Alla Ricerca della Casa Comune dell’Aikido Italiano


Una casa comune per l'Aikido italiano

Una casa comune per l’Aikido italiano?

Nel 2009, al mio ritorno dall’Irlanda, mi ero dato alcuni obiettivi strategici di medio termine per partecipare alla vita comunitaria dell’Aikido italiano nel modo più costruttivo possibile, obiettivi che – anche grazie al supporto di moltissimi amici e colleghi – sono stati abbondantemente superati. Questo mi ha dato la forza e le conoscenze per affrontare nuove questioni, fornendo a me e al progetto che gestico l’ispirazione per un nuovo e più ambizioso programma strategico quinquennale: quello di creare una casa comune dell’Aikido italiano, sulla base dei numerosi e validissimi suggerimenti offertimi da amici e colleghi nel corso delle nostre discussioni in rete, e possibilmente lavorando in linea con i positivi tentativi già in atto in Italia

di SIMONE CHIERCHINI

Nel mese di Gennaio 2011, dando il via alla felice storia di Aikido Italia Network, mi ponevo il seguente quesito:

“A fronte di una situazione nella quale lo sviluppo dell’Aikido in Italia da tempo ormai pluridecennale è ingessato come più non si potrebbe, quale è il dovere del serio ricercatore?”

La mia risposta di allora a quel quesito si articolava attorno a tre punti programmatici:

“1. Diffondere l’Aikido dove ce n’è poco o è assente, costruendo in santa pace ove ce n’è bisogno, senza creare conflitti.
2. Fornire guida e supporto tecnico-didattico alle realtà isolate e/o non soddisfatte della propria condizione attuale.
3. Lavorare alla pari con gli altri soggetti dell’Aikido nazionale che si sono liberati dei vecchi schemi e puntano con fiducia ad una gestione armoniosa della nostra comunità.” (Obiettivi Strategici di Aikido Italia Network 2011-2012)

Per quanto riguarda il Punto 1, nel frattempo ho fatto quello che ho potuto, scegliendo di portare l’Aikido in due regioni italiane in cui tradizionalmente ha avuto poca fortuna (Abruzzo, Aikido Dojo Vasto) o nessuna (Molise, Aikido Dojo Termoli, ora trasferitosi a Montenero di Bisaccia), piuttosto che andare ad aprire il 30° dojo romano o torinese.

In relazione al Punto 2, ho continuato a portare la mia esperienza di insegnante qualificato in Irlanda, e ho dato un sostegno importante all’Aikido egiziano, il che ha aperto interessanti prospettive per una futura continuazione e ampliamento del mio lavoro nell’area del Medio Oriente.

Il Punto 3 è quello che – in una condizione di generale soddisfazione per il buon lavoro fatto – mi ha dato le migliori soddisfazioni.
Questo blog e la pagina ad esso connesso su Facebook sono esplosi in popolarità, fornendo notizie, facendo cultura relativa e creando una comunità aikidoistica trasversale mai sperimentata precedentemente in Italia.
Ho allargato le mie competenze didattiche grazie al supporto di Paolo Corallini, che mi ha supportato tecnicamente e umanamente, accettando con intelligenza e coraggio il mio progetto di fare da ponte fra il mondo di Iwama e quello di Tokyo, e mi ha aperto le porte della TAAI come senpai a pieno titolo.
Ho lavorato con alcuni dei più interessanti soggetti dell’Aikido italiano, sul tatami e anche su internet, alla ricerca di una soluzione per i problemi che assillano la nostra micro-società, arrivando alla conclusione che è necessario giungere ad una macro-struttura, in cui le varie individuali componenti (pur rimanendo del tutto autonome in termini di gestione tecnica) si possano ritrovare per gestire quegli aspetti della politica nazionale dell’Aikido che è utile e intelligente affrontare uniti e non separatamente, in fila indiana. Tentativi seri in questa direzione sono già in atto con discreto successo, quindi non mi sento affatto solo, né un utopista.

Quanto sopra mi ha portato a concludere che per gli interlocutori di buona volontà sarebbe auspicabile ritrovarsi all’interno di un’unica federazione-ombrello, che si dedicasse ai rapporti con le istituzioni governative e sportive nazionali e internazionali, che desse visibilità al prodotto Aikido nel suo complesso e senza pregiudizi, che curasse un Albo Nazionale Ufficiale degli Insegnanti di Aikido Italiani, che garantisse la possibilità di accedere a finanziamenti, strutture sportive, grandi eventi, media, ma senza MAI entrare nel merito delle questioni tecnico-stilistiche dei singoli gruppi.

Dopo mesi di riflessioni e colloqui, sono arrivato alla conclusione che questo ente in Italia già esiste e fa quello che ho enunciato (assai male, per il momento, ma ne ha tutte le capacità in potenza), ed è la FIJLKAM, sui binari di apertura e inclusione su cui era stata impostata da Fausto De Compadri. Il piano, magari visionario e utopico, del maestro Fausto, prevedeva di riarmonizzare le infinite discordanze prodotte dallo scontro pluridecennale Aikikai d’Italia-FIJLKAM, trasformando la Federazione nella casa comune dell’Aikido italiano. Quando De Compadri ci provò, il tentativo purtroppo non ebbe buon fine; forse i tempi non erano maturi e probabilmente alcuni degli interlocutori scelti per dialogare non erano adatti. Tuttavia, dal punto di vista politico, l’azione di De Compadri rimane la migliore e la più nobile di cui io abbia mai avuto notizia da quando sono in questo ambiente. Per questo mi sono fatto un dovere di riprenderla – con le mie limitate risorse – e di portarla nuovamente avanti, e mi sono attivato in questa direzione: ho pertanto avviato fruttiferi colloqui con il Professor Raffaele Adornato, membro della Commissione Tecnica Nazionale Aikido FIJLKAM, che si è dimostrato pienamente interessato e disponibile a questo approccio, e pronto a lavorare assieme in questa direzione, aprendo un nuovo capitolo tecnico/programmatico in FIJLKAM.

Ne è derivata una mia entrata a pieno titolo in FIJLKAM, ove eserciterò ogni influenza e abilità a mia disposizione per far sì che la nostra comunità trovi in Federazione il luogo ove svilupparsi senza condizionamenti, in base alla seguente dichiarazione di intenti:

1. L’Aikido è libero e in divenire, ma profondamente ancorato alle sue origini e tradizioni.

2. Ogni forma di macro-struttura/federazione-ombrello possibile deve essere fondata sull’accettazione al proprio interno di ogni stile/scuola di Aikido che trovi le sue fondamenta in un reputabile e chiaramente identificabile discepolo del Fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba.

3. Ciascuno stile/scuola di Aikido ha la medesima dignità e validità, ed è pertanto degno di rispetto in sé e da parte degli altri stili/scuole di Aikido. Conseguentemente, nessuno stile/scuola di Aikido può pretendere di rappresentare in esclusiva la disciplina nel suo complesso, né tanto meno l’Aikido del Fondatore.

4. Ogni Dojo/Associazione di Aikido ha pieno diritto di seguire liberamente, all’interno delle proprie attività didattiche, lo stile/scuola di Aikido che preferisce, adottandone i relativi criteri pedagogici, e utilizzandone i gradi onorifici.

Auguratemi buona fortuna e buon lavoro, e se ritenete che quello che ho fatto finora con Aikido Italia Network sia stato in qualche modo positivo per la nostra comunità, supportate il mio futuro lavoro in FIJLKAM nei modi e nella misura che riterrete consoni.

Copyright Simone Chierchini ©2013 Simone Chierchini
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Autocontrollo, Moderazione e Awase su AIN


Vero? Utile? Fonte di ispirazione? Necessario? Cortese?

Prima di parlare, PENSA… E’ Vero? Utile? Fonte di ispirazione? Necessario? Cortese?

Aikido Italia Network è un Blog, un Gruppo Facebook, ma soprattutto un insieme di PERSONE la cui volontà è di discutere liberamente sull’Aikido e tenersi aggiornati senza visioni di parte o pregiudizi. Con un migliaio di iscritti in un mondo (dell’ Aiki) soggetto a rapidi cambiamenti ed attraversato da forti passioni, crediamo rappresenti una agora’ super partes rara nelle realtà italiane

di SIMONE CHIERCHINI & FRIENDS

Per mantenerla tale, e fare in modo che non decada a “trasmissione televisiva dove chi urla e insulta più forte vince”, occorre esercitare un’azione di vigilanza ed eventuale moderazione (rara per fortuna).
I commenti sono liberi e altamente graditi, ma devono essere firmati per esteso, ripensati e riletti prima di essere pubblicati.
Ingiurie, spruzzate di veleno, allusioni mafiose, ecc… verranno trattate con tolleranza zero, e l’autore finirà dietro la lavagna, ossia bandito da ulteriori partecipazioni alle discussioni.
E’ ora di fare vero Aikido anche nella politica e nella pubblicistica dell’Aiki.

Non essendo pagato per gestire questo forum, posso dedicargli solo parte del mio tempo e non posso moderare tutti i commenti 24/7/365.
Ho chiesto quindi di condividere l’onere di tenere d’occhio la situazione ed intervenire quando si esagera (anche se la migliore forma di vigilanza rimane sempre l’AUTOCONTROLLO) ad un comitato formato, per ora, da altre 3 persone, oltre me… scelte per la loro tendenza ad interventi costruttivi ed equilibrati. Si tratta di:

- Gabriele Di Camillo
- Marco Rubatto
- Maurizio Valle

La loro provenienza è eterogenea, ed appositamente non legata a particolari stili, scuole o gruppi.
Nei “turni” concordati fra noi ci prendiamo la responsabilità di intervenire nel caso la discussione in corso degeneri.
Non chiediamo all’utenza di non fare critiche o manifestare dissensi, ma come sul tatami occorre sindacare il ” gesto “, e mai la persona, quindi di comportarsi da “gentil uomo/donna aikidoka”.
Pratichiamo un’Arte per la quale ciò dovrebbe essere la regola.
Svalutare qualcosa o qualcuno è facile, mentre è assai più difficile, ed ” adulto ,” essere costruttivi e propositivi.
Pratichiamo quindi moderazione, mai controllo.
In caso di tracimazione adotteremo i seguenti provvedimenti:

1 – richiamo verbale all’ordine (tipo: boni, state boni).
2 – Cartellino giallo – RICHIAMO ufficiale alla moderazione.
3 – Cartellino rosso – FUORI PER 24 h a chi continua a insultare.
4- Per i recidivi eventuale SQUALIFICA A TEMPO, di una o più settimane.
Salvo poi BANNARE del tutto chi reitera e non vuole adeguarsi.

Modereremo i Post anche in relazione al loro tema iniziale, se si va troppo fuori argomento infatti diventano incomprensibili a chi si connette.
Il Moderatore di turno interverrà consigliando di iniziare un nuovo thread per la nuova tematica.
Il giudizio di un Moderatore nei confronti di ogni Utente è insindacabile.

Con questo stratagemma vogliamo migliorare il servizio fornito in questi ultimi anni, per aprirlo a maggiori interventi, proposte e discussioni di qualità.
Augurandoci che ciò possa avvenire anche grazie al senso di responsabilità dei frequentatori di questa pagina, auguriamo a tutti una buona Aiki-frequentazione del Web!

Le “Idee” di Platone e il Taisabaki del Gambero


nnnn

Quali modelli seguire nella pratica e nell’insegnamento dell’Aikido?

Sono debitore a Maurizio Valle dello spunto che vi riporto qui di seguito, integralmente, tratto da una discussione sulla pagina Facebook di Aikido Italia Network. A me ha aiutato a chiarire un paio di cose importanti rispetto alla MIA pratica. Vi riporto le mie riflessioni conseguenti come ulteriore stimolo, non perché voglia fare da portabandiera di un particolare gruppo, stile o insegnante di Aikido, ma allo scopo di contribuire alla comprensione di una delle questioni più dibattute e controverse della storia della nostra disciplina

 di SIMONE CHIERCHINI

Circa una settimana fa, nel corso di una discussione sul nostro gruppo di FB, l’amico Maurizio Valle è intervenuto con queste parole:

Cito, non alla lettera, Christian Tissier: “Si pratica un movimento, una tecnica, avendo una immagine ideale, un’ideale a cui tendere; tanto più mi ci avvicino, senza comunque mai arrivare alla perfezione, eliminando tutti i movimenti parassiti e le rigidità consce e inconsce, tanto più la tecnica sarà efficace ed elegante”. In tutte le motricità umane – gli sport, le danze, i mestieri – assistiamo, nei campioni, nei maestri artigiani, negli artisti, a questo fenomeno.
E di solito richiede dedizione assoluta e ripetizioni infinite delle pratiche in questione, fattori questi necessari ma non sufficienti.

Questa frase di Maurizio mi ha dato molto da riflettere. Forse per me è stato uno di quei testi che abbiamo bisogno di leggere, e che a volte ci capitano davanti agli occhi proprio quando ne abbiamo più bisogno, perché ci servono a far chiarezza rispetto a qualcosa che abbiamo già dentro di noi, ma che non riesce a trovare la via per esprimersi compiutamente a livello conscio.

Se ciò che Maurizio – e quindi Christian Tissier – sostiene è vero, cioè che in qualsiasi pratica umana per riuscire bisognerebbe tendere ad elevarsi, alla ricerca di una irraggiungibile perfezione, attraverso una continua tensione verso un modello ideale (e io penso che sia vero), allora qual’è il modello che io come responsabile aikidoka e insegnante impegnato di questa disciplina devo propormi di seguire?

Platone

Platone sensei…

Come primo passo, facciamo un breve ripasso di filosofia classica: secondo la teoria platonica, l’idea non va intesa come “concetto”: essa è un modello, ossia una “forma” e con essa Platone indica la forma comune di tutti i concetti relativi. Quando parla di idea, quindi, il maestro greco fa riferimento a un elemento unificatorio presente in natura, che esiste di per sé e al quale tutte le variegate manifestazioni di esso nel mondo materiale fanno capo: essa è la forma pura, unica, divina, che accomuna tutte le altre e le rende possibili. Le forme ideali, secondo Platone, esistono in un mondo separato e a sé stante, l’iperuranio, da cui esse “sgorgano” senza interruzione di continuità, come da una “sorgente”, per dissetare la sete di conoscenza dell’umanità (quante suggestioni per il praticante di Takemusu Aikido…). Nell’iperuranio esiste l’idea di cavallo, da cui poi scaturiscono tutti i singoli cavalli del mondo, individuali e particolari.

In termini di arti marziali, il primo riferimento a un possibile modello ideale che mi viene subito in mente è quello delle koryu, le “antiche scuole o tradizioni” giapponesi, che risalgono al periodo antecedente l’era Meiji (e cioè prima della fine del XIX secolo). In queste scuole, certamente popolate da esseri umani e non dal Demiurgo, il gesto è stato perfezionato e idealizzato da generazioni e generazioni di praticanti, durante un paziente lavoro spesso anche plurisecolare, che ha progressivamente consegnato agli aderenti della scuola un modello di pratica da seguire strettamente, rispettandone alla lettera i dettami tecnici. Se voglio studiare in quella scuola, ho un programma di “forme ideali”, da cui non sono tenuto a staccarmi fino a quando qualcuno più avanti di me (il sensei, cioè colui che è nato prima, e quindi ci cammina davanti) mi dirà che sono arrivato. Per questo spesso non è sufficiente un’intera vita di studio.

L’Aikido, tuttavia, è un Budo di completa rottura con le tradizioni marziali precedenti. Anche se è imbevuto da capo a piedi della cultura di cui si alimentano anche le koryu, i modelli ideali dell’Aikido e le sue forme non possono essere che i suoi, unici e particolari. Le idee dell’Aikido sono indiscutibilmente quelle del suo Fondatore, come hanno preso forma nel corso di una ricerca interiore e marziale durata un quarantennio presso il suo ritiro di Iwama, e come ci sono state tramandate da chi gli è rimasto accanto fedelmente per tutta la vita. Il valore della presenza e della testimonianza di Morihiro Saito (Mori-hiro, “il protettore”, così non casualmente ribattezzato dal Fondatore, che gli conferì anche il titolo di “Custode dell’Aiki Jinja”, cioè del Tempio dell’Aiki, eretto da O’Sensei stesso) non può essere comparato con quello di nessun altro degli altri pur colossali allievi di Morihei Ueshiba. Negarlo significa offendere la logica e io, nonostante la mia formazione mi porterebbe a sostenere altro, non ho intenzione di farlo.

cammino iniziatico

Aikido come cammino iniziatico

Tornando ai modelli da seguire, alle idee dell’Aikido, se ho scelto (come dovrei, altrimenti dovrei cambiargli nome) di usare lo studio dell’Aikido come cammino iniziatico, come metafora del percorso dal buio alla luce, attraverso la continua e insoddisfacibile ricerca della perfezione nel gesto, questo processo non può che fare riferimento ai modelli mostrati da chi quel gesto lo ha creato. Dal punto di vista pratico, io ho conseguentemente scelto di far riferimento alla scuola che è più vicina alla fonte, piuttosto che ad altri pur validi interpreti, perché essi per me stanno alle idee platoniche come il forte ulivo che ho nel mio campo sta all’idea di ulivo che è nell’iperuranio. Sono interpretazioni particolari, a volte anche valide, ma non sono l’idea, il modello. Se mi si consente di usare una metafora di natura religiosa, perché pregare il creatore attraverso i santi, visto che ho la possibilità di parlarci direttamente? I Mussulmani credono nelle parole di Allah, comunicate all’uomo attraverso il suo profeta, Mohammed, e mantenute immutate, non tradotte, non interpretate, per quattordici secoli. Spiegare loro cosa significa Aikido tradizionale è cosa che non richiede alcun sforzo.

Chi sono io per questionare le “idee” della mia scuola? Anche se tutte le mie cellule italiche impazziscono dal desiderio di fare altrimenti, devo rispettare il mio posto nel sistema, che è tutto meno che quello di nuovo profeta. Per me questo è Masakatsu Agatsu, dare libero sfogo alla mia presunta “libertà” è invece alimentare il mio Ego. La mia libertà consiste nell’aver fatto per un ventennio “tutte le mie cose” come insegnante e praticante, salvo poi realizzare che erano tutte fesserie o scopiazzature, o fesserie scopiazzate: ubi maior minor cessat, che tradotto non proprio letteralmente, significa “dove vi è chi ne sa di più, è meglio che chi ne sa di meno impari a star zitto”.

Tutto ciò che ho finora argomentato è un ragionamento che segue una sua logica interna, ma è comunque del tutto soggettivo. Lo propongo, ripeto, come pungolo per la riflessione comune, non per attrarre iscritti verso questo o quel gruppo. Ognuno è libero di cestinarlo, se crede. Tuttavia, chi rifiuta di farsi le domande, non avrà mai risposte, anche quando queste siano opposte rispetto alle mie.

Se è vero che ogni modello che ha lo scopo di insegnare ad altri, esplica appieno la sua funzione solo quando chi lo applica abbia anche la forza morale per romperlo – a cammino intrapreso, davanti alla luce del sapere e della conoscenza – avere o non avere forza morale non è una questione di tecnica e non può essere insegnato da nessuna scuola; è semplicemente il risultato, non garantito, del processo, cui pochissimi hanno la fortuna di arrivare: il risveglio, appunto, che aspetta gli iniziati.

Quanti sono quelli che davvero vedono la luce, attraverso l’Aikido o qualunque arte a scelta? Non molti, mi pare, considerando lo stato del pianeta, della nostra nazione, delle nostre città, dei nostri condomini; anche nel mondo dell’Aikido non mi pare che ci siano legioni di iniziati, mentre  i dojo sono pieni di individualisti che utilizzano l’arte per soddisfare la propria personale agenda – sia essa di tipo egotico e/o finanziario – o come passatempo ludico, tralasciando del tutto l’aspetto del lavoro interiore.

Mi ricordo che quando ero a scuola, dicevo che la matematica faceva schifo, perché equazioni e differenziali per me erano troppo difficili e proprio non riuscivo a raccapezzarmici. Quindi smisi di occuparmene, dedicandomi ad altre cose, che invece trovavo più facili, e così persi una grossa battaglia contro il mio lato oscuro e rimasi un ignorante al di fuori della matematica elementare. Molti conclamano di essere alla ricerca del “loro” Aikido, essendo ampiamente all’oscuro sia delle “idee” del suo Fondatore e della scuola che più da vicino cerca di tramandarle, sia degli interpreti indiretti cui dicono di rifarsi, in nome di una libertà che quasi sempre non è altro se non la scusa che l’uomo moderno ha trovato per non far mai niente fino in fondo, perché per fare qualcosa seriamente ci vuole una profondità morale e una forza d’animo che stanno diventando sempre più rare al giorno d’oggi.

Tutti per uno, uno per tutti

Tutti per uno, uno per tutti

Il nostro mondo oggi, ci spinge a nutrire un individualismo sempre più esasperato, a rigettare e distruggere qualsiasi altro modello se non quello giustificato dalla sola personale accettazione. L’unica regola è diventata l’Io, se piace, si può fare, altrimenti è sciocco, fastidioso, superato, liberticida. Perché l’individualismo sia il modello socio-economico dominante del mondo moderno, quali siano le sue cataclismatiche conseguenze, a chi fa comodo distruggere ogni forma di comunità assieme a ogni tipo di ordine naturale delle cose, solleticando l’egoismo di ognuno, non è un discorso che vogliamo affrontare oggi. Solo una parola di cautela, da parte di chi nell’individualismo si dibatte e ci litiga quotidianamente per tenerlo a bada: l’arroganza di sentirsi arrivati, di voler rompere i modelli, in nome di una presunta libertà personale, per me sono come il taisabaki del gambero lungo il cammino iniziatico.

Copyright Simone Chierchini ©2013Simone Chierchini
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Il Posto dell’Aikido Nell’Era dello Zumba e dell’MMA


Liscia, gassata o ferrarelle?

I padri dell’Aikido sono scomparsi o stanno scomparendo e tocca ai figli prendersi la responsabilità di collocare la nostra arte in un mondo profondamente cambiato. Dove va l’Aikido nel XXI secolo? Qual’è il suo posto nell’era dello zumba e dell’MMA? Che cosa dobbiamo farcene della meravigliosa eredità che ci hanno lasciato i nostri padri adottivi da tatami? Sarà il caso che la nuova generazione di insegnanti di livello inizi a chiederselo, perché il futuro è adesso

di SIMONE CHIERCHINI

Man mano, con lo scorrere inesorabile del tempo, ci si allontana sempre più dalle fonti dirette dell’insegnamento originale dell’Aikido, al punto che sul web è stata usata l’azzeccata espressione di Aikido 2.0 in riferimento alla fase che ci si apre davanti. E’ specialmente in questi momenti di passaggio che diventa fondamentale capire cosa si sta facendo, con la speranza di imboccare la strada più giusta e consona ai nuovi tempi che avanzano.

Nei momenti di incertezza e instabilità, storicamente si è sempre manifestata la tendenza all’irrigidimento, sia esso fisico, psicologico e/o sociale, seguito dal consolatorio accostamento a forme culturali viste come più tradizionali, o più “potenti”, o rassicuranti; per spiegare questa tendenza è sufficiente la psicologia da bar e non staremo a perderci tempo.

In Aikido il quadro di cui sopra si traduce spesso nel ritorno ad un tipo di visione del Budo quasi pre-aikidoistico: siccome i tempi attuali hanno prodotto un tipo di pratica da tatami che si discosta di poco dallo Zumba praticato in contemporanea nella sala accanto, per reazione l’Aikido deve tornare ad essere un metodo da combattimento. In questo modo posso discostarmi dai ballerini in hakama, e allo stesso tempo fare concorrenza agli energumeni dell’MMA.

La diatriba sull’efficiacia dell’Aikido è vecchia quanto l’Aikido stesso, ma è in queste fasi di confusione che rifà capolino con forza un’ideologia che vorrebbe riportare la nostra disciplina a quello che era prima del Fondatore, cioè un mero mezzo per contraccare e ferire, negando in un colpo solo il geniale contributo di Morihei Ueshiba e il lavoro di tre generazioni di insegnanti che sono riusciti a trasformare una serie di violente tecniche marziali medievali in un metodo volto alla conoscenza personale e al miglioramento dell’essere umano.

Il revisionismo storico è un male inevitabile, e ogni tanto riemerge, soprattutto quando le cose non vanno bene, ma è bene ripetere a chiare lettere che l’Aikido di Ueshiba non è difesa personale. L’Aikido di Ueshiba utilizza le tecniche un tempo usate esclusivamente per la difesa personale per FINI ALTRI. Si può non essere d’accordo con questo postulato, ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare quello che si fà con un nome diverso, perché Aikido non è. Se si vuole riscrivere la storia, la genesi e la filosofia dell’Aikido si è liberi di farlo, ma non si può poi pretendere che chi legge dopo averlo studiato per decenni non si metta a ridere quando si leggono certe castronerie.

Moltissimi sono ossessionati dall’idea di difesa personale. Gli stili marziali che vanno per la maggiore sono sempre e invariabilmente quelli che picchiano più duro (o fanno finta di picchiare più duro), e anche tra gli aikidoisti il morbo dell’efficacia è una preoccupazione che sembra ledere la tranquillità di tanti colleghi di ogni età e grado. Personalmente penso che in una società civile e organizzata la migliore forma di difesa personale dovrebbe prevedere due mosse pulite pulite: educazione di qualità, e certezza assoluta della punizione… due cose che la società occidentale contemporanea non ritiene di dover impegnarsi nel fare. Tuttavia, il fatto che il sistema sociale attorno a noi non funziona, non può giustificare il ritorno all’età della pietra: noi marzialisti abbiamo il dovere di dissociarci con forza da ogni espressione di violenza fuori dai parametri della minima forza.

E qui entriamo più nel vivo di cosa stiamo parlando. Difendersi è un diritto, difendersi da chi ci attacca con violenza animale come degli animali, significa semplicemente essere della medesima sostanza. Non c’è differenza fra il porco e il cotechino… In un mondo che si fa sempre più confuso e contraddittorio, l’aikidoka non può permettersi di alimentare le fiamme con la benzina. Quando la mano ci stringe il polso, non irrigidirsi; quando lo tsuki ci sfiora il viso, non reagire rompendo il naso dell’attaccante; quando un uomo si comporta come un animale, non reagire diventando un animale di misura superiore. Questo è Aikido. Non trasformarsi nel male che si riceve, ma neutralizzarlo e ridirigerlo, possibilmente verso la ricomposizione.

“Non reagire diventando un animale di misura superiore” è un’affermazione ben diversa da “non reagire, diventando un animale di misura superiore”. La virgola fa una differenza enorme. Qui non si sostiene che l’aikidoka debba trasformarsi in un gandhiano non violento – anche se da buoni cristiani bisognerebbe porgere l’altra guancia. Il messaggio dell’Aikido non è quello pur onorevole della resistenza passiva. Il nostro è un approccio attivo, ma la linea su cui ci muoviamo è sottile: bisogna fare attenzione a non precipitare nuovamente nel medioevo della risoluzione dei contrasti: lui mi ha fatto male, io lo rompo; perché a livello sociale questo contiene il germe della disintegrazione della comunità di cui tutti ci diciamo inorriditi. Ho idea che i linciatori di oggi appartengano alla categoria dei linciati di domani, visto il livello morale di ciò che a sentir loro sono pronti a fare.

Ci vuole corrispondenza tra azione e reazione, tutto qui. L’aikidoka deve evitare il tocco di Medusa, che ci trasforma esattamente in quello che ci fa paura e orrore. Se un violento aggressore finisce pestato a sangue e ridotto come una poltiglia morente, dov’è la giustizia? E’ questo il modello di comportamento che vogliamo proporre nella comunità che lasceremo ai nostri figli? No, grazie. Il violento, l’aggressore è lui, non io. L’aikidoka deve metterlo in condizioni di non nuocere e impacchettarlo, consegnandolo poi alle autorità che lo devono punire secondo le leggi che la comunità si è data. Il colpevole deve pagare il suo debito PER INTERO, SENZA SCONTI, ma sempre al fine di ritornare in società.

Solleticare gli istinti di vendetta non è Aikido. L’aikidoka non si vendica mutilando. Grazie all’Aikido di Ueshiba siamo marzialisti evoluti, e non è che sia cosa facile. E’ certo più semplice lasciarsi prendere dal primo istinto che ci assale davanti all’orrore dell’aggressione fisica o psicologica. Il facile è pestare un aggressore a sangue o il litigare a morte con tutti quelli con cui siamo in disaccordo. Ma chi siamo noi per autonominarci carnefici? Quale potere in terra ci dà il diritto di ergerci a giudici? Siamo senza peccato? Io no, e quindi faccio un passo indietro.

L’aikidoka maturo studia tecniche di guerra per usarle, ma usarle non vuol dire uccidere. Conoscendole, in caso di aggressione dovrebbe sapere come usarle quanto serve, non un grammo di forza in più. D’altronde per me è inaccettabile che si usino gesti di chiara origine marziale con una competenza marziale da ballerina classica. Se mi dedicassi al tiro al bersaglio e colpissi tutto meno che il bersaglio, sarebbe lecito che mi venissero dei sospetti sulle mie capacità. Se tiro a bersaglio, voglio fare centro, altrimenti che tiro a fare? Poi quando esco dal poligono di tiro non sparo a nessuno, ma questa è la mia scelta, fatta sul fondamento di ciò che ho in potenza, non perché non ne sono capace. Il pacifismo, l’armonizzarsi, per me è una scelta cosciente fatta da chi può disarmonizzare, fare male, uccidere, ma ha la forza morale, derivata dal training, di scegliere di non farlo. Questo è il Masakatsu agatsu di casa mia. Il pacifico perché è debole non è pacifico, ma inerme, e nel suo essere pacifico e armonico non c’è nulla di morale: dategli gli strumenti e vedrete se è pacifico o no…

Il problema dell’efficacia è semplicemente un non-problema. L’uomo non può diventare invulnerabile, e già pensare a difendersi rende di per sé deboli. Che l’attacco sia vero o “di dojo”, la risposta non può essere comunque relativa. La risposta è sempre e solo assoluta, e questo è quello che insegnano i grandi maestri. Altrimenti in caso di attacco reale, se la risposta è relativa o uno uccide perché è troppo eccitato, o se la fa sotto perché ha troppa paura.

Io non faccio a botte da una vita, ma ci sono stato in mezzo, e non mi sono piaciuto per niente. Per questo studio il controllo: il punto sta solo nella misura della reazione. A mente fredda ho deciso di non reagire barbaramente e studio le tecniche necessarie a farlo. La pratica controllata di ogni giorno è orientata a questo fine, altrimenti perché non ci distruggiamo le giunture ad ogni tecnica che applichiamo? A che cosa serve studiare il controllo, se poi quando c’è la situazione reale si reagisce in modo non controllato? Che sia facile, o che ci si riesca per davvero è un altro discorso.

L’Aikido nell’era dello Zumba e dell’MMA deve servire a trasformare l’odio in convivenza civile. Chi vuole fare difesa personale pura e semplice si rivolga altrove, dato che ci sono discipline che sono un milione di volte più veloci dell’Aikido nel fornire strumenti di azione/reazione. L’Aikido è nato sulle ceneri di un mondo violento e ne usa le tecniche per scopi morali e di miglioramento personale e sociale.

D’altronde, non fa compito dell’insegnante di Aikido nè fare del male agli altri e neppure fargli il lavaggio del cervello per sentirsi dare ragione alla fine. Noi possiamo fornire informazioni, argomenti logici, motivazioni e buon esempio in prima persona. Dopo di che sta a chi ci segue farne l’uso che crede. Noi offriamo gli strumenti che usiamo, sono poi gli altri che devono decidere se usarli. Se non vogliono, per me va bene lo stesso, ma non devo poi per questo cambiare la mia vita trasformandomi in loro…

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
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Insieme Per Convenienza, Non Necessariamente Per Amore


Da che parte stai? tanto per come vanno le cose ora è lo stesso…

I tempi per un tavolo di lavoro comune sul futuro dell’Aikido in Italia sembrerebbero maturi. Ci rivolgiamo quindi direttamente ai rappresentanti eletti delle associazioni che si sono dimostrate più “virtuose” nel recente passato, chiedendo di avviare un’azione che abbia finalmente e veramente a cuore SOLO il bene della comunità aikidoistica italiana

di SIMONE CHIERCHINI

La gestione delle associazioni sportive dilettantistiche in Italia, in mancanza di un vero e proprio Ministero dello Sport, è stata affidata dallo Stato al CONI - che in teoria si dovrebbe occupare solamente di finanziare le attività olimpiche – e secondariamente agli Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal CONI. Questi enti sono di emanazione partitica, e ne esistono di tutti i colori e orientamenti, in modo da coprire tutto l’arco costituzionale e contemporaneamente moltiplicare le poltrone disponibili e la pioggia di finanziamenti pubblici.

Pur nelle differenze di gestione e “ideologia”, quando si tratta del settore Aikido, gli ESP (ma anche la FIJLKAM) hanno tutti in comune una caratteristica: ognuno di essi è stato già “colonizzato” da uno stile, da un Maestro di riferimento o da un gruppetto di senpai che fanno a gara per sistemare il più comodamente possibile il proprio posteriore sulle tanto agognate poltrone. (1)

Sarebbe di certo preferibile essere riconosciuti direttamente come ASD dal CONI senza passare per la politica, ma al momento questo non è fattibile. Anche l’Aikikai d’Italia, che è autonoma rispetto a questo mondo, è però composta da ASD che per avere valore legale devono rifarsi al sistema di cui sopra, quindi il problema, espulso dalla porta, rientra dalla finestra.

La soluzione più logica sembrerebbe quella di passare per la Federazione nazionale di riferimento, ma questa in Italia non esiste; inoltre la FIJLKAM, cui l’Aikido è stato annesso, considera la nostra disciplina come una mera sottocategoria del Judo e gli aikidoka ad essa iscritti non hanno rappresentanza e di conseguenza non possono partecipare all’attività democratica e ai processi decisionali. La scusa utilizzata per tenerci fuori dalle assemblee? L’Aikido non è una disciplina olimpionica, e pertanto in FIJLKAM non ha diritto di voto.

Una strada percorribile per arrivare almeno ad un compromesso di partenza sarebbe quella di costruire un settore Aikido “virtuoso” all’interno di un ESP, con l’obiettivo dichiarato di procedere dalla frammentazione e dalla diaspora alla ricomposizione e alla riappacificazione almeno a livello amministrativo. Le informazioni raccolte dalla voce dei vari praticanti qui su Aikido Italia Network sembrano puntare su alcune realtà sane, cui varrebbe la pena di chiedere di iniziare a dialogare in vista di arrivare ad una piattaforma amministrativa minima comune.

Le realtà che stanno già lavorando nella direzione di una gestione dell’Aikido che sia in favore della comunità degli aikidoka italiani e non del conto in banca o dell’ego dei senpai di riferimento sono – a quanto ci consta al momento – le seguenti: Shumeikai, Progetto Aiki, Tendo Ryu Italia e FITA. Di contro esistono ESP, che hanno almeno 2-3000 iscritti al settore Aikido ma non danno assolutamente nulla indietro al praticante o all’insegnante – se si esclude un’assicurazione che non copre neppure la frequenza alle attività delle altre ESP o associazioni. Queste ESP fatturano bilanci annuali di decine di migliaia di euro grazie alle affiliazioni provenienti dagli aikidoka, capitali che potrebbero e dovrebbero essere reinvestiti all’interno della nostra comunità, invece di regalarli a chi dell’Aikido non cale un accidente e non ne fa mistero.

Perché questo divenga possibile, dobbiamo cercare di dimostrare che siamo capaci di stare tutti (o il più alto numero possibile) assieme in un’unica struttura amministrativa, una struttura pensata esclusivamente per offrire servizi, e non per sindacare su cose che sono esclusivamente prerogativa dei singoli gruppi, come proposta tecnica e gradi. Su questo programma minimo d’azione, basato non su un impossibile amore, ma sulla convenienza di ottenere il bene comune, invitiamo i dirigenti di Shumeikai, Progetto Aiki, Tendo Ryu Italia e FITA a confrontarsi.

Io parlo solo per me stesso, dato che ho mollato onori e posizioni dirigenziali e in Italia ho solo un paio di dojo con pochi allievi. Sinceramente però, dopo 20 anni di insegnamento e 40 di pratica, sono disgustato dalla posizione infima che sono costretto a ricoprire nella società civile e/o sportiva italiana nonostante sia uno specialista di prima fascia di una rispettabilissima disciplina. Sono stufo di essere messo nel mucchio con MMA e kickboxing e corbellerie varie, sono stufo di essere buttato fuori dai centri sportivi, sono stufo di dover fare seminari solo di armi perché in tutto l’Abruzzo-Molise non c’è un tatami pubblico che sia uno, sono stufo di far lezione a 5 persone perché i miei concittadini pensano che l’Aikido sia una marca di biscotti al cioccolato… e posso continuare fino a domani, se volete.

Questo può cambiare solo con una incisiva azione dall’alto, APOLITICA, ACONFESSIONALE, volta esclusivamente alla valorizzazione delle nostre specializzazioni. Chiedo ai rappresentanti degli aikidoka che operano in Shumeikai, Progetto Aiki, Tendo Ryu Italia e FITA di aprire un tavolo di discussione volto a trovare un luogo comune ove fare – per cominciare – le seguenti cose:

- Promuovere l’Aikido come si farebbe con la musica in generale, e non fare promozione dell’hard rock o del pop come viene fatto da buona parte degli enti già in circolazione;
- Fornire un albo ASETTICO, VERIFICATO E CERTIFICATO degli insegnanti di Aikido in Italia;
- Stipulare una valida assicurazione che consenta agli aikidoka di muoversi trasversalmente e partecipare all’attività didattica di gruppi diversi.

Che fare questo sia un compito improbo, non sfugge a nessuno. Qualsiasi gruppo di studio che le associazioni cui ci stiamo rivolgendo vorranno istituire, dovrà essere formato da gente seria, motivata, competente e soprattutto aperta mentalmente rispetto agli altri. Ci sarà da litigare duramente, ma con il fine di fare pace, mettendo infine per iscritto su carta alcuni punti fondanti. A quel punto bisognerà rivolgersi alla Politica, rappresentata dagli Enti di Promozione Sportiva per l’immediato (con la minaccia di staccare loro la spina e privarli di risorse economiche di spessore), e poi al Parlamento, perché anche in Italia le leggi le fanno i parlamentari, quindi è lì che bisogna rivolgersi, non si scappa!

Ai dirigenti e rappresentanti eletti di Shumeikai, Progetto Aiki, Tendo Ryu Italia e FITA chiedo solo di non nascondersi dietro alle difficoltà, ma di dimostrare di che pasta sono fatte le loro associazioni, rompendo l’isolazionismo reciproco e iniziando a dialogare in vista del bene comune. Non fa nulla che il compito sia durissimo, non fa nulla che niente che si possa eventualmente fare non sarebbe comunque perfetto. L’ho sostenuto per due anni su questo blog: se i “buoni” continuano a non far nulla, sostenendo che nulla di veramente buono per tutto e per tutti si possa fare, ne consegue che a fare rimarranno sempre e solo i “cattivi”, che a fare male e sempre non ci pensano neppure per un secondo.

(1) E’ ovvio che ci siano insegnanti coscienziosi anche nelle ESP di cui sopra e in FIJLKAM, tuttavia dormono il sonno del giusto da decenni e alcuni siedono allo stesso tavolo di quelli da cui dicono di volersi differenziare. Se sono davvero diversi, allora che facciano sentire per davvero una voce diversa, avvicinandosi a progetti come quello di Aikido Italia Network, invece di arroccarsi nelle loro posizioni. Saranno di certo i benvenuti.

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Pubblicità e Diffusione dell’Aikido: Perché le Normali Strategie Non Bastano


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Come vi pubblicizzate?

Abbiamo recentemente discusso delle strategie pubblicitarie consigliabili (o da cestinare) per cercar di promuovere il proprio dojo di Aikido in un momento di crisi economica generale, quando i nuovi iscritti latitano, e dall’utilissimo confronto sulla pagina Facebook di AIN sono usciti numerosi suggerimenti. Ecco però perché, secondo me, essi non funzionano più di tanto, in assenza di una vera strategia nazionale di divulgazione della disciplina

DI SIMONE CHIERCHINI

Dal contributo dei vari amici e colleghi che si sono alternati nella discussione su FB, sono emersi diversi utili suggerimenti, che possono funzionare, con qualche speranza di successo, in situazioni locali particolari, e che sono comunque meglio di niente, ci tengo a dirlo. Quanto elencato (e in un certo senso negato) qui di seguito, è il minimo che ogni insegnante debba fare per avere qualche speranza di trovare allievi con cui condividere il proprio Aiki, ma le testimonianze raccolte in giro e l’esperienza personale diretta dimostrano che tutto ciò che segue può non servire assolutamente a nulla, ma anzi trasformarsi in un enorme spreco di tempo, energia e denaro, causando solo un accumulo di frustrazione.

PASSAPAROLA:
Situazione del carro davanti ai buoi: chi passa la parola se il dojo non ha gente o pochissima? Il passaparola funziona solo quando si hanno allievi, quindi semmai può rendere di successo un’iniziativa già valida, mentre non è praticabile quando nel dojo si è in 4-5. Chi vuole continuare ad ammorbare sempre gli stessi parenti/amici?

ISTITUZIONI:
L’Italia è uno strano paese: alcuni, che vivono in situazioni “normali”, pensano che il resto sperimenti lo stesso. Non è così, le istituzioni locali sono spessissimo enti gestiti per piazzare gli amici e i cugini, non luoghi che espletano una funzione amministrativa: al meglio vivacchiano facendo il meno possibile, nei casi peggiori divorano le risorse (vedere il caso eclatante denunciato da Roberto Martucci dopo lo scandalo della Regione Lazio). Dicono che non ci sono soldi, ma in realtà non c’è cultura, non c’è interesse per nessuno sport, men che mai l’oscurissimo Aikido.

WEB:
Tutti hanno un sito web, spesso un blog, e nel 99% dei casi è leggibile e graficamente piacevole, con tutte le notizie necessarie, contatti al punto giusto, ecc. Tuttavia, se l’Aikido nessuno lo conosce e quindi non interessa alla comunità locale, chi ci va a vederlo il sito o il blog? Voi andate a leggere il sito degli ufologi della vostra città? No! Una volta raggiunti i pochissimi che desideravano fare Aikido prima del vostro arrivo in zona, la sorgente si secca.

DEMO & CO:
A meno di non operare in una città con tradizioni ben stabilite nell’ambito culturale marziale, o della medicina tradizionale asiatica, dimostrazioni, partecipazioni a feste di paese e simili sono un buco nell’acqua, o peggio ancora un boomerang, specie in provincia o nei piccoli centri, ove la considerazione nei confronti delle arti del Budo continua ad essere vicina allo zero, a meno che non facciano finta di servire per spaccare la faccia a qualcuno. La gente guarda un enbukai di Aikido e non ci capisce niente: tutto quello che viene percepito è che l’Aikido è falso, una specie di balletto ove la gente cade perché si è messa d’accordo prima; oppure, se si fanno aikimazzate, è violento, e ne girano bene alla larga. Il Karate si capisce, il Judo si capisce, anche la Kick o l’MMA nella loro lineare semplicità aggressiva si capiscono, l’Aikido invece poco o niente, se non si ha cultura relativa.

PROFESSIONALITA’:
Partiamo dall’assunto che stiamo parlando di insegnanti che hanno le qualità tecniche e umane per stare appresso – anche solo a livello di base – a dei nuovi arrivati sul tatami: qui non stiamo parlando di Fantozzi in hakama, o del Mostro di Firenze, quindi il discorso non si pone neppure. Chi apre un corso ci tiene ai suoi allievi, mica solo quelli che ne hanno 100, anzi, a maggior ragione quelli che ne hanno 10, visto che se se ne vanno 5 finiscono dimezzati.

CARISMA:
Ci può essere carisma, e magari aiuta, ma cosa se ne fa uno del carisma se deve insegnare ai muri? Il cemento è difficile da impressionare, I’m telling you… Chi pensa di avere carisma e di poter fare bene grazie a quello in certi luoghi di Italia, va a incontro a severe disillusioni e ad un ottimo insegnamento per la vita. Parola di Simone Chierchini.

Dopo aver letto tutti i suggerimenti di cui sopra con interesse e rispetto, e dopo aver ribadito che quanto sopra va comunque fatto, perché altrimenti è inutile lamentarsi, rimango dell’idea che non ci saranno cambiamenti della situazione generale (lasciamo stare chi vive dove esiste un bacino di utenza e una cultura relativa ben sviluppati, anzi proprio a dimostrazione che se la cultura relativa c’è, gli allievi arrivano) se non si promuove un’azione di informazione mirata e capillare dall’alto, puntando a televisione, cinema e giornali da una parte, scuole e musei dall’altra. O si cambia strategia generale, o non si va da nessuna parte. Chi ha parecchi allievi non faccia la morale, spesso piena di prosopopea, a chi ne ha pochi, sottindendo che chi ha poca gente in palestra è perché è scarso o non si impegna: mettiamo Mourinho ad allenare la Vastese, e vediamo quanti scudetti vince… Gli sforzi di un singolo, per quanto eroici, possono arrivare solo fino ad un certo punto, e spesso da nessuna parte, dato che sul campo si cozza costantemente contro il muro di gomma dell’indifferenza e dell’ignoranza.

Le soluzioni sono di media-lunga durata, e possono venire solamente dall’azione delle grandi associazioni coalizzate (dato che hanno i numeri). C’è bisogno di produrre cose come materiale scientifico e documentari, allestire mostre, stipulare convenzioni regionali o nazionali con il Ministero della Pubblica Istruzione o delle Belle Arti, ecc. di modo da – sulla lunga durata – creare una cultura relativa all’Aikido. Questo non per far sì che gli insegnanti posti sul territorio possano giocare a scimmiottare gli shihan, o arricchirsi, ma semplicemente allo scopo di continuare a portare l’Aikido in periferia, ove è quasi completamente assente.

Dopo 50 anni di indottrinamento dei quadri intermedi da parte delle grandi organizzazioni nazionali e di quelle che da loro si sono staccate, incentrato sulla ricerca del solo Aikido tecnico, una volta diviso il mercato in 100 rivoletti non intercomunicanti tecnicamente, allo stato è materialmente impossibile per chiunque arrivare a 10000 iscritti e avere la forza numerica – ed elettorale – per obbligare il mondo della politica ad ascoltarci. L’Aikikai d’Italia, che è l’associazione meglio organizzata e distribuita sul territorio nazionale, si è comunque arenata da anni sui 5000+- bollettini annuali di iscrizione (non praticanti reali). Quindi, o si supera la pregiudiziale tecnica e si cammina nella direzione di una associazione ombrello con lo scopo di ottenere le cose che farebbero del bene a TUTTI gli stili di Aikido, oppure continueremo ad alimentare con il nostro lavoro (durissimo in certi casi e con pochissime soddisfazioni) solo un piccolo mercato per chi negli anni ha stabilito la propria posizione dominante, e ora non ha interesse (capacità, lungimiranza, età…) per smuovere le acque.

Succederà? Non penso, perché chi gestisce il bacino di cui sopra non ha bisogno di più gente sul tatami di quella che già ha, che può gestire direttamente, senza bisogno di delegare, creare quadri intermedi, dare importanza ad altri, ecc. Nulla di nuovo sotto il sole: è così da almeno 30 anni. Con questo non dico che le varie Aikikai, UISP, TAAI, Dentoo Iwama & Co. necessariamente avrebbero successo in un tentativo comune di promozione a livello nazionale, ma almeno sarebbe bello e auspicabile che tutte, o singolarmente, ALMENO CI PROVASSERO!

Altrimenti l’Aikido continuerà a rimanere unicamente una strana attività pseudo-ginnica destinata solo alla borghesia colta delle città culturalmente ed economicamente più evolute, e continuerà soprattutto ad essere vistosamente assente proprio dove servirebbe di più.

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Parole e Fatti: Ecco l’Aikido Blogger Seminar 2012


Aikido Blogger Seminar

Ci hanno torturato a lungo, con quella solfa secondo la quale chi scrive su un blog, o chi commenta quotidianamente sulla pagina Facebook di Aikido Italia Network non sarebbe capace di far nulla se non chiacchierare… Spiacenti di disilludere gli scettici: l’Aikido Blogger Seminar 2012 è pronto al varo

DI SIMONE CHIERCHINI

Spesso si sente dire che la produzione di nuove idee nella nostra comunità va a rilento, tuttavia, se qualcosa si muove, negli ultimi anni parte del merito va certamente attribuito a dei veicoli non istituzionali, anzi, in un certo modo nati come reazione alle pecche dei reciproci sistemi da cui provengono. Aikido Italia Network, Aikime e Aikido Vivo non sono la Bibbia dell’Aikido in Italia (nè hanno mai preteso di esserlo), ma che il loro contributo a migliorare l’atmosfera generale sia un fatto reale non può più essere negato da alcuno.

L’Aikido si fa nel proprio dojo, ma nel XXI secolo si condividono le esperienze fatte nel dojo sul social network, ed è qui che ci si incontra quotidianamente per condividere la passione per il Budo, il desiderio di fare, capire, migliorare, criticare. I tre blog citati, ognuno con il proprio stile, fanno cultura dell’Aikido extra tatami, e ne hanno fatta spesso assai più di tutte le associazioni aikidoistiche italiane messe insieme, la cui produzione scientifica sui temi dell’Aikido è vistosamente assente.

Ognuno per conto suo, AIN, AKM e AV hanno camminato e continuano a camminare nella direzione di un Aikido italiano più aperto, studioso e colto, più libero, giusto e responsabile, più professionale e meno beghino e bigotto, ricco di meno privilegi e più cultura. Era inevitabile che Simone, Marco e Fabio si ritrovassero a parlare la stessa lingua, una volta che – superate le normali diffidenze derivanti dal non provenire dallo stesso ambiente – avessero iniziato a parlare. E una volta iniziato, non hanno più smesso, perché le cose che si sono detti sono quelle che chi legge i nostri blog o segue il gruppo di AIN su FB conosce a menadito: c’è bisogno di una ventata di aria nuova in Casa Aikido Italia, e noi possiamo accendere il ventilatore…

Come? Dando il buon esempio! Cioè iniziando a lavorare assieme, ma rinunciando programmaticamente alle strutture piramidali: fra di noi per cominciare, e nella proposta didattica rivolta a colleghi ed allievi pure, come ovvia conseguenza.

Da 50 anni a questa parte, quando si va ad uno stage di Aikido, normalmente cosa si vede? Chi insegna, con modello cattedratico, espone la propria verità incontestabile agli studenti (a prescindere dalla loro esperienza), i quali poi in teoria vanno a casa e studiano a memoria quello che viene proposto, e lo ripetono acriticamente. I soggetti di questo modo di imparare sono trattati come i bambini delle scuole elementari, e costruiti psicologicamente ed emotivamente per rimanere tali, per motivi che tutti i non allineati possono intuire da soli.

Questo noi nell’Aikido Blogger Seminar non lo faremo. A noi non interessa far vedere che siamo i più bravi e i più belli (sappiamo da soli di non esserlo), e non ci interessa neppure di fare un altro delle dozzine di seminari del tipo scambio-dojo, ove 2-3-4 insegnanti dei quadri intermedi mettono insieme i loro allievi, ognuno fa la sua bella dimostrazione, e tutti se ne tornano a casa a continuare come prima, senza che dallo scambio sia nato alcunché di nuovo.

L’Aikido Blogger Seminar sarà diverso, perché le lezioni tenute dagli AikiBlogger saranno tematiche, e al loro termine si parlerà di cosa si è fatto, esplorandone le valenze a livello tecnico-emotivo-didattico-relazionale, prima in piccoli gruppi di studio, poi in una sessione allargata a tutti i convenuti, ove si sviscereranno i risultati ottenuti. C’è una profonda differenza fra una dimostrazione, una lezione di tipo cattedratico e una tipo gruppo di studio: nella prima i fruitori sono spettatori senza possibilità di interazione; nella seconda sono recipienti con la sola entrata input; nella terza hanno anche l’uscita output. Questo presuppone che i relatori a loro volta siano macchine con input e output, uomini/donne aperti all’idea che dal flusso reciproco di informazioni che crea il confronto/scontro possa e debba derivare la propria crescita nell’Aiki.

A noi non interessa gente che torni a casa dopo il nostro seminar e ripeta a pappagallo le nostre tecniche perché noi siamo allievi diretti del sacro maestro. Preferiamo lavorare assieme, parlare di quello che abbiamo fatto e perché, spiegare da dove arriva e dove va, eliminare ciò che non convince e possibilmente ampliarlo grazie ai contributi ricevuti tramite l’apposito confronto. Se chi ci frequenta si mangia la nostra lasagna, è perché il piatto offerto è gustoso, non perché “Si cucina così!”.

Blocco subito i maliziosi: non ci interessa diventare direttori didattici megagalattici dell’ennesima micro-associazione, tranquillizzatevi, anche perché sono finite le sigle disponibili. Piuttosto saremmo veramente orgogliosi se ci offriste la possibilità di mostrarvi che si può studiare Aikido anche in un modo maturo, degno di una comunità che esiste sul territorio da quasi 50 anni, e che quindi richiede strumenti di lavoro aggiornati rispetto al suo crescere.

A Torino, il 15-16 Dicembre 2012, Branno-Chierchini-Rubatto (in rigoroso ordine alfabetico) proveranno a dare un primo segnale forte su quello che noi tutti possiamo fare quando ci leviamo di dosso le casacche del tifoso di calcio (Pro Aikikai, Pro Iwama, Pro Tissier, Pro Vercelli) e ci apriamo al confronto in nome di uno studio dell’Aikido sincero e progressivo.

L’augurio è che quel popolo di aikidoka italiani che ci segue con attenzione su internet (la pagina di AIN su Facebook da sola conta 820 iscritti!!), venga a fare Aikido con noi, per un fine settimana, a toccare con mano il cambiamento possibile.

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I “Grandi” dell’Aikido e la “Sindrome di Padre Pio”


Il Fondatore e i Grandi Shihan dell’Aikikai Hombu Dojo

Già lo so che farò arrabbiare un sacco di gente, ma oggi parleremo comunque dei “Grandi” personaggi dell’Aikido e del carosello che si fa attorno al loro nome. Esamineremo quella sorta di amore invasato e cieco che tanti nutrono per i loro santini e santoni e cercheremo di capire i motivi della conseguente furia quasi religiosa che acceca taluni quando si discute, esamina, interpreta e talvolta critica l’operato dei suddetti mostri sacri

di SIMONE CHIERCHINI

Non c’è bisogno di stare a perdere troppo tempo per riaffermare cose che sono ovvie a chiunque abbia ricevuto un minimo di educazione dai propri genitori: che sia dovuto il giusto rispetto a tutti coloro che seguono le regole della civiltà, a cominciare da quelli che hanno fatto la storia nel proprio campo, fino all’ultimo dei propri colleghi sul posto di lavoro, o sul tatami di fianco. Tuttavia, questa che è un’ovvietà quasi banale, spesso trascende in una serie di atteggiamenti che vanno osservati un po’ più da vicino, se si vuole capire il perché di tante parole spese sui “Grandi” dell’Aikido, di tante foto postate sui social network e di infinite discussioni arroventate e maleducate sui forum di arti marziali.

Toccategli tutto, graffiategli la macchina nuova, rubategli la fidanzata, pigliateli a mazzate, ma non dite ai rispettivi tifosi che Saito (Tohei, Shioda, Tada, Yamaguchi, … O’Senseiiiiii!!!!) non sono necessariamente quelle figure statuarie – cristallizzate in una divina perfezione tecnica, morale e umana – che i suddetti hanno costruito nel loro subconscio e che li rende paragonabili nella devozione che ricevono ai santi cattolici di altri tempi. Proprio come nei tempi andati, osare dire che costoro erano (sono) dei semplicissimi esseri umani, con le loro grandezze e le loro numerose piccolezze, esattamente come tutti noi, può causare la messa all’Indice, la scomunica, o addirittura il rogo…

Sono veramente tanti quelli che si irritano a morte se anche solo si discute, per esempio, della genesi del bukiwaza di Iwama, su quale sia stato il ruolo di Morihiro Saito (se geniale sintetizzatore o pedissequo raccoglitore del lavoro del Fondatore), oppure sulla genesi dell’Aikido stesso (se il Fondatore abbia o meno clonato il Daito, come hanno sempre sostenuto da quella parte della barricata, oppure se lo abbia reinterpretato in un senso del tutto originale, come hanno insegnato a dire a noi aikidoka), e via dicendo. Schierati in squadre spesso contrapposte, armati fino ai denti dei santini e dei DVD dei loro amati, tutti costoro detestano ferocemente chi osa parlare senza adorare i loro amori giovanili in hakama (anche se questa gente ha spesso passato gli ‘anta), spesso però riunendosi in un coretto saccente rivolto a tutti gli altri (“Screanzati & Lazzaroni!!!!”), specie quelli che non si occupano solamente di sudare sul tatami e tirare bokkenate ai fantasmi 300 ore al giorno, ma usano anche il cervello e il materiale cartaceo e video a disposizione per cercare di capire cosa stanno facendo, a causa di chi lo stanno facendo e per quale motivo lo stanno facendo.

Lasciamo perdere i duelli in nome dei “Grandi”…

Oggi, grazie ai social network, possono poi scambiarsi le proprie opinioni su quello che hanno scoperto strada facendo. E’ chiaro che a volte ci sono anche dei babbei diplomati che aprono bocca e parlano di tutto senza mettere in funzione il cervello, ma chiunque abbia un minimo di cultura settoriale non dovrebbe farci caso più di tanto: mica smettiamo di andare al cinema, anche se una prendiamo una bufala, semplicemente ci segniamo il nome del regista e lo evitiamo in futuro…
Io penso che non valga mai la pena di accapigliarsi con nessuno per difendere il “buon nome” di Morihiro Saito, Jigoro Kano, Platone o Osho. Prima di tutto perché a loro non serve il nostro sostegno da nulla, secondo perché è meglio essere e rimanere amico di uno che magari non ama il maestro Gigetto Dannillo, ma è un’ottima persona, che litigarci in nome di una pseudofedeltà alla propaganda di “Famiglia”, famiglia (con accento siculo) cui – badate bene – di voi non frega assolutamente nulla…
Eppure, ogni tanto qualcuno arriva imperterrito a farci la ramanzina, a spruzzare veleno, e talora a insultarci direttamente, perché saremmo dei chiacchieroni scansafatiche (la ramanzina, però, ce la fanno sui social network, su cui anche essi sono a ciclo continuo, altrimenti come farebbero a impicciarsi continuamente delle cose che dicono non interessar loro, ma di cui sono a perfetta conoscenza?), e soprattutto vorrebbero mettere un po’ di museruole a destra e manca, per far tacere quelli che secondo loro offendono il “buon nome” dei “Grandi”, che sì, facevano per davvero Aikido, non come noi mezze calzette di oggi.

Il collega aikidoka e blogger Fabio Branno secondo me mette il dito nella piaga quando afferma che questi discorsi “(…) nascondono i semi dell’indottrinamento, dell’oscurantismo e dei limiti segnati a priori”, paragonando il già citato “Inno al Silenzio e alla Pratica”, così spesso ululato su Facebook, al veleno nella mela di Biancaneve. Se da una parte, infatti, sembra una cosa bella e ovvia, e lo è pure, tuttavia questo atteggiamento di sudditanza reverenziale nei confronti di chi ci ha preceduti nei nostri passi (che noi magari riprodurremo a modo nostro, come natura richiede), oltre a tarpare le ali dell’aikidoka di valore, smorzandogli la capacità di critica (costruttiva) e quindi la possibilità di crescere, è l’uovo e la gallina del nascere e proliferare delle organizzazioni di Aikido gestite col sistema piramidale. Infatti chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto si sarà reso conto che esse funzionano con il nehandertaliano principio sintetizzabile in “Io ho il grado più alto e comando, tu ce l’hai più basso e stai zitto”.
E siccome a noi queste organizzazioni aikidoistiche non piacciono, e aborriamo le gestioni sociali di modello preistorico mascherate da democrazia, parliamo, eccome.
E parliamo ANCHE dei mostri sacri. Perché non si dovrebbe parlare, in lungo e in largo, dei grandi dell’Aikido? Qual’è il problema? Si sono scritte biblioteche su ciascuno dei personaggi famosi della storia, dell’arte, della musica, della letteratura, ma nessuno se ne scandalizza. Dovremmo limitarci a consultare le biografie patinate dei grandi maestri messe su dalla propaganda dei vari enti che a loro si rifanno e che hanno spesso la sincerità e la spontaneità di un elogio funebre? Dire che noi non possiamo esaminare le loro opere perché non siamo bravi come loro, e quindi non siamo degni di profferire verbo, corrisponde ad affermare che qualsiasi forma di critica letteraria, artistica o musicale non avrebbe senso, perché chi critica il lavoro di Picasso non è bravo come Picasso, o chi dà un 4 in pagella sulla Gazzetta a Totti dopo una partita schifosa è un’idiota, perché non è capace di giocare bene a palla come il Pupone.

Ognuno si informa come crede…

Chiedere ad un aikidoka di limitarsi a praticare, invece di informarsi e discutere – oltre a praticare – è come chiedere ad un credente che studia la storia delle religioni di lasciare i propri studi e rinchiudersi in chiesa a pregare. Sapere è potere! Sapere conferma e conforta nelle proprie scelte, se giuste, o aiuta a spostarsi in una direzione diversa, se necessario. Chi si infastidisce della curiosità altrui, ha semplicemente paura di scoprire che il proprio mulinare il jo in questa o quella direzione – a imitazione di X o Y – potrebbe un giorno rivelarsi una totale perdita di tempo… Meglio qualche centinaia di bokkenate di meno e un po’ di relax con la famiglia e quattro chiacchiere vere o virtuali con gli amici in più, senti a me!

Un altro aspetto di cui bisogna occuparsi è l’amata libertà di parola, e conseguentemente di critica, una delle poche conquiste notevoli dell’era moderna. A me non piace Mozart, da parecchi considerato la vetta del genio artistico, e allora? Non posso dirlo? Non credo a una virgola di ciò che concerne la santità di Padre Pio, quindi? Non ne posso discutere su Facebook? Secondo me la politica dei governi contemporanei è fascismo tecnocratico e allora? Mi volete levare la possibilità di affermarlo sui social network e mettere al confino?  Anche se tutti diciamo a tratti la nostra dose di scemenze, nessuno si sognerebbe di autonegarsi la facoltà di esprimersi, perché alla nostra propria libertà di parola ci teniamo tutti, e assai, anche se a volte la vogliamo levare al prossimo. Se alcuni hanno riserve sull’operato di questo o quel maestro (magari raramente a ragione) cosa facciamo? Come ai tempi dell’Inquisizione? Chi osa uscire dalla linea ufficiale lo disintegriamo?
Personalmente non mi piacciono i criticatutto, ma ci posso pur sempre discutere, mentre quelli che ci vogliono per forza far star zitti e pedalare mi fanno venire i brividi, perché mi fanno venire in mente l’esilio, il Gulag o i campi di lavoro forzato. Hanno crocefisso Gesù, bruciato Jean d’Arc, messo in galera Galileo Galilei, ecc ecc. Altro che criticare!
E poi lo vogliamo accettare il fatto che fa parte dell’animo umano discutere sui “grandi”, proprio perché più visibili, e spesso trovarne le “piccolezze”, di cui sono talvolta ben dotati? I santoni dell’Aikido, TUTTI inclusi, non fanno eccezione. Sono uomini!

E qui arriviamo a quella che io ho battezzato la “Sindrome di Padre Pio”: il rapporto dell’inconscio collettivo della comunità aikidoistica con la figura del Fondatore come presentata a partire dalla sua morte: un incrocio che sta a metà tra il cartone animato e San Gennaro (“C’è gente che va raccontando che si spostava istantaneamente e ricompariva improvvisamente ad un chilometro di distanza e sciocchezze simili. Io sono stato a lungo con Ueshiba Sensei e posso dire che non possedeva poteri soprannaturali.” Koichi Tohei). Quest’uomo era schivo, odiava gli onori, il chiasso, le organizzazioni. Se avesse voluto stare al centro di una specie di carosello, perché mai avrebbe lasciato la gloria e il denaro di Tokyo per il campicello e le ristrettezze della Prefettura di Ibaraki (che al tempo era come andare a vivere a Hic Sunt Leones)?
Se ritornasse in vita e vedesse le sue statue, tutte quelle foto appese a destra e sinistra, se leggesse tutto quello che si ascrive a suo nome (senza un accidente di sostegno documentale), e soprattutto se vedesse tutto quello che in molti combinano (e non parlo di tecniche) dopo aver dottamente citato i suoi doka, dubito che sarebbe contento. Probabilmente assisteremmo ad uno di quei famosi sbotti di ira che lo caratterizzavano e che sono invece documentatissimi, ma sottotaciuti dalla agiografia ufficiale.
Poi, da buon vecchio furbo, si farebbe la plastica facciale, cambierebbe nome, e si andrebbe a nascondere in una qualche altra Iwama spersa chissà dove, ben alla larga dal rumore, dal ciarpame di cui sopra e dall’amore isterico di troppi piccoli uomini affamati di affermazione personale e giustificazione per le proprie azioni.

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La Vera Frontiera dell’Aikido


“Preferisco zappare la terra e insegnare ai ragazzi e a quelli che l’Aikido non lo hanno mai sentito nominare, per fortuna”

La vera frontiera dell’Aikido… portarne gli insegnamenti ove il campo è ancora da arare. Più nuove iniziative ove l’Aikido manca, più lavoro con i giovani e nelle scuole, meno associazioni, gradi, supershihan, e business relativo

di SIMONE CHIERCHINI

Se invece di litigare in nome di una presunta superiorità tecnica, o di lignaggio, per accaparrarsi le poche migliaia di praticanti attivi che l’Aikido riesce annualmente a produrre, l’intelligentsia dell’Aikido nostrano si dedicasse a conquistare nuove platee, non assisteremmo allo spettacolo desolante delle continue divisioni intestine e al conseguente frazionamento che caratterizzano sempre più la nostra comunità.
Potete citare un esempio che sia uno di programma organico prodotto dalle maggiori associazioni nazionali per promuovere la disciplina sul territorio? Sui mass-media? Nelle scuole? Nel mondo dello sport? Nell’ambito della cultura nazionale? A parte lodevoli episodi locali, frutto della buona volontà individuale, sotto il vestito non c’è assolutamente niente.
Come si iniziò a fare alla fine degli anni Sessanta – quando le associazioni nazionali erano in embrione – arriviamo al 2012 e nulla è cambiato: ancora oggi le uniche attività associative restano i seminari con gli shihan. Le varie associazioni nel loro complesso producono annualmente parecchie decine di migliaia di euro di bilancio e utilizzano questi fondi esclusivamente per fornire agli associati pessime coperture assicurative e – soprattutto – per pagare i servizi dei baroni dell’Aikido.
Poco, così poco che ogni individuo dotato di buon senso dovrebbe porsi una domanda o due rispetto ai veri fini  delle associazioni in questione, al di là di quelli dichiarati nei rispettivi statuti.
Pensare di cambiare le cose restando all’interno di queste associazioni e lavorando politicamente in esse è pura utopia. Se ciò fosse possibile, vivremmo anche in condomini migliori, in città migliori, in una nazione migliore. E non si tratta neppure di fare ciò che suggeriva Indro Montanelli, ossia di votare turandosi il naso. No, grazie. Io non partecipo, il sistema è marcio. La marmellata culturale pseudo-democratica in cui siamo affogati non è stata progettata per farci finire dove siamo finiti. Tuttavia è stata utilizzata a meraviglia per i fini di controllo e in ultima analisi di dominio.
E cosa possiamo fare noi piccoletti? Nel nostro microcosmo aikidoistico, tanto per cominciare, prendere a insegnare con l’esempio… le persone di buona volontà inizino.
I baroni dell’Aikido sono eliminabili, una volta che una nuova generazione di aikidoka cresca SENZA l’indottrinamento cui la nostra è stata sottoposta.

Educhiamo gli allievi  e formiamo nuovi uomini, non promuoviamo degli pseudo-atleti

Sul tatami gli insegnanti parlino di filosofia morale, di ideali sociali, di obiettivi umani da conseguire attraverso la pratica dell’Aikido. Educhino gli allievi  e formino nuovi uomini, non promuovano degli pseudo-atleti. Per quello esistono sport più completi e professionali dell’Aikido. Lasciamoli lavorare senza scimmiottarli. La nostra funzione è diversa.
Lavoriamo di più, e con più convinzione tra i giovani e comunque tra i neofiti. Quando lo facciamo e parliamo con loro, però, chiudiamo la porta alla “santificazione” dei supershihan, facciamo attenzione a non rendere Morihei Ueshiba il nostro Padre Pio, e inoltre leviamo il focus dai gradi, dal programma di esame, dal merchandising Aikikai e corbellerie simili.
Noi possiamo insegnare facendo a meno per primi – personalmente – di certa dottrina piena di falsità e sottomissione: ossia insegnando con piena responsabilità di quello che si dice, senza la copertura assicurativa di fare certe cose solo perché l’ha detto Pinco Pallino Sensei 8° discendente collaterale del portiere dello stabile della famiglia Ueshiba.
Gli allievi giovani ci ascolteranno, perché convinti dall’eventuale bontà di ciò che proponiamo, dato che il loro approccio non è corrotto dalla propaganda fideistica su cui si basa il rapporto maestro-allievo convenzionale – vengo da te perché sei illuminato e ti ha toccato il grande maestro prima di me – , o dalla filosofia utilitaristica del do ut des, ti seguo perché mi conviene, cioè  perché mi darai gli agognati gradi, meglio ancora se dell’Aikikai Hombu.
Insegnanti, creiamo una nuova generazione di aikidoka che ci segue non perché pensa che siamo magici, oppure con l’atteggiamento di un branco di coyotes in attesa che qualcuno gli tiri l’osso. Investiamo nel futuro insegnando quello che dovremmo, secondo gli intenti universalmente riconosciuti, accettati, sbandierati e puntualmente SEMPRE DISATTESI dell’Aikido: migliorare noi stessi e gli altri, per creare una società almeno un pochino meno peggio di quella orribile in cui siamo finiti a vivere.
Non pensate che io sia un’utopista, o un novello Don Chisciotte. Siamo in tanti a sentire questo desiderio interiore, tra quelli che sono sui tatami in posizione di responsabilità. Alcuni ci ascolteranno, altri no, e li lasceremo fare la loro strada, in attesa di udire il rumore dei loro denti, quando inevitabilmente sbatteranno sui soliti muri… Ci abbiamo urtato anche noi, ma ci siamo poi risvegliati. Alcuni di loro allora usciranno dal torpore, e ci raggiungeranno in questa sfida.
A livello emozionale, come avevo scritto altrove, se il sottoscritto non sta arando e seminando, dopo 40 anni e più sul tatami, per me tutto il resto è noia… ma cosa mi può più importare di vedere la quarta variazione a sinistra del terzo segreto tramandato (o inventato) dal super-esperto di turno? Posso scoprirle benissimo da solo, e normalmente le insegno nel mio dojo a 35€ al mese, non a 100€ a weekend.
Perché dovrei fare il 30° seminario estivo con lo stesso maestro, quando c’è un mondo intero là fuori che mi aspetta (fuori dalle palestre!) e io non potrò mai vederne neppure una milionesima parte? I seminari nei fine settimana? Magari quando non ho nulla da fare, ma se la vita vera incalza… Oggi scelgo sempre la vita vera: educare i miei figli, lavorare il campetto che mi son comprato, visitare una città nuova, o camminare su un sentiero montano non percorso precedentemente.

“Io voglio essere un insegnante diverso e sono consapevole che non sono solo”

Perché dico quello che dico? C’è un limite a quello che la forma può dare ad un uomo, soprattutto quando questo insegnamento della forma è del tutto privo di VERI contenuti umani.
Dai miei insegnanti, giapponesi e non, NON ho ricevuto alcun sostegno nel miglioramento della mia personalità. Quel poco che ho fatto, bene o male, l’ho fatto da me, sbagliando un milione di volte. Allora a cosa mi sono serviti questi benedetti sensei? A imparare una qualche inutile tecnica militare tardo-medievale giapponese? Io voglio essere un insegnante diverso e sono consapevole che non sono solo.
La dottrina di sottomissione di cui parlavo precedentemente si incentra principalmente sulla insensatezza dell’insegnante di Aikido medio italiano che – come quella dell’italiano medio – è basata su un senso di inferiorità culturale rispetto al resto del mondo che gli tarpa SEMPRE le ali, facendogli pensare che lo straniero sia sempre migliore di lui. Di conseguenza il proprio conterraneo che invece non soffre di complessi di inferiorità – ed è dotato – deve essere annientato, perché la sua vista fa male come il sale su una ferita. L’insegnante deve essere di fuori, perché essendo diverso da me, non lede il mio amor proprio e quindi posso accettarne il valore. In questo modo non mi fa male…
Tuttavia, che si tratti di insegnanti stranieri o made in Italy, il rispetto e l’affetto per il proprio mentore non richiedono MAI di essere maltrattati e a volte anche abusati psicologicamente… oltre che fisicamente, come succede di frequente.
A questo proposito non posso che riportare le parole di Ellis Amdur, che fotografano i fatti con precisione millimetrica:
Nell’ambiente del dojo non ci dovrebbe essere assolutamente alcuna abrogazione di qualsiasi diritto legale o umano, e un insegnante che fa del male deliberatamente ad uno studente sta commettendo un’aggressione, anzi, peggio, un’aggressione con percosse. Si tratta di un crimine, puro e semplice. Un compagno praticante di arti marziali che cerca deliberatamente di farvi del male sta commettendo un crimine, punto e basta. Un insegnante che cerca di portarsi a letto tua moglie, tuo marito o tua figlia/o, è, nella migliore delle ipotesi, uno squallido essere umano. Ogni tentativo di presentare questo fatto all’interno di un’ottica di insegnamento è una fesseria”.
Personalmente io ho avuto due shihan giapponesi (Hosokawa e Fujimoto) nella mia vita – non solo aikidoistica – e li ho entrambi assai amati e, pur non rientrando affatto nelle categorie esemplificate da Amdur, quando per me è arrivato il momento, li ho entrambi del tutto mollati. Sono anni che non mi rifaccio a loro né tecnicamente, né come forme autoritative. Umanamente ho smesso di avere rapporti con loro ben prima che le vicende della vita tristemente li portassero lontani dal tatami, e non sono tornato indietro. Sono un ingrato? Non credo. Quello che loro mi hanno dato, gliel’ho reso moltiplicato per mille quando eravamo vicini.
Oggi cammino da solo, non mi ricopro del loro nome, o faccio denaro insegnando stage come loro allievo “prediletto”, come fanno certi, nonostante forse ne avrei più titoli, avendo passato nel loro dojo molto più tempo di diversi dei suddetti messi assieme… Semplicemente, per me, il loro modello di insegnamento andava nella direzione generale, cioè dell’insegnamento della tecnica per la tecnica, ed è un pezzo che questo che non mi soddisfa, anche se è solo di recente che ho raggiunto una maturità sufficiente per capire quello che davvero desidero. Non gliene voglio nel modo più assoluto per questo, anche perché nel mondo dell’Aikido quasi ovunque convenzionalmente si insegna così. La vera sfida è superare questo modello didattico.
Non proclamo l’abbandono della forma, del rispetto, del legame tra maestro e studente, tutt’altro. Nel Budo, la sacralità del rito è centrale, ma quando il rito diventa una vuota espressione meccanica, per me raggiunge la stessa insensatezza attualmente espressa dalle religioni organizzate tradizionali.
Sintetizzando, fare Ikkyo, o Ichi no tachi, o i Kata di Aikijo di Tada non rendono nessuno un essere umano migliore, anzi, spesso a lungo andare, peggiorano la persona dal punto di vista fisico, visto l’eccesso di rotazioni sulle ginocchia presente nell’Aikido. Se questi esercizi ginnici pseudo-marziali non vengono utilizzati in un forte contesto morale ed educativo, rimanendo invece un vuoto vaniloquio regolato da un rito di cui ben pochi conoscono origini, modalità e significato, allora qualcuno ci dovrebbe spiegare a cosa servano, a parte gonfiare il proprio ego in una presunta valenza che vigliaccamente non viene mai verificata in un contesto marziale competitivo.

In questo caso preferisco zappare la terra e insegnare ai ragazzi e a quelli che l’Aikido non lo hanno mai sentito nominare, per fortuna.

Foto di Eliana Zinno ©2012 scattate durante l’International Kids Summercamp 2012 - Toscolano, Umbria

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
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Aikido, Seminari e il Risiko


Pratica vera, quotidiana, personale

Ci vuole poco a salire su un tatami gremito da un paio di centinaia di aikidoka, tutto lucido e scintillante grazie al lavoro di altri, e fare il proprio show per qualche ora, prendere il proprio stipendio e passare al prossimo seminario. Questo modello di maestro di Aikido va superato, perché ormai tutti gli insegnanti sono più o meno sullo stesso livello, e non abbiamo più bisogno di alcun guru. Forse è ora di spostare l’attenzione su quello che realmente conta nel mondo dell’Aikido: questo non sono i benedetti, osannati, desiderati stage o seminari, ma la pratica quotidiana di dojo

di SIMONE CHIERCHINI

Alla fine degli anni ottanta, in un periodo in cui avevo la fortuna di essere l’allievo italiano più vicino a Fujimoto Yoji, il maestro mi raccomandava di curare il mio dojo e di tralasciare l’organizzazione dei seminari. Lui stesso, all’epoca, si rifiutava di viaggiare all’estero per tenere stage, con l’eccezione dei seminari tedeschi organizzati con l’amico-collega-mentore Asai Katsuaki.
Chiaramente non gli diedi retta, perchè, come tutti gli altri, ero contagiato dalla mania internazionale di andare a tenere seminari a destra e sinistra, piazzando bandierine a nord e sud come si trattasse del gioco del Risiko. Come è tipico in una certa fase di crescita umana e tecnica, volevo fare, volevo costruire, volevo farmi vedere e farmi valere.
Il trasferimento in Irlanda, inoltre, mi apriva le porte al perfetto scenario per dare forma ai miei progetti in tutta libertà, e il riconoscimento ricevuto dall’Aikikai Hombu Dojo vi aggiungeva anche il carisma dell’ufficialità e il prestigio del grande casato alle spalle.
Sono passati due decenni da quando ho iniziato a insegnare a livello professionistico a Milano, e la mia prospettiva è nel frattempo mutata profondamente. I miei desideri di allora mi fanno quasi sorridere…
Così tante cose sono cambiate nella mia vita e nella mia pratica, che non saprei da dove iniziare, se dovessi tentare di fare un racconto coerente. Tuttavia, un momento centrale nella mia evoluzione di marzialista è stato il mio abbandono del professionismo dell’Aikido a partire dal 2009.
L’abbandono del professionismo dell’Aikido ha liberato la mia pratica da assilli economici di qualunque natura, e almeno in questo ho iniziato – meglio tardi che mai – a seguire un altro insegnamento di Fujimoto Sensei, che mi aveva avvertito di NON intraprendere la carriera di professionista dell’Aikido, ma non perché i soldi deturpino l’Arte: semplicemente perché nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di una scelta professionale che porta a poche soddisfazioni e pochissimi soldi. Questi due fattori portano conseguenze che spesso finiscono per – volenti o nolenti – inquinare la serenità della pratica e della ricerca personale.
Senza parlare poi dei lacci e laccioli che un professionista è costretto a sopportare attorno al collo, se vuole fare il proprio lavoro senza morire di fame: che libertà ci può essere se si deve sempre e comunque andare d’accordo con presidenti di associazione, insegnanti di riferimento, colleghi, e allievi di ogni sorta?
Meglio un taglio netto. E senza soldi di mezzo non ci sono problemi nello scegliere veramente con quale compagnia si vuole trascorrere il proprio tempo.
Questo ci riporta alla questione degli stage. E’ un fatto incontestabile che, in Aikido, la mancanza di competizioni, classifiche e medaglie è abbondantemente compensata da gradi e seminari. I quadri intermedi fanno a cazzotti per organizzare seminari e farsi invitare da Tizio, Caio e Sempronio; alcuni si autoinvitano e altri tramano alle nostre spalle appena mettono piede nelle palestre da noi dirette per portarle nella loro sfera di influenza, come bambini che giochino al Monopoli.
Personalmente io questo non l’ho mai fatto, come possono testimoniare gli insegnanti con cui ho collaborato per anni, mentre l’ho subito da gente che conoscevo da diversi lustri e che chiamavo amico o fratello. E per cosa?
Oggi non me ne curo più. Non voglio fare seminari, almeno che non mi ci trascinino o che non siano per fini caritatevoli, o per lo sviluppo della pratica nella mia zona. Vado in Egitto, finché mi ci vogliono, non per insegnare, ma per imparare da gente di una cultura per tanti versi superiore alla nostra. Faccio scambi con colleghi che sembrano onesti e aperti ad un nuovo modo di vivere la pratica, ma che non sono interessati ai miei imperi, dato che li ho ceduti o persi tutti e non ho intenzione di rimettermi a costruirli di nuovo.
Adesso il mio Aikido è diventato più intimo. Mi piace farlo con mio figlio Luke, con i miei quattro gatti di Vasto e Termoli, senza riflettori, senza numeri, senza soldi. Se in passato ho guadagnato con l’Aikido, ora i soldi li sto rimettendo indietro in benzina e servizio, in un armonico ciclo che mi fa star bene, anche se mi svuota il portafoglio.
Ho comprato una piccola masseria in campagna, e una volta che avrò due lire in più, tirerò su con le mie mani un micro dojo in mezzo alle colline molisane, ove farò forse Aikido con un allievo o due, o da solo, ma almeno, io, sarò in pace con me stesso.

Copyright Simone Chierchini ©2012Simone Chierchini
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