Il Saggio Che Si “Ritira”


Roberto Foglietta Sensei

Ancora una riflessione sulla spinta interiore al fare. Quando siamo di fronte a qualcuno che ha bisogno di aiuto, ad ogni livello, è bene intervenire? quando è giusto intervenire e quando no?

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Come facciamo a sapere se il nostro intervento sortirà l’effetto desiderato? e se sarà ben accetto o desterà reazioni di orgoglio e rifiuto?
Questo è un tema che nella pratica si verifica abbastanza di sovente, negli stage ad esempio, quando gli allievi di un determinato maestro che tiene lo stage si mettono ad insegnare a tutti quelli con cui praticano.
E’ pur vero che se manteniamo un atteggiamento di apertura e umiltà nel praticare non dovremmo porci alcuna questione perché comunque il consiglio/insegnamento “dovrebbe” comunque giungerci gradito, ma è davvero così?
Vorrei dare una risposta basata sull’esperienza terapeutica, dove la relazione di aiuto oltre ad essere centrale è anche la componente che cela i più insidiosi pericoli.
Iniziamo con una bella regola d’oro mutuata dal grande filosofo e terapeuta tedesco Bert Hellinger che desterà non pochi dissensi “Se si vuole aiutare non si può aiutare”.
Potrà sembrare forte ma ha un fondo di grande verità, perché nella maggior parte dei casi la volontà di aiuto porta in sé un bisogno, neanche tanto nascosto, di affermazione dell’ego, di conferma del proprio valore , di desiderio di accettazione. La volontà inoltre non tiene conto, perché è forte e grida i suoi bisogni due ottave più in alto dell’ascolto, dei reali bisogni dell’altro, soggetto centrale della situazione.
Quindi (la domanda potrebbe sorgere spontanea) se non si vuole aiutare come si può aiutare? Beh innanzi tutto occorre accettare la dura realtà che non sempre possiamo aiutare chi ci sta di fronte, e comunque per capire se possiamo fare qualcosa e cosa dobbiamo imparare a chiederlo nel modo giusto e ad ascoltare , in profondità, l’altro.
Qualche volta semplicemente la richiesta avviene nel silenzio, con lo sguardo, qualche volta può essere verbalizzata con una frase umile ma chiara del tipo “cosa posso fare per te?” o, in maniera forse più calzante alla circostanza della pratica dell’aikido, sentendo nel movimento dell’altro le eventuali titubanze e “guidandolo” nel seguire i suoi movimenti come uke. Ma anche questo può fallire.
La vera regola d’oro dell’aiuto forse, sta proprio nel sapersi ritirare, nel fare due , tre, dieci passi indietro prima di fare qualunque cosa, nel raccogliersi mentre STIAMO con l’altro, e nel respirare placando le nostre mire e ambizioni e sentendo dove c’è forza per l’aiuto, e se c’è.
C’è una strana forza , un magnetismo magico che scaturiscono dal gesto del saggio che si ritira, la possibilità di seguirlo, il fascino della scelta che ritorna nelle mani di chi ha bisogno di aiuto, perché è sempre stata nelle sue mani, perché aiutare viene “concesso” da chi ne ha bisogno.
In fondo ritirarsi è un gesto umile e forte al tempo stesso, che dimostra grande pazienza, rispetto, raccoglimento, in una parola saggezza.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2011 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Il website di Massimiliano Gandossi e’ 
http://www.gorinbushidokai.blogspot.com/

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