Il “Senso” del Limite


Massimiliano Gandossi

Massimiliano Gandossi Sensei (2011)

Un paio di giorni fa mi è capitato di ascoltare il programma di Fabio Volo alla radio e in quella occasione il celebre dj ha voluto concludere la sua ora di trasmissione lasciando la parola a un Woody Allen di 30 anni prima, con il monologo conclusivo del bellissimo film “Amore e Guerra”.

di MASSIMILIANO GANDOSSI

Riascoltare quelle parole , oltre a farmi sbellicare dalle risate, mi ha condotto ad alcune riflessioni che riguardano anche la pratica aikidoistica. Woody Allen, ormai ridotto ad uno spirito dopo essere stato giustiziato per un delitto non commesso e accompagnato da una grottesca morte incappucciata con la immancabile falce nelle mani,  dice nel monologo “E quindi sono arrivato alla fine, ma alla fine che cosa mi è servita questa vita? Cosa ho capito? Ho capito che gli esseri umani sono divisi in due tra mente e corpo, la mente aspira a grandi ideali e principi filosofici ma poi è il corpo che si diverte” (ahah aha ahah, parte la prima grassa risata); in fondo non è proprio il principio di unificazione di mente e  corpo che rende il keiko un’esperienza così piena, così distensiva nei confronti di se stessi e degli altri?
Inizio a pensare ai nostri limiti di esseri umani, al rapporto così (umoristicamente in alcuni giorni, drammaticamente in altri) complicato con le nostre pulsioni, alle spaccature interne e alle sintesi comportamentali che vi apportiamo come risultato di un lungo processo che rimane quasi sempre invisibile agli altri, ridotti a conoscenti della ormai nota punta dell’Iceberg.
Sviluppiamo, maturando e anche grazie alle limature altrui ai nostri danni, il cosiddetto senso del limite.
Ma se cambiassimo per un istante l’accezione che diamo a questa espressione dando maggiore enfasi alla prima parola, SENSO del limite, inteso come comprensione del senso profondo che hanno i nostri limiti per la realizzazione della nostra esistenza, come cambierebbe la vita?
Se ci pensiamo bene noi riceviamo una costante spinta interna ed esterna al superamento dei limiti, alle volte di limiti stereotipati e nemmeno nostri (prendere coscienza dei propri limiti comporta un lavoro di ascolto interiore che il più delle volte non abbiamo nemmeno il tempo di affrontare), ma cosa ci fa stare meglio davvero? Cosa permette al nostro potenziale di esprimersi con pienezza,  conoscere il proprio limite e all’interno di esso esprimersi al meglio o tentare in continuazione di superarlo?
Mi viene in mente il caro Maestro Fujimoto che durante uno stage a Corsico mostrò gyakuhanmi katatedori Ikkyo e poi con un’inflessione ironicamente scocciata disse “ancooora ikkyooooo” – risata – e poi spiegò che già parecchi anni prima c’erano persone che si lamentavano a lezione e durante gli stage quando il Maestro che teneva lezione mostrava ikkyo, che barba sempre la stessa storia, sempre questa tecnica facile e di base, vogliamo di più vogliamo movimenti strabilianti e spettacolari… Ma a pensarci bene se uno è veramente appassionato di Aikido e della sua pratica, cosa può esserci di più bello per lui/lei che fare un’ora di ikkyo?!
Il senso del limite…
Continua Allen ” la morte non deve essere presa in modo così drammatico, in fondo dovrebbe essere vista come un modo drastico di ridurre le proprie spese” (buuhahahahah); “la morte non è poi la cosa peggiore che possa succederci, chiunque di voi abbia passato una serata con un assicuratore sa di cosa sto parlando” (…); e poi conclude ” non è importante la quantità di atti sessuali che facciamo nell’arco di una vita ma la loro qualità…. certo se la quantità è inferiore a una ogni 6 o 7 mesi, una guardatina me la farei dare!!!”
Che poi equivale , mio modesto parere, a dire che non ha senso avere paura di morire , la morte non esiste (se esiste qualcosa dopo) e se esiste noi non ce ne accorgeremo, invece la vita esiste e il rischio che corriamo è di non viverla, non averne l’audacia, la voglia, il coraggio, essere spilorci nel tirare sul prezzo delle esperienze, non riconoscere il senso dei nostri limiti passando la vita a rincorrere la chimera di una certa caduta grande o di un modo sempre diverso, sempre nuovo di fare la tecnica, come gli ignavi correvano dietro alla bandiera senza arrivare a nulla, perché arrivare vuol dire arrivare al limite e dire “si, ci sto questo è il mio limite a al suo interno costruisco, godo, vivo!”

Copyright Massimiliano Gandossi © 2011 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Il website di Massimiliano Gandossi e’ 
http://www.gorinbushidokai.blogspot.com/

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