano© 2013
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Il Nutriente Latte dell’Aikido


"La vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall'inconscio.."

“La vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall’inconscio..”

Morto un papa se ne fa un altro, ma un papa, ci insegna Benedetto XVI, può persino dimettersi. Sebbene malato terminale di cancro e con una fisicità in ballo superiore nella prestazione competente, Osensei non ci ha mai pensato; anche nella sua ultima dimostrazione pubblica, la gente cadeva come birilli in un’atmosfera ovattata, direi magica

di ANGELO ARMANO

Compiacenza e rispetto per il vecchio maestro? Non penso, altrimenti dovremmo coerentemente abbassare di molto il tiro sui significati e il valore dell’Aikido. Comunque sono certo di no e non per fede. Se dovessi definire a quale categoria di yogi io appartenga, non ho esitazione a rispondere: jnani yogi: Yoga della conoscenza e non dei dogmi.
Un po’ tutto il valore e l’unicità dell’Aikido risiede nella parte finale della vita di Morihei Ueshiba, l’incomprensibile unione di prestazioni marziali e saggezza spirituale, dove le une condizionano l’altra e viceversa. Quello che ci ha lasciato detto non ha nulla di marzialmente tecnico, se non un uno per cento, solo allusivo. Il resto sono pressanti, entusiastiche indicazioni spirituali.
Non parla di henka, non parla di ojo waza, e le allusioni simboliche nascono in un perenne qui ed ora, che produce immagini momento per momento, che crea. Questa e non altra è per me la vera accezione di Takemusu, uno sgorgare continuo, poieutico, direttamente dall’inconscio con il quale era felicemente in connubio, senza attingere ad archivi, limitandosi ad alludere -ed alludere
soltanto- alle forme (tra l’altro in perenne evoluzione) che aveva mostrato prima.
Per porgersi in tale maniera Osensei aveva realizzato, come afferma lui stesso, l’unione di conosciuto e Sconosciuto, al quale ultimo si era aperto e pienamente affidato.
E’ del tutto evidente che il tecnicismo marziale è posto sullo sfondo, per far posto ad un senso del Budo rivoluzionario e dirompente, che si nutre, si allatta di altre cose.
Queste cose, generalmente, non sono piaciute ai successori e due sono state le maniere, pur nel formale ossequio, di materializzare quel dissenso: una unofficial, un’altra più esplicitata.
Riguardo a quest’ultima anche Ikeda Masatomi sensei, che ho incontrato nel mio recente viaggio in Giappone (trovandolo così bene da rimanere del tutto perplesso rispetto all’entità vera o presunta di sue vicissitudini di salute, e ai rimedi prescrittigli, vero mistero orientale), mi ha ripetuto letteralmente l’abusata versione che Osensei era un kami, qualcosa di inarrivabile.

No touch nage waza negli ultimi anni della vita del Fondatore

No touch nage waza negli ultimi anni della vita del Fondatore

Il nostro vecchio problema di cattolici: la scissione insanabile tra l’umanità di Cristo e il suo essere Dio, a pretesto di parlare di Lui, di farci belli con Lui, ma di non poter assolutamente seguirlo perché oltreumano.
Scusate se parlo in termini religiosi, ma non sono io ad aver detto che il vecchietto era un kami, in quanto non sono interessato ad alcunché di “meramente” sovrumano, e men che mai di far parte di una ennesima compagine confessionale. Mi interessa e mi appassiona il personaggio Ueshiba, e il suo Aikido, visto che quello degli altri generalmente se ne discosta e non di poco!
La versione unofficial, al contrario, quella propagata attraverso i rumors, le confidenze di qualche eminente shihan, era che facendosi vecchio… cominciava a dar di matto.
Da qui l’organizzazione curiale, che erige statue, divinizza il ricordo, mitizza i contenuti e… cambia la pratica riducendola ad un qualcosa di troppo umano, con tutto il moderno e democratico vociare polemico, dove la naturale soggettività di ognuno di noi con le differenti attitudini, diventano integralismi l’un contro l’altro armati. Tutto o quasi contenuto in un’organizzazione che come una chiesa amministra persino il dissenso, perpetuando se stessa.
Dov’è il bubbone? L’ho detto in altra occasione, provocando un putiferio e lo ribadisco ora, più convinto di prima: nel fare dell’Aikido un mestiere.
Non c’è bisogno di una confessione religiosa organizzata, per mantenere la distinzione tra la dimensione del sacro e del profano. Appartiene al sacro la parola di Ueshiba, il suo porgersi nella maturità e vecchiaia, lo stile della sua pratica, gli effetti che produceva e in particolare l’affermazione: “L’Aikido è la religione della non religione ed io coopero con tutti gli 8 milioni di dei…”.
Essendo affascinato dai valori dell’Aikido, che avverto laicamente sacri, il mio interesse va sempre più verso il Fondatore e il suo Bannen Aikido.

Che cos’è questo Bannen Aikido? L’ennesimo vessillo sotto il quale adunarsi? La più recente compagine politica che presentandosi alle prossime elezioni risolverà bellamente i problemi dell’Italia (pardon, dell’Aikido?). La furbata di quest’avvocato chiacchierone che vuole, come tutti, tirare acqua al suo mulino?
Riguardo a quest’ultimo quesito tengo a ribadire, e in maniera sprezzante, che non abbiamo bisogno di schiere di falliti nel mondo sociale della vita e del lavoro, che vengano a proporsi come maestri di Aikido, finendo per essere maestri di non si sa cosa, a vendere un prodotto non meglio identificato. Non ci sono interessi economici in ballo. La passione, quella si!
Allora Bannen riguardo all’Aikido non è un nome proprio, come i diversi aikido personalistici storicamente accreditati, ma come la grammatica ricorda un aggettivo qualificativo, stando per quello degli ultimi anni del Fondatore. E’ un contenuto -non una bandiera- sul quale interrogarsi, lavorare, coerenti con lo scopo che ci siamo proposti, con il fascino che abbiamo provato e che mai ci ha abbandonato.
Per studiare l’Aikido degli ultimi anni occorre un capovolgimento l’impostazione, che sposti il focus dell’attenzione dalle tecniche e dai loro dettagli, ad un qualcosa che pure tecnico è, di cui non si parla mai sui tatami di Aikido. Ho alluso a questo dato in un mio piccolo saggio pubblicato da Aikido Italia Network ed intitolato: “Zanshin ed Aiki”.
Proprio nella parola Aiki è contenuto il nutriente latte dell’Aikido, quello che come il latte alchemico mette insieme il senex e il puer, il vecchio e il principiante, ricucendo gli opposti.

Hideo Hirosawa con gli anziani coniugi Ueshiba

Hideo Hirosawa con gli anziani coniugi Ueshiba

E’ un’operazione da aikidoisti maturi, ma che non vediamo intrapresa neanche dai maestri, per lo meno dalla stragrande maggioranza degli stessi. Se ne hanno un barlume di conoscenza, se la tengono per se, come “arma segreta” per perpetuare se stessi, allo stesso modo dell’organizzazione…
Questo latte è un obbiettivo a cui alludere costantemente, anche quando il viatico degli studenti, quelli giovani, debba essere prevalentemente una buona impostazione e una buona tecnica.
Altrimenti l’Aikido, quello vero, quello per il quale abbiamo cominciato e siamo durati, nonostante tutto, non apparirà mai all’orizzonte.
Con la meschina contentezza di tanti che praticano da decenni, allineati a perpetuare il sistema, paghi di ufficiali silenzi e polemicucce di bottega, normalmente alle spalle…Per salvare la pagnotta.
Voglio concludere con Swami Vivekananda, principale allievo di Ramakrishna, dal cui nome stesso capiamo che “discriminava” bene. In una lettera a Mahendra Nath Gupta, che si era posto l’immane compito di trascrivere quanto il comune maestro Ramakrishna aveva proferito a voce, congratulandosi per la pubblicazione, diceva:
“Molte grazie per la vostra pubblicazione…adeguata o no che veda lo splendore della luce del giorno. Avrete molte benedizioni su di voi e molte più maledizioni – ma questa è sempre la via del mondo!”.

Copyright Angelo Armano© 2012
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I 4 Stadi dell’Apprendimento


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In quale fase dell’apprendimento ti trovi?

Vi riporto qui di seguito una suddivisione in fasi di apprendimento che trovo possa essere utile ad un insegnante per comprendere meglio le difficoltá dello studente e avere degli spunti per il loro superamento, indipendentemente dalla disciplina studiata

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Incompetenza inconsapevole

In questo stadio il praticante ha scarse o nulle competenze tecniche nella materia studiata e non è praticamente in grado di riconoscere questo limite o l’utilitá delle competenze necessarie per la pratica, necessita quindi di prendere coscienza di non sapere e questo processo, e la sua durata dipendono principalmente dallo stimolo all’apprendimento

Incompetenza consapevole

In questo stadio il praticante prende sempre più consapevolezza dei propri limiti e identifica, pur non avendole ancora, le competenze necessarie per superarli. In questa fase l’errore è parte integrante del processo di apprendimento

Competenza consapevole

Il praticante inizia a padroneggiare il gesto tecnico e ad acquisire sempre maggiore competenza. Gli è necessaria una grande dose di concentrazione nel gesto e può studiarlo , praticarlo ed elaborarlo anche senza una costante guida esterna, questo coincide ad esempio con i momenti di pratica libera, con gli stage , interni ma soprattutto esterni al proprio contesto, momenti nei quali il praticante mette la testa fuori dal nido. Nello zen si parla di shoshin o attitudine mentale del principiante per identificare quello stato di apertura all’apprendimento che inizia nella incompetenza consapevole e prosegue certamente in questo stadio.

Competenza istintiva

Esempi comuni sono la guida di un mezzo e destrezze manuali specifiche di attivitá ripetute a lungo. Diventa possibile per certe attivitá lo svolgimento parallelo con altre attivitá ( fare la maglia mentre si segue un film o si legge un libro etc..) , nel caso dell’Aikidom l’esecuzione di un gesto tecnico con questo livello di apprendimento coincide con il rischio di disperdere la mente nel flusso dei vortici di pensiero ed è fondamentale che il praticante sviluppi a questo punto la consapevolezza dello hara e del suo movimento energetico nel kokyu, che diventa la ” seconda attivitá” svolta parallelamente alla prima.

Padronanza consapevole della competenza istintiva

Questo è il livello che è richiesto a chi insegna una materia , la destrezza è inconsapevole ma può essere ” attivata ” a volontá, scorporata in elementi didattici e condivisa con l’esempio e la spiegazione.

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Pubblicato per la prima volta il  22/01/2013 su
http://gorinbushidokai.blogspot.it/2013/01/i-4-stadi-dell.html